Sì alla depenalizzazone dell’omosessualità: le mosse di Obama che non piacciono alla Chiesa
19 marzo 2009 -
A pochi giorni dalla visita europea, Barack Obama compie due gesti significativi. Il primo ha fatto senz’altro piacere all’Italia e al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Il secondo, invece, non deve essere tanto piaciuto in Vaticano dove, prima di una eventuale e ancora non programmata visita del presidente degli Stati Uniti al Papa, si attende l’arrivo del nuovo ambasciatore in sostituzione della bushiana e wojtyliana Mary Ann Glendon.
Obama ha scritto ieri una lettera degna di nota a Napolitano. Nella sostanza, ha confermato che i rapporti tra i due paesi viaggiano sui binari di reciproca stima e fiducia: «Nel cominciare a lavorare insieme – ha scritto il presidente degli Stati Uniti – sono consapevole della fondamentale importanza del nostro rapporto. Ho fiducia che sapremo lavorare in uno spirito di pace e di amicizia per costruire, nei prossimi quattro anni, un mondo più sicuro».
Al Vaticano, invece, Obama non ha scritto nulla. Ma una decisione divulgata sempre ieri dal portavoce del dipartimento di Stato americano, Robert Wood, non è suonata bene oltre il Tevere. In sostanza, nonostante soltanto ventiquattro ore prima fosse avvenuto alla Casa Bianca un incontro tra Obama e il presidente della conferenza episcopale, nonché arcivescovo di Chicago, il cardinale Francis George, Wood ha annunciato la decisione di voler sostenere ufficialmente una dichiarazione dell’Onu che chiede la depenalizzazione mondiale dell’omosessualità. A conti fatti, oltre all’ennesimo schiaffo a George W. Bush il quale in merito si era astenuto, si tratta dell’ennesima decisione contraria alla Santa Sede dopo quelle parecchio criticate dall’episcopato statunitense di aprire alla ricerca sulle staminali embrionali e di concedere fondi alle ong pro aborto.
La Santa Sede aveva spiegato la propria contrarietà alla depenalizzazione dell’omosessualità lo scorso dicembre. Per bocca di monsignor Celestino Migliore, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, aveva fatto sapere che la dichiarazione, se adottata, avrebbe creato «nuove e implacabili discriminazioni». «Per esempio – disse Migliore -, gli Stati che non riconoscono l’unione tra persone dello stesso sesso come “matrimonio” verranno messi alla gogna e fatti oggetto di pressioni».
La Casa Bianca ieri ha spiegato che nell’incontro tra Obama e George si è parlato di «importanti opportunità per il governo e la Chiesa cattolica di continuare il loro lungo rapporto per affrontare alcune delle sfide più urgenti della Nazione». Mentre una dichiarazione di George era stata più critica. Questi, in un video disponibile sul sito della stessa conferenza, ha spiegato che con Obama ha parlato di libertà religiosa e libertà di coscienza. E, insieme, ha ricordato che il 27 febbraio l’amministrazione Obama ha inserito su un sito web federale la notizia che intende rimuovere la regola dell’obiezione di coscienza per il Dipartimento per la Salute e i Servizi Umani. Una norma, ha spiegato il cardinale, che «fa parte dell’ampia gamma di protezioni legali per chi lavora nel settore sanitario e ha problemi di coscienza se coinvolto in aborti o altre procedure di omicidio che sono contrarie a come vive la sua fede». Una norma che preoccupa la Chiesa perché potrebbe essere «il primo passo per portare il nostro paese dalla democrazia al dispotismo».
È inutile nasconderlo. Nonostante quanto affermato qualche giorno fa dal gesuita Thomas J. Reese all’interno di In Mezz’ora di Lucia Annunziata, i rapporti tra la Chiesa cattolica e Obama non sono dei migliori. È vero: la Santa Sede ancora oggi fa proprio quel «wait and see» (aspettiamo e vediamo) pronunciato dai vescovi iracheni a chi, a poche ore dall’elezione di Obama, chiese loro un commento circa le prospettive future del nuovo corso alla Casa Bianca, ma sempre di più l’attesa è insofferente per i colpi che, soprattutto sui temi etici, Obama sta dimostrando di voler dare.
Uno snodo cruciale nei rapporti Vaticano-Obama sarà senz’altro la decisione circa il successore di Mary Ann Glendon. Questa è particolarmente ben vista nella Santa Sede. Con Giovanni Paolo II era visiting professor alle pontificie università Gregoriana e Regina Apostolorum di Roma. Poi, capo della delegazione vaticana alla conferenza di Pechino sulle donne. E, infine, nel 2004, presidente della pontificia Accademia delle Scienze Sociali. Mentre, invece, il professor Douglas Kmiec – ovvero colui che ancora oggi, nonostante vi sia chi sostiene che favorita sia Caroline Kennedy, è in corsa per il posto di ambasciatore Usa in Vaticano -, è un cattolico anti-aborto ma pro-Obama. E la cosa, non è che piaccia molto oltre il Tevere.
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che Obama fosse una vera jattura in campo etico (e non solo) era ampiamente previsto…
Luigi