Conferenza sul razzismo. Il Vaticano condanna Ahmadinejad e conferma d’aver preso la decisione giusta a partecipare

Dopo le varie problematiche a livello di governo e di comunicazione delle ultime settimane (su tutte la dirompente questione Richard Williamson) gli uomini di Ratzinger evidenziano di aver capito la lezione e nelle ultime ore offrono in pasto ai media e all’opinione pubblica l’immagine di un gruppo solido e finalmente compattato in difesa del Pontefice.
L’ultima dimostrazione viene da monsignor Silvano Maria Tomasi, osservatore permanente presso le Nazioni Unite, e inviato dalla Santa Sede a Ginevra. Questi, con tempismo, difende ai microfoni della Radio Vaticana la scelta del Papa di far sì che il Vaticano ci sia a Ginevra: «La Santa Sede – spiega – non è legata a nessuna posizione politica di carattere immediato, va direttamente al cuore del problema, che è un problema umano di grande importanza». Secondo Tomasi non è tanto la presenza vaticana che deve stupire. Piuttosto è «l’assenza di alcuni paesi a creare un po’ di disagio, nel senso che non si capisce bene, dopo che l’ultimo negoziato ha eliminato dalla proposta di documento i punti che erano stati sollevati». In particolare c’è la questione dell’antisemitismo: «In questo documento – dice Tomasi – viene riaffermato che bisogna combattere ogni forma di antisemitismo, di islamofobia e di cristianofobia», inoltre si fa «una menzione esplicita dell’Olocausto, che non si deve dimenticare».
Da Tomasi al portavoce vaticano padre Federico Lombardi. Questi ha condannato le parole di ieri di Ahmadinejad. Per lui, inoltre, il documento in discussione come è stato modificato può essere considerato «accettabile». Non solo: dal testo «sono stati tolti tutti gli elementi che davano luogo a principali obiezioni».
La questione è semplice: per la Santa Sede è più utile esserci che non esserci. Anche perché lo scopo dell’esserci è uno: dare il proprio contributo affinché il razzismo, in tutte le sue manifestazioni, venga combattuto. E quanto alle critiche piovute da parte del mondo ebraico la linea che il Vaticano intende seguire è chiara: dalla prima dichiarazione di Durban del 2001, dove si parlava di discriminazione israeliana contro i palestinesi, ne è passata di acqua sotto i ponti e, soprattutto, si sono recepite posizioni di forte condanna dell’antisemitismo. E poi ci sono i cristiani. In diverse parti del mondo, infatti, sono gli stessi cristiani a subire pesanti discriminazioni: «Si parla addirittura – dice Tomasi – di 200 milioni di cristiani di tutte le confessioni che si trovano in situazioni precarie o in situazioni di discriminazione».
Significativa è anche la difesa del Papa che viene da due ambasciatori le cui voci hanno un peso importante: il nunzio apostolico in Israele, Antonio Franco, e colei che è ancora l’ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede, ovvero Mary Ann Glendon. Entrambi non si riferiscono direttamente a “Durban II”, ma il contenuto di quanto dicono è da annotare proprio a motivo delle polemiche intorno alla presenza del Vaticano a Ginevra. Il primo semplicemente ribadisce che «la Shoah è qualcosa che non può essere messa in discussione in alcuna maniera». Mentre la Glendon vuole sottolineare come grazie all’autorevolezza di Benedetto XVI, «oggi la voce della Santa Sede è una delle più rispettate, persino forse la voce più rispettata alle Nazioni Unite».
A conti fatti, sembra che quanto avvenuto settimana scorsa abbia fatto scuola. Cosa? È stato il responsabile della sezione esteri della segreteria di Stato, il francese monsignor Dominique Mamberti, che settimana scorsa si è reso protagonista di un gesto di grande coraggio molto apprezzato innanzitutto dentro le sacre mura: la difesa del Papa contro il Belgio reo di aver voluto sancire, tramite una risoluzione parlamentare, la condanna per le parole che Ratzinger disse prima di partire per l’Africa sull’utilizzo dei profilattici in chiave anti-aids. Una difesa oggi “imitata”.
Infine il Times. Non c’entra con Durban ma la smentita che ieri padre Lombardi fa al Times è significativa. Nel suo piccolo, è anch’essa una testimonianza che una qualche svolta, dopo gli attacchi subiti nelle scorse settimane, la si vuole dare. Cosa è successo? Ieri il Times scrive che, quando lunedì prossimo il principe Carlo d’Inghilterra e sua moglie Camilla andranno in udienza dal Papa, riceveranno un regalo che ricorda al principe le origini della divisione tra cattolici e anglicani e, dunque, la posizione vaticana sul divorzio. Ovvero una copia dell’appello che nel 1530 i lord fecero a Clemente VII per chiedere l’annullamento del matrimonio di re Enrico VIII e Caterina di Aragona. Lombardi definisce la notizia «completamente falsa e senza alcuna base di fatto».

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Da non perdere: Rinnovamento e non rottura. Il catechismo di San Pio X introdotto da Maranatha.it

Maranatha.it, sito web di preghiera e contemplazione, ripropone il Compendio di San Pio X al catechismo di San Pio V. Per anni, fino al 1992 (quando uscì il “Catechismo della Chiesa cattolica”), era l’unico testo ufficiale adottato nella Chiesa.
Riproporre testi del passato non è “tradizionalismo” o “conservatorismo”. Non è voler contrapporre una Chiesa del passato a una Chiesa del presente. Chi fa questa distinzione diviene lui, inevitabilmente, settario e violento.
Del resto, lo disse pure Joseph Ratzinger. In un’intervista uscita su Avvenire il 27 aprile del 2003, il cardinale Ratzinger dichiarò: “La fede come tale è sempre identica. Quindi anche il Catechismo di San Pio X conserva sempre il suo valore. Può cambiare invece il modo di trasmettere i contenuti della fede. E quindi ci si può chiedere se il Catechismo di San Pio X possa in questo senso essere considerato ancora valido oggi. Credo che il Compendio che stiamo preparando possa rispondere al meglio alle esigenze di oggi. Ma questo non esclude che ci possano essere persone o gruppi di persone che si sentano più a loro agio col Catechismo di San Pio X. Non bisogna dimenticare che quel Catechismo derivava da un testo che era stato preparato dallo stesso Papa quando era vescovo di Mantova. Si trattava di un testo frutto dell’esperienza catechistica personale di Giuseppe Sarto e che aveva le caratteristiche di semplicità di esposizione e di profondità di contenuti. Anche per questo il Catechismo di San Pio X potrà avere anche in futuro, degli amici”.
QUI trovate il Compendio di San Pio X e anche l’introduzione inedita a opera di Maranatha.it. L’autore di questa introduzione è anonimo. Ma il testo è tutto da leggere. Da non perdere, appunto.


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Sacre reazioni: il Vaticano bacchetta il Belgio e sceglie un nuovo “ministro” della Salute (al posto di Barragàn il polacco Zimowski)

Sono due le notizie importanti che vengono in queste ore dalla Santa Sede. Due notizie che, per una coincidenza non voluta, hanno a che fare entrambe con il tema della salute. E cioè riguardano le parole del Papa dedicate all’uso dei profilattici in chiave anti-aids e, insieme, quel ministero che, nella Santa Sede, si occupa della pastorale della salute e, dunque, anche del problema aids e delle soluzioni che la Chiesa indica per affrontarlo.
La prima notizia arriva dalla segreteria di Stato: dopo le critiche piovute da svariate cancellerie d’Europa contro le parole negative che Benedetto XVI ha pronunciato prima di partire per l’Africa a proposito dell’utilizzo dei profilattici per prevenire l’aids, la diplomazia della Santa Sede ha deciso di reagire. E al Belgio che, a differenza degli altri paesi, è stato l’unico ad aver espresso attraverso una risoluzione parlamentare un atto concreto di risposta al Pontefice, la seconda sezione della segreteria di Stato ha voluto inviare ieri una nota pubblica nella quale si dice che contro il Papa vi sono state «intimidazioni». E ancora: le sue parole sono state «troncate e isolate dal contesto» e usate «da alcuni gruppi con un chiaro intento intimidatorio».
La segreteria di Stato è uscita con una nota ufficiale solo dopo un incontro avvenuto nei giorni scorsi tra il responsabile della “sezione esteri”, il francese monsignor Dominique Mamberti, e l’ambasciatore del Belgio. All’ordine del giorno, ovviamente, c’era la risoluzione di critica al Papa votata dalla Camera dei rappresentanti del paese.
Il Vaticano, dopo settimane tese quanto a relazioni diplomatiche a motivo delle critiche seguite alla revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani (tra questi il negazionista quanto alla Shoah Richard Williamson) era entrato in una nuovo periodo difficile proprio a causa di altre critiche piovute sulla questione dei condom. Ma ancora non aveva reagito ufficialmente. Nella nota diramata ieri, invece, si «prende atto con rammarico» della risoluzione belga, un passo definito «inconsueto nelle relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e – appunto – il Regno del Belgio». In sostanza, per la Santa Sede le «considerazioni di ordine morale sviluppate dal Papa» non sono state capite dall’Europa, a differenza invece di quanto hanno fatto «gli africani e i veri amici dell’Africa» nonchè «alcuni membri della comunità scientifica».
Cosa c’era da capire? Una cosa: il Papa voleva semplicemente dire che la soluzione per combattere l’aids non è da ricercare nei preservativi, quanto nell’umanizzazione della sessualità e in una autentica amicizia e disponibilità nei confronti delle persone sofferenti, due indicazione che la Chiesa ha sempre preso sul serio: senza tale dimensione morale ed educativa la battaglia contro l’aids non può essere vinta.
Ieri, anche l’Osservatore Romano non ha mancato di dire che «sono state poche le voci che hanno cercato di andare oltre il facile pregiudizio nella polemica sollevata dai mezzi di comunicazione, soprattutto occidentali, per le parole di Benedetto XVI circa la lotta all’aids nel continente africano».
La seconda importante notizia viene anch’essa da dentro le mura vaticane e riguarda il “ministro” incaricato in Vaticano di curare la pastorale della Salute. Secondo quanto apprende il Riformista, infatti, nelle prossime ore Benedetto XVI manderà in pensione il 76enne cardinale messicano Javier Lozano Barragàn. Questi, in passato, si era espresso più volte in difesa della posizione del Papa sui condom. E il fatto che lasci proprio poche ore dopo la dura presa di posizione della Santa Sede su un tema connesso al suo ministero è soltanto una coincidenza. Ma è una coincidenza da annotare.
Al posto del cardinale messicano arriva un vescovo polacco: è il 60enne monsignor Zygmunt Zimowski che nel 2002 Giovanni Paolo II nominò vescovo di Radom, (Polonia). Benedetto XVI conosce bene Zimowski e di lui si fida. Dal 1983 al 2002, infatti, il presule ha lavorato con Ratzinger alla congregazione per la Dottrina della fede. Sacerdote dal 1973, ha conseguito il dottorato in Austria, alla Facoltà Teologica di Innsbruck. Vescovo dotato di ottime conoscenze nel campo della morale, ha nel proprio bagaglio un’innata riservatezza la quale, senz’altro, gli gioverà in una gestione che, quanto a rapporto coi media, in molti oltre il Tevere auspicano sia nel segno della morigeratezza.
Non si sa se e quando Benedetto XVI indirà un nuovo concistoro. Ciò che è certo è che, quando avverrà, toccherà anche a Zimowski accedere alla berretta cardinalizia. In qualità di presidente del pontificio consiglio per la pastorale della Salute, infatti, gli spetta praticamente di diritto.
Con Zimowski sono tre i porporati polacchi all’interno di posti di prestigio della curia romana. Segno che finita l’era di Karol Wojtyla, l’onda dei polacchi a Roma è tutt’altro dall’essersi esaurita. Gli altri due sono il cardinale Zenon Grocholewski, prefetto della congregazione per l’Educazione cattolica, e il cardinale Stanisław Ryłko, presidente del pontificio consiglio per i Laici. Tre nomi di peso, dunque, che per il momento bloccano le porte di Roma a un altro polacco tempo addietro indicato come candidato d’un posto in Vaticano: l’attuale nunzio apostolico a Varsavia, l’arcivescovo Jozef Kowalczyk.

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L’insediamento di Timothy Dolan è una giornata double face

Il giorno dell’insediamento di Timothy Dolan, 59enne ex arcivescovo di Milwaukee (Wisconsin), sulla cattedra di New York è stato double face. Prima l’omelia in una gremita cattedrale di San Patrizio dove, davanti alle autorità della città e ai suoi media, Dolan ha elogiato tra gli applausi la figura dell’arcivescovo Fulton John Sheen (1895 – 1979), vescovo ausiliare di Nuova York, poi vescovo di Rochester, tra i primi a utilizzare la televisione per diffondere il credo cattolico. Una figura mitica nel panorama ecclesiastico americano, una figura alla quale, evidentemente, il telegenico e televisivo Dolan intende ispirarsi: Sheen, ha detto «è per me un eroe». Poi la conferenza stampa d’inizio mandato, l’occasione per dire altro. Innanzitutto per far capire come, su certe tematiche, egli non intenda negoziare. Reciproco ascolto sì, tentennamenti no.
L’omelia ha avuto un momento di standing ovation. Circa a metà del suo parlare, Dolan ha detto cosa egli desidera sia la sua Chiesa: come una «mamma d’orso» che «reagisce quando i suoi cuccioli sono in pericolo». Parole riferite alla necessità che la Chiesa difenda la vita. Dolan non ha mai citato la parola «aborto» né la parola «eutanasia», ma ha detto che è la vita dei bimbi nascenti e la vita di coloro che stanno morendo che va sempre salvaguardata. Un indirizzo chiaro, dunque, reso esplicito da uno dei pulpiti di maggior peso e prestigio degli interi States.
L’appuntamento con la stampa è stato particolarmente caldo. Qui il nuovo arcivescovo della Grande Mela ha ripreso quanto già aveva detto ventiquattro ore prima in un’intervista televisiva. Il presule non ha lesinato affondi su svariate tematiche, affondi che senz’altro non saranno passati inosservati dalle parti della Casa Bianca ma anche dalle parti di Albany, la città sede dello Stato di New York.
Innanzitutto l’equiparazione delle unioni tra gay al matrimonio. Dolan ha sì spiegato che è corretto difendere i diritti degli omosessuali, ma ha anche detto che intende adoperarsi per far sì che le coppie gay non vengano equiparate al matrimonio. Parole importanti per uno Stato, quello di New York, il cui governatore David Paterson si appresta a presentare alla camera bassa il prossimo giovedì un piano per inserire una norma che legalizzi le coppie dello stesso sesso. Nel 2007 era stato Eliot Spitzer a tentare d’introdurre la stessa norma: la sua richiesta venne bloccata in Senato. Se la norma Paterson passasse, lo Stato nordamericano sarebbe il quinto a legalizzare i matrimoni omosessuali.
Su Notre Dame, Dolan ha le idee chiare. L’invito fatto dalla più importante università cattolica americana a Obama per il commencement speech del prossimo 17 maggio, l’arcivescovo di New York l’ha voluto definire «a big mistake». Non tanto per l’invito in sé, quanto per le onorificenze che l’università intende offrire al presidente. Su nove presidenti, soltanto sei ricevettero in passato delle onorificenze. Implicito che per Dolan, il «pro choice» quanto all’aborto Obama non dovrebbe essere trattato come questi sei. Bensì come i tre predecessori che di onorificenze non ne hanno ricevute.
La vicenda di Notre Dame ha provocato la reazione stizzita di tanti “colleghi” di Dolan i quali, da diverse sedi vescovili americane, hanno dichiarato di voler disertare la cerimonia. A conti fatti, un danno d’immagine notevole per Obama. Acuito dalle voci insistenti da settimane intorno alle difficoltà (vere) di Washington a trovare un degno sostituto dell’ambasciatore Usa presso la Santa Sede Mary Ann Glendon.

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Bagnasco va in Abruzzo per spiegare come si fa (con l’otto per mille)

Oltre che per portare diretto conforto alla popolazione abruzzese, l’arrivo ieri all’Aquila del presidente della conferenza episcopale italiana, il cardinale Angelo Bagnasco, è servito anche per “aggiornare” la cifra dello stanziamento che la Chiesa ha deciso di “girare” ai terremotati (da tre milioni di euro si è passati a cinque) e, quindi, per prevenire l’evolversi di polemiche peraltro già vive attorno all’otto per mille. Polemiche montate anche a causa di dichiarazioni in merito pervenute dal mondo politico, soprattutto da parte dei radicali italiani secondo i quali l’otto per mille potrebbe essere devoluto in toto all’Abruzzo.
Seppure non direttamente in risposta a queste ipotesi, l’arrivo e soprattutto le parole di Bagnasco di ieri hanno manifestato due cose: la Chiesa vuole dare ma, nello stesso tempo, non intende farsi dettare da terzi la misura del proprio impegno.
Secondo i radicali l’otto per mille, che «ammonta a un miliardo circa di euro», può essere utilizzato benissimo per la ricostruzione dell’Abruzzo. In sostanza, se all’obolo che una parte di contribuenti italiani destina alla Chiesa cattolica tramite l’otto per mille si somma anche quella parte di contributi che, non assegnata, viene equamente distribuita fra gli aventi diritto dello stesso otto per mille (tra questi, dunque, anche la Chiesa cattolica), viene fuori un gruzzolo notevole che, dicono diversi esponenti politici, da solo potrebbe risolverebbe svariati problemi ai terremotati.
Di per sé, dunque, è vero: il bottino di un anno di otto per mille non è cosa da poco. Ma è anche vero che, stando a quanto ha detto ieri Bagnasco, il contributo che la Chiesa già dà all’Abruzzo è ragguardevole. La Cei, infatti, ha promosso l’istituzione di un fondo nazionale per potere permettere interventi di sostegno e di accompagnamento oltre l’emergenza immediata. E a un primo stanziamento di tre milioni di euro erogato tramite Caritas Italiana e annunciato già nei giorni scorsi, se ne è aggiunto un secondo di altri due milioni di euro. Quest’ultimo servirà per la realizzazione di un centro di prima accoglienza e per la Caritas aquilana la cui sede è andata completamente distrutta. Quindi, in totale, il contributo della Chiesa ammonta a cinque milioni di euro.
Ma, come ha detto sempre ieri lo stesso presidente della Cei, ulteriori contributi potranno venire proprio dall’otto per mille: esiste già da tempo – ha detto Bagnasco – «un capitolo specifico relativo alle calamità naturali in Italia e, dunque, è evidente e prevedibile che ci saranno altri sostegni derivanti dall’otto per mille destinati all’Abruzzo». Certo, Bagnasco ha parlato di «altri sostegni derivanti dall’otto per mille» ma non certo di tutta la somma che, grazie allo stesso otto per mille, la Chiesa raccoglierà dopo la presentazione delle dichiarazioni dei redditi relative al 2008.
Altra iniziativa della Chiesa italiana è la colletta nazionale: nell’immediato, infatti, arriveranno soldi anche da una colletta nazionale che la Cei ha voluto programmare per domenica prossima all’interno di tutte le parrocchie italiane. Il ricavato verrà devoluto subito e interamente alle popolazioni terremotate.
L’annuncio di Bagnasco dei due milioni di euro in più offerti all’Abruzzo è stato ripreso anche nell’edizione odierna dell’Osservatore Romano, a indicare anche da parte vaticana la volontà d’insistere, al di là delle polemiche, su quanto la Chiesa italiana sta già facendo. Qualcosa, tra l’altro, ha già fatto anche Benedetto XVI: in attesa di un suo arrivo in Abruzzo, papa Ratzinger ha fatto giungere all’arcivescovo dell’Aquila monsignor Giuseppe Molinari un’offerta in danaro per sostenere le prime necessità del dopo-sisma.
Sempre ieri, altre parole relative ai soldi offerti dalla Chiesa sono arrivate anche dallo stesso bollettino dei vescovi italiani, il Sir. Anche qui si sottolinea l’intervento della Chiesa: «È una solidarietà viva, spontanea, profonda, radicata, che percorre tutto il tessuto sociale. L’Italia tutta ne sta facendo la prova e la Chiesa ancora una volta se ne è fatta interprete».

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I dolori vaticani del giovane Obama

Oggi ho scritto per piuvoce.net, il portale diretto da Mimmo Delle Foglie. È un pezzo su Obama e questione ambasciatori. Buona lettura, Paolo

Una cosa è certa: il prossimo luglio il presidente americano Barack Obama sarà in Sardegna per partecipare al vertice del G8. Ciò che è ancora del tutto incerto, invece, è se, in occasione del suo arrivo in Italia, incontrerà il Pontefice. Nelle scorse settimane era stato il gesuita Thomas J. Reese all’interno di “In Mezz’ora” di Lucia Annunziata, a dire che i due – Obama e Benedetto XVI – si sarebbero incontrati presto. Ma il portavoce vaticano padre Federco Lombardi aveva subito smentito dicendo che ancora non c’era stato nessun contatto in merito. Anche perché, disse Lombardi, prima occorre che gli Stati Uniti trovino un sostituto a Mary Ann Glendon, la “bushiana” e “wojtyliana” ambasciatrice Usa presso la Santa Sede.
Facile a dirsi, difficile a realizzarsi. A oggi Barack Obama non è ancora riuscito nell’impresa. Ovvero non è riuscito a trovare un nome che sia di gradimento alla Santa Sede. Infatti, secondo la Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche stipulata nel 1961, la decisione ultima spetta al Vaticano che, senza dare spiegazioni, può rigettare la proposta americana.
Quale l’impasse? Perché tanta difficoltà? Secondo le notizie che arrivano da Washington, la Casa Bianca ha fatto dei nomi, ha avanzato delle proposte, ma queste sono state tutte giudicate non all’altezza innanzitutto dai vescovi americani e, di riflesso, dal Vaticano. Dopo le critiche piovute sull’amministrazione Obama per le sue scelte in favore dell’aborto e dell’uso delle staminali embrionali, ecco l’impasse sull’ambasciatore. Il motivo è attinente alle tematiche cosiddette “eticamente sensibili”, in particolare alla posizione «pro choice» sull’aborto dei candidati. Tra questi ci sono Caroline Kennedy (figlia del presidente John) e Douglas Kmiec, cattolico del Partito democratico che ha lavorato per Obama e ha pubblicato un libro (Can a catholic support him?) nel quale spiega perché i cattolici avrebbero potuto sostenere Obama.
È da quando Obama è al potere che tra lui e i vescovi americani, prima ancora che tra il Vaticano e Obama, è in corso un braccio di ferro. Tutto è iniziato con la decisione di Washington di non limitare più i finanziamenti alle ricerche sulle cellule staminali embrionali, è proseguito con la decisione annunciata dal portavoce del dipartimento di Stato americano, Robert Wood, di voler sostenere ufficialmente una dichiarazione dell’Onu che chiede la depenalizzazione mondiale dell’omosessualità, ed è terminato con la decisione di ripristinare i finanziamenti statali alle Organizzazioni non governative favorevoli all’aborto. E, come se non bastasse, ad acuire i rapporti, ci si è messo anche John Jenkins, il presidente della Notre Dame University di South Bend (Indiana), ovvero la più importante università cattolica statunitense. Questi ha pensato di invitare Obama per il “commencement speech” del prossimo 17 maggio. E la cosa, proprio per la posizione «pro choice» di Obama, non è piaciuta ai vescovi, ai docenti cattolici dello stesso ateneo e pure a oltre centomila cittadini che hanno firmato una petizione per chiedere a Jenkins di ritirare l’invito.
Con queste premesse, la scelta del sostituto di Mary Ann Glendon è davvero difficile per Obama. Qui, infatti, il presidente americano si gioca una grande fetta della propria credibilità nei confronti del cattolici statunitensi, dei vescovi e anche della Santa Sede. Certo, una soluzione che accontenti tutti è ardua a trovarsi. Non è facile trovare una persona che sappia fare da ponte tra le istanze dei cattolici americani, il Vaticano e la Casa Bianca. Non è facile perché un candidato dichiaratamente «pro choice» (come sono quelli di Obama), non può essere ritenuto degno dalla Santa Sede. Ma, nello stesso tempo, un candidato «pro life», tra i democrats, probabilmente non esiste. Il Vaticano si dovrebbe accontentare di un cattolico «pro choiche». Ma la cosa gli risulta impossibile. Oppure Obama dovrebbe accettare un nome di un cattolico «pro life»: ma, per lui, significherebbe pescare fuori dai democrats: un’impresa, insomma, proibitiva.
I vescovi americani capitanati dal presidente della conferenza episcopale, ovvero l’arcivescovo di Chicago, il cardinale Francis Eugene George, non sembrano intenzionati a mediare. Da subito, nonostante qualche colloquio riservato avuto con Obama e il suo staff, la linea è stata quella della non negoziabilità su certe tematiche. Una non negoziabilità che pone, di fatto, Obama in grossa difficoltà: non sono parole che i vescovi vogliono ascoltare, quanto fatti. Ma, questi fatti, non collimano con le convinzioni dello stesso Obama. Esiste una soluzione? Difficile rispondere. Probabilmente quando il nome del sostituto della Glendon verrà comunicato, si capirà qualcosa di più: se a cedere sarà sosta Obama oppure la conferenza episcopale americana e, dunque, il Vaticano.


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Ottocento anni dopo san Francesco torna a inginocchiarsi davanti al “Signor Papa”

L’arrivo dei francescani a Castelgandolfo, sabato prossimo 18 aprile, in occasione degli ottocento anni dell’approvazione della Regola da parte di Papa Innocenzo III non è cosa da poco. Al Pontefice, i francescani, hanno sempre offerto indefessa obbedienza e sta innanzitutto qui, prima che altrove, il segreto di un ordine tra i più amati dagli uomini di tutto il mondo. Lo stesso Francesco d’Assisi, infatti, questo prima d’altro ha lasciato ai suoi: obbedienza incondizionata al «signor Papa», così lo chiamava, unica garanzia della giustezza del proprio agire.
E oggi, ottocento anni dopo l’inizio di tutto, è probabilmente questa vocazione a essere le prime «truppe del Pontefice» nel mondo che i francescani provano ancora una volta a riscoprire. Perché non c’è francescanesimo senza obbedienza al Pontefice. Non c’è missione francescana senza il mandato di colui che guida la Chiesa.
La totale, a tratti maniacale, sottomissione di Francesco al Papa nasce da un innamoramento. Quello dello stesso Francesco nei confronti di Cristo. Occorre dirlo: Francesco s’innamorò di Cristo. Per lui, solo per lui, divenne povero come i più poveri. Un “alter Christus” disse qualcuno tempo dopo. E, infatti, se non ci fosse stato questo innamoramento, senz’altro il benestante Francesco non avrebbe lasciato una vita di agiatezza e piaceri.
L’amore di Francesco per Cristo era verticale. Tutti gli altri amori, quindi, discendevano da questo primo amore. Per questo motivo obbediva al Papa: perché soltanto obbedendogli aveva la certezza di seguire il suo innamorato, Cristo. E lo diceva anche ai suoi discepoli: obbedendo al Papa, ai vescovi e ai superiori si è sicuri della giustezza della strada intrapresa.
Amore verticale. Se non si capisce questa verticalità non si capisce il francescanesimo: molteplici scissioni in rami e sotto rami. Prima gli spirituali e i conventuali. Poi il Terzo Ordine. Quindi i cappuccini e via con una serie di riforme e controriforme tutte accomunate da un’unica e sola caratteristica: la ricerca della purezza del francescanesimo. Ovvero il ritorno continuo e incessante verso quell’innamoramento totale e verticale che caratterizzò la vita di Francesco dal momento della sua conversione in poi. Questo è il francescanesimo: una continua ricerca dell’origine di tutto.
Francesco vedeva Cristo in tutte le cose. Ogni cosa rimandava a Cristo. Prima di ogni cosa c’era Cristo e Francesco lo sapeva trovare innanzitutto nel santissimo sacramento. Quando peregrinava per i boschi, le valli e le pianure, se da lontano scorgeva un campanile, si buttava in ginocchio. E poi entrava nella chiesa e rimaneva del tempo in adorazione.
Dopo Cristo, in discesa verticale, c’era tutto il resto. Un posto particolare lo aveva la Madonna. Colei che il Vaticano II – parafrasando Francesco – definisce nella costituzione dogmatica sulla Chiesa, «tutta gloriosa, senza macchia né ruga». Lei era per lui il modello di Chiesa ideale. A lei si rifaceva. La venerava come colei che aveva avuto il privilegio di portare nel grembo il figlio di Dio.
E poi i sacerdoti. Si dice che Francesco cercasse di confessarsi dai più indegni. Dai sacerdoti meno fedeli, quelli macchiati dai peccati più nefandi. Perché in questo modo faceva due cose: si ricordava della propria indegnità, del non essersi sentito degno di accedere al sacerdozio (arrivò soltanto al diaconato) e, nello stesso tempo, richiamava i preti alla loro dignità, al valore della loro scelta di vita. I francescani sono sempre stati eccellenti predicatori e, in questo senso, i primi ad accorrere in aiuto dei preti secolari. Non a caso, secondo Benedetto XVI, «tutta la vicenda di Francesco è racchiusa nelle parole con cui il crocifisso di San Damiano invia Francesco a riparare la Chiesa». Riparare la Chiesa. A cominciare dal suo cuore: i sacerdoti.
Quindi venivano gli altri uomini e il mondo. Dunque in tutto, soprattutto nei poveri, vedeva Cristo. Si piegava sui poveri perché i poveri erano Cristo. Non c’era «terzomondismo» in lui. Solo amore a Cristo. Tanto che Cristo lo premiò. Ecco cosa fece per lui. Lo dice Dante nella Divina Commedia, Paradiso, canto XI: « Nel crudo sasso intra Tevere ed Arno da Cristo prese l’ultimo sigillo che le sue membra due anni portarno». Da Cristo prese l’ultimo sigillo, ovvero le stigmate, uno dei pochissimi casi nella bimillenaria storia della Chiesa.
Ancora, oggi, ottocento anni dopo l’approvazione della Regola, ai francescani è chiesto di guardare al loro fondatore. E di essere ciò che il loro carisma vuole. Pur divisi in molteplici rivoli, pur calanti in molte province del mondo e numerosi in poche altre, è questa purezza originaria che debbono cercare.
Benedetto XVI, del resto, non può che volerli così: nelle strade, mendicanti nel mondo con in saccoccia soltanto la voglia di annunciare il Vangelo, di sbugiardare, come faceva Francesco, la menzogna del mondo. La voglia di dire «pane al pane, vino al vino»: «Cristo è la verità. Ogni altra via è falsa». La voglia di condannare le eresie, le false dottrine, per amore della verità. Come i domenicani dovrebbero scardinare il torpore che pervade accademie e università per insegnare dove stia la vera dottrina, così i francescani dovrebbero portare nelle strade l’allegria del cristianesimo, e cioè la gioia che scaturisce dalla certezza che Cristo è vero Dio e vero uomo. Francesco lo disse pure al feroce Saladino. Chissà chi, tra i francescani che vivono vicino ai musulmani, ha il coraggio di fare la medesima cosa.
Guardare al fondatore significa anche scardinare la falsa lettura che della sua figura e del suo carisma è stata messa in opera nei secoli. Significa non sostituire l’annuncio della verità proprio del francescanesimo con un indistinto ecumenismo. San Francesco non è sinonimo di pacifismo, d’irenismo, di sincretismo o d’ecologismo. È altro. A Saladino chiese la conversione, prima che la mano. Ma certamente gli stessi francescani lo sanno. E sanno bene che qui sta il futuro del loro ordine: il dissolvimento o la rinascita. Nell’essere “truppe”, “milizie” che, in obbedienza al Papa, portano nel mondo la verità.
Del resto lo disse benissimo Benedetto XVI nel 2006, quando per due volte tornò sulla figura di san Francesco proponendo, di fatto, una nuova ermeneutica del santo. Lo fece il 31 agosto, parlando ai preti della diocesi di Albano. E il 4 settembre inviando un messaggio al vescovo di Assisi, Domenico Sorrentino, in occasione dell’ottavo centenario della conversione di Francesco. Ai preti di Albano il Papa ha detto che Francesco non «era un ambientalista o un pacifista. Era soprattutto un uomo convertito». Dire che era un ambientalista o un pacifista è «un abuso». Mentre, sempre di Francesco, nel messaggio al vescovo di Assisi il Papa aveva parlato così: «La testimonianza che egli rese nel suo tempo ne fa un naturale punto di riferimento per quanti anche oggi coltivano l’ideale della pace, del rispetto della natura, del dialogo tra le persone, tra le religioni e le culture. È tuttavia importante ricordare, se non si vuole tradire il suo messaggio, che fu la scelta radicale di Cristo a fornirgli la chiave di comprensione della fraternità a cui tutti gli uomini sono chiamati, e a cui anche le creature inanimate – da “fratello sole” a “sorella luna” – in qualche modo partecipano».

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Non ha pace Celestino V: un tempo scappava dal mondo, ora fugge dal terremoto

Sono passati 713 anni dalla sua morte. Ma Celestino V, al secolo Pietro Angelerio da Morrone, continua a non avere pace. Il corpo mummificato del Papa del dantesco «gran rifiuto», infatti, è stato spostato dalla sua teca all’interno della basilica aquilana di Collemaggio in un’altra ala della stessa chiesa che dovrebbe essere più protetta dal terremoto. Spostato, soltanto dopo aver verificato le condizioni (ancora eccellenti) di quella che oggi altro non è che una “mummia”. Spostato momentaneamente, certo, anche se c’è già chi chiede a gran voce che il corpo del «Santone» – così lo chiamano in Abruzzo e Molise – torni nella «sua» Isernia, ovvero la città della quale è patrono.
Del resto, una toccata e fuga a Isernia Celestino l’aveva già fatta nel non lontano 1986: per una settimana dal 18 al 25 maggio, le sue spoglie «soggiornarono» in via straordinaria in città, grazie all’impegno dell’allora vescovo della diocesi, il compianto monsignor Ettore Di Filippo. Ed è per questo motivo che gli isernini sostengono in queste ore che «per lui non sarebbe un trauma». E poi, dicono, è abituato a peregrinare, anzi a fuggire: in fondo dall’incoronazione alla sepoltura avvenute entrambe nella basilica di Collemagno, la sua vita è un vagare senza sosta, o meglio un continuo fuggire dal mondo per amore d’ascetismo, d’una vita fatta solo di due cose: silenzio e Dio. Continuamente sottratto all’eremitaggio, più volte con tutte le sue forze cerca di tornarvi. E anche Dante Alighieri (ammesso che si riferisse a lui e non, come è stato recentemente sostenuto, a Ponzio Pilato), in fondo, non lo capisce: «Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto, vidi e conobbi l’ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto», scrive il poeta nel III canto dell’Inferno. Non tenendo conto del fatto che non per viltade, quanto per amore dell’Assoluto, Celestino fugge dai beni terreni e dal potere.
Celestino nasce nel 1215 da contadini poveri. All’epoca San Benedetto dei Marsi – dove è nato – si chiama Marruvium. Fin da piccolo si sente attratto per la vita benedettina. Nel 1231 veste l’abito, mostrandosi propenso a una vita ascetica ed eremitica. Per tre anni vive con un confratello in una grotta da lui stesso scavata nella roccia, sperduta tra i boschi, in totale isolamento, presso il monte Palleno. Qui inizia a predicare e a capire che la sua strada è sì l’eremitaggio ma anche il sacerdozio. Così si reca a Roma. Studia in Laterano e viene ordinato sacerdote da papa Gregorio IX che gli permette – come è suo desiderio – di proseguire la vita eremitica a Sulmona.
Alle pendici del monte Morrone il suo successo è dirompente. Centinaia di giovani lo cercano. Lui li accoglie, ma insieme soffre per l’impossibilità a isolarsi come vorrebbe. Così decide di rifugiarsi nella vicina Maiella dove, sulla parete dell’Orso, alla Ripa Rossa, trova un primo, inaccessibile, rifugio. Di qui è un continuo peregrinare per i monti, verso le più irraggiungibili caverne, sempre in fuga, sempre alla ricerca di sé stesso e di Dio nella solitudine.
Un giorno decide di cedere. È il 1264. Braccato dai giovani che intendono emularlo, ispirandosi al movimento di Gioachino da Fiore fonda la Congregazione dei Fratelli penitenti dello Spirito Santo o celestini. Ma qualche anno dopo i fantasmi tornano. Così, nel 1293, tra la costernazione dei discepoli, comunica la sua irrevocabile decisione di volersi ritirare per sempre sul Morrone e qui morirvi.
Ma accade un fatto strano. A Perugia, undici cardinali divisi tra Orsini e Colonna, dopo la scomparsa di papa Niccolò IV, si contendono il soglio pontificio. Nella mischia si getta anche Carlo II d’Angiò, il quale aveva urgente bisogno di un Papa che ratificasse l’accordo raggiunto con gli aragonesi per la restituzione della Sicilia. Il Re pensa che l’unico che possa aiutarlo sia Celestino. Va a stanarlo a Sulmona. Lo induce a scrivere una strana lettera ai cardinali riuniti in conclave. Celestino sollecita l’elezione del nuovo Papa, minacciando la collera di Dio se avessero ulteriormente protratto la vedovanza della «Sposa di Cristo». E quelli, per uscire dallo stallo, individuano proprio nell’eremita morronese l’agnello sacrificale al quale affidare, in uno dei momenti più drammatici dello scontro con il potere temporale, le sorti di una Chiesa decadente. È il 1294. Celestino viene incoronato Papa a L’Aquila.
La nuova vita di Celestino è durissima. Viene, di fatto, sequestrato dal Re angioino che ne fa un inconsapevole strumento dei suoi maneggi politici. È costretto a seguire il Re a Napoli. È qui che comincia a meditare, nell’angusta cella che si era fatta costruire in Castel Nuovo, di deporre le insegne papali. La cosa avviene, tra gli allibiti cardinali, 107 giorni dopo l’incoronazione: un fatto che non ha precedenti. Tra le motivazioni afferma di non voler offendere la propria coscienza, di desiderare una vita migliore e di non aver sufficiente sapere. Dodici giorni dopo viene eletto papa Benedetto Caetani che assume il nome di Bonifacio VIII. Celestino fugge ma viene raggiunto dai soldati che lo rinchiudono nel castello di Fumone, presso Anagni. La detenzione è durissima. Nel 1296 viene assassinato. È la fine di una fuga durata una vita. Fuga da tutto alla ricerca di Dio.

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La prima di Nichols a Westminster è un’intemerata contro i condom

Ha mostrato subito carattere, monsignor Vincent Nichols, nominato da soltanto una settimana nuovo arcivescovo di Westminster al posto del cardinale dimissionario Cormac Murphy-O’Connor. L’altro ieri, in un’intervista, ha preso le difese di Benedetto XVI quanto ai preservativi e, insieme, ha denunciato quelle televisioni che permettono il passaggio sui propri canali di spot agli stessi preservativi dedicati.
Il presule inglese ha chiesto senza mezzi termini che siano gli stessi cattolici a prendere posizione sull’argomento e, insieme, ha espresso «dubbi» sulla capacità dei messaggi pubblicitari «di dire la verità sulle conseguenze di un aborto sulla vita delle donne». «Non credo – ha spiegato ancora Nichols – che queste cose aiutino davvero i giovani a comprendere sé stessi nella loro dignità e il vero significato della sessualità umana».
Le parole di Nichols sono motivate. Tutto, infatti, è cominciato pochi giorni fa. Per fronteggiare l’epidemia di “pancioni” tra le giovanissime – lo scorso febbraio fece scalpore in Inghilterra il caso del bambino diventato padre a tredici anni -, la Gran Bretagna ha permesso ai centri per l’interruzione di gravidanza di farsi pubblicità nelle tv e sulle radio: una possibilità per ora raccolta soltanto da Channel 4, dalle 19 della sera in poi, ma che a breve potrebbe essere fatta propria anche da altre emittenti.
In sostanza, è stato permesso alle televisioni nazionali e locali di mandare in onda, anche negli orari di maggior ascolto, spot dedicati ai profilattici. L’intento dichiarato è quello di cercare di ridurre non solo le gravidanze indesiderate, ma anche la diffusione delle malattie sessualmente trasmesse fra i giovanissimi: dal 2002 al 2006 nella sola Gran Bretagna sono stati diagnosticati 11 mila casi di clamidia, herpes, gonorrea e sifilide tra gli under sedici.
È un’idea, quella di mettere mano alle regole pubblicitarie relative ai centri per l’interruzione volontaria di gravidanza e a quelle sui profilattici, che fa parte di una revisione complessiva dei “paletti” che regolamentano il settore da parte del Committee of Advertising Practice e del Broadcast Commitee on Advertising Practice. Entrambi, nei prossimi giorni, promuoveranno una consultazione popolare sull’argomento, consultazione nella quale l’arcivescovo Nichols si augura i cattolici si esprimano con coerenza.
Già Benedetto XVI, partendo per il suo ultimo viaggio apostolico in Africa, aveva detto la sua in merito ai preservativi utilizzati in chiave anti-Aids. Questi, aveva spiegato, non sono la soluzione del problema. Occorre, piuttosto, un’educazione diversa alla sessualità. Parole che avevano provocato le reazioni stizzite di diverse cancellerie europee le quali avevano tacciato Ratzinger d’essere retrogrado e anti-scientifico nelle sue posizioni.
Nichols, invece, sta con il Pontefice. E non ha avuto paura a dirlo in pubblico. Del resto, egli non è nuovo a prese di posizioni decise e allineate con Benedetto XVI sui temi cosiddetti eticamente sensibili. Nel 2006, da arcivescovo di Birmingham, difese il Papa accusato, in un video mandato in onda dalla Bbc, di aver coperto gli abusi sessuali perpetrati anni addietro da alcuni preti statunitensi. E ancora, fu Nichols a lottare duramente contro una legge del Parlamento che riservava una quota specifica di non-credenti alle scuole confessionali e a difendere le agenzie cattoliche per le adozioni contro il “Sexual orientation regulations” che ammette l’adozione per le coppie gay.

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