Don Massimo Camisasca: “Cara Napoli, ecco chi è Roberto Donadoni”
12 marzo 2009 -
«Un bergamasco come Roberto Donadoni a Napoli non potrà che fare bene. Lui è un vulcano che cova sotto la cenere, come sono i bergamaschi. Un vulcano che, tuttavia, sa governare la propria tensione fino a farla esplodere al momento giusto. I napoletani sono sempre “in esplosione”. Sono sempre allegri, pieni di energia, e non ostentano nulla. Lui, invece, la propria energia, il fuoco che ha dentro lo fa esplodere in altro modo: in tenacia, in voglia di lavorare, in voglia di fare. E i napoletani sapranno apprezzare queste sue caratteristiche. I bergamaschi sono così: dietro un volto che i superficiali descrivono come chiuso e ombroso, hanno in realtà passione, vampate di allegria e soprattutto tenacia. Non mollano mai. Non abbandonano mai gli obiettivi che si prefiggono. E spesso questi obiettivi vengono centrati. E il Napoli Calcio, per quello che posso capire, ha bisogno di una persona così. Una persona che non molli mai, che creda in quello che fa, una persona piena di fuoco sotto un manto di cenere».
Così don Massimo Camisasca, oggi superiore generale della Fraternità dei Missionari di San Carlo Borromeo – più di cento preti missionari sparsi in tutto il mondo – per anni portavoce di Comunione e liberazione in Vaticano e, anche, cappellano del Milan ai tempi di Arrigo Sacchi.
«Ho conosciuto Donadoni al Milan – spiega Camisasca -. Lo allenava Sacchi. Con lui, con Giovanni e Filippo Galli, con Franco Baresi e con Carlo Ancelotti si era formata una bella amicizia. A quei tempi, la filosofia di Sacchi era ancora poco conosciuta. Sacchi voleva che i giocatori imparassero i suoi schemi. Chiedeva parecchio lavoro. E Donadoni era uno dei suoi allievi più professionali. Studiava e lavorava sodo. Come Sacchi aveva un grande desiderio di fare bene: «Vincere giocando bene» era il suo motto. Va bene vincere, ma prima bisogna giocare bene. E Donadoni sentiva questa mentalità come la sua. Non mancava mai un allenamento. Era molto tenace».
Secondo Camisasca anche se, a prima vista, può sembrare non vi sia persona più lontana da Napoli come Donadoni, «in realtà le cose non stanno così». È vero: «Donadoni – racconta – è taciturno, introverso, tanto da sembrare chiuso. Cosa ci può essere in comune tra lui e il mare di Napoli, la bellezza e l’estrosità della città? Apparentemente niente. E, invece, la sua serietà andrà a nozze, ne sono sicuro, con la fantasia della città. La sua serietà saprà dare il giusto ordine alle singole individualità, ai rapporti tra giocatori e società, tra giocatori e pubblico. Con lui la fantasia dei singoli non potrà che esplodere. Gli opposti, insomma, molto spesso si toccano, E questo è uno di quei casi in cui si toccano. In fondo anche il suo modo di giocare esprimeva queste sue caratteristiche: era taciturno ma fantasioso nel gioco. Contrapponeva i suoi silenzi a giocate per nulla ruvide, rozze, ma anzi talentuose. Sbaglio o come saltava l’uomo lui non lo saltava nessuno?».
Roberto Donadoni ha avuto un contratto biennale. Pare che se non glielo avessero dato non avrebbe accettato. «Ciò – spiega Camisasca – dice perfettamente come è lui. Da una parte crede in quello che fa e sa bene che senza programmazione, senza serietà, non si combina nulla. Dall’altra è una persona molto sensibile: deve sentire che intorno a sé c’è fiducia. E un contratto di due anni questa fiducia la esprime. Dopo l’avventura europea, Napoli è l’occasione giusta per lui. Per dimostrare a tutti quanto vale».
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Bachelet diceva che un buon cristiano non necessariamente è per questo anche un buon politico.
Dobbiamo applicare il concetto anche agli allenatori?