Bagnasco ruggisce in difesa del Papa e sul biotestamento chiede la mobilitazione
24 marzo 2009 -
I vescovi italiani, ieri, un colpo esplicito in difesa di Papa Ratzinger l’hanno finalmente battuto. Il cardinale Angelo Bagnasco, infatti, in occasione dell’apertura del consiglio permanente della conferenza episcopale italiana, ha difeso Benedetto XVI innanzitutto in merito alla questione della revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani e al successivo caso Richard Williamson che tante critiche, anche nelle gerarchie della Chiesa italiana, aveva sollevato. Quindi Bagnasco ha alzato la voce anche in merito al profluvio di critiche «pretestuose» che «si è prolungato oltre ogni buon senso» a seguito della parole che Benedetto XVI ha dedicato all’uso del preservativo per prevenire l’Aids appena prima della partenza per l’Africa di settimana scorsa. «Non accetteremo – ha detto il porporato – che il Papa, sui media o altrove, venga irriso o offeso». Sono stati i media, infatti, secondo il capo dei vescovi italiani, ad aver strumentalizzato il Papa offrendo le sue parole sull’Aids in pasto a quanti, sulla base dei loro resoconti, hanno decretato contro di lui «un ostracismo che esula dagli stessi canoni laici».
Come era prevedibile, la prolusione si è incentrata principalmente sulla vicenda della morte di Eluana Englaro e, più precisamente, sulla necessità di agire sul piano legislativo alla svelta. Se il caso di Eluana ha rappresentato «un’operazione tesa ad affermare un diritto di libertà inedito quanto raccapricciante», ovvero «il diritto a morire, darsi e dare la morte in talune situazioni da definire», spetta ora alla politica «agire nell’approntare e varare, senza lungaggini o strumentali tentennamenti, un inequivoco dispositivo di legge che – in seguito al pronunciamento della Cassazione – preservi il paese da altre analoghe avventure, ponendo attenzione a coordinarlo con l’altro sospirato provvedimento relativo alla cure palliative, e mettendo mano insieme alle Regioni ad un sistema efficace di hospice, che le famiglie attendono non per sgravarsi di un peso ma per essere aiutate a portarlo».
Per Bagnasco qualunque «deriva eutanasica, per quanto circoscritta o edulcorata, è una falsa soluzione». «Nelle moderne democrazie – ha detto -, la vita va difesa perché è indispensabile limitare il potere biopolitico sia della scienza sia dello Stato. Come vescovi non possiamo non avere a cuore il superamento di qualunque rassegnazione culturale, che trova sostanza nel fermo sì alla tutela dei diritti umani di tutti e in un altrettanto netto no alla pena di morte, al commercio degli organi, alle mutilazioni sessuali, alle alterazioni fecondative, a qualsiasi manipolazione non terapeutica del corpo umano, pur se liberamente volute da persone adulte, informate e consenzienti».
Un passaggio della prolusione merita un approfondimento in più. È l’accenno fatto circa la mobilitazione dei laici sulle tematiche della vita in programma per volere della stessa Cei nei prossimi mesi. Forse per prevenire ogni dissidenza interna, o comunque e più probabilmente per spiegare meglio e in modo più puntuale il proprio punto di vista, la discesa in piazza dei cattolici è un’idea sancita settimana scorsa nella presentazione avvenuta al palazzo dei Cento Preti a Roma del manifesto “Liberi per vivere”, un manifesto lanciato direttamente dalle tre associazioni “benedette” dalla Cei, ovvero Scienza & Vita, Forum delle Associazioni familiari e RetinOpera. Un manifesto – ha detto Bagnasco – che va «incoraggiato e sostenuto». Lo scopo, in sostanza, è quello di spiegare la posta in gioco al paese «in termini antropologici e culturali», così da evitare nel futuro «ingorghi concettuali e tentazioni di delega».
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ho letto molto attentamente ieri sera sul sito di Magister il brano sulla vicenda englaro,ho trovato le parole di Bagnasco straordinarie.propone a mio avviso un “nuovo”umanesimo,è un discorso laicissimo,lo ringrazio.
parole sante,purtroppo manca oggi nel mondo culturale italiano qualcuno che proponga ai laici questo modo di vedere il valori della nostra civiltà e della nostra stroria,così come un visione della vita non-nichilista.e dato che queste cose di altissimo profilo per i contenuti proposti sono stati proposti da un cardinale ecco che si griderà alla laicità.mai ho sentito un cardinale parlare così laicamente.i laicisti dovrebbero essere onesti ora e leggersi bene tutto il testo del cardinale.
IL DISCORSO DI BAGNASCO HA UN ALTISSIMO VALORE PER CHIUNQUE.
SONO D’ACCORDISSIMO CON LUI.
tutto il testo di bagnasco è molto bello,và controcorrente e spezza l’egemonia culturale oggi,le ocse dette sono di straordinario valore.
TUTTO VERISSIMO,è IL MOMENTO PER NOI CATTOLICI DI FARCI SENTIRE DI COSTRUIRE QUALCOSA DI POSITIVO PER IL PAESE;BAGNASCO E IL PAPA PROPONGONO UNA VISIONE E UN PROGRAMMA ANTROPOLOGICO CHE è VALIDO PER LA NOSTRA MODERNITà,MODERNITà MULTICULTURALE E MULTIETNICA,LA VISIONE DEI LAICISTI INVECE SI IMPONE SU UN MODELLO DI TENEBRA NICHILISTA UNA DERIVA PER L’ESSENZA STESSA DELL’UOMO.è URGENTE CHE LA GENTE CAPISCA CHE QUELLO CHE DICE BAGNASCO NON è UN QUALCOSA DI”CATTOLICO”MA è UN DISCORSO PURAMENTE “UMANO”.
GRAZIE RODARI.
PAROLE SANTE QUELLE DI BAGNASCO …..
PERO’ CHIEDO SCUSA …. MA COME MAI SOLO ORA HA , CON DETERMINAZIONE , DIFESO IL PAPA E NON L’ HA FATTO CON UGUALE VIGORE NEL CASO DEI VESCOVI LEFEBVRE A SUO TEMPO …
MA … OGNUNO COLTIVA IL SUO ORTO O SBAGLIO !!!! ….
VEDI I CATTOLICI FRANCESI . SONO FREDDI NEI CONFRONTI DI BENEDETTO XVI DOPO LE SUE ” ‘ESTERNAZIONI ,, IN AFRICA MI SI PERDONI MA SONO TENTATO A CHIAMARLE COSì ,,
ED I LORO VESCOVI !!!!!! CHE STANNO FACENDO IN PROPOSITO …. HANNO PAROLE CHIARIFICATRICI VERSO I FEDELI SULLE PAROLE DEL PONTEFICE
COME MAI TUTTA QUESTA FREDDEZZA … ADDIRITTURA SI CHIEDE CHE BENEDETTO XVI VADA IN PENSIONE O SE NE CHIEDONO LE DIMISSIONI …. MI VIENE DA RIDERE …. E’ UNA BOLGIA , NON VEDO CHIARO !!!!!!!!!! ….
grande discorso,finalmente chiaro,benissimo la difesa di benedetto xvi,e che non si parli di violazione della laicità,questo discorso è solo antropologico.
un discorso complesso di altissimo valore culturale che rompe l’egemonia dei conformismi laicisti.il richiamo a mobilitarsi e a organizzarsi per far conoscere il valore della proposta dei vescovi darà molti frutti.grazie a bagnasco per la difesa del papa,ci sono speranze ora per la chiesa,per l’italia.la proposta della chiesa italiana è una proposta di civiltà,è intrinseco al cristianesimo delle origini essere controcorrente,per alcuni toni mi è pèarso di sentire parlare san paolo,molto bello le parole sulle suore di lecco.bravo rodari ti si legge sempre volentieri.
sono d’accordo,il potere dello stato e della scienza sulla persona è una violazione della laicità e della libertà,qui si prelude alla statolatria,cosa già detta riguardo alla spagna dal prefetto per la congragazione dei santi,lo stato deve tutelare la vita di ciascuno,non dei diritti innaturali e abberranti volti a introdurre di fatto il culto di una nuova religione,se venisse introdotta l’eutanasia,se si contunua così con qwuesti supposti diritti si viola la vera laicità.
un grande discorso quello di Bagnasco,un ritorno alla civiltà,finalmente si parla chiaro,terribile veramente il supposto abberrante diritto alla morte di stato,lo stato deve tutelare i deboli in ogni espressione dell’umanità,non si può tornare all’età della pietra,la chiesa ormai è l’unica vera voce in occidente di civiltà.mi auguro davvero una presa di coscienza colettiva sui valori non disponibili.bagnasco ha parlato come parlò l’eroico von galen quando hitler ijntrodusse l’eutanasia dei malati e dei disabili.bravissimo bagnasco,un grazie anche per aver difeso il papa.
SONO MOLTO CONTENTO DEL COMPLESSO DISCORSO DI BAGNASCO,QUESTO è PARLARE,è GIUNTO IL MOMENTO DI DIRE LA VERITà.
è VERAMENTE ABERRANTE IL LIVELLO DEL LAICISMO E DI QUELLO CHE PROPONE.GRAZIE BAGNASCO
… E siamo al caso che più ha colpito il nostro Paese nell’ultimo periodo, quello di Eluana Englaro, la ragazza lecchese che per 17 anni è vissuta in stato vegetativo persistente e che è stata fatta morire a Udine il 9 febbraio scorso. Benché non fosse attaccata ad alcuna macchina – dato che l’opinione pubblica ha scoperto solo con grande fatica – e benché sia da tempo invalso nei vari ambiti della nostra vita sociale quel saggio «principio di precauzione» per il quale nulla di irripristinabile va compiuto se i dati scientifici non consentono una valutazione obiettiva del rischio, s’è voluto decretare che a certe condizioni poteva morire. Un procedimento che, in un solo atto, avrebbe voluto ribaltare tutta una cultura giuridica minuziosamente costruita sul favor vitae, contraddicendo un’intera civiltà basata sul rispetto incondizionato della vita umana, e smentendo un lungo processo storico che ci aveva portato ad affermare l’indisponibilità di qualunque esistenza, non solo a fronte di soprusi o violenze, ma anche di condanne penali quale la pena di morte. Tutto, per certe intenzioni, messo a repentaglio, attraverso una operazione tesa ad affermare un «diritto» di libertà inedito quanto raccapricciante, il diritto a morire, cioè a darsi e a dare la morte in talune situazioni da definire. Come se la vita potesse, in alcuni frangenti − i più critici −, cessare di essere un «bene relazionale». E come se la vita a ciascuno di noi così cara, e così salvaguardata ed educata a caro prezzo anche dalla collettività, di colpo divenisse un bene «inerme», anzi un non-bene. E non fosse vero piuttosto che, proprio quando è più fragile, l’esistenza di ciascuno di noi diventa allora più moralmente preziosa, nel senso che è più direttamente protesa a cementare il bene comune suscitando in ciascuno e nella società ulteriori energie di altruismo e di dedizione. L’ammanto di pietà attraverso cui, con grande sforzo, si cerca di far passare questo ulteriore improbabile «diritto», non può non indurre la persona equipaggiata di intelligenza a porsi una serie di interrogativi consequenziali, il primo dei quali è: non stiamo attribuendo al «sistema» un diritto all’eliminazione dei soggetti inabili, quasi che costoro possano configurarsi come cittadini di serie B? E questo «diritto», che per ora si affaccia appena, una volta immesso nel corpus giuridico e nel costume pubblico, non è forse destinato a diventare col tempo più incalzante e spietato? E tale meccanismo non riguarderà anzitutto coloro che sono più deboli, bisognosi di assistenza e di premura da parte della collettività, perché segnati dalla vecchiaia o dalla malattia o dalla fragilità mentale? E se la “qualità della vita” è fatta dipendere principalmente dalle relazioni consapevoli, quanti altri sono i soggetti che di tali relazioni non hanno coscienza, pur non vivendo in stato di coma vegetativo persistente? Che cosa ci autorizza ad escludere che, al di là delle nostre più ravvicinate determinazioni, potremmo un giorno restarne in un modo o nell’altro coinvolti? E un’autorizzazione legalizzata di questo segno, cosa potrà produrre in termini di cultura, e dunque di gestione delle cure, nelle più diverse strutture sanitarie come nell’intero sistema socio-assistenziale, fino alle compatibilità ultime di budget? Qualunque deriva eutanasica, per quanto tecnicamente circoscritta o concettualmente edulcorata, è in realtà per gli uomini d’oggi, se ci si pensa bene, «una falsa soluzione» (cfr. Benedetto XVI, Discorso all’Angelus, 1° febbraio 2009). Falsa soluzione rispetto agli stessi disagi personali gravi, che richiedono non la soppressione della vita ma la vicinanza e l’accompagnamento delle persone. La prima cura, per qualsiasi forma di malattia, è non far sentire solo il malato, solo con il suo male, e abbandonato a se stesso. Garantirgli una presenza competente, amorevole e quotidiana, è per la società una responsabilità più ardua e impegnativa rispetto ad altre “scorciatoie” apparentemente pietose. Ma è qui, non nei proclami astratti e ripetuti, che una società getta come la maschera e rivela il suo vero volto, manifestando il proprio livello di umanità o, al contrario, di inciviltà. Nelle moderne democrazie, la vita va difesa perché è indispensabile limitare il potere «biopolitico» sia della scienza sia dello Stato, il che trova sostanza nel fermo «sì» alla tutela dei diritti umani di tutti, di chi economicamente è in grado di difendersi come di chi non può farlo, e in un altrettanto netto «no» alla pena di morte, al commercio degli organi, alle mutilazioni sessuali, alle alterazioni fecondative, a qualsiasi manipolazione non terapeutica del corpo umano, pur se liberamente volute da persone adulte, informate e consenzienti.
Ha peraltro qualche componente grottesca il fatto che si sia tentato di far passare la tribolata vicenda − con profili in realtà civilmente tanto rilevanti e potenzialmente tanto intrusivi rispetto al vissuto di ciascuno − come mera conseguenza di un altolà della Chiesa, ossia come un’iniziativa di polemica ideologica, quando di ideologia qui non c’era nulla, ma solo concretezza palpitante di vita e pertinenza all’umano dell’uomo. Allorché un cuore batte in autonomia, il corpo è caldo, i polmoni respirano, gli occhi si aprono alla luce del giorno e poi si chiudono, come si può parlare di morte? E cosa c’entrano i guelfi e i ghibellini? Qui c’entra anzitutto il vero, c’entra il reale-concreto, non perché sia alienante il riferimento al progetto di Dio sulle proprie creature, anzi, ma perché nessuno può darsi impunemente degli alibi allorché si tratta di constatare che si va verso l’alterazione del principio di eguaglianza tra tutti i cittadini. Per questo motivo ci ha causato una grande tristezza la storia dolorosa eppure umanissima di Eluana, con l’obnubilamento in cui si è caduti circa i limiti che sono intrinseci all’esistenza terrena, quasi che essa potesse esistere solo nei termini in cui la desideriamo noi, priva di imperfezioni e asperità, di imprevisti o evenienze, che comunque fanno parte del suo impasto. Non essere all’altezza dello standard vigente non può equivalere a una squalifica. Il rifiuto anche solo dell’idea di malattia, di vecchiaia, di sofferenza fisica e morale è qualcosa che merita una riflessione rigorosa su se stessi, e ha a che fare con un’autocoscienza bonificata dal risentimento verso un destino percepito amaro o ingiusto. So bene che qui si entra nel sacrario dei pensieri e dei sentimenti che ogni persona custodisce gelosamente dentro di sé. Ma in una cultura in cui giustamente si vuol far valere il criterio della ragione e della ragionevolezza, questo non può avvenire solo fino ad un certo punto. Bisogna piuttosto vigilare sui meccanismi nascosti dell’auto-indulgenza, ed essere moralmente forti, ossia interiormente attrezzati, nell’accettare la vita per quello che è, e partendo da questo dato operare per migliorarne le condizioni. Con tutti gli avanzamenti, i progressi, le innovazioni che essa offre, ma anche con le sue sospensioni, le sue incompletezze, le sue incongruità, le sue aporie. Alla fine è sulla nostra maturità che siamo sfidati, e sull’effettiva disponibilità a solidarizzare con il più debole: non a parole o a tratti, ma con la vita vissuta, che non per questo cesserà di rivelare panorami di bellezza indicibile. Quando il dolore bussa, e non può essere neutralizzato del tutto, quando chiede ascolto, quando ci domanda di essere introdotto come un nuovo parametro di ordinarietà e dedizione, non bisogna fuggire. E serve a poco imprecare, fino a isterilirsi. Domanda: come pensiamo di cavarcela con i nostri giovani rispetto a quella innegabile componente della vita che, in un modo o nell’altro, si presenta ed è rappresentata dal dolore, dalla sofferenza, dalla fatica magari ingrata, dalla possibilità di far fronte all’insuccesso e all’ineluttabile? Non stiamo qui, per caso e involontariamente, ponendo le basi verso un’infelicità strutturale delle nuove generazioni, con i presupposti di una loro fatale inadeguatezza e i criteri non dichiarati, eppure meschini, di un nuovo tipo di selezione alla vita?
Un fatto tuttavia ci ha confortato, e cioè che più si palesava l’azione mossa nei confronti della vita di Eluana, più la gente è sembrata farsi cauta, quasi pensosa, come intuisse in maniera un po’ più nitida l’effettiva posta in gioco. Al momento della morte – evento che avremmo voluto scongiurare – si è percepito un sentimento di diffuso dolore, come di una sorella comune che non si era riusciti a salvare. Ebbene, è opportuno ora che questa tensione non evapori dentro il turbinio mediatico. Oltre a pregare per la sua anima, per i suoi parenti e i suoi amici, oltre a pregare per quanti si trovano nelle sue condizioni, dobbiamo immaginare una reazione morale e culturale capace di trasformare lo sgomento in un riscatto: se è possibile, in una crescita di consapevolezza e di iniziativa. Su un versante molto importante spetta alla politica agire nell’approntare e varare, senza lungaggini o strumentali tentennamenti, un inequivoco dispositivo di legge che – in seguito al pronunciamento della Cassazione − preservi il Paese da altre analoghe avventure, ponendo attenzione a coordinarlo con l’altro sospirato provvedimento relativo alla cure palliative, e mettendo mano insieme alle Regioni ad un sistema efficace di hospice, che le famiglie attendono non per sgravarsi di un peso ma per essere aiutate a portarlo. Sull’altro versante tocca alla società civile mobilitarsi per acquisire in prima persona una coscienza più matura della posta in gioco in termini antropologici e culturali, così da evitare nel futuro ingorghi concettuali e tentazioni di delega. In questo ambito, c’è in campo l’iniziativa appena annunciata dai tre organismi di collegamento laicale − Scienza & Vita, il Forum delle Associazioni familiari e RetinOpera – che, nel tessuto vivo delle parrocchie, delle aggregazioni laicali, come degli ambienti e dei mezzi di comunicazione, merita di essere da noi incoraggiata e sostenuta. Come Vescovi non possiamo non avere a cuore il superamento di qualunque rassegnazione culturale, mentre occorre portare conforto e far sentire una concreta vicinanza a tutte quelle famiglie che fanno fronte con sacrifici e dignità alle prove della vita.
Ma c’è un grazie speciale che noi Vescovi vogliamo oggi dire, ed è alla Suore Misericordine della clinica Beato Talamone di Lecco e alla loro splendida, ineffabile testimonianza. Sappiamo che a loro non piace stare in alcun modo sulla ribalta, che rifuggono da quella notorietà che fare il bene talora procura, che sono disposte a subire anche l’ingiustizia piuttosto che protestare dinanzi a ingiurie e falsità. Ma questo non significa che la comunità cristiana non sappia riconoscere in loro delle autentiche campionesse della carità secondo l’inno di san Paolo: «[…] La carità è paziente, è benigna […], non è invidiosa […], non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta […]». (1 Cor 13,1-13). Quell’invocazione mansueta e quasi dolente che loro hanno rivolto − «Se c’è chi considera Eluana morta, lasciatela a noi che la sentiamo viva» − è stata per l’opinione pubblica un’autentica scossa, è stata finalmente uno scandalo buono. In quel «sentire viva» c’era certo l’abilità professionale ma c’era, ad informare l’abilità, l’allenamento del cuore che rende capaci di riconoscere la vita e, nei limiti del possibile, farla palpitare anche nell’immobilità e nell’incoscienza. «Lasciateci – concludevano le stesse Suore – la libertà di amare e di donarci a chi è debole». Certo che gli uomini d’oggi ve la lasciano, Sorelle care, questa libertà benedetta, antica e nuova, mite e benefica, che al di là di ogni clamore è garanzia vera per i non garantiti di questa società. Anzi, proprio questa vostra libertà additiamo alle giovani e ai ragazzi come il destino di una vocazione felice. Vi ringraziamo, come ha già fatto il vostro Arcivescovo Cardinale Tettamanzi, per ogni giorno del vostro dono, e per il vostro donarvi, come ad Eluana, ad ogni altra creatura che vi è affidata. Insieme a Voi, ringraziamo quanti Religiose e Religiosi sono sulla vostra stessa filiera di servizio, quanti si chinano ogni giorno con naturalezza e affidamento sui fratelli più piccoli e indifesi, e consumano i loro giorni e se stessi per gli altri. La loro testimonianza commuove la Chiesa e misteriosamente la edifica nel cuore del mondo. Ma edifica anche l’umanità intera nella sua autentica e intrinseca vocazione a non abbandonare nessuno, ma a farsi prossimo e solidale con tutti e con ciascuno nell’ora della maggiore debolezza.
Finalmente! Il Cardinale Bagnasco ha evidenziato quello che da sport nazionale sembra essere diventato lo sport europeo, se non addirittura mondiale: offendere Benedetto XVI ogni qual volta decida di aprire bocca. Il Papa è oggetto ormai non di critiche ma di veri e propri insulti. E’ arrivato il momento di dire basta e il presidente della Cei lo ha detto con chiarezza. Adesso spero che alle sagge parole dell’Arcivescovo di Genova seguano i fatti.
Anonimo ha scritto un tema di maturità…
comunque voglio solo affermare la grandezza di questo Papa. Scienza,politica, sociologia sono strumenti alla ricerca di autonomia morale. dobbiamo combattere questa follia, dunque stiamo con Benedetto, il nostro riferimento!
per VITTORIO, chi ha chiesto,o chi chiede le dimissioni del pontefice,o sono solo strategie della superficialità mediatiche?volte a creare sconcerto e confusione tra i credenti…???
attenti a chi ha in mano i soldi,i media,chi grida forte….
c’è un disegno,ci sono burattinai…..o no ?!
saverio il tema di anonimo è il testo puro della prolusione di bagnasco.
GUARDATE CHE HO TROVATO E LEGGETE:
La parola tabù? Non è condom ma educazione
Le dichiarazioni odierne del portavoce del ministero degli Esteri francese sono significative per quello che omettono più che per quello che affermano. “Non abbiamo mai detto che il preservativo è l’unica soluzione del problema. Ce ne sono altre, l’assistenza medica, quella sociale, i test per individuare la presenza del virus, il sostegno psicologico. Ma il preservativo fa parte di questi elementi di risposta. Tutti i discorsi che vanno in direzione diversa, fatti in più da una persona che ha enorme influenza, vanno contro l’interesse della salute pubblica”.
La distanza dalle posizioni del Santo Padre non potrebbe essere più grande: nell’elenco anti-Aids snocciolato dal ministero di Parigi manca infatti una parola: educazione. Proprio quella parola, però, che per il papa è essenziale e senza la quale tutti gli altri rimedi sono inutili, anzi aumentano i problemi. In volo per Yaoundé Benedetto XVI aveva infatti affermato: “La soluzione può trovarsi solo in un duplice impegno: il primo, una umanizzazione della sessualità, cioè un rinnovo spirituale e umano che porti con sé un nuovo modo di comportarsi l’uno con l’altro, e secondo, una vera amicizia anche e soprattutto per le persone sofferenti, la disponibilità, anche con sacrifici, con rinunce personali, ad essere con i sofferenti”. Di questo duplice impegno, che anima l’opera delle organizzazioni cattoliche in Africa e non solo, nelle parole del portavoce del Quai d’Orsay non c’è semplicemente traccia…
ciao massimo ……
chi chiede le dimissioni del PAPA o che vada in pensione ……. può soltanto far ridere i polli e non si rende conto ……. che la sua eredità GLI è trasmessa da GESU’ GRISTO tramite i sui predecessori … E’ o no il successore di PIETRO … che cosa terribile di questi tempi e cosi fuori tempo verò !?!! …
e lo domando in primo luogo alla GERARCHIA !?!!??!… come mai il PAPA e’ stato attaccato così aspramente e così duramente per il caso VESCOVI LEFEBVRE !?!?!?!?!……
ho letto delle dimissioni del PAPA ieri su Virgilio notizie , un sondaggio dà lo scontento in FRANCIA , verso BENEDETTO XVI , oltre IL 50% ……
mi chiedo , come è stato custodito il gregge e cosa fanno i vescovi francesi !?! …. credi ci sia unità nella CHIESA !!!????
.. parole sante quelle di BAGNASCO …. ma è un intervento tardivo secondo me … altrimenti il PAPA sarebbe stato sostenuto dalla GERARCHIA nel caso VESCOVI LEFEBVRE …
E’ solo per un ritorno alla TRADIZIONE ….. è la MESSA in latino …… è un rispolverare una LITURGIA ammuffita !?!?!…… che ci può essere dietro tutta questa avversione per tutto ciò , da parte di una grande maggioranza della GERARCHIA …
questo PONTEFICE ha avuto il coraggio di affrontare e risolvere un PROBLEMA scomodo per i tempi che corrono ….. questa E’ solo la punta di un iceberg che rivelerà ben altre cose , apriamo bene gli occhi …….
vittorio,i francesi non capiscono una fava.
poi sti sondaggi sono pilotati.
ciao
ricorderò ancore una frase diDOSTOIEVSKI ….
dal GRANDE INQUISITORE ” QUEL CHE E’ PIU’ PERICOLOSO PER L’ UOMO , E’ LA LIBERTA ‘ ; LA LIBERTA’ E’ DATA ALLA RAZZA DI COLORO CHE COMANDANO E NON ALLA RAZZA DI COLORO CHE UBBIDISCONO ,, …….. facciamone tesoro ……..
Purtroppo all’ estero il papa non è ben visto, ma percepito come oscurantista tradizionalista contrario alle libertà che il mondo occidentale propugna
Il Papa purtroppo non è ben visto neanche in Italia.