Il Papa in Africa ricorda che l’aids si combatte con una “umanizzazione della sessualità” (non coi preservativi) e ai giornalisti dice di non sentirsi solo

Il Papa è partito ieri per il suo primo viaggio in Africa (fino a lunedì prossimo), più precisamente in Camerun e in Angola. Dopo i viaggi in Europa, (Germania, Polonia, Spagna, Austria e Francia), nel vicino Oriente (Turchia), nell’America del Nord (Stati Uniti), nell’America del Sud (Brasile) e in Oceania, mancavano all’appello soltanto Asia e Africa. E Benedetto XVI ha optato per il continente nero anche perché, in vista del secondo Sinodo dei vescovi per l’Africa (il primo fu nel 1994) che avrà luogo a ottobre in Vaticano, occorreva consegnare alla Chiesa locale l’Instrumentum Laboris, ovvero il documento sul quale i presuli dovranno lavorare in vista del summit.
Papa Ratzinger tiene parecchio a questo viaggio. Vuole innanzitutto incitare l’opera evangelizzatrice della Chiesa nel continente. E, insieme, vuol far vedere alla stessa Chiesa come lui le sia vicino, come non le siano indifferenti gli enormi sforzi e i grandi sacrifici che essa compie quotidianamente.
E, ieri, le parole che Benedetto XVI ha detto appena atterrato a Yaoundé, la capitale del Camerun, hanno confermato questa volontà di vicinanza alla Chiesa locale. Il Papa, infatti, ha ricordato gli sforzi che la Chiesa compie nel paese per i malati di aids e, insieme, ha lodato il Camerun per il fatto che cura coloro che sono affetti da questa malattia gratuitamente: «È encomiabile», ha detto Ratzinger.
Benedetto XVI sa che il 24,8 per cento dei malati di aids in Africa sono cattolici. E sa anche che è la Chiesa a svolgere, in tutto il continente, un’opera di aiuto ai malati difficilmente eguagliabile. E per questo, sull’aereo che da Roma lo ha portato in Camerun, rispondendo alle domande dei giornalisti ha voluto parlare della modalità tramite la quale la Chiesa da sempre cerca di combattere l’aids. Ha detto che l’unica strada efficace è un’«umanizzazione della sessualità», cioè «un rinnovamento spirituale e umano che comprende un nuovo modo di comportarsi gli uni verso gli altri, e in secondo luogo una vera amicizia nei confronti delle persone che soffrono».
Per la prima volta da quando è Pontefice, Ratzinger ha usato il termine «preservativo», per dire che l’aids «è una tragedia che non si può superare solo con i soldi, non si può sconfiggere con la distribuzione di preservativi, che al contrario aumenterà i problemi». Serve, invece, un comportamento umano morale e corretto e una grande attenzione verso i malati: «Soffrire con i sofferenti».
Senz’altro al Sinodo dei vescovi per l’Africa, la necessità di «umanizzare la sessualità» sarà uno degli argomenti principali. E il Papa, parlando già nell’incipit del suo viaggio del fatto che i preservativi non siano la soluzione del “problema aids”, ha dato da subito un punto fermo alla futura discussione: la non liceità dell’uso dei condom è e sarà un dato acquisito.
Sul volo papale Benedetto XVI ha affrontato svariati temi. Tra i più importanti una riflessione sulla crisi economica e una battuta significativa sul «mito» della sua solitudine, ovvero sulla crisi di governo della curia romana in occasione del caso Williamson.
Sulla crisi economica il Papa è stato chiaro: la causa della recessione è soprattutto di carattere etico, perché «dove manca l’etica, la morale, non può esserci correttezza nei rapporti». Un tema, quest’ultimo, che il Pontefice ha promesso di esplorare in questi giorni di permanenza in Africa ma non soltanto qui. Anche nella prossima enciclica sociale attesa per la primavera egli darà un importante contributo in questo senso: l’enciclica – ha detto – «era già pronta e stava per uscire. Ma poi si è scatenata la tempesta e, di conseguenza, sono state riviste alcune cose alla luce dei nuovi avvenimenti per cercare risposte sempre più confacenti».
Il Papa ha lasciato Roma dopo settimane difficili, a motivo delle critiche seguite alla revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani. Ratzinger sull’aereo ha detto una cosa: di non sentirsi solo «in alcun modo». E ricordando che proprio in questi giorni sono venuti a trovarlo anche dei suoi compagni tedeschi, ha aggiunto: «Ogni giorno vedo i miei collaboratori, i capi discastero, i vescovi».
Nei giorni scorsi era stato l’Osservatore Romano a intervenire con forza in difesa di coloro che dentro e fuori la Chiesa definiscono il Papa come isolato, arroccato nelle sue stanze. Insieme, l’Osservatore aveva bollato come «miserande» le fughe di notizie che hanno esposto, durante il caso Williamson, il Papa a continue strumentalizzazioni. Quella del giornale vaticano è stata una difesa importante, senz’altro voluta dai collaboratori più stretti del Papa all’interno della segreteria di Stato. Una difesa grazie alla quale, tuttavia, i veri responsabili della crisi comunicativa e governativa evidenziatasi durante il caso Williamson non sono stati smascherati.

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About Longley…

Ho letto su alcuni blog inglesi che, a riguardo di Bernard Longley nuovo arcivescovo di Westminster, avrei fatto il passo più lungo della gamba: nonostante quanto da me scritto il 12 marzo sul Riformista, infatti, Longley non è stato ancora nominato.
È vero, Longley oggi è ancora un semplice vescovo ausiliare, ma ciò non significa ch’io abbia fatto il passo più lungo della gamba. Significa semplicemente che la comunicazione della decisione è ritardata d’un po’ (tra l’altro non avevo mai detto che la cosa sarebbe stata comunicata immediatamente dopo la plenaria dei vescovi).


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L’Osservatore contro la Curia e le sue “miserande” fughe di notizie

L’Osservatore Romano diretto da Gian Maria Vian ha abbandonato da tempo la linea della mera ufficialità in favore della valorizzazione delle idee così come già Papa Montini aveva auspicato. E l’attacco di ieri, in un editoriale firmato dallo stesso direttore, contro la Curia romana rea di aver favorito «miserande» fughe di notizie durante la vicenda della revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani e il caso Williamson, conferma questo nuovo corso.
Il giornale del Papa, lo stesso giorno in cui la Santa Sede rendeva nota la lettera di Benedetto XVI ai vescovi per spiegare la vicenda lefebvriana, se la prende contro coloro che alla revoca della scomunica hanno reagito con «accuse infondate ed enormi» nonostante l’intenzione di Ratzinger fosse quella di «evitare uno scisma». Anche se non è esplicitato esattamente il destinatario delle critiche dell’Osservatore – il giornale super-visionato dalla segreteria di Stato deplora indistintamente tutte le fughe di notizie – l’impressione è che si sia di fronte a una chiarificazione interna Oltretevere. Ovvero, al capitolo finale di una vicenda iniziata il 21 gennaio con la firma decreto di revoca della scomunica, continuata con le critiche provenienti soprattutto da dentro la Chiesa e terminata ieri con la lunga, inusuale e durissima lettera del Papa: nella Chiesa – ha scritto Ratzinger – «ci si morde e ci si divora a vicenda».
La lettera contiene già un primo indizio del fatto che qualcosa cambierà presto: Ecclesia Dei, il dicastero del cardinale Dario Castrillon Hoyos che cura i rapporti coi lefebvriani, viene collegato alla congregazione per la Dottrina della Fede. In sostanza, diviene una succursale dell’ex Sant’Uffizio. E altri cambiamenti arriveranno presto. Nell’attesa, occhi puntati al rapporto con gli ebrei. Il Papa ieri ha ricevuto i rappresentanti dei rabbini di Israele, il prossimo maggio sarà in Terra Santa e, in autunno, visiterà la sinagoga di Roma.

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Don Massimo Camisasca: “Cara Napoli, ecco chi è Roberto Donadoni”

«Un bergamasco come Roberto Donadoni a Napoli non potrà che fare bene. Lui è un vulcano che cova sotto la cenere, come sono i bergamaschi. Un vulcano che, tuttavia, sa governare la propria tensione fino a farla esplodere al momento giusto. I napoletani sono sempre “in esplosione”. Sono sempre allegri, pieni di energia, e non ostentano nulla. Lui, invece, la propria energia, il fuoco che ha dentro lo fa esplodere in altro modo: in tenacia, in voglia di lavorare, in voglia di fare. E i napoletani sapranno apprezzare queste sue caratteristiche. I bergamaschi sono così: dietro un volto che i superficiali descrivono come chiuso e ombroso, hanno in realtà passione, vampate di allegria e soprattutto tenacia. Non mollano mai. Non abbandonano mai gli obiettivi che si prefiggono. E spesso questi obiettivi vengono centrati. E il Napoli Calcio, per quello che posso capire, ha bisogno di una persona così. Una persona che non molli mai, che creda in quello che fa, una persona piena di fuoco sotto un manto di cenere».
Così don Massimo Camisasca, oggi superiore generale della Fraternità dei Missionari di San Carlo Borromeo – più di cento preti missionari sparsi in tutto il mondo – per anni portavoce di Comunione e liberazione in Vaticano e, anche, cappellano del Milan ai tempi di Arrigo Sacchi.
«Ho conosciuto Donadoni al Milan – spiega Camisasca -. Lo allenava Sacchi. Con lui, con Giovanni e Filippo Galli, con Franco Baresi e con Carlo Ancelotti si era formata una bella amicizia. A quei tempi, la filosofia di Sacchi era ancora poco conosciuta. Sacchi voleva che i giocatori imparassero i suoi schemi. Chiedeva parecchio lavoro. E Donadoni era uno dei suoi allievi più professionali. Studiava e lavorava sodo. Come Sacchi aveva un grande desiderio di fare bene: «Vincere giocando bene» era il suo motto. Va bene vincere, ma prima bisogna giocare bene. E Donadoni sentiva questa mentalità come la sua. Non mancava mai un allenamento. Era molto tenace».
Secondo Camisasca anche se, a prima vista, può sembrare non vi sia persona più lontana da Napoli come Donadoni, «in realtà le cose non stanno così». È vero: «Donadoni – racconta – è taciturno, introverso, tanto da sembrare chiuso. Cosa ci può essere in comune tra lui e il mare di Napoli, la bellezza e l’estrosità della città? Apparentemente niente. E, invece, la sua serietà andrà a nozze, ne sono sicuro, con la fantasia della città. La sua serietà saprà dare il giusto ordine alle singole individualità, ai rapporti tra giocatori e società, tra giocatori e pubblico. Con lui la fantasia dei singoli non potrà che esplodere. Gli opposti, insomma, molto spesso si toccano, E questo è uno di quei casi in cui si toccano. In fondo anche il suo modo di giocare esprimeva queste sue caratteristiche: era taciturno ma fantasioso nel gioco. Contrapponeva i suoi silenzi a giocate per nulla ruvide, rozze, ma anzi talentuose. Sbaglio o come saltava l’uomo lui non lo saltava nessuno?».
Roberto Donadoni ha avuto un contratto biennale. Pare che se non glielo avessero dato non avrebbe accettato. «Ciò – spiega Camisasca – dice perfettamente come è lui. Da una parte crede in quello che fa e sa bene che senza programmazione, senza serietà, non si combina nulla. Dall’altra è una persona molto sensibile: deve sentire che intorno a sé c’è fiducia. E un contratto di due anni questa fiducia la esprime. Dopo l’avventura europea, Napoli è l’occasione giusta per lui. Per dimostrare a tutti quanto vale».

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La lettera del Papa su Williamson: «Mi hanno attaccato con una veemenza mai sperimentata». Il restroscena di una riunione che non ha capito la gravità della situazione

Perché Benedetto XVI abbia deciso di pubblicare una lunga lettera – viene resa nota dalla sala stampa della Santa Sede quest’oggi dopo che ieri era stato Il Foglio ad anticipare la cosa – per spiegare le motivazioni che lo hanno portato, il 21 gennaio scorso, a revocare la scomunica ai quattro vescovi consacrati nel 1988 da Marcel Lefebvre senza il mandato della Santa Sede, viene spiegato nelle prime righe della stessa missiva: la revoca della scomunica ha suscitato «una discussione di una tale veemenza quale da molto tempo non si era sperimentata». Addirittura «alcuni gruppi» hanno «accusato direttamente il Papa di voler tornare indietro, a prima del Concilio». Insomma, si è assistito a «una valanga di proteste, la cui amarezza rivelava ferite risalenti al di là del momento». Si è trattato di una «disavventura imprevedibile» che ha di fatto costretto il Pontefice a intervenire, a spiegare meglio, perché altrimenti «il discreto gesto di misericordia verso quattro vescovi» avrebbe continuato ad apparire quello che in realtà non era: «come la smentita della riconciliazione tra cristiani ed ebrei, e quindi la revoca di ciò che in questa materia il Concilio aveva chiarito per il cammino della Chiesa».
Dunque il Papa non torna indietro, come molti vescovi gli hanno chiesto di fare in queste settimane, sulla decisione presa di revocare la scomunica ai lefebvriani. Dice che il gesto era necessario per intraprendere la strada del «ritorno» dei quattro vescovi nella Chiesa cattolica. E spiega che la strada è ancora lunga perché, prima della piena comunione con Roma, manca ancora da parte dei lefebvriani la piena accettazione del «Concilio Vaticano II» e del «magistero post-conciliare dei Papi».
La lettera di Ratzinger è inusuale. Non capita tutti i giorni di vedere un Pontefice costretto a scrivere una lettera di spiegazione di un suo gesto. Ma, appunto, la cosa aveva assunto toni troppo gravi. E troppo gravi erano le accuse mossegli direttamente contro. E occorreva soprattutto puntualizzare la giustezza della decisione presa dicendo anche che la revoca della scomunica non tradisce «la priorità suprema e fondamentale della Chiesa e del Successore di Pietro in questo tempo». Ovvero «condurre gli uomini verso Dio e, verso Dio che parla nella Bibbia». E non tradisce «l’atmosfera di amicizia e di fiducia che come nel tempo di Giovanni Paolo II anche durante tutto il periodo del mio pontificato è esistita e, grazie a Dio, continua a esistere».
Benedetto XVI non nasconde gli errori compiuti nelle ultime settimane. Anzi, dice di aver imparato «la lezione» di Internet. Ovvero del fatto che una maggiore osservazione del web gli avrebbe dato la possibilità di «venir tempestivamente a conoscenza del problema».
E, ancora, dice che vi sono stati errori di comunicazione che hanno poi ingenerato equivoci, soprattutto nella Chiesa. Gli ebrei, infatti, si sono comportati lealmente: «Hanno aiutato a togliere di mezzo prontamente il malinteso e a ristabilire l’atmosfera di amicizia».
È vero, errori di comunicazione ve ne sono stati. Ma, giustamente, il Papa non cita mai padre Federico Lombardi. Non è stato il portavoce vaticano, infatti, a valutare erroneamente che le dichiarazioni di Williamson sulla Shoah erano di poco conto. Secondo indiscrezioni, invece, sarebbero stati alcuni porporati che, riunitisi in segreteria di Stato il 22 gennaio appena dopo la revoca della scomunica e l’inizio del montare delle polemiche, hanno valutato che problemi non ve ne erano.
Benedetto XVI è consapevole delle difficoltà di governo della curia romana. E la pubblicazione della lettera indica che ha voluto cominciare ad aggiustare le cose. Facendo capire che lui è presente, è al timone della Chiesa, è non è disposto a cedere alle pressioni esterne ed interne. Alla Chiesa dice che se è vero che i lefebvriani debbono accettare il Vaticano II, è anche vero che «coloro che si segnalano come i grandi difensori del Concilio devono essere richiamati alla memoria che il Vaticano II porta in sé l’intera storia dottrinale della Chiesa». Non c’è Vaticano II, insomma, senza ciò che c’è stato prima.
Ancora alla Chiesa dice che a lui, i 491 sacerdoti della Fraternità San Pio X, non sono indifferenti: «Davvero – si chiede – dobbiamo lasciarli andare alla deriva lontani dalla Chiesa?».
Quindi, ecco un passaggio molto amaro: «A volte si ha l’impressione che la nostra società abbia bisogno di un gruppo almeno, al quale non riservare alcuna tolleranza; contro il quale poter tranquillamente scagliarsi con odio. E se qualcuno osa avvicinarglisi – in questo caso il Papa – perde anche lui il diritto alla tolleranza e può pure lui essere trattato con odio senza timore e riserbo».
Il Papa confida che gli è venuto in mente di scrivere la lettera il giorno in cui ha visitato il seminario romano. Era il 29 febbraio. Allora, sulla Chiesa, ebbe parole durissime: «Vediamo bene – disse – che anche oggi» ci sono situazioni dove, «invece di inserirsi nella comunione con Cristo, nel Corpo di Cristo che è la Chiesa, ognuno vuol essere superiore all’altro e con arroganza intellettuale vuol far credere che lui sarebbe migliore». Al posto di questa arroganza intellettuale c’è la possibilità dell’amore. L’amore – scrive il Papa nella lettera odierna – «è la priorità suprema». È questa priorità che Benedetto XVI ha messo in campo coi lefebvriani. Nonostante in molti non l’abbiano capito. Nonostante in molti abbiano reagito a questo suo mite gesto con «un’ostilità pronta all’attacco».

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Il Papa ha deciso: un ausiliare a Westminster

A meno di sorprese dell’ultima ora, il successore di Cormac Murphy-O’Connor alla guida dell’arcidiocesi di Westminster (e insieme possibile nuovo presidente della conferenza episcopale del paese) sarà uno dei suoi attuali quattro ausiliari. Dopo che tutto faceva pensare che la scelta del Pontefice si sarebbe indirizzata verso l’arcivescovo di Birmingham, Vincent Nichols, il Papa pare si sia deciso per il vescovo ausiliare Bernard Longley, di 53 anni. Nelle ultime settimane si era pensato che Benedetto XVI potesse addirittura dirigersi su una nomina di rottura con la gestione precedente. Si era ipotizzato che nel posto più prestigioso che un presule possa occupare in Inghilterra venisse chiamato un semplice sacerdote o un frate benedettino. Ma poi, Papa Ratzinger ha preferito assecondare i suggerimenti del nunzio apostolico in Inghilterra, monsignor Faustino Sainz Munoz, il quale ha inserito Longley nella terna dei candidati assieme a Nichols e all’arcivescovo di Cardiff, Peter Smith.

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Benedetto XVI tentato da una rivoluzione nel Regno

Tutto potrebbe risolversi addirittura questa settimana. O meglio domani, il giorno in cui Benedetto XVI dovrebbe annunciare, dopo settimane di previsioni più o meno verosimili, il nome del successore di Cormac Murphy-O’Connor alla guida dell’arcidiocesi di Westminster. In sostanza, la diocesi più importante in Inghilterra, non soltanto per il territorio che occupa (comprende i comuni della Grande Londra, i distretti di Staines e di Sunbury-on-Thames, e la contea di Hertfordshire) ma anche perché è chi la governa che, solitamente, diviene anche il presidente della conferenza episcopale del paese.
Il fronte dei candidati è davvero ampio e variegato. Ma, se tutto va come Murphy-O’Connor ha auspicato vada, il successore altri non potrà essere che uno: l’arcivescovo di Birmingham Vincent Nichols. E pare che la scelta sia già stata compiuta. Mancherebbe, in sostanza, soltanto l’ultima firma, quella del Papa, il quale, comunque, all’ultimo momento potrebbe anche decidere altrimenti.
Già, perché la nomina è particolarmente delicata. E Ratzinger dicono ci stia riflettendo sopra parecchio.
Ha ragione l’Independent quando scrive (ieri, ndr) che i nomi dei possibili successori di Murphy-O’Connor corrispondono a due opzioni differenti. In sostanza, accanto all’opzione che vuole che la scelta cada su qualcuno che sia già vescovo e che, soprattutto, rappresenti una continuità di linea con Murphy-O’Connor, c’è una seconda opzione. Questa sarebbe di forte rottura rispetto alla conduzione (ritenuta da più parti troppo liberal) del cardinale inglese. E, quindi, sarebbe una scelta di stampo più conservatore.
Nella prima opzione il nunzio apostolico in Inghilterra monsignor Faustino Sainz Munoz, assecondando di fatto le idee di Murphy-O’Connor, avrebbe inserito – oltre al nome di Vincent Nichols – anche quello di Peter Smith (arcivescovo di Cardiff), Malcolm McMahon (arcivescovo di Nottingham) e dell’ausiliare di Londra Bernard Longley.
Nella seconda, invece, vi sono i nomi di svariati outsider. Tra questi, due ipotesi suggestive. Da una parte un parroco di Londra il cui nome è top secret anche se, si dice, sia un sacerdote con parecchio seguito, molto stimato dai fedeli. Dall’altra l’abate benedettino di Downside, Aidan Bellenger. Di questo monaco Papa Ratzinger nutre parecchia stima. La sua abbazia, situata a Stratton-on-the-Fosse vicino alla località balneare di Bath, nel sud-est dell’Inghilterra, è una roccaforte della fede, un baluardo di preghiera in un paese dove il cattolicesimo vive una profonda crisi dalla quale difficilmente si prospetta di poterne uscire in tempi brevi.
Joseph Ratzinger, quando era prefetto della dottrina della Fede, seguì da vicino le vicende inglesi. L’episcopato d’oltre Manica, infatti, seppure numericamente piccolo ha un’importanza notevole sia per i rapporti col mondo anglicano sia per il prestigio che ricopre all’interno dell’episcopato del Nord dell’Europa.
Si dice che l’attuale Pontefice da tempo voglia provare a cambiare le carte in tavola, voglia provare a optare, a Londra, per una linea diversa da quella portata avanti in questi anni da Murphy-O’Connor. E, si dice, che l’ultima del porporato inglese, quella di andare in pensione entrando in pompa magna nella Camera dei Lords (sarebbe il primo esponente delle gerarchie cattoliche a farlo), non sia stata del tutto digerita dall’attuale Pontefice. Eppure, se questi troverà la forza e la voglia di decidersi davvero per una nomina di rottura col passato è difficile dirlo.
Tra gli outsider, nelle scorse settimane, è spuntato anche il nome di un secondo frate. Si tratta di un domenicano: Allan White. Si dice sia anch’egli, come Bellenger, di linea ratzingeriana. Eppure, come detto, pare che i giochi siano fatti per Nichols. In fondo, dopo Timothy Dolan nuovo arcivescovo di New York e Orani João Tempesta nuovo arcivescovo di Rio de Janeiro, sorprese proprio a Londra non ce ne dovrebbero essere: il Papa ha dimostrato d’assecondare i suggerimenti dei vescovi locali.

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Il Papa scrive una lettera sul caso Lefebvre

Esce dopo domani, giovedì, una lettera del Papa che spiega la revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebrviani.
La attendiamo con impazienza.


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Wagner si è dimesso e quelli che lo hanno diffamato gozzovigliano alla faccia di Roma

Non voglio mettere in dubbio il sacro principio ben sancito in Lumen gentium della collegialità dei vescovi. Vorrei però ricordare che la collegialità non esiste senza Pietro e che, dunque, Pietro ogni tanto andrebbe ascoltato.
La vicenda del vescovo ausiliare di Linz, Gerhard Wagner, in questo senso ha dell’incredibile. Tanto hanno fatto i vescovi austriaci (ma erano davvero tutti d’accordo?) che il presule s’è dovuto dimettere. E il Papa ha dovuto accettarne le dimissioni senza batter colpo.
Fin qui, ancora, ancora. Uno potrebbe anche chiudere un occhio e dire: vabbé, l’hanno fatto dimettere, ci penserà lo Spirito Santo.
Ma è quanto accaduto dopo che non è ammissibile. La cosa riguarda Josef Friedl, uno dei membri del collegio di decani diocesani che per primi insorsero contro la nomina di Wagner. Friedl, dopo essersi scagliato contro Wagner e la sua “troppa ortodossia”, ha pubblicamente ammesso in un incontro organizzato dal Partito dei Verdi di avere una compagna con la quale convive normalmente e ha pure dichiarato di rifiutare il celibato obbligatorio. Non solo, ha aggiunto che tale comportamento è pienamente conforme alla sua coscienza e che nessuno nella sua parrocchia di Ungenach ne fa problema.
Secondo un rapporto di Der Welt, parecchi altri decani della diocesi di Linz avrebbero ignorato l’obbligo di celibato.
Ora io dico: è possibile? Wagner è costretto a dimettersi per delle dichiarazioni rese in passato un po’ oltre le righe, e altri (e cioè coloro che hanno spinto per le sue dimissioni) fanno ciò che vogliono. A mio avviso, è un schifo.


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La “svolta” di Obama sulle staminali azzera Bush e pure i vescovi

Questa volta il frontale tra l’amministrazione Barack Obama e i vescovi americani è considerevole. E testimonia come i tempi aurei della perfetta sintonia, quanto a temi etici, tra Vaticano e Washington siano arrivati al capolinea. Ieri, infatti, alla decisione presa dal presidente americano di rimuovere i limiti al finanziamento pubblico per la ricerca sulle cellule staminali embrionali ha risposto la conferenza episcopale degli Stati Uniti per voce di un cardinale di peso, l’arcivescovo di Philadelfia Justin Rigali il quale, all’interno della conferenza, presiede il comitato sulle attività per la vita.
Per il porporato la decisione di Obama rappresenta «una triste vittoria della politica sulla scienza e l’etica». E ancora: «È un’azione moralmente sbagliata perché incoraggia la distruzione di vite umane innocenti, trattando essere umani vulnerabili come meri prodotti da coltivare. È anche una decisione che non prende in considerazione i valori di milioni di contribuenti americani che si oppongono alla ricerca che richiede l’uso della vita umana». Rigali ha anche sottolineato che la decisione «ignora il fatto che ci sono a disposizione e in attesa di un maggior sostegno modalità solidamente etiche per l’avanzamento della scienza sulle cellule staminali e per i trattamenti etici».
Obama conosce le istanze della Chiesa ma non sembra da queste intimorito. Da giorni l’Osservatore Romano ha le antenne puntate su Washington e, in particolare, sulle decisioni che l’amministrazione ha preso e prenderà quanto a questioni etiche: non a caso, domani, uscirà un documentato articolo sull’argomento del direttore del Centro di bioetica dell’Università cattolica Adriano Pessina. Ma già sabato scorso il giornale vaticano aveva detto la sua in merito, facendo proprie, di fatto, le parole che da giorni dicono i vescovi del paese. L’Osservatore aveva definito «profondamente immorale e superflua» la ricerca sulle staminali embrionali. «La posizione della Chiesa cattolica – ha ricordato il quotidiano del Papa – è stata espressa più volte in passato, in previsione della possibilità che le limitazioni al finanziamento per le ricerche sulle staminali potessero essere rimosse».
La decisione di ieri, oltre che rispetto alla Chiesa cattolica, è andata in controtendenza con quanto aveva previsto nel 2001 il suo predecessore, George W. Bush. E proprio all’amministrazione precedente Obama ha dedicato parole molto critiche. L’ha accusata «di aver forzato la mano» su quella che a suo parere «è una falsa scelta fra la scienza solida e i valori morali». «In questo caso – ha detto il presidente Usa – credo che le due cose non siano in contrasto». Perché «da persona di fede, credo che siamo chiamati a prenderci cura gli uni degli altri e a lavorare per alleviare la sofferenza umana».
«L’America – ha detto Obama – guiderà il mondo verso le scoperte che questo tipo di ricerca potrà un giorno offrire». «Ma il nostro governo – ha aggiunto – non aprirà la porta all’uso della clonazione per la riproduzione umana. È pericoloso, profondamente sbagliato, e non ha un posto nella nostra società, o in alcuna società».
Certo, restano alcune zone d’ombra che dovranno essere esplorate dal Congresso. Riguardano l’ampiezza della ricerca consentita, appunto, con i fondi pubblici. Al momento Obama consente la ricerca federale su tutte le colonie di staminali già esistenti, ma non l’estrazione di nuove staminali dagli embrioni sovrannumerari.
Obama ha dedicato alla coppia di attori scomparsi Christopher e Dana Reeve l’annuncio di ieri. L’ex “Superman”, scomparso nel 2004, e la moglie morta a seguito di un tumore due anni dopo, erano stati protagonisti della battaglia per favorire la ricerca sulle staminali: «Vorremmo che fossero con noi in questo momento», ha detto il presidente americano. E ancora: «Christopher Reeve non ha avuto la possibilità come sperava di veder sviluppare farmaci che gli permettessero di tornare a camminare. Ma se perseguiamo questa ricerca forse un giorno, forse non durante la nostra vita, o nemmeno durante quella dei nostri figli, ma forse un giorno altri come lui potrebbero farcela».

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