Com’è difficile governare la curia della Santa Sede. E fuori pressano le lobby

I due accorati appelli di ieri, del cardinale Angelo Bagnasco in chiusura dell’assemblea della Cei e di Benedetto XVI parlando con il nuovo ambasciatore del Sudafrica George Johannes, hanno una matrice comune. Entrambi, infatti, rispondono a polemiche scatenatesi contro la Chiesa per il contenuto del messaggio che porta.
Il Papa è tornato sul caso «preservativi» sollevatosi dopo le sue parole pronunciate partendo per l’Africa per ribadire che la sua convinzione, a dispetto delle reazioni delle cancellerie di mezza Europa, è sempre la medesima: l’aids si combatte con «fedeltà dentro al matrimonio e astinenza all’esterno».
Bagnasco ha ricordato, probabilmente riferendosi anche al «caso preservativi», come contro il Magistero della Chiesa e contro il Papa vi siano «lobby economiche-finanziarie» che agiscono a livello internazionale: la Chiesa è osteggiata.
Di per sé è vero: gli ultimi mesi di questo pontificato sono stati costellati di polemiche probabilmente mosse ad arte da non si sa bene chi. Il caso lefebvriani, i rapporti con gli ebrei intorno alla possibile beatificazione di Pio XII e alle dichiarazione sulla Shoah del vescovo negazionista Richard Williamson, la polemica sui preservativi, le critiche per quello che il Papa ha detto o avrebbe dovuto dire una volta atterrato in Israele e Giordania, sono tutte ferite le cui cicatrici ancora faticano a rimarginarsi. Soprattutto la questione della revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani è un qualcosa sì di superato ma che ancora brucia.
Infatti, quattro mesi dopo le furenti polemiche – la cosa scoppiò a fine gennaio -, gli effetti di quanto accaduto hanno reso coloro che governano la curia romana più accorti ma nulla, occorre dirlo, è avvenuto a livello di gestione del potere. Ovvero, nessuna di quelle nomine che una crisi mediatica e governativa di quelle dimensioni avrebbe potuto portare è stata messa in campo. In parte lo si capisce: i tempi della Chiesa non sono quelli del mondo. La Chiesa assimila e mette in campo progetti nuovi con tempi lunghi.
Anzitutto poco o nulla è avvenuto a livello di comunicazione. Non è cambiato il pur bravo e competente portavoce vaticano padre Federico Lombardi. L’affaire Williamson evidenziò colpe non sue ma, insieme, mise in luce come difficilmente un direttore della sala stampa della Santa Sede potesse continuare ad avere assieme anche gli incarichi di direttore del Centro Televisivo Vaticano, della Radio Vaticana e di assistente del preposito generale dei gesuiti.
E cambiamenti non sono di fatto pervenuti a livello di governo. Anzi sembra quasi che la Santa Sede s’impegni a lasciare i propri uomini dove stanno anche quando le scadenze per la pensione sono belle che superate. Sono solo esempi ma da tempo si parla, senza che mai accada nulla, della promozione del capo dell’ufficio del personale della segreteria di Stato, monsignor Carlo Maria Viganò, in una qualche nunziatura: ma difficilmente lo stesso Viganò sembra disposto a lasciare la curia romana. Si parla della promozione di monsignor Paolo Sardi – collabora alla stesura dei testi del Papa – verso il posto, vacante dalla morte di Pio Laghi, di patrono dell’ordine di Malta. Il segretario dei vescovi Francesco Monterisi sono mesi che dovrebbe prendere il posto dell’arciprete di San Paolo Fuori le Mura il cardinale Andrea Cordero Lanza di Montezemolo. Al suo posto rimane monsignor Agostino Marchetto, segretario dei Migranti e Itineranti, nonostante svariate diocesi italiane siano pronte a riceverlo con tutti gli onori del caso. E, ancora, il cardinale Renato Raffaele Martino: presidente di Iustitia et Pax pare si sia individuato nell’attuale segretario dell’Evangelizzazione dei Popoli, l’africano Robert Sarah, un degno sostituto. Eppure, prima del cambio, si è deciso che debba uscire l’enciclica sociale di Benedetto XVI – Martino vi ha collaborato – il cui testo è finalmente terminato e sta passando attraverso il lento e difficile parto delle traduzioni.
Il problema sembra comunque essere a monte. Occorre tornare indietro negli anni, al pontificato di Paolo VI. Fu lui, sostituto nella segreteria di Stato ai tempi di Pio XII, a modificare quella che allora era un’aristocrazia democratica (tutti i prefetti e i segretari delle Congregazioni vaticane vedevano più volte il Papa e la segretaria dello stesso Papa, suor Pasqualina, contribuiva nell’incentivare i rapporti tra Pacelli e i vari monsignori) in una monarchia di fatto. Da Paolo VI in poi, infatti, è la segreteria di Stato a gestire ogni richiesta dal basso vuole essere esposta al Papa. È la segreteria di Stato a decidere, dunque, quali questioni siano degne d’essere comunicate al Pontefice e quali no. È la segreteria di Stato a bloccare riforme della curia e cambiamenti in posti di potere importanti. Una centralizzazione di potere che blocca l’effettivo esercizio del potere a discapito, in fondo, dello stesso Pontefice.

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Un teologo cubano. La scelta di Obama piace (quasi) a tutti

Può un obamiano essere pro-life? Probabilmente sì. E, a quanto pare, ne sarebbe una prova vivente Miguel Diaz, ovvero il nuovo ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede. Sostituisce un’altra pro-life convinta: la bushiana Mary Ann Glendon. La sostituisce col beneplacito del Vaticano col quale, ovviamente, è stato trovato l’agreement.
Giorni difficili sono intercorsi da quando Barack Obama è stato eletto. Difficili quanto ai rapporti col Vaticano e, soprattutto, con le gerarchie della Chiesa americana che non hanno perso tempo nel denunziare le posizioni pro-choice del presidente. Difficili, inoltre, quanto alla scelta del successore della Glendon: Obama non riusciva a trovare, tra quei cattolici che l’hanno sostenuto nella campagna elettorale, un qualcuno immacolato quanto alle posizioni tenute sui temi etici.
E pure Diaz, a onor del vero, non si può dire che sia fino in fondo immacolato. È davvero un pro-life convinto? Non è semplice rispondere. Dopo anni passati vicino ad ambienti conservatori, è stato – e per questo i suoi ex amici l’hanno accusato di tradimento – uno dei ventisei intellettuali cattolici che hanno firmato una dichiarazione a sostegno della nomina a ministro della Sanità, la pro-choice Katheelen Sebelius, la cui nomina era stata parecchio contestata dai cattolici conservatori. E, ancora, è membro di quella Catholics in Alliance for the Common Good che qualche tempo fa aveva subìto le pesanti critiche dell’arcivescovo Charles Chaput di Denver. A detta di Chaput, i membri di questa associazione di cattolici pro Obama avrebbero confuso i fedeli, relegando in secondo piano quella priorità che prende il nome di difesa della vita sempre e comunque.
Eppure c’è dell’altro. Diaz, nonostante l’appoggio alla Sebelius e all’associazione di cattolici pro-Obama, si dichiara apertamente pro-life. E, dunque, almeno in apparenza, riesce (per ora ce l’ha fatta) a non spaventare le gerarchie d’oltre il Tevere. Serve un esempio? Eccolo: lo scorso gennaio, sul Catholic News Service, Diaz così si espresse: «Dovunque siamo dobbiamo difendere la vita a ogni livello». Ma c’è di più. A sostegno della tesi che Diaz sia pro-life si è espresso apertamente non soltanto una fonte accreditata della Casa Bianca, ma anche il nunzio vaticano negli Stati Uniti, l’arcivescovo Piero Sambi per il quale Diaz è una «scelta eccellente» anche a motivo del suo bakcground.
Quarantacinquenne cubano-americano (è nato all’Avana), figlio di un cameriere e di una centralinista, professore di teologia al college di Saint Benetict e alla Saint John’s University in Minnesota, Diaz ha ricevuto numerosi apprezzamenti accademici, compreso il riconoscimento di miglior libro dell’anno da parte del Seminario Teologico di Princeton col lavoro Being Human: U.S. Hispaniac and Rahnerian Perspectives. Inoltre, ha ottenuto un Master in Teologia all’Università di Notre Dame (l’ateneo cattolico finito nella bufera per aver conferito a Obama la laurea honoris causa) ed è stato, in passato, presidente dell’Accademia di teologia dei cattolici ispanici degli Stati Uniti. Parla tre lingue: l’inglese, lo spagnolo e l’italiano. E tutte e tre gli serviranno per farsi comprendere bene nel suo nuovo e difficile incarico. Già, perché se il nuovo giudice della Corte Suprema americana, la cattolica Sonia Sotomayor, è stata criticata “da sinistra” in quanto non troppo pro-choice come una certa parte dell’elettorato di Obama si sarebbe aspettato, il nuovo ambasciatore presso la Santa Sede deve in sostanza far fronte a problematiche opposte. Ovvero deve in qualche modo tenere testa a quei cattolici americani i quali, a dispetto dell’aggreement tra Casa Bianca e Vaticano, ritengono il suo appoggio a Obama sospetto.
Teologicamente parlando, sono anche gli stessi “amori” di Diaz che non riescono a premettere una decifrazione completa della sua persona: si chiamano Karl Ranher e teologia della liberazione. Beninteso: non c’è nulla di male a leggere e studiare gli scritti del grande gesuita tedesco. Come anche i lavori dei vari esponenti della cosiddetta teologia della liberazione. Il problema è se l’amore per questi autori porta a sposarne fino in fondo le testi oppure no. Molte della quali, con le loro aperture al mondo, non è che siano particolarmente gradite all’attuale Pontefice.
«Voglio essere un ponte tra la nostra nazione e la Santa Sede», ha assicurato Diaz, promettendo «continuità» nei rapporti col Vaticano (e, dunque, continuità rispetto a quanto ha fatto fino a pochi mesi fa Mary Ann Glendon). E la cosa se la augurano oltre il Tevere seppure, almeno ieri, lo stesso Diaz non abbia detto nulla a riguardo di ciò che davvero interessa le gerarchie: la vita, la difesa della vita dall’inizio al suo naturale termine.

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