Com’è difficile governare la curia della Santa Sede. E fuori pressano le lobby

I due accorati appelli di ieri, del cardinale Angelo Bagnasco in chiusura dell’assemblea della Cei e di Benedetto XVI parlando con il nuovo ambasciatore del Sudafrica George Johannes, hanno una matrice comune. Entrambi, infatti, rispondono a polemiche scatenatesi contro la Chiesa per il contenuto del messaggio che porta.
Il Papa è tornato sul caso «preservativi» sollevatosi dopo le sue parole pronunciate partendo per l’Africa per ribadire che la sua convinzione, a dispetto delle reazioni delle cancellerie di mezza Europa, è sempre la medesima: l’aids si combatte con «fedeltà dentro al matrimonio e astinenza all’esterno».
Bagnasco ha ricordato, probabilmente riferendosi anche al «caso preservativi», come contro il Magistero della Chiesa e contro il Papa vi siano «lobby economiche-finanziarie» che agiscono a livello internazionale: la Chiesa è osteggiata.
Di per sé è vero: gli ultimi mesi di questo pontificato sono stati costellati di polemiche probabilmente mosse ad arte da non si sa bene chi. Il caso lefebvriani, i rapporti con gli ebrei intorno alla possibile beatificazione di Pio XII e alle dichiarazione sulla Shoah del vescovo negazionista Richard Williamson, la polemica sui preservativi, le critiche per quello che il Papa ha detto o avrebbe dovuto dire una volta atterrato in Israele e Giordania, sono tutte ferite le cui cicatrici ancora faticano a rimarginarsi. Soprattutto la questione della revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani è un qualcosa sì di superato ma che ancora brucia.
Infatti, quattro mesi dopo le furenti polemiche – la cosa scoppiò a fine gennaio -, gli effetti di quanto accaduto hanno reso coloro che governano la curia romana più accorti ma nulla, occorre dirlo, è avvenuto a livello di gestione del potere. Ovvero, nessuna di quelle nomine che una crisi mediatica e governativa di quelle dimensioni avrebbe potuto portare è stata messa in campo. In parte lo si capisce: i tempi della Chiesa non sono quelli del mondo. La Chiesa assimila e mette in campo progetti nuovi con tempi lunghi.
Anzitutto poco o nulla è avvenuto a livello di comunicazione. Non è cambiato il pur bravo e competente portavoce vaticano padre Federico Lombardi. L’affaire Williamson evidenziò colpe non sue ma, insieme, mise in luce come difficilmente un direttore della sala stampa della Santa Sede potesse continuare ad avere assieme anche gli incarichi di direttore del Centro Televisivo Vaticano, della Radio Vaticana e di assistente del preposito generale dei gesuiti.
E cambiamenti non sono di fatto pervenuti a livello di governo. Anzi sembra quasi che la Santa Sede s’impegni a lasciare i propri uomini dove stanno anche quando le scadenze per la pensione sono belle che superate. Sono solo esempi ma da tempo si parla, senza che mai accada nulla, della promozione del capo dell’ufficio del personale della segreteria di Stato, monsignor Carlo Maria Viganò, in una qualche nunziatura: ma difficilmente lo stesso Viganò sembra disposto a lasciare la curia romana. Si parla della promozione di monsignor Paolo Sardi – collabora alla stesura dei testi del Papa – verso il posto, vacante dalla morte di Pio Laghi, di patrono dell’ordine di Malta. Il segretario dei vescovi Francesco Monterisi sono mesi che dovrebbe prendere il posto dell’arciprete di San Paolo Fuori le Mura il cardinale Andrea Cordero Lanza di Montezemolo. Al suo posto rimane monsignor Agostino Marchetto, segretario dei Migranti e Itineranti, nonostante svariate diocesi italiane siano pronte a riceverlo con tutti gli onori del caso. E, ancora, il cardinale Renato Raffaele Martino: presidente di Iustitia et Pax pare si sia individuato nell’attuale segretario dell’Evangelizzazione dei Popoli, l’africano Robert Sarah, un degno sostituto. Eppure, prima del cambio, si è deciso che debba uscire l’enciclica sociale di Benedetto XVI – Martino vi ha collaborato – il cui testo è finalmente terminato e sta passando attraverso il lento e difficile parto delle traduzioni.
Il problema sembra comunque essere a monte. Occorre tornare indietro negli anni, al pontificato di Paolo VI. Fu lui, sostituto nella segreteria di Stato ai tempi di Pio XII, a modificare quella che allora era un’aristocrazia democratica (tutti i prefetti e i segretari delle Congregazioni vaticane vedevano più volte il Papa e la segretaria dello stesso Papa, suor Pasqualina, contribuiva nell’incentivare i rapporti tra Pacelli e i vari monsignori) in una monarchia di fatto. Da Paolo VI in poi, infatti, è la segreteria di Stato a gestire ogni richiesta dal basso vuole essere esposta al Papa. È la segreteria di Stato a decidere, dunque, quali questioni siano degne d’essere comunicate al Pontefice e quali no. È la segreteria di Stato a bloccare riforme della curia e cambiamenti in posti di potere importanti. Una centralizzazione di potere che blocca l’effettivo esercizio del potere a discapito, in fondo, dello stesso Pontefice.

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Un teologo cubano. La scelta di Obama piace (quasi) a tutti

Può un obamiano essere pro-life? Probabilmente sì. E, a quanto pare, ne sarebbe una prova vivente Miguel Diaz, ovvero il nuovo ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede. Sostituisce un’altra pro-life convinta: la bushiana Mary Ann Glendon. La sostituisce col beneplacito del Vaticano col quale, ovviamente, è stato trovato l’agreement.
Giorni difficili sono intercorsi da quando Barack Obama è stato eletto. Difficili quanto ai rapporti col Vaticano e, soprattutto, con le gerarchie della Chiesa americana che non hanno perso tempo nel denunziare le posizioni pro-choice del presidente. Difficili, inoltre, quanto alla scelta del successore della Glendon: Obama non riusciva a trovare, tra quei cattolici che l’hanno sostenuto nella campagna elettorale, un qualcuno immacolato quanto alle posizioni tenute sui temi etici.
E pure Diaz, a onor del vero, non si può dire che sia fino in fondo immacolato. È davvero un pro-life convinto? Non è semplice rispondere. Dopo anni passati vicino ad ambienti conservatori, è stato – e per questo i suoi ex amici l’hanno accusato di tradimento – uno dei ventisei intellettuali cattolici che hanno firmato una dichiarazione a sostegno della nomina a ministro della Sanità, la pro-choice Katheelen Sebelius, la cui nomina era stata parecchio contestata dai cattolici conservatori. E, ancora, è membro di quella Catholics in Alliance for the Common Good che qualche tempo fa aveva subìto le pesanti critiche dell’arcivescovo Charles Chaput di Denver. A detta di Chaput, i membri di questa associazione di cattolici pro Obama avrebbero confuso i fedeli, relegando in secondo piano quella priorità che prende il nome di difesa della vita sempre e comunque.
Eppure c’è dell’altro. Diaz, nonostante l’appoggio alla Sebelius e all’associazione di cattolici pro-Obama, si dichiara apertamente pro-life. E, dunque, almeno in apparenza, riesce (per ora ce l’ha fatta) a non spaventare le gerarchie d’oltre il Tevere. Serve un esempio? Eccolo: lo scorso gennaio, sul Catholic News Service, Diaz così si espresse: «Dovunque siamo dobbiamo difendere la vita a ogni livello». Ma c’è di più. A sostegno della tesi che Diaz sia pro-life si è espresso apertamente non soltanto una fonte accreditata della Casa Bianca, ma anche il nunzio vaticano negli Stati Uniti, l’arcivescovo Piero Sambi per il quale Diaz è una «scelta eccellente» anche a motivo del suo bakcground.
Quarantacinquenne cubano-americano (è nato all’Avana), figlio di un cameriere e di una centralinista, professore di teologia al college di Saint Benetict e alla Saint John’s University in Minnesota, Diaz ha ricevuto numerosi apprezzamenti accademici, compreso il riconoscimento di miglior libro dell’anno da parte del Seminario Teologico di Princeton col lavoro Being Human: U.S. Hispaniac and Rahnerian Perspectives. Inoltre, ha ottenuto un Master in Teologia all’Università di Notre Dame (l’ateneo cattolico finito nella bufera per aver conferito a Obama la laurea honoris causa) ed è stato, in passato, presidente dell’Accademia di teologia dei cattolici ispanici degli Stati Uniti. Parla tre lingue: l’inglese, lo spagnolo e l’italiano. E tutte e tre gli serviranno per farsi comprendere bene nel suo nuovo e difficile incarico. Già, perché se il nuovo giudice della Corte Suprema americana, la cattolica Sonia Sotomayor, è stata criticata “da sinistra” in quanto non troppo pro-choice come una certa parte dell’elettorato di Obama si sarebbe aspettato, il nuovo ambasciatore presso la Santa Sede deve in sostanza far fronte a problematiche opposte. Ovvero deve in qualche modo tenere testa a quei cattolici americani i quali, a dispetto dell’aggreement tra Casa Bianca e Vaticano, ritengono il suo appoggio a Obama sospetto.
Teologicamente parlando, sono anche gli stessi “amori” di Diaz che non riescono a premettere una decifrazione completa della sua persona: si chiamano Karl Ranher e teologia della liberazione. Beninteso: non c’è nulla di male a leggere e studiare gli scritti del grande gesuita tedesco. Come anche i lavori dei vari esponenti della cosiddetta teologia della liberazione. Il problema è se l’amore per questi autori porta a sposarne fino in fondo le testi oppure no. Molte della quali, con le loro aperture al mondo, non è che siano particolarmente gradite all’attuale Pontefice.
«Voglio essere un ponte tra la nostra nazione e la Santa Sede», ha assicurato Diaz, promettendo «continuità» nei rapporti col Vaticano (e, dunque, continuità rispetto a quanto ha fatto fino a pochi mesi fa Mary Ann Glendon). E la cosa se la augurano oltre il Tevere seppure, almeno ieri, lo stesso Diaz non abbia detto nulla a riguardo di ciò che davvero interessa le gerarchie: la vita, la difesa della vita dall’inizio al suo naturale termine.

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Ecco Fisichella (sulla questione morale)

Sulla cosiddetta “questione morale”, sul caso “Noemi” che impazza ma che – almeno a me – non appassiona più di tanto, oggi occorre leggere questa intervista tratta da ilsussidiario.net: Crisi/Mons. Fisichella: l’autentica questione morale è una proposta vera per le nuove generazioni


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L’affare Noemi entra nell’assemblea della Cei: “Non tirateci per la tonaca”

Vista da fuori, l’assemblea generale dei vescovi che si sta consumando dentro le mura del Vaticano è parecchio strana. Almeno per l’impatto mediatico che prima le parole di Angelo Bagnasco – presidente della Cei e arcivescovo di Genova – sulla crisi economica e la questione immigrazione (lunedì), poi quelle di Mariano Crociata – segretario generale della Cei e vescovo emerito di Noto – sulla questione morale (martedì), e infine quelle di Diego Coletti – presidente della Commissione Cei per la scuola e vescovo di Como – sulla «bellezza» quale criterio non esclusivo (ieri), hanno provocato.
Occorre dirlo subito: le agenzie di stampa incaricate di sintetizzare le parole dei tre monsignori di cui sopra hanno fatto la loro parte evidenziando soltanto alcune sfumature a discapito di altre. E contribuendo, in questo modo, a mostrare una Cei ostile all’attuale Governo. Così, l’equilibrata prolusione di Bagnasco mirante a evidenziare alcune criticità in merito alle soluzioni adottate dalla maggioranza su crisi economica e ddl sicurezza è stata immediatamente letta come un attacco al Governo. La conferenza stampa di Crociata culminata in un «no comment» sul caso “Noemi” e in un richiamo alla libertà di coscienza di ognuno è stata letta come un monito al premier in merito alla questione morale. E, ancora, ieri, la lunga e filosofica conferenza stampa di Coletti è stata sintetizzata come la volontà di ricordare che la scelta di candidate alle elezioni si dovrebbe basare sulla competenza e non sull’aspetto estetico o alla sola notorietà pubblica. Poco spazio, invece, è stato dato al vero affondo che Coletti ha riservato ai politici: la scuola – ha detto – deve essere l’ultimo settore a cui una società deve togliere le proprie risorse. Insieme, sempre di Coletti è il richiamo alla necessità che il Governo applichi, con il dovuto sostegno economico, il «sacrosanto diritto» alla parità tra scuole statali e non statali.
Dunque, sulle tre dichiarazioni dei presuli (Bagnasco, Crociata e Coletti), la Cei è dovuta in qualche modo tornare per ricordare come le parole dei tre fossero all’insegna dell’imparzialità. Perché la Cei non è un soggetto politico e non fa politica. Anche ieri, dopo la traduzione di quanto Coletti ha detto da parte delle agenzie, ecco l’ennesima precisazione (questa volta non ufficiale) per dire che parlando della bellezza come criterio che non deve essere esclusivo, Coletti si riferiva all’atmosfera culturale e non alle elezioni. E per dire che è ora di smetterla di tirare la Cei per la tonaca. Tutto vero. Anche se, forse, Coletti avrebbe dovuto non rispondere se direttamente interpellato, come è accaduto, esplicitamente sulla «scelta di candidate alle elezioni in base non già alla competenza ma al solo aspetto estetico o alla sola notorietà pubblica».
Fatte queste premesse occorre una precisazione. Se è vero che le agenzie di stampa hanno avuto le loro parte nel portare la Cei su posizioni avverse al Governo, è anche vero che da tempo diversi esponenti della stessa Chiesa italiana non lesinano attacchi alla maggioranza soprattutto sulla questione immigrazione. Ed è anche vero che, all’interno degli stessi lavori che si stanno consumando in questi giorni in Vaticano, una parte dell’episcopato ha mostrato perplessità sull’operato della maggioranza. Certo, vi sono state anche critiche più intra-ecclesiali (ad esempio – ancora – sul motu proprio Summorum Pontificum), ma Bagansco ha avuto il suo bel daffare per cercare di richiamare tutti a posizioni di imparzialità. E la stessa imparzialità pare egli voglia richiamare domani, quando sarà chiamato a chiudere i lavori.
Il Governo, intanto, non è stato alla finestra. Gianni Letta, stimato oltre il Tevere e in ottimi rapporti col segretario di Stato Tarcisio Bertone, ha fatto sentire la sua voce soprattutto in merito alle critiche arrivate sul Governo a motivo delle poche misure prese per contrastare la crisi economica. Ed è anche a seguito di questo richiamo che Bagnasco tiene particolarmente a far sì che la Cei non appaia schierata sul fronte politico.

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Sotto l’Himalaya si muore per la fede. I cattolici nel mirino dei fanatici indù

I padri cappuccini che nel 1715, su invito del Re Malla, entrarono nella valle di Kathmandu – oggi la città è capitale del Nepal – mai avrebbero immaginato che quel seme di cattolicesimo da loro portato dalla lontana Europa avrebbe dovuto patire, circa tre secoli dopo il loro arrivo, persecuzioni e violenze. Allora, agli albori del diciottesimo secolo, nel paese vigeva una piena libertà d’esercizio religioso. I sacerdoti cattolici, in particolare, potevano predicare il cristianesimo senza restrizioni. Beninteso, non che oggi le cose siano poi così diverse. Eppure, quanto recentemente ha dovuto patire quella che padre Pius Perumana, pro-vicario apostolico del paese, ha definito all’agenzia di stampa vaticana Fides «la nostra piccola comunità», è un qualcosa che un tempo non sarebbe accaduta. Come mai sarebbe capitato, un tempo, che sempre il pro-vicario apostolico del paese fosse costretto a definire questa stessa piccola comunità in questo modo: «Triste, amareggiata e scioccata».
Guardi il Nepal, i prati e le montagne che si estendono tra la pianura del Gange e la catena dell’Himalaya, e pensi che certe cose, in questi silenzi e spettacoli della natura, è impossibile che capitino. E, invece, no. Capitano pure qui.
L’ultimo episodio ha avuto inizio la mattina di sabato scorso. Nella cattedrale dell’Assunzione di Kathmandu vi erano raccolte oltre 300 persone attorno a un prete che celebrava Messa. Una donna vestita di nero – «una strana signora», ha raccontato un testimone oculare – è entrata in chiesa. Poco dopo è uscita e, all’improvviso, una bomba è deflagrata. L’ordigno – piazzato nel centro della cattedrale col chiaro intento di fare una strage – altro non era che una pentola a pressione imbottita d’esplosivo. Un botto tremendo. Finestre e arredi sacri in frantumi. E due donne morte sul colpo: Celeste Joseph, studentessa 15enne e Deepa Patrik, una 30enne che di recente aveva sposato un uomo indiano del Bihar e che era in visita con la sua famiglia a Kathamandu. Entrambe, Celeste e Deepa, erano di fede cattolica.
Strana vita quella del piccolo gregge cattolico nepalese. Circa settemila fedeli, ogni anno vengono battezzate 300 persone. Sei sono le congregazioni religiose maschili e diciassette quelle femminili. In tutto si parla di 65 preti e di 155 suore. Ventisette le scuole gestite in tutto il paese, sei nella sola Kathmandu. Tra la capitale, i villaggi rurali e quelli montuosi, sono circa 17 mila gli studenti che frequentano le scuole cattoliche.
Davvero una strana vita: tutto scorre tranquillo, lento. Non vi sono particolari problemi. Se non fosse per quelli del Nepal Defence Army. Chi? Non si sa bene chi siano. Si sa solo che ogni tanto uccidono qualche cattolico. L’hanno fatto nel 2007 colpendo a morte il salesiano padre John Prakash. L’hanno fatto quattro giorni fa, nella cattedrale della capitale. L’unica certezza è il movente: lottano per la nascita di uno Stato indù in Nepal. Ma lo fanno con azioni violente. Quando colpiscono lasciano un segno: volantini con slogan induisti e una immagine di Krishna, divinità indù. «Movimento fondamentalista», lo chiamano nel paese e a vedere gli effetti che produce la sua azione non vi è termine più appropriato. Da tempo hanno lanciato strani avvertimenti non soltanto ai cattolici, ma anche a tutte le Ong presenti: «Non interferite nei nostri affari», dicono.
Ufficialmente molte personalità hanno condannato l’attacco di sabato scorso, ma il rischio è un altro: che un fondamentalismo indù, simile a quello manifestatosi recentemente contro i cristiani di India, possa prendere piede in Nepal. L’ha spiegato due giorni fa anche l’Osservatore Romano con un articolo nel quale si ricorda che domenica 31 per sensibilizzare le autorità civili sulle condizioni in cui vivono i cristiani, è stata indetta una marcia cui sono stati invitati i fedeli di tutte le religioni presenti nel paese. Marcia a parte, una cosa va sottolineata: se il giornale diretto da Gian Maria Vian esce con una denuncia così diretta, significa che in Vaticano la cosa è sentita: la paura, per le sorti dei fedeli nepalesi, è reale.
Nei giorni scorsi comunque in molti hanno denunciato l’attacco. C’è stato Madhav Kumar, appena eletto, che ha condannato «l’abominevole attacco» e ha esortato le comunità delle minoranze cristiane e musulmane a essere vigilanti. Ci sono stati diversi leader religiosi, fra i quali il vertice della comunità induista nepalese, a condannare l’episodio. Come c’è stato Nazrul Hussein, presidente della Federazione islamica nepalese e segretario del Consiglio interreligioso, a dirsi «scioccato per l’attacco che ha colpito un luogo sacro». E, ancora, c’è stato Damodar Pokharel, leader indù, a esprimere una ferma condanna per il gesto e a chiedere che «gli attentati ai luoghi sacri siano fermati». Ma è anche vero che l’India si trova lì, oltre la valle del Gange, a un passo. E il fantasma del fondamentalismo indù potrebbe anche già essere arrivato a stabilirsi con la medesima irruenza mostrata in India.
Il problema, infatti, è sempre e soltanto uno: la monarchia, soprattutto in Nepal, è considerata dagli induisti di discendenza divina. Credono che il re sia un’incarnazione del Dio indù Vishnu. E oggi che la monarchia è stata destituita, c’è chi non riesce a darsi pace. E, in effetti, dopo secoli vissuti sempre in un certo modo, non è facile per nessuno cambiare. Come non facile è capire perché, a farne le spese, debbano essere vittime innocenti, come sembra siano diventati i membri della piccola comunità cattolica nepalese.

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Troppo un budget di 20 milioni di euro all’anno. La radio del Papa passa alla pubblicità ma non è la vera riforma dei media

Fu appena eletto al soglio di Pietro Joseph Ratzinger (era il 19 aprile del 2005) che iniziò a ventilare l’ipotesi d’una ristrutturazione dei media vaticani. Un ristrutturazione dall’alto, ovvero dando al pontificio consiglio per le comunicazioni sociali poteri di supervisor su tutti i media: Centro Televisivo Vaticano, Radio Vaticana, Osservatore Romano e sala stampa della Santa Sede.
Quattro anni sono passati e niente di tutto questo è accaduto. E, anzi, giusto ieri, si è avuta notizia che se una ristrutturazione vi sarà, questa partirà dal basso. Ovvero: i vari media restano così come sono e gli interventi saranno piuttosto sui conti, al momento difficili, d’ogni singolo organo d’informazione. È vero: c’era stato recentemente l’“affaire” Richard Williamson, il vescovo lefebvriano negazionista sulla Shoah al quale Benedetto XVI aveva revocato la scomunica, che aveva fatto ipotizzare da più parti la possibilità che l’attuale e competente direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, lasciasse l’incarico nella stessa sala stampa per dedicarsi esclusivamente alla Radio Vaticana, ma la cosa sembra al momento definitivamente tramontata. Non è questo il tempo, insomma, d’un nuovo portavoce.
A dare il là a questa ristrutturazione dal basso, ovvero intervenendo sulle entrate dei media, è la Radio Vaticana con una svolta destinata a fare epoca: per la prima volta dal giorno della sua fondazione avvenuta settantotto anni fa, la radio del Papa si apre al mondo della pubblicità forte, tra le alte cose, d’una diffusione del proprio segnale sui cinque continenti superata soltanto dal colosso Bbc. Il primo inserzionista è l’Enel che trasmette uno spot in cinque lingue dal 6 luglio al 27 settembre prossimi. E poi, a seguire, entreranno altri inserzionisti, tutti ovviamente coi requisiti minimi del caso. Quali? Difficile rispondere. Anche se, certamente, vi sarà una valutazione “etica” d’ogni spot: spetterà anzitutto all’agenzia esterna che la Santa Sede ha incaricata di raccogliere la pubblicità, la Mab.q, fare una scrematura («mettere dei paletti», hanno detto ieri nella conferenza stampa di presentazione della cosa) di quelle aziende o istituzioni adatte all’uopo. E, una volta che la stessa direzione della Radio Vaticana avrà dato il proprio benestare e all’azienda e allo spot, il contratto verrà stipulato.
«Non abbiamo mai detto che la pubblicità sia cattiva», ha spiegato ieri padre Federico Lombardi, direttore della Radio Vaticana e della sala stampa della Santa Sede. Eppure pare evidente come non sia soltanto per questa valutazione che degli spot potranno trovare spazio sulle frequenze della radio. È anche per un problema di budget: il bilancio annuale della radio è, infatti, di circa 20 milioni di euro. Una cifra enorme che, evidentemente, il Vaticano non riesce più a coprire in toto.
Dopo la discesa del Vaticano su youtube, dopo l’apertura del portale Pope2you, tocca ancora – ironia della sorte – a uno dei pontificati ritenuti (superficialmente) più sulla difensiva degli ultimi 50-60 anni, aprire a una svolta storica nel comparto della comunicazione, appunto la pubblicità in radio. Pubblicità che – ha detto Lombardi – lo stesso Benedetto XVI «ha accolto con disponibilità perché ha fiducia sul nostro senso di responsabilità». Pubblicità che, per dirla tutta, oramai ha invaso anche piazza San Pietro: le impalcature per l’imminente ristrutturazione del colonnato del Bernini saranno anch’esse ricoperte da pubblicità. E, pure qui, l’Enel avrà la sua parte.
Ai tempi di Pio XII e Giovanni XXIII, quando vi erano problemi economici rilevanti, si faceva cassa stampando edizioni limitate di francobolli e puntando sulle offerte dei fedeli. Oggi tutto questo non basta più e, per la prima volta, è la pubblicità a sbarcare all’interno delle sacre mura.

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Assemblea dei vescovi: Il quasi “no comment” di Crociata sul premier

Voleva essere semplicemente un «no comment» quello che il segretario generale della conferenza episcopale italiana, monsignor Mariano Crociata, avrebbe voluto pronunciare ieri quando i giornalisti, nella consueta conferenza stampa a margine dell’assemblea generale dei vescovi che si sta svolgendo in Vaticano in questi giorni, gli hanno chiesto un parere sulla «questione morale» e in particolare sulle vicende personali del premier Silvio Berlusconi in relazione ai casi “Noemi” e “Mills”.
E, invece, oltre al «nessun giudizio» pronunciato inizialmente, Crociata ha voluto dire qualcosa di più e spiegare come «ognuno ha la propria coscienza» e come non si possa «essere incuranti degli effetti che certi atteggiamenti producono e ciò vale a seconda della visibilità di ciascuno». Come a dire: non vogliamo dire ufficialmente nulla su Berlusconi e Noemi, ma le conseguenze di certe condotte del premier avranno inevitabilmente degli effetti coi quali occorrerà fare i conti.
Al di là delle parole in più pronunciate oltre a quel «nessun giudizio», il segretario generale della Cei ha fatto il suo nel comunicare una presa di distanza da qualsiasi commento di parte sulle vicende private del premier. Come una presa di distanza ha voluto offrirla intorno all’operato del governo: le parole di Bagnasco dell’altro ieri contenevano ineludibilmente una qualche critica sull’operato della maggioranza, ma – ha spiegato Crociata ieri – più che criticare il governo, la Cei intende semplicemente indicare i problemi e incoraggiare «a fare di più e meglio». Anche perché la Chiesa – è il senso dell’intervento di Crociata – non è un soggetto politico e non dà riconoscimenti a nessuno.
In parte Crociata è riuscito nel suo intento. Ma in parte no. Nel senso che ha evidenziato comunque un certo malumore di una consistente parte dei suoi confratelli sulle vicende private del premier e sull’operato del governo.
È vero: la Cei non vuole essere tirata per la giacchetta da nessuno schieramento politico. Ma che diversi presuli siano in questo momento parecchio critici soprattutto verso uno dei due schieramenti – quello che è al governo – è evidente. La critica, però, non è epocale. I rapporti col Vaticano viaggiano su binari sostanzialmente positivi: i rapporti tra Gianni Letta, Tarcisio Bertone e l’appartamento papale sono sempre cordiali e distesi. È più il malumore di certi vescovi italiani che l’attuale presidente della Cei, il cardinale e arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco, deve “governare”, facendo sì che le critiche, pur legittime, non vadano oltre il dovuto. Anche perché, ancora ieri, all’uscita della riunione mattutina dell’assemblea generale dei vescovi, non erano pochi coloro che ricordavano come «non si stava meglio quando si stava peggio». Ovvero: ben altri problemi c’erano quando al governo c’era l’ultimo Romano Prodi.

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Cala il feeling tra i vescovi e il Governo

Mai come questa volta l’assemblea generale dei vescovi italiani (serve, tra le alte cose, a fare il punto sulle principali sfide alle quali la Chiesa deve rispondere nel corso dei mesi a venire) aperta ieri pomeriggio in Vaticano da un lunga prolusione (15 cartelle dense) del cardinale Angelo Bagnasco (presidente della Cei e arcivescovo di Genova) cadeva in un momento così critico nei confronti dell’operato del governo “amico” guidato da Silvio Berlusconi.
Se col passato governo Prodi ci si era in qualche modo abituati a un continuo malumore da parte della Chiesa italiana nei confronti delle misure adottate (soprattutto sui temi etici e riguardanti la vita e la famiglia), con l’arrivo di Berlusconi sembravano che le tempeste fossero divenute improvvisamente bonaccia. E invece no. I nodi al pettine sono ancora tanti, molti ruotanti proprio attorno alle misure che il governo sta approntando per scioglierli: dalla crisi economica, all’immigrazione, dal problema educativo ai sempre delicati temi bioetici.
Gira e rigira, leggi e rileggi le quindici cartelle scritte da Bagnasco, infatti, vengono fuori parecchie problematiche in merito alle quali il presidente della Cei, sentita in questi giorni la voce di svariati “colleghi” in tutta Italia, ritiene che l’operato del governo non sia dei migliori. Quindi cartelle di una prolusione che, da quando è Bagnasco a capo dei vescovi, non si ricorda così puntuale sulle questioni attinenti l’azione del governo.
Su tutte la “questione economica” e la “questione immigrazione”. Partiamo dalla crisi: a ventiquattro ore dall’appello del Papa a Cassino che ha invitato a trovare «valide soluzioni alla crisi occupazionale», Bagnasco ha chiesto un «fisco più equo», che sappia farsi carico della «fascia dei precari». È entrato nel cuore della crisi e dell’azione del governo chiedendo «ammortizzatori sociali», che fin qui sono stati «davvero modesti». A fare le spese della crisi, infatti, sono soprattutto coloro che non hanno un reddito garantito e le famiglie.
È anche questo governo che deve ricordare come i «lavoratori non sono zavorra inutile». In troppe regioni d’Italia, infatti, anche nelle zone a più radicata tradizione industriale, viene azionata la leva occupazionale, «talora in tempi e modi alquanto sbrigativi, come si trattasse di alleggerire la nave di futile zavorra». In troppi, davvero in troppi, debbono conoscere «l’inquietudine della cassa integrazione, quando non del licenziamento». Sono soluzioni che «appesantiscono molto il tessuto sociale, allargando le disuguaglianze e riducendo la serenità di non poche comunità».
I vescovi, insomma, non è alle ragioni di coloro che intendono distribuire dosi d’ottimismo che si accodano. Anzi, le parole usate da Bagnasco testimoniano come il problema sia parecchio sentito dalla “classe dirigente” ecclesiastica: «La crisi – ha detto infatti Bagnasco – sta ora producendo i suoi effetti più deleteri sull’anello più debole della nostra popolazione».
L’altra stoccata viene riservata al ddl sicurezza messo in campo dal governo: le «significative correzioni» apportate – ha detto ancora Bagnasco – «non hanno superato tutti i punti di ambiguità» che erano contenuti nelle prime stesure del provvedimento. Certo, qui la posizione è meno dura di quella espressa recentemente da altri presuli e porporati: se da un parte ai respingimenti occorre sostituire una strategia di risposta più ampia e articolata – anzitutto migliorando le condizioni di vita nei paesi d’origine -, dall’altra parte occorre «mettere in chiaro diritti e doveri, senza prevedere sconti in nome di un malinteso multiculturalismo che in realtà è solo una giustapposizione tra etnie che non dialogano». Insomma: sì all’integrazione ma in un’ottica di legalità, dove tutti sappiano quali sono i loro diritti ma anche i loro doveri.
La battaglia sulle legge 40 non è ancora finita. Ieri, infatti, Bagnasco ha messo in guardia sul «rischio strisciante di eugenetica» che «potrebbe insinuarsi nel nostro costume a causa di interpretazioni della legge sulla fecondazione artificiale e aprire la strada verso un diritto giuridico a morire». «Il morire non può diventare un diritto che taluno invoca per sé o per altri», ha spiegato il porporato.
La questione lefebvriana è ormai alle spalle nel pontificato di Benedetto XVI. Eppure, Bagnasco ha voluto ribadire il suo «basta con il negazionismo», stigmatizzando in questo modo, senza citarle direttamente, le posizioni negazioniste sulla Shoah del vescovo lefebvriano Richard Williamson. La partita è comunque chiusa, come il recente viaggio del Papa in Terra Santa «ha definitivamente chiarito».

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Si apre a Roma lunedì l’assembela generale della Cei. Bagnasco detta la linea sull’immigrazione

La ricerca del giusto equilibrio. In sostanza una messa a punto per spiegare bene e senza sbavature i temi caldi che hanno percorso negli ultimi giorni gli interventi di presuli e personalità ecclesiastiche in tema d’immigrazione. Una recognitio perché le due parole per la Chiesa determinanti al fine di affrontare seriamente il problema – «integrazione» e «legalità» – vengano sviscerate come si deve: in una società interculturale le differenti culture interagiscono tra di loro, si accolgono e si ascoltano. Mentre è proprio d’una società multietnica il rischio dell’indifferenza. Ma l’accoglienza che è propria d’una società che vuole essere multiculturale – come l’Italia – non può che avvenire nel rispetto della legalità e, insieme, senza dimenticare il posto che il cattolicesimo ricopre all’interno della società italiana.
Oltre al tema all’ordine del giorno – ovvero la questione educativa – ci saranno anche questi concetti nella prolusione di lunedì mattina dell’arcivescovo di Genova e presidente della conferenza episcopale italiana, il cardinale Angelo Bagnasco, in apertura dei lavori dell’assemblea generale dei vescovi che si svolge in Vaticano. Una prolusione attesa dopo settimane in cui, un giorno sì e l’altro pure, presuli vaticani e illustri rappresentanti della Chiesa italiana, si sono succeduti nel ribadire con sempre maggiore convinzione il proprio “no” alle politiche per l’immigrazione messe in campo dall’attuale governo. “No” ai rimpatri. “No” ai respingimenti.
Il primo a intervenire, come sempre, è stato monsignor Agostino Marchetto, segretario in procinto di promozione (nel senso che presto lascerà la curia romana per altri lidi) del pontificio consiglio vaticano che si occupa della pastorale dei migranti e degli itineranti. Dopo di lui, ecco il cappello messo sull’argomento dal suo superiore, ovvero il presidente dello stesso dicastero monsignor Antonio Maria Vegliò. Come a dire: l’organo competente della Santa Sede in tema di immigrazione dice due volte “no” a Maroni e al governo.
Poi, ecco gli esponenti della Chiesa italiana. Essendo la questione nazionale, non poteva mancare la voce di chi, all’interno della conferenza episcopale, ricopre l’incarico di direttore dell’ufficio per la pastorale degli immigrati, padre Gianromano Gnesotto. Quindi, ecco le parole del segretario della commissione per le migrazioni, Domenico Sigalini, E, ancora, la voce di colui che presiede la commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace: il vescovo d’Ivrea Arrigo Miglio.
Tante opinioni, tutte d’un certo tipo, e tutte dai toni accesi. Non proprio – in parte sì ma non del tutto – come la condotta tenuta da Avvenire: pochi interventi all’insegna dell’«integrazione» che una società «interculturale» deve garantire a tutti a patto che ognuno rispetti la «legalità». Appunto la medesima linea che Bagnasco andrà a sviscerare lunedì.
Non tutti nella Chiesa italiana condividono le “sparate” contro il governo mosse dagli ecclesiastici. Il tema dell’immigrazione è sì importante, ma non è per tutti “il” tema sul quale mettere in campo una battaglia epocale. Anche perché la posizione della Chiesa sulla dignità della persona, sull’accoglienza da dare a chiunque, è nota. Piuttosto, meno noti (fuori dalla Chiesa) sono gli innumerevoli capo ufficio adibiti in Vaticano e nella Cei a parlare dell’argomento: davvero tanti. Come tanti sono, a volte, i protagonismi di coloro che li conducono. È un problema atavico quello del proliferare (in Vaticano come in Cei) di uffici adibiti a qualcosa. Forse è per questo proliferare che su ogni argomento c’è un qualcuno della Chiesa pronto a dire un qualcosa nonostante l’evidente rischio che ora questa ora quella parte politica usi le stesse dichiarazioni per i propri comodi.
L’assemblea dei vescovi che inizia dopo domani è un appuntamento importante. Sembra che il fronte ecclesiastico antagonista del governo in tema d’immigrazione sia pronto a dare un ulteriore prova di sé nel corso dell’assise. E, probabilmente, è anche per questo motivo che le parole di Bagnasco sono attese. A seconda dell’equilibrio che egli riuscirà a mostrare, farà capire ai vescovi come e in che modo certe cose vanno dette.

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