Abbaia ma non morde. L’Osservatore pro Obama

Abbaia ma, in fondo, non morde. Anzi, soprattutto sulle tematiche cosiddette eticamente sensibili è abbastanza prudente e per questo non merita bocciature. È, in sintesi, quanto scrive l’Osservatore Romano sui «primi cento giorni che non hanno sconvolto il mondo», ovvero l’inizio del mandato di Barack Obama alla Casa Bianca. Nonostante le notizie che vengono dagli Stati Uniti siano inequivocabili circa le perplessità della Chiesa cattolica americana – vescovi in testa – attorno alle prese di posizione di Obama su vita e bioetica, a sorpresa l’Osservatore si mostra prudente e suggerisce di attendere i prossimi 1361 giorni per esprimere un giudizio definitivo.
Il quotidiano, infatti, parla apertamente di «aperture» importanti sui temi della politica estera (in particolare verso l’Iran e Cuba) e ammette che sui temi bioetici il presidente americano nei primi 100 giorni del suo mandato si è mostrato più moderato del previsto. L’allusione, esplicita, è alla presentazione di un disegno di legge da parte democratica: il Pregnant Women Support Act volto a limitare il numero degli aborti negli Stati Uniti attraverso iniziative di aiuto alle donne incinte. «Non è una negazione della dottrina finora espressa da Obama in materia di interruzione di gravidanza – scrive l’Osservatore -, ma il progetto legislativo potrebbe rappresentare un riequilibrio a sostegno della maternità».
A conti fatti, dunque, la politica del democratico Obama potrebbe non discostarsi di troppo da quella di George W. Bush: «Non sembra avere confermato le radicali novità che aveva ventilato».

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Da leggere: Bruno Vespa sulle orme di Ratzinger

Raramente pubblico su PalazzoApostolico cose non mie. Ma questa uscita sul Mattino merita davvero. È il racconto di Bruno Vespa della mattinata che il Papa ha passato in Abruzzo. Buona lettura, Paolo.

di Bruno Vespa
La figuretta bianca, ancora lontana cento metri da noi, sembrava ritagliata e incollata su una fotografia di macerie. Il destino di Onna s’era sostituito al regista e allo scenografo più abili. «Il Papa a Onna», sussurra Giustino Parisse, il giornalista del Centro che ha perduto nel terremoto la figlia e il figlio, due fiori di ragazzi. «Il Papa a Onna – ripete -. Il nome di un paese che non sta sulle carte geografiche ha fatto il giro del mondo. Si dice ”Il Papa a Onna” come ieri si diceva ”Il Papa a Washington”».
Benedetto XVI si avvicina, le scarpe di pelle color porpora si macchiano di fango perché piove senza interruzione.
Avevano preparato l’accoglienza nella grande tenda gialla trasformata in cappella, accanto a un piccolo campanile di legno. Ma lui è voluto andare nel cuore della tendopoli di questo paese con trecento abitanti, meno i quaranta che sono morti.
Abbraccia innanzitutto i bambini che nascondono nel sorriso e nell’emozione incubi incancellabili. Abbraccia le persone che hanno subito i lutti maggiori: Parisse e la moglie, appunto, e un metro più in là la coppia che aveva raccomandato al figlio maggiore di non andare a dormire dalla nonna.
Ma lui voleva proteggerla dalla paura delle scosse ed è morto abbracciato a lei.
Il papa mi scorge tra la gente e si avvicina. Gli dico che sono dell’Aquila, la mia città ha decine di palazzi crollati, centinaia di edifici lesionati, tutte le sue tante chiese seriamente ferite. La tragedia è molto più grande di quella che lui potrà immaginare. Benedetto è molto turbato, pronuncia parole di solidarietà e di conforto.
«Vorrei abbracciarvi tutti», dirà agli abitanti di Onna. A parte Gianni Letta, il cui volto è una maschera di dolore, qui non è stata ammessa nessuna autorità e nessun prelato, a parte l’arcivescovo dell’Aquila.
La visita è privata come non se ne ricordano. Il dolore sta tutto qui, intorno a lui. Il paese resta defilato, solo con le sue macerie rese lucide dalla pioggia battente. Oltre il cordone di vigili del fuoco che presidia una leggera rete metallica di protezione, s’intravedono solo distruzione e morte.
Non seguo il Papa nello storico e privatissimo incontro con Celestino V, il Papa del «gran rifiuto» dantesco. Il monaco ducentesco che precedette il giubileo concedendo l’indulgenza plenaria a tutti i penitenti che visitino la basilica di Collemaggio nella festa della Perdonanza del 28 agosto. La consegna alle spoglie del santo del pallio, simbolo stesso del pontificato, chiude nel modo più inatteso e solenne una controversia durata 715 anni.
Aspetto Benedetto XVI in un altro scenario surreale, la Casa dello studente. La notte sul 6 aprile dormivano qui un centinaio di ragazzi, qualcuno straniero, i più del centrosud. Otto sono morti. Chiedo ai dodici studenti scelti per aspettare il Papa se tra loro ci sia qualcuno dei superstiti. Nessuno. Nessuno dei sopravvissuti ha avuto la forza di tornare tra quelle macerie. Lo scenario è surreale perché via XX settembre, su cui s’affacciava l’edificio crollato, era la maggiore arteria di scorrimento intorno al centro storico. È deserta. Macerie di qua, macerie di là. Rendono gli onori quaranta vigili del fuoco, venti su ogni lato della strada. Il Papa si ferma con ogni studente, chiede città di provenienza e corso di laurea. A uno della facoltà di Ingegneria raccomanda di progettare con scrupolo. Alla fine della mattinata, quando c’è la cerimonia ufficiale sull’enorme piazzale della scuola della Guardia di Finanza, emerge con drammatica chiarezza la sintesi del messaggio pontificio. Il pallio per onorare il Papa santo aquilano, la rosa d’oro deposta sulla statua della Madonna di Roio, il cui santuario è stato colpito pesantemente dal sisma. L’invito a superare la morte con l’amore di Dio. Ma soprattutto – ripetuto a ogni occasione – il monito a ricostruire case e chiese solide per far volare di nuovo L’Aquila.