Ambasciatori “pro choice”. I dubbi del Vaticano sui candidati di Obama
9 aprile 2009 -
Mentre la Santa Sede continua con Barack Obama e la sua amministrazione la linea del «wait and see», mostrandosi però non particolarmente entusiasta di alcune prese di posizione di Washington – soprattutto la decisione di non limitare più i finanziamenti alle ricerche sulle cellule staminali embrionali – un intoppo diplomatico rischia di mettersi di traverso nei rapporti già delicati tra le due parti.
Il presidente americano, infatti, è alle prese con il nome di colui o colei che andrà a sostituire Mary Ann Glendon quale ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede. Ma la cosa sta subendo ritardi inaspettati. Lo ha scritto ieri anche il Washington Times: i nomi che la Casa Bianca ha avanzato nelle settimane scorse, infatti, non hanno ricevuto il pieno gradimento d’Oltretevere. La difficoltà maggiore risiede nel trovare una persona che sappia fare da ponte tra le istanze dei cattolici americani, il Vaticano e la Casa Bianca. Discriminanti sono le convinzioni sulle tematiche cosiddette «eticamente sensibili», a cominciare dall’aborto. È evidente, infatti, che un candidato dichiaratamente «pro choice» non possa essere ritenuto dalla Santa Sede quello giusto per rispondere allo scopo. Ma è altrettanto evidente che, tra i democrats, un candidato «pro life» sia difficile, se non impossibile, da trovare. Di qui l’impasse, acuito dal fatto che secondo la Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche stipulata nel 1961 la decisione ultima spetta al Vaticano che, senza dare spiegazioni, può rigettare la proposta americana.
Sostituire la bushiana e wojtyliana Glendon non è impresa facile per nessuno. Visiting professor alle pontificie università Gregoriana e Regina Apostolorum di Roma, divenne sotto il pontificato di Giovanni Paolo II capo della delegazione vaticana alla conferenza di Pechino sulle donne. E, poi, nel 2004, presidente della pontificia Accademia delle Scienze Sociali. Insomma, il profilo giusto per un posto così delicato. Non altrettanto giusto, invece, è per il Vaticano il profilo del “candidato principe” del presidente americano. Ovvero il professor Douglas Kmiec. Questi ha sostenuto la campagna elettorale di Obama. Si dichiara cattolico eppure è stato proprio il suo ultimo lavoro Can a catholic support him? a trovare tra le gerarchie della Chiesa cattolica americana giudizi parecchio negativi. La risposta di molti vescovi al libro di Kmiec, infatti, è stata la seguente: «No, un cattolico non può stare con Obama».
Washingotn spera comunque che tutto possa risolversi entro il vertice di luglio a Roma che seguirà i lavori del Forum del prossimo aprile dedicato a Washington all’energia e al clima delle economie più sviluppate. Se per luglio il Vaticano e la casa Bianca riusciranno anche a organizzare un incontro tra Obama e il Papa, a maggior ragione il nome del nuovo ambasciatore dovrà essere trovato.
Di qui a luglio, sul fronte americano, Obama avrà da affrontare un altro grattacapo di stampo cattolico. John Jenkins, infatti, il presidente della Notre Dame University di South Bend (Indiana) – ovvero la più importante università cattolica statunitense – ha invitato Obama per il “commencement speech” del prossimo 17 maggio. La cosa ha scandalizzato diversi studenti e professori. Per loro è inaccettabile che un presidente dichiaratamente «pro choice» venga invitato in università. Anche qui, insomma, le posizioni aperte di Obama sull’aborto e la ricerca di cellule staminali embrionali non vanno giù. Alla petizione per chiedere a Jenkins di ritirare l’invito hanno già aderito oltre cento mila persone e il numero pare destinato ad aumentare.
Due settimane fa, in una nota del presidente della conferenza episcopale americana nonché arcivescovo di Chicago, il cardinale Francis Eugene George, si leggeva «estremo imbarazzo» di fronte all’invito fatto dall’università a Obama, un segnale che fa luce su rapporti tesi e incomprensioni non risolte. Durissima anche la presa di posizione del vescovo John D’Arcy di Forth Wayne-South. Questi ha fatto sapere che non parteciperà alla cerimonia di laurea: «Il presidente Obama ha ribadito recentemente, e ora lo ha ribadito anche attraverso le sue decisioni politiche – ha detto il presule -, la sua riluttanza a considerare sacra la vita umana. Nel voler separare la politica dalla scienza, (il presidente) ha di fatto separato la scienza dall’etica e ha portato il governo americano, per la prima volta nella storia, a sostenere direttamente la distruzione di vite umane innocenti».
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8 aprile 2009
8 aprile 2009 -
Oggi udienza generale in piazza San Pietro. La gente arriva fino alle due fontane a fianco dell’obelisco centrale. Non oltre. C’è il sole. Gli occhiali di Benedetto XVI sembrano avere le lenti leggermente oscurate. Certo, non come quelle del segretario di Stato Tarcisio Bertone che quando c’è il sole divengono scure fino a coprire gli occhi. Il Papa legge su dei fogli A4 il testo della catechesi dedicata alla passione di Cristo. Cita Teodoreto di Ciro. Sovente alza lo sguardo e parla a braccio, senza tuttavia discostarsi dal testo scritto. Sembra conosca quanto deve dire a memoria. Guardandolo “recitare” la catechesi mi viene in mente che la stesura dei discorsi probabilmente occupa molto del suo tempo. Cerco di osservarlo bene in viso. Non sembra affaticato. Anche il sorriso, quando la gente applaude, non è tirato. La voce è squillante, più che altre volte. Mentre parla gesticola leggermente con la mano destra. Anche questo movimento è lineare. Alla fine saluta tutti. Annuncia una prossima visita in Abruzzo e sorride alzando più volte le braccia verso il cielo. Quindi si ritira. Inizia il triduo pasquale. L’arco delle Campane si chiude alle spalle del Pontefice. Papa Ratzinger s’immerge nel mistero.
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Immigrati
7 aprile 2009 -
Il Papa ne ha parlato durante l’Angelus di domenica. Si tratta del dramma degli immigrati che muoiono nella speranza d’una vita diversa. Su internet ho trovato questo video. Mi ha fatto pensare e ve lo offro.
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A Westminster un nuovo vescovo: un po’ “liberal” un po’ no
4 aprile 2009 -
È Stato un parto difficile per il Pontefice la scelta del successore del cardinale Cormac Murphy-O’Connor alla guida dell’arcidiocesi di Westminster. Nei giorni scorsi, un incontro con il prefetto della congregazione dei vescovi, il cardinale Giovanni Battista Re, ha risolto gli ultimi dubbi e la scelta è caduta sull’arcivescovo di Birmingham, Vincent Nichols. Nato a Crosby, arcidiocesi di Liverpool, da piccolo sognava di fare l’autotrasportatore, ma poi ha aderito alla chiamata al sacerdozio. In Vaticano in molti pensavano che Benedetto XVI avrebbe scelto l’ausiliare Bernard Longley, ma all’ultimo momento le cose sono cambiate.
Il 63enne Nichols, seppure presente nella terna presentata da Re a Ratzinger, non era il favorito di Murphy-O’Connor. Questi avrebbe preferito un vescovo più allineato alla sua visione di Chiesa. Una visione che venne appoggiata anni addietro anche da Nichols ma dalla quale l’arcivescovo di Birmingham seppe in qualche modo prendere le distanze in tempi recenti. Seppure non del tutto. Vediamo perché.
Nichols venne nominato vescovo ausiliare di Westminster nel 1992, il più giovane vescovo all’epoca. Nel 1996 giocò un ruolo importante nella preparazione del documento “Common Good” in cui i vescovi condannavano l’ideologia dell’avidità, un documento interpretato come un esplicito appoggio al New Labour. Per questo motivo Nichols venne giudicato “liberal” e l’appoggio al cosiddetto “Magic Circle” di Murphy-O’Connor (appunto a chi nella conferenza episcopale, dal 1996 in poi, ha promosso sistematicamente documenti e azioni di stampo sociale invece di privilegiare un azione a servizio dell’insegnamento cattolico) è un’etichetta dalla quale non è mai riuscito a distanziarsi del tutto.
Eppure Nichols è stato ben altro che un paladino del “Magic Circle”: ha preso ripetutamente posizioni trancianti sulle tematiche di bioetica. Nel 2006 difese il Papa accusato di aver coperto gli abusi sessuali dei preti statunitensi in un video sui preti pedofili in Usa mandato in onda dalla Bbc e successivamente in Italia da Annozero. Sempre contro la Bbc si è scagliato per una serie tv che “caricaturizzava” Benedetto XVI. E ancora, lottò duramente (con successo) contro una legge del Parlamento che riservava una quota specifica di non-credenti alle scuole confessionali e, inoltre, in difesa (qui senza successo) delle agenzie cattoliche per le adozioni e contro invece il “Sexual orientation regulations” che ammette l’adozione anche per coppie gay.
Sono tutte azioni giudicate positivamente anche dal Pontefice e che fanno credere che quanto dice di lui il suo portavoce, Peter Jennings, corrisponda al vero. Jennings lo descrive come un uomo di preghiera, ponderato nelle decisioni, e con un approccio al governo della diocesi di tipo collegiale. Gran lavoratore ma anche affabile nei rapporti interpersonali, sia nella cura dei suoi sacerdoti, sia verso i fedeli che incontra.
Eppure tutto poteva essere compromesso. Proprio in concomitanza con l’uscita della lettera del Papa di spiegazione della revoca della scomunica ai lefebvriani nella quale prometteva più attenzione nelle nomine e particolarmente più attenzione a quanto Internet pubblicava, alcuni siti web inglesi riportavano la notizia che Nichols, nella cappella dell’università cattolica di Birmingham, aveva autorizzato una celebrazione della Nascita di Maometto organizzata dalla Società Islamica d’Inghilterra. Insomma, nella cappella dove abitualmente viene celebrata la Messa, è andata in scena una celebrazione di tutt’altro genere.
Ma Nichols è fatto così. Non lo si può definire un presule “liberal” seppure, a volte, prenda scelte non propriamente di stampo conservatore. Di un certo tenore, invece, sono le scelte che Murphy O’Connor intende compiere ora che si trova in pensione. In particolare, la scelta di rispondere positivamente a un incarico offertogli direttamente dalla camera dei Lord – sarebbe il primo vescovo cattolico a farne parte dai tempi di Enrico VIII – viene giudicata in patria ma anche a Roma come una scelta in stile “liberal”.
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Troppe repressioni in terra di Cina. Il Papa abbandona la soft diplomacy
3 aprile 2009 -
La lunga e filantropica lettera che Benedetto XVI scrisse oramai quasi due anni fa (giugno 2007) ai cattolici cinesi stava iniziando a sortire gli effetti sperati. Seppure non fosse una lettera prettamente politica (i destinatari, appunto, erano i cattolici del Paese), aveva indicato tra le pieghe dei suoi venti capitoli un cambiamento di rotta “politico” ben preciso. Il Papa, per la prima volta, chiedeva alla Chiesa Patriottica, l’unica ufficialmente riconosciuta (voluta e istituita) dal governo, di collaborare con quella sotterranea e, quindi, seppure con le dovute cautele, di assoggettarsi all’autorità della Santa Sede. Un compito impervio visto il controllo che sulla Chiesa Patriottica esercita il regime. Un compito in parte attuato dai moltissimi vescovi patriottici i quali, nonostante il continuo indottrinamento subito da Pechino intorno all’ingerenza vaticana negli affari cinesi, da mesi sono in sostanziale comunione con Roma e con la Chiesa sotterranea.
L’unità tra Chiesa sotterranea e Chiesa Patriottica cementatasi a seguito della lettera papale non è andata giù al governo. Il quale ha reagito con l’atteggiamento di sempre e, nei giorni scorsi, con l’arresto del vescovo Giulio Jia Zhuigo. Un arresto che ha scosso la Santa Sede costringendola a indire (nei giorni scorsi in Vaticano) una sessione straordinaria della Commissione speciale sulla Cina.
La Commissione venne istituita da Benedetto XVI nel 2007. Prima dei giorni scorsi si era riunita una sola volta. Dal 30 marzo al primo aprile di quest’anno, ai lavori hanno partecipato vescovi cinesi (è stato reso noto l’elenco) e diversi capi dicastero della curia romana.
Il risultato è stato reso noto in un comunicato ufficiale della Santa Sede che, per la prima volta dall’uscita della lettera di Ratzinger, prende le distanze in modo deciso dall’operato di Pechino. Secondo la nota, infatti, l’arresto di Giulio Jia Zhuigo non rappresenta «un fatto isolato». «Purtroppo – si legge nel testo – anche altri ecclesiastici sono privati della libertà o sono sottoposti a indebite pressioni e limitazioni nelle loro attività pastorali».
La controffensiva vaticana è particolarmente significativa. Dice la nota che i lavori della Commissione si sono focalizzati sulla «formazione dei seminaristi e delle persone consacrate» e sulla «formazione permanente dei sacerdoti». Il messaggio indirizzato a Pechino è dunque chiaro: anche se il governo continua con le vessazioni contro i religiosi, il Vaticano insiste per offrire al Paese sacerdoti formati nel giusto modo, sacerdoti fedeli a Roma e che continuino il prezioso lavoro di evangelizzazione verso tutti i cinesi e di sostengo a tutti i cattolici residenti nel paese.
Spiega Bernardo Cervellera, direttore di Asianews, che «i circa 3 mila sacerdoti (ufficiali e sotterranei), gli oltre 1500 seminaristi (ufficiali e sotterranei), le oltre 5 mila suore e novizie (ufficiali e sotterranee) mancano spesso di formatori a causa delle persecuzioni passate e presenti». Hanno tutti «carenza di strumenti (pubblicazioni, contatti); soffrono di un dislivello grande fra sacerdoti anziani e giovani, mancando la generazione intermedia, corrispondente al periodo della Rivoluzione culturale (1966-1976), quando sono rimasti chiusi seminari, chiese e conventi. Più di tutto, hanno bisogno di aiuti per affrontare le nuove situazioni in cui vive la società: urbanesimo, consumismo, materialismo, migranti, ateismo scientista, ecc.».
Il Vaticano è a sostengo di questo piccolo “contingente religioso” che intende rivolgere le proprie attenzioni ed energie. Insieme, non mancherà di spingere questo contingente in avanti, verso un’azione missionaria che proprio nei posti del mondo dove la libertà religiosa è negata, come accade in Cina, vede sbocciare i suoi frutti migliori. Del resto, lo disse lo stesso Benedetto XVI nella lettera del 2007: «La Chiesa – scrisse il Papa – sempre e dovunque missionaria, è chiamata alla proclamazione e alla testimonianza del Vangelo. Anche la Chiesa in Cina deve sentire nel suo cuore l’ardore missionario del suo Fondatore e Maestro». Un programma che la Commissione dei giorni scorsi ha sostanzialmente confermato.
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News from Westminster and Toledo
3 aprile 2009 -
Arriveranno presto notizie da Westminster e Toledo. Vengono nominati i due nuovi vescovi. Si tratta di due sedi cruciali per la vita della Chiesa in Inghilterra e Spagna.
Fino a pochi giorni fa ero sicuro su chi sarebbero stati nominati successori di Cormac Murphy-O’Connor e Antonio Cañizares Llovera.
In Inghilterra ho anche “influenzato” in qualche modo il bravo Damian Thompson del Telegraph…
Ma dopo che il cardinale Giovanni Batista Re è passato dal Papa per discutere ancora una volta della cosa, non ho più certezze. Anche se temo due cose: a Londra verrà nominato un vescovo di continuità con la gestione passata, mentre a Toledo uno in perfetta discontinuità…
Così vanno le cose al di là del Tevere…
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Con il Pdl o in perfetta neutralità: il rovello della Chiesa ai tempi di Ratzinger
2 aprile 2009 -
Fa ancora discutere l’articolo dell’Osservatore Romano, quello che secondo voci autorevoli d’oltre Tevere potrebbe rappresentare una svolta nella modalità con la quale la Chiesa guarda la politica. Già, perché dopo gli anni di ruiniana equidistanza dalle parti politiche, l’Osservatore ha esplicitamente elogiato il Pdl affermando che, «appare, alla prova dei fatti, maggiormente in grado di esprimere i valori comuni della popolazione italiana, tra i quali quelli cattolici costituiscono una parte non secondaria».
Finita la Dc, viene accantonata anche l’era del presenzialismo a destra come a sinistra, in favore di un Pdl che assomiglia sempre più alla Cdu di stampo tedesco.
Le cose stanno davvero così? Non secondo Ernesto Galli Della Loggia, per il quale «chi non fa non falla». Sarebbe a dire? «Semplice: l’Osservatore di Gian Maria Vian – spiega al Riformista Galli Della Loggia – è un giornale vero. E gli è capitato ciò che accade ai giornali veri: di spingere troppo in una direzione. Ma non credo assolutamente che ciò segni la fine della neutralità della Chiesa rispetto alla politica. Anche perché alla Chiesa e al Vaticano la neutralità conviene».
Secondo il portavoce di Scienza & Vita nonché direttore del portale piùvoce.net, Domenico Delle Foglie, queste «poche righe di giudizio» in effetti «sono state sufficienti per far sorgere la domanda più facile: il Vaticano si schiera con Berlusconi e con il suo Pdl?». «Domanda legittima – spiega -, alla quale però non serve rispondere, perché la risposta giusta sta altrove, e certamente fuori dagli schemi di schieramento di questa o quella istituzione, pur autorevolissima». Cioè? «La risposta, ai tempi del bipolarismo è molto più semplice: il voto dei credenti, di qualunque specie, è come il voto di tutti gli altri cittadini. Ovvero, è un voto contendibile, libero e non controllabile, pesante quanto quello di tutti gli altri elettori. Se poi conti di più la risposta delle singole forze politiche sui temi della famiglia o della pace, della vita o della giustizia, della libertà di educazione o della tutela del lavoro, è tutta un’altra storia. Che affidiamo volentieri agli analisti politici. Ma un sospetto, anzi qualcosa di molto di più di un sospetto noi ce l’abbiamo».
Per Luca Diotallevi, docente di sociologia e voce molto ascoltata in Cei, «l’articolo è una novità». In che senso? «Nel senso che compie un’opera che potremmo chiamare di sana secolarizzazione dell’analisi politica. Che significa: valutazione “politica della politica”. Ciò non implica in alcun modo esclusione dei valori in questo caso cristiani come criterio di analisi, ma esclusione di un uso improprio, deduttivo o ideologico, dei valori stessi. A me pare questo articolo presenti la situazione dell’offerta politica presente in Italia in questo momento così come è, letta da un osservatore che faccia attenzione anche ai criteri di fede. Analisi “politica della politica” significa anche non contaminazione della valutazione della politiche di un governo o di un partito con la valutazione – sempre legittima ma eterogenea – della vita privata dei leader politici. Oggi l’elettore, e non solo l’elettore credente, si trova da un lato una proposta di governo relativamente coesa e caratterizzata da certi contenuti. L’articolista dell’Osservatore compara questa offerta con ciò che si trova dall’altra parte. In questa prospettiva, l’articolo invece che fare scandalo deve essere apprezzato come un contributo analitico. Naturalmente esso esprime un’evoluzione nell’analisi politica dell’ora, la quale, per le stesse ragioni, oggi dà un risultato e domani potrebbe dare un risultato opposto».
Stefano Ceccanti è scettico sul fatto che Ratzinger, quando pensa alla rappresentanza cattolica nella politica italiana, pensi a qualcosa in stile Cdu tedesca. Anche perché – dice – se il Papa pensa al modello tedesco per sganciarsi dalla linea dell’equidistanza tenuta dalla Chiesa italiana dalla fine della Dc in poi, occorrerebbe ricordare che «il modello tedesco è l’equidistanza, non l’unità politica».
Dice, infine, Carlo Costalli (Mcl): «Non c’è dubbio che sempre un numero maggiore di cattolici guardi al Pdl, anche se non mancano pure in quel partito evidenti contraddizioni a partire dal presidente della Camera Fini. È vero che la Chiesa non fa scelte politiche ma giudica i fatti, ma l’approvazione della legge sul fine vita è un fatto (positivo), come è un fatto la posizione espressa su questo dal Pd. È anche un fatto che a molti cattolici piace il modello tedesco che ha nell’economia sociale di mercato un esempio da seguire».
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Il Pdl come la Cdu: il modello tedesco piace oltre Tevere
1 aprile 2009 -
Non era ancora successo che l’Osservatore Romano rendesse esplicito il proprio appoggio al Pdl. È capitato nell’edizione dell’altroieri e la cosa è deflagrata ben oltre le mura vaticane. Ha colpito le gerarchie e la base della Chiesa italiana, fino agli ambienti politici più direttamente coinvolti nella cosa: su tutti i cattolici dell’Udc e quel che rimane di cattolico nel Pd.
Il nuovo Pdl è il partito «maggiormente in grado di esprimere i valori comuni italiani, tra i quali quelli cattolici sono una parte non secondaria», scrive il giornale vaticano. Parole che segnano uno spartiacque col passato, innanzitutto con gli anni di ruiniana memoria dove – per volere dell’allora presidente della Cei – ciò che contava maggiormente dopo la fine della Dc era l’equidistanza dai partiti, ovvero la presenza di cattolici in tutti gli schieramenti in modo da avere la massima rappresentanza qualsiasi cosa dovesse accadere.
Benedetto XVI non segue direttamente le vicende italiane. Di queste è informato principalmente dal segretario di Stato Tarcisio Bertone. E sul “giornale di idee” che è l’Osservatore di Gian Maria Vian non si può dire che sia direttamente il pensiero del Pontefice a essere espresso. Né era lecito dire ieri che l’appoggio al Pdl era la nuova linea del Vaticano sulle vicende nazionali. Eppure, l’articolo resta significativo perché, appunto, qualcosa di diverso rispetto al passato la dice e perché l’Osservatore, seppure meno legato d’un tempo alla mera ufficialità, è pur sempre l’unico quotidiano edito oltre il Tevere.
Ratzinger quando pensa alla rappresentanza cattolica in politica pensa, come è logico che sia, al modello tedesco. Quel modello in cui i cattolici sono in una parte ben precisa dello scacchiere, nella Cdu. Ed è in qualche modo una Cdu italiana che Ratzinger ha in mente quando immagina dove i cattolici dovrebbero stare, una Cdu che oggi in Italia non trova altra cosa che le rassomigli meglio del Pdl.
Il cardinale Camillo Ruini aveva un’altra idea. E un’altra idea ce l’hanno molti vescovi italiani e molti movimenti cattolici. Perché il rischio – fa notare al Riformista un prelato che intende rimanere anonimo – è che abbandonando la linea dell’equidistanza dai partiti, finché c’è Berlusconi al governo va tutto bene. Ma nel momento in cui anche in Italia arriva «uno come Zapatero, si rischia di non contare più nulla, d’essere considerati meno di zero».
Forse, oggi, il successore di Ruini in Cei, il cardinale Angelo Bagnasco, è meno deciso del suo predecessore nel portare avanti la linea intrapresa dalla fine della Dc in poi. Lo testimoniano le parole che ieri ha detto in merito all’articolo uscito sull’Osservatore monsignor Mariano Crociata, segretario generale dei vescovi italiani. Questi – oltre ad annunciare l’istituzione con l’Abi di un fondo di garanzia da circa 30 milioni di euro per le famiglie povere e oltre a dedicare parole dure nei confronti del rischio d’uno «Stato etico» paventato da Gianfranco Fini – ha sostenuto che «la Chiesa non sposa nessuna parte politica». E ancora: «Questa valutazione fatta dall’Osservatore non cambia la posizione della Chiesa in Italia» la quale guarda i fatti e valuta «volta per volta ciò che viene deciso e operato».
Già, eppure sono proprio queste parole a evidenziare come la posizione espressa dall’Osservatore abbia toccato un nervo scoperto: nella Chiesa c’è chi è per l’equidistanza dai partiti e chi invece ritiene che qualcuno che «maggiormente» sappia «esprimere i valori comuni italiani» esista.
Ieri Pierferdinando Casini si è attaccato alle parole di Crociata: «La Cei – ha detto – ha chiarito che la Chiesa non fa scelte politiche ma giudica i fatti». Eppure la presa di posizione dell’Osservatore resta e, di qui in avanti, avrà un peso. Quanto all’Udc e all’ipotesi di un terzo polo, forse è soltanto un caso, ma da qualche mese a questa parte si nota una certa indifferenza da parte di Avvenire. Un’indifferenza che, nelle ultime settimane, è stata interrotta soltanto quando Berlusconi, prima del congresso, ha detto che il suo «sogno» è che l’Udc faccia parte del Pdl. Il giorno dopo Avvenire riportava la dichiarazione con un titolo a tutta pagina. A conti fatti, si tratta soltanto di un piccolo segnale. Che, tuttavia, se sommato alle parole dell’Osservatore, sembra indicare anch’esso che una svolta è in atto.
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