Non ha pace Celestino V: un tempo scappava dal mondo, ora fugge dal terremoto
11 aprile 2009 -
Sono passati 713 anni dalla sua morte. Ma Celestino V, al secolo Pietro Angelerio da Morrone, continua a non avere pace. Il corpo mummificato del Papa del dantesco «gran rifiuto», infatti, è stato spostato dalla sua teca all’interno della basilica aquilana di Collemaggio in un’altra ala della stessa chiesa che dovrebbe essere più protetta dal terremoto. Spostato, soltanto dopo aver verificato le condizioni (ancora eccellenti) di quella che oggi altro non è che una “mummia”. Spostato momentaneamente, certo, anche se c’è già chi chiede a gran voce che il corpo del «Santone» – così lo chiamano in Abruzzo e Molise – torni nella «sua» Isernia, ovvero la città della quale è patrono.
Del resto, una toccata e fuga a Isernia Celestino l’aveva già fatta nel non lontano 1986: per una settimana dal 18 al 25 maggio, le sue spoglie «soggiornarono» in via straordinaria in città, grazie all’impegno dell’allora vescovo della diocesi, il compianto monsignor Ettore Di Filippo. Ed è per questo motivo che gli isernini sostengono in queste ore che «per lui non sarebbe un trauma». E poi, dicono, è abituato a peregrinare, anzi a fuggire: in fondo dall’incoronazione alla sepoltura avvenute entrambe nella basilica di Collemagno, la sua vita è un vagare senza sosta, o meglio un continuo fuggire dal mondo per amore d’ascetismo, d’una vita fatta solo di due cose: silenzio e Dio. Continuamente sottratto all’eremitaggio, più volte con tutte le sue forze cerca di tornarvi. E anche Dante Alighieri (ammesso che si riferisse a lui e non, come è stato recentemente sostenuto, a Ponzio Pilato), in fondo, non lo capisce: «Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto, vidi e conobbi l’ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto», scrive il poeta nel III canto dell’Inferno. Non tenendo conto del fatto che non per viltade, quanto per amore dell’Assoluto, Celestino fugge dai beni terreni e dal potere.
Celestino nasce nel 1215 da contadini poveri. All’epoca San Benedetto dei Marsi – dove è nato – si chiama Marruvium. Fin da piccolo si sente attratto per la vita benedettina. Nel 1231 veste l’abito, mostrandosi propenso a una vita ascetica ed eremitica. Per tre anni vive con un confratello in una grotta da lui stesso scavata nella roccia, sperduta tra i boschi, in totale isolamento, presso il monte Palleno. Qui inizia a predicare e a capire che la sua strada è sì l’eremitaggio ma anche il sacerdozio. Così si reca a Roma. Studia in Laterano e viene ordinato sacerdote da papa Gregorio IX che gli permette – come è suo desiderio – di proseguire la vita eremitica a Sulmona.
Alle pendici del monte Morrone il suo successo è dirompente. Centinaia di giovani lo cercano. Lui li accoglie, ma insieme soffre per l’impossibilità a isolarsi come vorrebbe. Così decide di rifugiarsi nella vicina Maiella dove, sulla parete dell’Orso, alla Ripa Rossa, trova un primo, inaccessibile, rifugio. Di qui è un continuo peregrinare per i monti, verso le più irraggiungibili caverne, sempre in fuga, sempre alla ricerca di sé stesso e di Dio nella solitudine.
Un giorno decide di cedere. È il 1264. Braccato dai giovani che intendono emularlo, ispirandosi al movimento di Gioachino da Fiore fonda la Congregazione dei Fratelli penitenti dello Spirito Santo o celestini. Ma qualche anno dopo i fantasmi tornano. Così, nel 1293, tra la costernazione dei discepoli, comunica la sua irrevocabile decisione di volersi ritirare per sempre sul Morrone e qui morirvi.
Ma accade un fatto strano. A Perugia, undici cardinali divisi tra Orsini e Colonna, dopo la scomparsa di papa Niccolò IV, si contendono il soglio pontificio. Nella mischia si getta anche Carlo II d’Angiò, il quale aveva urgente bisogno di un Papa che ratificasse l’accordo raggiunto con gli aragonesi per la restituzione della Sicilia. Il Re pensa che l’unico che possa aiutarlo sia Celestino. Va a stanarlo a Sulmona. Lo induce a scrivere una strana lettera ai cardinali riuniti in conclave. Celestino sollecita l’elezione del nuovo Papa, minacciando la collera di Dio se avessero ulteriormente protratto la vedovanza della «Sposa di Cristo». E quelli, per uscire dallo stallo, individuano proprio nell’eremita morronese l’agnello sacrificale al quale affidare, in uno dei momenti più drammatici dello scontro con il potere temporale, le sorti di una Chiesa decadente. È il 1294. Celestino viene incoronato Papa a L’Aquila.
La nuova vita di Celestino è durissima. Viene, di fatto, sequestrato dal Re angioino che ne fa un inconsapevole strumento dei suoi maneggi politici. È costretto a seguire il Re a Napoli. È qui che comincia a meditare, nell’angusta cella che si era fatta costruire in Castel Nuovo, di deporre le insegne papali. La cosa avviene, tra gli allibiti cardinali, 107 giorni dopo l’incoronazione: un fatto che non ha precedenti. Tra le motivazioni afferma di non voler offendere la propria coscienza, di desiderare una vita migliore e di non aver sufficiente sapere. Dodici giorni dopo viene eletto papa Benedetto Caetani che assume il nome di Bonifacio VIII. Celestino fugge ma viene raggiunto dai soldati che lo rinchiudono nel castello di Fumone, presso Anagni. La detenzione è durissima. Nel 1296 viene assassinato. È la fine di una fuga durata una vita. Fuga da tutto alla ricerca di Dio.
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