Abbaia ma non morde. L’Osservatore pro Obama
30 aprile 2009 -
Abbaia ma, in fondo, non morde. Anzi, soprattutto sulle tematiche cosiddette eticamente sensibili è abbastanza prudente e per questo non merita bocciature. È, in sintesi, quanto scrive l’Osservatore Romano sui «primi cento giorni che non hanno sconvolto il mondo», ovvero l’inizio del mandato di Barack Obama alla Casa Bianca. Nonostante le notizie che vengono dagli Stati Uniti siano inequivocabili circa le perplessità della Chiesa cattolica americana – vescovi in testa – attorno alle prese di posizione di Obama su vita e bioetica, a sorpresa l’Osservatore si mostra prudente e suggerisce di attendere i prossimi 1361 giorni per esprimere un giudizio definitivo.
Il quotidiano, infatti, parla apertamente di «aperture» importanti sui temi della politica estera (in particolare verso l’Iran e Cuba) e ammette che sui temi bioetici il presidente americano nei primi 100 giorni del suo mandato si è mostrato più moderato del previsto. L’allusione, esplicita, è alla presentazione di un disegno di legge da parte democratica: il Pregnant Women Support Act volto a limitare il numero degli aborti negli Stati Uniti attraverso iniziative di aiuto alle donne incinte. «Non è una negazione della dottrina finora espressa da Obama in materia di interruzione di gravidanza – scrive l’Osservatore -, ma il progetto legislativo potrebbe rappresentare un riequilibrio a sostegno della maternità».
A conti fatti, dunque, la politica del democratico Obama potrebbe non discostarsi di troppo da quella di George W. Bush: «Non sembra avere confermato le radicali novità che aveva ventilato».
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Da leggere: Bruno Vespa sulle orme di Ratzinger
29 aprile 2009 -
Raramente pubblico su PalazzoApostolico cose non mie. Ma questa uscita sul Mattino merita davvero. È il racconto di Bruno Vespa della mattinata che il Papa ha passato in Abruzzo. Buona lettura, Paolo.
di Bruno Vespa
La figuretta bianca, ancora lontana cento metri da noi, sembrava ritagliata e incollata su una fotografia di macerie. Il destino di Onna s’era sostituito al regista e allo scenografo più abili. «Il Papa a Onna», sussurra Giustino Parisse, il giornalista del Centro che ha perduto nel terremoto la figlia e il figlio, due fiori di ragazzi. «Il Papa a Onna – ripete -. Il nome di un paese che non sta sulle carte geografiche ha fatto il giro del mondo. Si dice ”Il Papa a Onna” come ieri si diceva ”Il Papa a Washington”».
Benedetto XVI si avvicina, le scarpe di pelle color porpora si macchiano di fango perché piove senza interruzione.
Avevano preparato l’accoglienza nella grande tenda gialla trasformata in cappella, accanto a un piccolo campanile di legno. Ma lui è voluto andare nel cuore della tendopoli di questo paese con trecento abitanti, meno i quaranta che sono morti.
Abbraccia innanzitutto i bambini che nascondono nel sorriso e nell’emozione incubi incancellabili. Abbraccia le persone che hanno subito i lutti maggiori: Parisse e la moglie, appunto, e un metro più in là la coppia che aveva raccomandato al figlio maggiore di non andare a dormire dalla nonna.
Ma lui voleva proteggerla dalla paura delle scosse ed è morto abbracciato a lei.
Il papa mi scorge tra la gente e si avvicina. Gli dico che sono dell’Aquila, la mia città ha decine di palazzi crollati, centinaia di edifici lesionati, tutte le sue tante chiese seriamente ferite. La tragedia è molto più grande di quella che lui potrà immaginare. Benedetto è molto turbato, pronuncia parole di solidarietà e di conforto.
«Vorrei abbracciarvi tutti», dirà agli abitanti di Onna. A parte Gianni Letta, il cui volto è una maschera di dolore, qui non è stata ammessa nessuna autorità e nessun prelato, a parte l’arcivescovo dell’Aquila.
La visita è privata come non se ne ricordano. Il dolore sta tutto qui, intorno a lui. Il paese resta defilato, solo con le sue macerie rese lucide dalla pioggia battente. Oltre il cordone di vigili del fuoco che presidia una leggera rete metallica di protezione, s’intravedono solo distruzione e morte.
Non seguo il Papa nello storico e privatissimo incontro con Celestino V, il Papa del «gran rifiuto» dantesco. Il monaco ducentesco che precedette il giubileo concedendo l’indulgenza plenaria a tutti i penitenti che visitino la basilica di Collemaggio nella festa della Perdonanza del 28 agosto. La consegna alle spoglie del santo del pallio, simbolo stesso del pontificato, chiude nel modo più inatteso e solenne una controversia durata 715 anni.
Aspetto Benedetto XVI in un altro scenario surreale, la Casa dello studente. La notte sul 6 aprile dormivano qui un centinaio di ragazzi, qualcuno straniero, i più del centrosud. Otto sono morti. Chiedo ai dodici studenti scelti per aspettare il Papa se tra loro ci sia qualcuno dei superstiti. Nessuno. Nessuno dei sopravvissuti ha avuto la forza di tornare tra quelle macerie. Lo scenario è surreale perché via XX settembre, su cui s’affacciava l’edificio crollato, era la maggiore arteria di scorrimento intorno al centro storico. È deserta. Macerie di qua, macerie di là. Rendono gli onori quaranta vigili del fuoco, venti su ogni lato della strada. Il Papa si ferma con ogni studente, chiede città di provenienza e corso di laurea. A uno della facoltà di Ingegneria raccomanda di progettare con scrupolo. Alla fine della mattinata, quando c’è la cerimonia ufficiale sull’enorme piazzale della scuola della Guardia di Finanza, emerge con drammatica chiarezza la sintesi del messaggio pontificio. Il pallio per onorare il Papa santo aquilano, la rosa d’oro deposta sulla statua della Madonna di Roio, il cui santuario è stato colpito pesantemente dal sisma. L’invito a superare la morte con l’amore di Dio. Ma soprattutto – ripetuto a ogni occasione – il monito a ricostruire case e chiese solide per far volare di nuovo L’Aquila.
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Fango e baci: il Papa lascia l’Abruzzo con la talare sporca di terra
29 aprile 2009 -
L’Aquila. Pioggia e vento hanno accolto ieri mattina Benedetto XVI in visita alle zone terremotate dell’Abruzzo, la prima volta del Pontefice nella regione. «Una terra splendida e ferita – l’ha definita il Papa – e che sta vivendo giorni di grande dolore». Una terra alla quale Ratzinger ha dedicato parole ma soprattutto gesti significativi: strette di mano, abbracci, ascolto. Una terra calpestata dal Pontefice senza risparmiarsi tanto che, prima di ripartire per Roma, aveva le maniche della talare bianca sporche di fango.
La pioggia e il vento davvero infami hanno costretto Ratzinger a lasciare a casa l’elicottero e ad arrivare a L’Aquila in macchina. In pochi minuti l’autostrada A24 è stata chiusa al traffico e il Pontefice è potuto così arrivare a destinazione soltanto con qualche minuto di ritardo sulla tabella di marcia prevista.
Letta, Bertolaso e Vespa
Ad accompagnare il Papa non c’era Silvio Berlusconi. C’erano però il suo «gentiluomo» di fiducia, ovvero Gianni Letta, Guido Bertolaso e Bruno Vespa. Tra il seguito papale, oltre ovviamente al segretario particolare don Georg Gaenswein, anche il sostituto per gli affari generali della segreteria di Stato Fernando Filoni. Il cardinale Tarcisio Bertone, ovvero colui che Ratzinger ieri ha voluto chiamare davanti a tutti come «il mio segretario di Stato», è rimasto a casa.
Esame di coscienza
Le parole più significative Benedetto XVI le ha dette alla fine della sua visita: la comunità civile deve fare «un serio esame di coscienza, affinché il livello delle responsabilità mai venga meno». Solo «a questa condizione L’Aquila, anche se ferita, potrà tornare a volare». Parole sottolineate da un caloroso applauso dei cittadini accorsi sul grande piazzale della scuola della Guardia di finanza di Coppito, lo stesso piazzale che accolse la lunga fila di bare il giorno dei funerali dei deceduti del sisma. Dietro il palco sul quale il Papa parlava, l’araldico motto della Guardia di finanza: «Nec recisa recedit», ovvero il «simbolo della vostra volontà tenace di non cedere allo scoraggiamento» ha detto il Papa.
Nel paese fantasma
Onna è un paese che non c’è più. A fianco del paese azzerato dal terremoto, c’è una tendopoli. Vi vivono cinquecento persone. È stata la tendopoli la prima tappa del Papa. Qui ha chiesto che in nome delle persone morte sotto le macerie, questa terra torni «a ornarsi di case e di chiese, belle e solide». Occorre non arrendersi perché come recita un detto abruzzese «ci sono ancora tanti giorni dietro il Gran Sasso».
È in questa landa distrutta che Ratzinger ha incontrato due anziane suore dell’asilo di Maria santissima della Presentazione. Le due religiose hanno detto al Papa che siccome si trovano a Onna da tanti anni, non hanno potuto abbandonare il paese proprio ora. E così, pur dormendo in tenda, sono restate: «Avete fatto molto bene – ha risposto loro il Papa – non potevate lasciare il vostro popolo».
Il vicecaporedattore del quotidiano Il Centro, Giustino Parisse, che a Onna ha perso due figli adolescenti e un genitore, ha avvicinato per qualche minuto Benedetto XVI: «Sono di Onna, volevo farglielo sapere. Sono felice che lei sia qui» ha detto al Papa. Subito dopo, si è avvicinata anche una donna con un neonato in braccio: «Non lo abbiamo ancora battezzato», dice indicando il bimbo. Il Papa le ha chiesto: «Come si chiamerà?». La mamma: «Simone». Benedetto XVI si è quindi rivolto a tutti gli sfollati della tendopoli di Onna: «Vorrei abbracciarvi tutti».
I discepoli di Emmaus
È sempre a Onna che il Papa ha ricordato il Vangelo. Ovvero, ha detto ai terremotati che in qualche modo si trovano a essere «nello stesso stato d’animo dei due discepoli di Emmaus di cui parla l’evangelista Luca: dopo l’evento tragico della croce, rientravano a casa delusi e amareggiati, per la fine di Gesù; ma, lungo la strada, Egli si accostò e si mise a conversare con loro». Fu quello Sconosciuto a riaccendere «in loro quell’ardore e quella fiducia che l’esperienza del Calvario aveva spento».
«I vostri morti sono vivi»
Benedetto XVI ha ricordato anche uno dei motivi della sua presenza in Abruzzo: «Il Papa – ha detto – è qui, oggi, tra voi per dirvi una parola di conforto circa i vostri morti: essi sono vivi in Dio e attendono da voi una testimonianza di coraggio e di speranza. Attendono di veder rinascere questa loro terra».
In Suv da Celestino V
Dopo Onna, Collemaggio. Ancora in macchina. Ma non sulla papamobile. Bensì sul Suv di Bertolaso. Quest’ultimo guidava. Il Papa gli sedeva accanto. Poco oltre la porta d’ingresso della basilica di Collemaggio, Benedetto XVI si è inginocchiato davanti all’urna del corpo di Celestino V, il Papa del «gran rifiuto» di dantiana memoria, e ha deposto come omaggio il proprio pallio pontificio. Ratzinger ha mosso istintivamente un passo verso i cumuli di macerie, ma è stato fermato dal capo della gendarmeria vaticana, Domenico Giani, preoccupato che un’eventuale scossa facesse cadere nuovi detriti. «È peggio di come avevo pensato vedendo in televisione», ha detto prima di uscire dalla basilica. E ancora: qui ho potuto «toccare con mano il cuore ferito di questa città».
Alla Casa dello Studente
Li ha salutati a uno a uno, chinandosi verso di loro per stringerne le mani, ascoltando con attenzione quanto avevano da dirgli. Dopo la sosta alla basilica di Collemaggio, Benedetto XVI ha incontrato in via XX settembre, davanti ai resti della Casa dello Studente crollata durante il sisma, dodici studenti, sei ragazzi e sei ragazze, tutti residenti nel centro storico, alcuni proprio nella Casa. Uno studente di ingegneria si è avvicinato a Ratzinger: «Uno studente per costruire bene le case» gli ha detto il Papa.
L’elmetto bianco e giallo
Le parole di Benedetto XVI nella caserma di Coppito hanno profondamente colpito il sottosegretario Guido Bertolaso, responsabile della Protezione Civile, che è apparso commosso mentre Ratzinger parlava della necessità della solidarietà per far risorgere l’Abruzzo ma anche di un esame di coscienza della comunità civile e della Chiesa. Al termine del discorso, il Papa ha deposto una rosa d’oro ai piedi della Vergine della Croce portata a Coppito dal santuario di Roio. Scendendo i gradini del palco è poi inciampato nell’orlo della sua veste bianca, senza tuttavia perdere l’equilibrio, anche grazie all’aiuto dei suoi collaboratori che gli erano accanto.
Sempre a Coppito un episodio curioso. Benedetto XVI ha indossato l’elmetto bianco e giallo dei Vigili del Fuoco. Dopo la recita del Regina Coeli, Ratzinger ha salutato le autorità e una rappresentanza di militari impegnati nell’area del terremoto. Un vigile del fuoco gli ha consegnato l’elmetto e il Papa l’ha messo in testa. Quindi, sempre in auto, è ripartito alla volta del Vaticano.
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L’«ultimo dittatore d’Europa» viene accolto dal Papa. Ma con Mosca non è Minsk che può mediare
28 aprile 2009 -
Sarà anche un dittatore, Alexander Lukashenko – «l’ultimo dittatore d’Europa» lo definì Condoleeza Rice -, nessuno lo mette in dubbio, ma quello che è giunto ieri a Roma sembrava più che altro il capo d’un regime in cerca di redenzione dopo anni d’isolamento. Come tale, un dittatore degno d’esser ricevuto dalla principale autorità morale del paese, il Papa, e dal capo del governo, Silvio Berlusconi (con quest’ultimo anche il ministro degli Esteri Franco Frattini). Tutti sanno che quello che ha detto ieri il leader dell’opposizione democratica bielorussa, Aleksander Kozulin, è in parte vero: Lukashenko cerca semplicemente di «legittimare la sua dittatura». Ma è anche vero che, negli ultimi mesi, l’ultimo dittatore comunista d’Europa ha avuto un atteggiamento diverso nei confronti delle rimostranze che da anni avanzano svariati paesi occidentali, quelli dell’Unione europea in testa, a riguardo della a-democraticità che si respira in Bielorussia. Questo diverso atteggiamento conta qualcosa. E vale, per il momento, due incontri di prestigio, appunto quello col Papa e quello con Berlusconi.
Lukashenko, 54 anni, presidente della Bielorussia, si è presentato in Vaticano e in Italia col figlio Nikola di 5 anni. Un bel effetto. Un effetto cercato. Nikola ha donato al Pontefice il suo abecedario affinché possa imparare il russo in vista di un’eventuale visita a Minsk. Una visita che comunque appare improbabile. Per il Papa andare a Misk significa partire col beneplacito della Chiesa ortodossa locale. Parte di questa Chiesa dipende direttamente da Mosca e sembra difficile che il patriarcato possa accettare che il Pontefice atterri su un territorio di sua giurisdizione.
È vero: Lukashenko cerca anche di accreditarsi quale intermediario tra la Santa Sede e Mosca. Ma a ben vedere è arduo che le due parti, Mosca e Vaticano, possano accettare che il presidente bielorusso giochi questo ruolo. Con la fine del pontificato del polacco Wojtyla i rapporti tra la Chiesa ortodossa russa e la Chiesa cattolica romana sono migliorati. E se un incontro tra Benedetto XVI e Kirill mai ci sarà, lo decideranno semplicemente i due coadiuvati dai rispettivi principali collaboratori.
E, infatti, a proposito di un incontro Papa-Kirill, puntuali sono arrivate ieri parole dalla metropolia di Minsk e Sluck governata da Filaret, esarca patriarcale di tutta la Bielorussia. Secondo quanto ha spiegato il suo portavoce, Andrej Petrashkevich, «le condizioni di un possibile incontro (tra il Papa e Kirill, ndr) rimangono come dieci anni fa. C’è il problema del proselitismo e degli uniati ucraini. Finché il Vaticano non decide sulla sorte degli uniati cattolici in Ucraina, non possiamo parlale di un incontro». Già, gli uniati ucraini: fedeli di una Chiesa greco-cattolica che, pur avendo mantenuto le tradizioni ortodosse, riconosce i dogmi cattolici e il catechismo cattolico, chiamati con termine dispregiativo «uniati» dai russi, vengono considerati da questi ultimi come degli invasori in territorio canonico non loro. E per questo rappresentano un grosso ostacolo sulla strada dell’unione tra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa.
Sono passati quattordici anni da quando la comunità internazionale isolò Lukashenko accusandolo di avere manipolato le elezioni che lo confermarono al potere nel 1994. Ma oggi, a quattordici anni di distanza, le cose vanno diversamente. La Bielorussia sembra voler accettare le spinte europee affinché il paese si avvicini a degli standard di democraticità minimi. L’Italia, in particolare, intende lavorare per la difesa dei diritti umani, promuoverli, e incontrare Lukashenko può essere un’occasione in questo senso.
Il prossimo 7 maggio a Praga è in agenda il Partenariato per l’Est, ovvero la nuova iniziativa di cooperazione Ue con i paesi ex sovietici: oltre Minsk, ci sono Ucraina, Georgia, Moldova, Azerbaigian e Armenia. Sarà questo il trampolino di lancio principale che Lukashenko cercherà di percorrere per ri-accreditarsi agli occhi dell’Europa. La tappa italiana è in preparazione di Praga. Anche se a Praga Lukashenko probabilmente invierà semplicemente il suo primo ministro, i 600 milioni di euro messi a disposizione dai Ventisette per il summit permetteranno alla Bielorussia di attingere ai finanziamenti Ue ancora oggi ridotti vista l’esclusione di Minsk dalla politica di vicinato europea. Insomma, un’occasione che, anche grazie al doppio incontro italiano (Papa e Berlusconi), Lukashenko affronterà con un po’ più di serenità.
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Realpolitik vaticana: da Ginevra ad Aleksander Lukashenko ecco le ultime mosse della diplomazia d’oltre il Tevere
26 aprile 2009 -
Finita l’era dell’Ostpolitik vaticana di casaroliana memoria (nel senso del cardinale Agostino Casaroli, suo principale e illustre interprete), terminata la necessità impellente delle concessioni e delle aperture verso quei paesi del blocco sovietico che segregavano tutto e tutti, cattolici compresi, oltre il Tevere sembra vi sia oggi spazio esclusivamente per una politica estera incentrata sul pragmatismo, insomma per una vera e propria realpolitik di stampo vaticano.
È davvero così? In un certo senso sì. E la conferenza Onu di Ginevra sul razzismo lo dimostra. L’arcivescovo Silvano Tomasi, rappresentante vaticano alla conferenza, infatti, non ha abbandonato i lavori per protestare contro il discorso antisemita di Mohammed Ahamadinejad. E la Santa Sede ha giustificato tale decisione, spiegando più approfonditamente il motivo della presenza vaticana: «La conferenza in sé – ha detto il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi – è un’occasione importante per portare avanti la lotta contro il razzismo e l’intolleranza». Un’occasione come tante altre, dunque, che è meglio sfruttare piuttosto che ignorare. Che tradotto significa: occorre essere pragmatici, è più opportuno sostenere lo sforzo delle istituzioni internazionali per fare dei passi avanti nella lotta al razzismo, è più opportuno stare là dove c’è la grande maggioranza dei paesi del mondo, piuttosto che non fare nulla. Realpolitik appunto.
E anche nelle prossime ore la Santa Sede darà un saggio di questa tendenza quanto a diplomazia internazionale. A varcare le sacre mura per un incontro col Pontefice, infatti, è niente meno che l’“ultimo dittatore d’Europa”, ovvero il presidente bielorusso Aleksander Lukashenko. Il leader di un paese che dal 1995 non ha rapporti con le principali cancellerie europee, che in pochi anni è riuscito a ripiombare in un passato che ha i sapori e i colori del regime comunista di stampo sovietico, dà un colpo importante alla propria immagine internazionale ottenendo un’udienza da Benedetto XVI.
In Vaticano la decisione è stata presa più che altro per routine: «C’è un nunzio apostolico in Bielorussia, c’è un ambasciatore bielorusso accreditato presso la Santa Sede, quindi…», ha ricordato il portavoce vaticano padre Federico Lombardi. Eppure, dietro la decisione, c’è una volontà precisa. L’esperta regia è di monsignor Dominique Mamberti, capo della sezione estera della segreteria di Stato. È stato lui ad aver spinto per l’incontro. In fondo – manco a dirlo – è semplicemente una questione di realismo: all’indomani delle legislative di settembre, infatti, si è verificata una generale svolta nei rapporti tra Lukashenko e l’Occidente. La comunità internazionale ha evidenziato migliorie e passi in avanti. Non solo, i Ventisette hanno deciso di sospendere per sei mesi le sanzioni e di riavviare i contatti politici a livello di “trojka”. Quindi è arrivato l’invito ufficiale da parte di Bruxelles alla partecipazione di Minsk al nuovo Partenariato per l’Est. Insomma: anche la Santa Sede, in scia a quanto già sta avvenendo tra Bierolussia ed Europa, ha preso nota delle nuove aperture del paese verso l’Occidente e, consapevole che è meglio favorirne il pur difficile processo verso un autentico sviluppo piuttosto che non fare nulla, ha deciso di aprire le proprie porte e di accogliere l’ospite tanto atteso.
Tanto pragmatismo non è nuova in Vaticano. Molto ve n’è stato nel pontificato wojtyliano. Non a caso è senza compromessi e con lucido realismo che Giovanni Paolo II ha attraversato sei presidenze Usa, il crollo dell’Urss, le briciole del Muro di Berlino, lo sgretolamento dei Balcani, il “nuovo” ordine mondiale dettato dai bombardieri nel Golfo, in Serbia, in Afghanistan, il rovinoso esito del neocolonialismo nelle guerre africane dimenticate, il crollo del comunismo “reale” e insieme la nascita della contestazione antiglobale. E molto pragmatismo vive oggi nella Santa Sede. Tanto che alcuni sostengono che la differenza tra Giovanni Paolo II e Benedetto XVI stia semplicemente nella maggior disinvoltura con la quale quest’ultimo fa propria una politica estera all’insegna della realpolitik.
Ma è proprio così? Sì, ma non del tutto. E la Cina, o meglio le relazioni che la Santa Sede tesse con il paese cinese, ne sono un esempio lampante. A dimostrazione che non tutti coloro che in Vaticano organizzano le linee da tenere quanto a diplomazia internazionale la pensano allo stesso modo. Con la Cina, infatti, il Vaticano sembra tornato ai tempi del blocco sovietico: quando l’Ostpolitik, la mediazione a tutti i costi impregnata di silenzio attorno alle barbarie del regime, la faceva da padrona. Anche nel pontificato di Benedetto XVI, come in quello di Giovani Paolo II, si è cercato di trattare con Pechino per ottenere il più possibile. Ma il risultato è stato pessimo. Le vessazioni continuano come e più di prima l’invio della lettera che Ratzinger scrisse ai cattolici cinesi nel 2007. Tanto che, pochi giorni fa, la Santa Sede ha dovuto per forza di cose cambiare strategia e denunciare l’operato di Pechino. Ovvero le continue ritorsioni del regime verso i cattolici del paese. Ma a cosa porterà questo cambio di politica è difficile dirlo. Anche perché, in Vaticano, i seguaci della Ostpolitik sempre e comunque sono ancora presenti, capaci e soprattutto parecchio attivi.
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Se in Germania la teologia è «fai da te»
25 aprile 2009 -
L’avevamo lasciato un anno fa allorquando, a poche ore dalla nomina a presidente della Conferenza episcopale tedesca al posto del dimissionario Karl Lehmann, affermò – in continuità con le idee del suo predecessore – di essere disponibile a discutere il celibato dei preti e di essere favorevole al riconoscimento delle coppie omosessuali. E quanto al celibato dei preti, giacché la questione è grossa, aveva spiegato che comunque eventuali cambiamenti non si sarebbero potuti fare «senza convocare prima un Concilio». Convocare un Concilio: è un leit-motiv nell’ala aperturista della Chiesa, un leit-motiv che prende il nome di Vaticano III.
Lui è l’arcivescovo di Friburgo, Robert Zollitsch, appunto il capo dei vescovi tedeschi. E le ultime sue dichiarazioni al limite dell’ortodossia sono state concesse a una tv tedesca giusto pochi giorni fa. Zollitsch, in sostanza, ha negato pubblicamente il fatto che la morte di Cristo sia una morte sacrificale: «Cristo – ha detto – non è morto per i peccati della gente come se Dio avesse preparato un’offerta sacrificale, un capro espiatorio». Piuttosto, Gesù ha offerto «solidarietà» con i poveri e i sofferenti. «È questa la grande prospettiva – ha continuato il presule -, questa tremenda solidarietà».
Qui, chi lo intervistava, ha giustamente voluto approfondire: «Dunque lei non descriverebbe più la cosa quasi come se Dio avesse donato Suo Figlio, perchè gli uomini erano talmente peccatori? Non lo descriverebbe più così?». E Zollitsch ha risposto: «No».
La sostanza è chiara. Per Zollitsch Dio si è unito all’uomo per solidarietà. Diversamente, invece, la pensa il Catechismo della Chiesa cattolica. L’articolo 613 descrive la morte di Cristo come «contemporaneamente il sacrificio pasquale che compie la redenzione definitiva degli uomini per mezzo dell’Agnello che toglie il peccato del mondo e il sacrificio della Nuova Alleanza che di nuovo mette l’uomo in comunione con Dio riconciliandolo con lui mediante il sangue versato per molti in remissione dei peccati». E ancora: «Questo sacrificio di Cristo è unico: compie e supera tutti i sacrifici. Esso è innanzitutto un dono dello stesso Dio Padre che consegna il Figlio per riconciliare noi con lui. Nel medesimo tempo è offerta del Figlio di Dio fatto uomo che, liberamente e per amore, offre la propria vita al Padre suo nello Spirito Santo per riparare la nostra disobbedienza».
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Silvestrini, Bagnasco, Bersani e Tremonti: ecco la nuova “lobby” anti liberista
24 aprile 2009 -
«Eminenza, amici e compagni». È il singolare incipit del discorso tenuto ieri da Pierluigi Bersani al termine di un dibattito – organizzato da Nens, l’associazione fondata dallo stesso Bersani e da Vicenzo Visco – avvenuto a Roma intorno al modello sociale ed economico del paese. Un dibattito per riflettere sulla genesi dell’attuale crisi economica, cercarne i motivi e trovare nuove soluzioni. Un dibattito nel quale il responsabile economico del Pd, sicuro candidato alla segreteria del partito nel congresso del prossimo ottobre, trova affinità e convergenze con la visione economica propria della dottrina sociale della Chiesa.
L’eminenza presente era il cardinale Achille Silvestrini. Già, perché riflettere sulla crisi e sul modello di sviluppo economico che l’ha provocata, significa in qualche modo affondare il colpo sul quella che Bersani ha chiamato «egemonia neoliberista». Un’egemonia che ha provocato lo sfacelo attuale. Un’egemonia che trova nella visione sociale cattolica un suo naturale nemico. Tanto che, non a caso, mai come in queste ore si moltiplicano le convergenze sui temi economici tra i leader di due mondi storicamente lontani. Convergenze anti-liberiste, in nome di una svolta sociale appena pochi mesi fa impensabile. Oltre al duetto Bersani-Silvestrini, l’altro ieri – e l’Osservatore Romano ne ha dato grande rilievo – c’è stato quello Bagnasco-Tremonti in una tavola rotonda promossa dall’Istituo Aspen, presente anche Enrico Letta. E se non fosse stato per un forfait dell’ultima ora, ieri ce ne sarebbe dovuto essere un terzo di duetto, ancora fra Tremonti e il cardinale Renato Raffaele Martino, presidente di Iustitia et Pax, uno dei principali collaboratori del Papa nella difficile e non ancora compiuta stesura dell’enciclica dedicata ai temi sociali e alla globalizzazione anche alla luce della crisi in corso.
Il «socialista scandinavo» Tremonti – come lo definisce Francesco Cossiga – già da qualche mese ha fatto proprio il pensiero della Chiesa in materia economica. Ciò è avvenuto anzitutto qualche mese fa nella prolusione tenuta per l’apertura dell’anno accademico dell’università Cattolica, dove ha citato come profetico in materia economica un testo di Ratzinger del 1985, Church and Economy in Dialogue, nel quale l’attuale Pontefice sostiene che l’economia non può essere scissa dall’etica. Ma i prodromi della svolta tremontiana c’erano già nel libro La paura e la speranza e, ancora, nella conversione apertamente dichiarata alla triade di mazziniana memoria «Dio, patria e famiglia».
L’altro ieri, le idee del ministro dell’Economia si sono incrociate con quelle del cardinale Bagnasco. Questi, in occasione delle varie prolusioni tenute nelle assemblee generali e nei consiglio della Cei, ha sempre insistito sulle sfide che la crisi economica pone alla Chiesa. E l’altro ieri, come ha titolato l’Osservatore, ha chiesto la promozione di «nuove reti di solidarietà contro la miseria e l’esclusione sociale». All’egemonia neo liberista che pone l’interesse dell’individuo sopra quello della società, Bagnasco ha contrapposto un nuovo «sistema di welfare» che privilegi , tramite un’apposita «cabina di regia», la responsabilità di individui e governanti, la centralità della persona e che abbia una sola finalità: il bene comune.
Superare il neo liberismo significa anche non cadere in uno dei suoi opposti, il materialismo di Karl Marx. Davanti a Bersani e Silvestrini, ha sviscerato la cosa anche un interessante intervento di Roberto Gualtieri dell’Università di Roma. Nella Spe Salvi Benedetto XVI chiede di superare l’idea materialista che l’uomo sia solo il prodotto di condizioni economiche. Ma superarla significa mettere al centro di un nuovo modello di sviluppo la persona e le relazioni tra le persone, e insieme il legame inscindibile tra dimensione spirituale, morale e materiale.
L’ha detto ieri ancora Bersani: i problemi vanno affrontati con il dialogo «ma anche con questioni di etica». L’umanesimo laico e quello religioso, infatti, «hanno la stessa radice cristiana» e il contribuito che può arrivare dall’Italia, in questo senso, «dovrebbe essere di valore mondiale». Anche perché l’attuale fase si chiude con «una recessione senza precedenti». E ora sono necessari aggiustamenti su vari piani, che ridefiniscano le regole di finanza accompagnati da «aggiustamenti dell’economia reale per ridurre le zone d’ombra e di incertezza», e sarà necessario «costruire mercati interni più dinamici».
Sua eminenza, appunto il cardinale Silvestrini, ha detto che la crisi è un’occasione anche per la Chiesa. Questa vigila costantemente «su certe tematiche» e deve farlo con la medesima assiduità anche sull’emergenza economica. Occorre vigilare perché i problemi economico-finanziari hanno una genesi profonda che riguarda tutti.
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Ratzinger convoca un summit segreto su crisi ed enciclica sociale
23 aprile 2009 -
Un summit a porte chiuse per valutare i contenuti dell’enciclica sociale Caritas in veritate – la terza lettera enciclica di Benedetto XVI – alla luce dell’attuale crisi economico finanziaria. Secondo quanto apprende il Riformista, si è svolto a Castelgandolfo sabato mattina, subito prima dell’udienza che il Papa ha concesso ai francescani. Presenti, assieme a Ratzinger, quattro importanti cardinali.
C’era Angelo Bagnasco. È il presidente della Conferenza episcopale italiana, arcivescovo di Genova. Sovente nelle diverse prolusioni che hanno preceduto le riunioni e le assemblee dei vescovi italiani, ha dedicato parole alla situazione economica del paese. Per conto della Cei, sta portando avanti la promozione di un fondo nazionale per aiutare le famiglie che si trovano in difficoltà.
C’era Camillo Ruini. È il predecessore di Bagnasco alla Cei, fine mente politica (è imminente l’uscita per Mondadori di un lavoro con Ernesto Galli della Loggia dedicato al rapporto tra cattolicesimo e mondo contemporaneo). È presidente del comitato per il progetto culturale della Cei il cui scopo è incrementare la presenza della cultura cattolica nel paese e, insieme, aiutare un confronto tra saperi diversi che favorisca l’allargarsi di quegli «spazi della razionalità» di ratzingeriana memoria.
C’era il cardinale Angelo Scola: patriarca della cosmopolita Venezia, paladino dell’incontro «già in atto» tra religioni, culture ed etnie diverse, recentemente ha offerto una sua ricetta per combattere la crisi. Ovvero, stili di vita improntati alla sobrietà a tutti i livelli. Stili di vita che debbono interessare anzitutto coloro che hanno responsabilità di governo.
C’era il cardinale Christoph Schönborn: domenicano, arcivescovo di Vienna e presidente della Conferenza episcopale austriaca, fa parte dei quaranta ex alunni di teologia appartenenti al cosiddetto Ratzinger Schülerkreis, il circolo di Benedetto XVI. Seppure non brilli particolarmente nel disbrigo degli affari correnti e delle cose pratiche che necessariamente interessano la conduzione della Chiesa austriaca, è tenuto in grande considerazione dal Pontefice.
Benedetto XVI ha convocato il summit per sentire quattro pareri autorevoli. Stando alle voci, infatti, l’enciclica dovrebbe vedere la luce il prossimo 29 giugno. Ma l’ultima bozza sulla quale hanno discusso i quattro porporati ancora non soddisfa il Papa: sarà in grado di rispondere alle sfide dei tempi come lo fu nel 1991 la wojtyliana Centesimus annus?
Il fatto che il testo dovrebbe uscire tra più di due mesi non è notizia da poco. Era l’estate del 2007, infatti, quando – a cavallo della vacanza del Papa a Lorenzago di Cadore – si cominciò a parlare di un testo dedicato ai temi sociali e alla globalizzazione. Vi ha lavorato parecchio il pontificio consiglio Iustitia et Pax diretto dal cardinale Renato Raffaele Martino. Da mesi aspetta di andare in pensione, ma rimarrà al suo posto fino a che la Caritas in veritate non vedrà la luce. Recentemente ai lavori è subentrato anche l’arcivescovo di Monaco di Baviera, monsignor Reinhard Marx. E, assieme a lui, alcuni economisti legati alla Curia. Sono stati questi ultimi, in particolare, ad avanzare presso il Pontefice delle perplessità sull’attualità del testo rispetto alla tempesta economica in atto. E, soprattutto, riguardo alle sfide che la crisi comporta.
La tesi di fondo, comunque, c’è ed è una: per risolvere la crisi serve un modello di sviluppo solidale: la crisi va affrontata con «solidarietà e sobrietà» e con una revisione profonda del modello di sviluppo dominante. Perché come disse lo stesso Ratzinger all’inizio del 2009, non bastano «i rattoppi», è tempo di leggere la crisi «in profondità». Giusto ieri, il Papa ha parlato della crisi spiegando come sia legata alla «cupidigia»: «la radice di tutti i mali, l’unica radice di tutti i vizi».
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Il cardinale Biffi rompe il silenzio
22 aprile 2009 -
Il più politicamente scorretto dei cardinali è tornato. L’avevamo lasciato arcivescovo di Bologna prima dell’era Caffarra. Pane al pane, vino al vino era il suo incedere. Si ricordano, in questo senso, le parole contro un certo modo arrendevole d’intendere il dialogo con l’Islam. Lui, ad esempio, era per favorire «gli immigrati cattolici» prima di quelli musulmani. E ancora quel famoso aforisma: «Mangiare i tortellini con la prospettiva della vita eterna – spiegò – rende migliori anche i tortellini».
Ieri ha rotto il silenzio che si era imposto. Inviato dal Papa ad Aosta per sant’Anselmo, ha fatto una lectio sull’inseparabilità di fede e ragione. Ha tuonato contro i «profeti del niente» e ha difeso Benedetto XVI dopo gli attacchi intra ed extra ecclesiali delle ultime settimane: al Papa spetta sempre l’ultima parola per le questioni di Chiesa, quelle legate alla fede, perché «è sempre il normale punto di riferimento… l’ultimo insindacabile giudizio nell’indirizzo pastorale». Biffi è tornato.
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Messaggio papale. Anselmo da Aosta, il santo che per cercare Dio scalava le vette delle montagne
21 aprile 2009 -
di Benedetto XVI
(in occasione delle celebrazioni e iniziative culturali della diocesi di Aosta per il IX centenario della morte di sant’Anselmo, monaco benedettino nel monastero di Bec, in Francia, e poi Arcivescovo di Canterbury)
Al Signor Cardinale
Giacomo Biffi
Inviato Speciale alle celebrazioni del IX centenario
della morte di sant’Anselmo
In vista delle celebrazioni a cui Ella, venerato Fratello, prenderà parte come mio Legato nella illustre città di Aosta per il IX centenario della morte di sant’Anselmo, avvenuta a Canterbury il 21 aprile 1109, mi è caro affidarLe uno speciale messaggio nel quale desidero richiamare i tratti salienti di questo grande monaco, teologo e pastore d’anime, la cui opera ha lasciato una traccia profonda nella storia della Chiesa. La ricorrenza costituisce infatti un’opportunità da non perdere per rinnovare la memoria di una tra le figure più luminose nella tradizione della Chiesa e nella stessa storia del pensiero occidentale europeo. L’esemplare esperienza monastica di Anselmo, il suo metodo originale nel ripensare il mistero cristiano, la sua sottile dottrina teologica e filosofica, il suo insegnamento sul valore inviolabile della coscienza e sulla libertà come responsabile adesione alla verità e al bene, la sua appassionata opera di pastore d’anime, dedito con tutte le forze alla promozione della «libertà della Chiesa», non hanno mai cessato di suscitare nel passato il più vivo interesse, che il ricordo della morte sta felicemente riaccendendo e favorendo in diversi modi e in vari luoghi.
In questa memoria del «Dottore magnifico» — come sant’Anselmo è chiamato — non può non distinguersi in modo particolare la Chiesa di Aosta, nella quale egli ebbe i natali e che giustamente si compiace di considerarlo il suo figlio più illustre. Anche quando lascerà Aosta nel tempo della sua giovinezza, egli continuerà a portare nella memoria e nel cuore un fascio di ricordi che non mancheranno di riaffiorare alla sua coscienza nei momenti più importanti della vita. Tra questi ricordi, un posto particolare avevano certamente l’immagine dolcissima della madre e quella maestosa dei monti della sua Valle con le loro cime altissime e perennemente innevate, in cui egli vedeva raffigurata, come in un simbolo avvincente e suggestivo, la sublimità di Dio. Ad Anselmo — «un fanciullo cresciuto tra i monti», come lo definisce il suo biografo Eadmero (Vita Sancti Anselmi, i, 2) — Dio appare come ciò di cui non è possibile pensare qualcosa di più grande: forse a questa sua intuizione non era estraneo lo sguardo volto fin dalla fanciullezza a quelle vette inaccessibili. Già da bambino infatti riteneva che per incontrare Dio occorreva «salire sul vertice della montagna» (ibid.). Di fatto, sempre meglio egli si renderà conto che Dio si trova a una altezza inaccessibile, situata oltre i traguardi a cui l’uomo può arrivare, dal momento che Dio sta al di là del pensabile. Per questo il viaggio alla ricerca di Dio, almeno su questa terra, non si concluderà mai, ma sarà sempre pensiero e anelito, rigoroso procedimento dell’intelletto e implorante domanda del cuore.
L’intensa brama di sapere e l’innata propensione alla chiarezza e al rigore logico spingeranno Anselmo verso le scholae del suo tempo. Egli approderà così al monastero di Le Bec, dove verrà soddisfatta la sua inclinazione per la dialettica, e soprattutto si accenderà la sua vocazione claustrale. Soffermarsi sugli anni della vita monastica di Anselmo significa incontrare un religioso fedele, «costantemente occupato in Dio solo e nelle discipline celesti» — come scrive il suo biografo — tanto da raggiungere «un tale vertice di speculazione divina, da essere in grado, per la via aperta da Dio, di penetrare e, una volta penetrate, di spiegare le questioni più oscure, e in precedenza insolute, riguardanti la divinità di Dio e la nostra fede, e di provare con chiare ragioni che quanto affermava apparteneva alla sicura dottrina cattolica» (Vita Sancti Anselmi, i, 7). Con queste parole il suo biografo delinea il metodo teologico di sant’Anselmo, il cui pensiero si accendeva e illuminava nell’orazione. È lui stesso a confessare, in una sua opera famosa, che l’intelligenza della fede è un avvicinarsi alla visione, alla quale tutti aneliamo e della quale speriamo di godere alla fine del nostro pellegrinaggio terreno: «Quoniam inter fidem et speciem intellectum quem in hac vita capimus esse medium intelligo: quanto aliquis ad illum proficit, tanto eum propinquare speciei, ad quam omnes anhelamus, existimo» (Cur Deus homo, Commendatio). Il Santo mirava a raggiungere la visione dei nessi logici intrinseci al mistero, a percepire la «chiarezza della verità», e perciò a cogliere l’evidenza delle «ragioni necessarie», intimamente sottese al mistero. Un intento certamente audace, sul cui esito si soffermano ancora oggi gli studiosi di Anselmo. In realtà, la sua ricerca dell’«intelletto (intellectus)» disposto tra la «fede (fides)» e la «visione (species)» proviene, come fonte, dalla stessa fede ed è sostenuta dalla confidenza nella ragione, mediante la quale la fede in certa misura si illumina. L’intento di Anselmo è chiaro: «innalzare la mente alla contemplazione di Dio» (Proslogion, Proemium). Rimangono, in ogni caso, programmatiche per ogni ricerca teologica le sue parole: «Non tento, Signore, di penetrare la tua profondità, perché non posso neppure da lontano mettere a confronto con essa il mio intelletto; ma desidero intendere, almeno fino a un certo punto, la tua verità, che il mio cuore crede e ama. Non cerco infatti di capire per credere, ma credo per capire»(Non quaero intelligere ut credam, sed credo ut intelligam)» (Proslogion, 1).
In Anselmo, priore ed abate di Le Bec, rileviamo poi alcune caratteristiche che ne definiscono ulteriormente il profilo personale. Colpisce innanzitutto, in lui, il carisma di esperto maestro di vita spirituale, che conosce e illustra sapientemente le vie della perfezione monastica. Al tempo stesso, si resta affascinati dalla sua genialità educativa, che si esprime in quel metodo del discernimento — lui lo qualifica via discretionis (Ep. 61) — che è lo stile un po’ di tutta la sua vita, uno stile in cui si compongono la misericordia e la fermezza. Peculiare è infine la capacità che egli dimostra nell’iniziare i discepoli all’esperienza dell’autentica preghiera: in particolare, le sue Orationes sive Meditationes, avidamente richieste e largamente usate, hanno contribuito a fare di tante persone del suo tempo delle «anime oranti», così come le altre sue opere si sono rivelate un prezioso coefficiente per rendere il medioevo un periodo «pensante» e, possiamo aggiungere, «coscienzioso». Si direbbe che l’Anselmo più autentico lo si ritrovi a Le Bec, dove rimase trentatré anni, e dove fu molto amato. Grazie alla maturazione acquisita in un simile ambiente di riflessione e preghiera, egli potrà anche in mezzo alle successive tribolazioni episcopali dichiarare: «Non conserverò nel cuore alcun rancore per nessuno» (Ep. 321).
La nostalgia del monastero lo accompagnerà per il resto della sua vita. Lo confessò egli stesso quando fu costretto, con vivissimo dolore suo e dei suoi monaci, a lasciare il monastero per assumere il ministero episcopale al quale non si sentiva adatto: «È noto a molti — scrisse al Papa Urbano ii — quale violenza mi sia stata fatta, e quanto fossi restio e contrario, quando venni trattenuto come vescovo in Inghilterra e come abbia esposto le ragioni di natura, età, debolezza e ignoranza, che si opponevano a questo ufficio e che rifuggono e detestano assolutamente gli impegni secolari, che non posso affatto svolgere senza mettere in pericolo la salvezza dell’anima mia» (Ep. 206). Con i suoi monaci poi si confida in questi termini: «Sono vissuto per trentatré anni da monaco — tre anni senza incarichi, quindici come priore, e altrettanti come abate —, in modo tale che tutti i buoni che mi hanno conosciuto mi volevano bene, certo non per merito mio ma per la grazia di Dio, e più mi volevano bene quelli che mi conoscevano più intimamente e con maggiore familiarità» (Ep. 156). Ed aggiungeva: «Siete stati in molti a venire al Bec… Molti tra voi circondavo d’un affetto così tenero e soave che ciascuno poteva aver l’impressione che io non amassi nessun altro in uguale misura» (ibid.).
Nominato arcivescovo di Cantebury e iniziatosi, così, il suo cammino più tribolato, appariranno in tutta la loro luce il suo «amore della verità» (Ep. 327), la sua rettitudine, la sua rigorosa fedeltà alla coscienza, la sua «libertà episcopale» (Ep. 206), la sua «onestà episcopale» (Ep. 314), la sua insonne opera per la liberazione della Chiesa dai condizionamenti temporali e dalle servitù di calcoli non compatibili con la sua natura spirituale. Rimangono esemplari, a questo proposito, le sue parole al re Enrico: «Rispondo che né nel battesimo né in nessun’altra mia ordinazione ho promesso di osservare la legge o la consuetudine di vostro padre o dell’arcivescovo Lanfranco, ma la legge di Dio e di tutti gli ordini ricevuti» (Ep. 319). Per Anselmo primate della Chiesa d’Inghilterra vale il principio: «Sono cristiano, sono monaco, sono vescovo: voglio quindi essere a tutti fedele, secondo il debito che ho verso ciascuno» (Ep. 314). In quest’ottica egli non esita ad affermare: «Preferisco essere in disaccordo con gli uomini che, d’accordo con loro, essere in disaccordo con Dio» (Ep. 314). Proprio per questo egli si sente disposto anche al sacrificio supremo: «Non ho paura di effondere il mio sangue; non temo nessuna ferita nel mio corpo né la perdita dei beni» (Ep. 311).
Si comprende come, per tutte queste ragioni, Anselmo conservi tuttora una grande attualità e un forte fascino, e quanto possa essere proficuo rivisitare e ripubblicare i suoi scritti, e insieme rimeditare sulla sua vita. Ho appreso perciò con gioia che Aosta, nella ricorrenza del IX centenario della morte del Santo, si stia distinguendo per un insieme di opportune e intelligenti iniziative — specialmente con l’accurata edizione delle sue opere — nell’intento di far conoscere e amare gli insegnamenti e gli esempi di questo illustre suo figlio. Affido a Lei, venerato Fratello, il compito di recare ai fedeli dell’antica e cara Città di Aosta l’esortazione a guardare con ammirazione e affetto a questo grande loro concittadino, la cui luce continua a brillare in tutta la Chiesa, soprattutto là dove sono coltivati l’amore per le verità della fede e il gusto per il loro approfondimento mediante la ragione. E, infatti, la fede e la ragione — fides et ratio – si trovano in Anselmo mirabilmente unite. Con questi sentimenti invio di cuore per Suo tramite, venerato Fratello, al Vescovo, Mons. Giuseppe Anfossi, al clero, ai religiosi e ai fedeli di Aosta e a quanti prendono parte alla celebrazioni in onore del «Dottore magnifico» una speciale Benedizione Apostolica, propiziatrice di copiose effusioni di favori celesti.
Dal Vaticano, 15 aprile 2009
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