Il biografo di due pontificati scrive a Palazzo Apostolico

Non sono avvezzo a pubblicare cose che parlino di me. Ma in questo caso faccio un’eccezione. Ho suggerito qualche giorno fa su PalazzoApostolico di comprare il Corriere perché pubblicava un interessante articolo di Vittorio Messori, a mio avviso – a oggi – scrittore e giornalista inarrivabile su questioni vaticane e affini. Lui mi ha risposto. Ecco quanto mi ha scritto (trovate lo stesso testo anche tra i commenti del post a lui dedicato). Paolo
PS: Lo pubblico solo perché non si tratta di una mail privata, ma di un commento di Messori che lui stesso ha reso visibile a tutti su PalazzoApostolico

Caro Rodari,
ho avuto impegni e problemi per cui soltanto ora vedo la ” raccomandazione ” ai tuoi lettori del mio pezzo sul Corriere . Te ne sono grato . Sappi , per qual che conta, che io pure leggo quanto scrivi con interesse e , assai spesso, con partecipazione solidale. Ci fu un tempo in cui , io ” ratizngeriano ” quando era deplorevole esserlo sia nella Chiea che fuori, soffrivo di solitudine tra gli scribi del vaticanismo. E’ confortante scoprire che ora non è più così e persino quelli che mi sbranavano ora rischiano di esagerare in senso contrario . Non è il tuo caso, anche ( beato te ! ) per ragioni anagrafiche. In ogni caso, ancora grazie e l’augurio migliore di far valere le tue doti e la tua prospettiva , che mi conforta, nelle sedi migliori,
Vittorio Messori

Gentile Messori,
grazie di cuore. Nel mio piccolo sono anche io “ratzingerianio”, seppure di lui e del Vaticano me ne occupi soltanto dal non lontano 2004.
Paolo


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Intervista a monsignor Luigi Negri: “Voglio una Chiesa meno debole. Combatto l’eugenetica hitleriana”

È vescovo in una diocesi piccola, quella di San Marino-Montefeltro, ma lotta come un leone in difesa di un cattolicesimo presente dentro la vita degli uomini , la società, e non relegato nelle retrovie. Per certi versi, assomiglia al “leone di Munster”, l’indimenticato monsignor Clemens August Von Galen, vescovo ai tempi del nazismo, che venne fatto cardinale da Pio XII pochi giorni prima della sua morte a motivo dell’indefessa passione per una fede incidente nella società. Quello stesso Von Galen che il 9 ottobre 2005, Benedetto XVI, concludendo la cerimonia della beatificazione di Von Galen, definì come il campione della fede «che non si riduce a sentimento privato» della fede che «non si nasconde» ma che implica «la testimonianza anche in ambito pubblico in favore dell’uomo, della giustizia e della verità».
Don Luigi Negri è questa fede che cerca di trasmettere nella sua diocesi e in Italia. Un paese dove, purtroppo «pure certi cattolici – racconta al Riformista – sono deboli, fino a riferirsi al Papa o in modo formale oppure addirittura apertamente contestandolo. Arrivano addirittura a interpretare le sue parole fuorviandole».
Il riferimento, ovviamente, è alle varie interpretazioni seguite alla lettera del Papa scritta a vescovi per spiegare la revoca della scomunica ai lefebvriani ma anche agli attacchi che da varie parti del mondo sono giunti addosso al Pontefice per la stessa revoca.
«Occorre più coraggio – dice Negri -. La chiesa spesso è debole perché si pensa che fede e vita debbano essere due sfere separate. Ma non è così. L’aveva capito bene pure Giovanni XXIII chevedeva in questa separazione la tragedia della Chiesa contemporanea».
Negri racconta che ai suoi preti lo dice sempre. Cosa? Che «nel centro commerciale che è l’immagine della nostra società la Chiesa è stata relegata ai piani alti dove distribuisce oggetti religiosi per quella realtà sempre più minoritaria che ha questo bisogno. Invece c’è un altro modo di vivere la fede: annunciare Dio dentro il mondo degli uomini». Anche il vescovo, spiega Negri, ha questo compito primariamente: «Aiutare il popolo a vivere la fede sicché lo stesso popolo sia portatore della fede stessa. Al vescovo non spetta, come molti pensano, organizzare il dialogo con chi non è cristiano. Al vescovo compete la formazione del popolo il quale, poi, correttamente educato saprà dialogare con tutti. Il vescovo, tanto per fare esempi concreti, non deve chiudere e aprire le moschee. È un problema delle istituzioni. Al vescovo tocca educare il popolo che gli è affidato. E, insieme, al popolo, difendere la fede, i suoi spazi di libertà, i segni della tradizione come sono il crocifisso, il presepe, lo spazio davanti alle cattedrali…».
E ancora: «Lo disse bene Benedetto XVI a Verona: la cultura del nostro popolo si è formata nell’incontro di tra fede e umanità italiana. Un incontro che oggi una parte della società vuole far fuori. La vicenda di Eluana Englaro è esemplare. È un segno tragico della crisi della nostra società. È uno scontro epocale tra quelle che Giovanni Paolo II definì la cultura della vita e cultura morte. Si è sostenuta un’equivalenza tra vita e morte. Si è affermato che la morte è un valore. Non a caso è inquietante la parentela esistente tra la corrente filo eutanasica dei nostri tempi e la tesi fondamentalmente eugenetica hitleriana. Per la Chiesa la vita è indisponibile. Certo, una legge sul fine vita oggi è purtroppo necessaria, ma la scelta che occorre fare è tra il riconoscimento che la vita è sacra e indisponibile, e coloro che invece ritengono che la vita sia disponibile alla volontà del malato, della famiglia, della scienza o della magistratura».

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Come il Papa alla Sapienza, Notre Dame rifiuta Obama

È negli Stati Uniti d’America che è in corso un caso Sapienza al contrario. Come in Italia fu Benedetto XVI a subire, circa un anno fa, pesanti e reiterate critiche da parte di esponenti laici e laicisti del mondo universitario e politico italiano a motivo dell’invito rivoltogli dall’ateneo romano di aprire l’intero anno accademico con una sua lectio, nello Stato dell’Indiana chi sta subendo pesanti critiche è invece Barack Obama. Questi, invitato ad aprire il semestre accademico in una delle più rinomate università cattoliche d’America, la Notre Dame University, si è visto riversare contro le ire di cittadini e docenti scandalizzati per il fatto che il prestigioso ateneo abbia invitato a parlare un presidente dichiaratamente pro choice sull’aborto e aperto alla ricerca sulle cellule staminali embrionali.
Dal basso, ovvero dal sito notredamescandal.com (un sito creato dalla Cardinal Newman Society, associazione che rappresenta 224 università e college cattolici americani), sono stati addirittura in 65 mila a firmare una petizione contro l’arrivo di Obama: 65 mila firme che chiedono apertamente che non sia il presidente degli Stati Uniti a tenere un pubblico discorso (il prossimo 17 maggio) in occasione della cerimonia di laurea e, insieme, che non sia lui a ricevere un diploma ad honorem come pare lo stesso ateneo gli abbia promesso.
A poco è servito un invito analogo che sempre la Notre Dame University – e sempre il 17 maggio prossimo -, ha fatto a Mary Ann Glendon, la bushiana ambasciatrice americana presso la Santa Sede la quale, quanto a tematiche inerenti l’aborto e la ricerca scientifica, è su posizioni diametralmente opposte a quelle di Barack. «È uno scandalo e un oltraggio – si legge sul sito web – che l’università di “Nostra Signora”, una delle migliori università cattoliche degli Stati Uniti, conferisca un tale onore al presidente Obama, considerato il chiaro appoggio del presidente verso quelle politiche e leggi che sono direttamente in contraddizione con l’insegnamento della religione cattolica sulla vita e il matrimonio».
Giorno dopo giorno le firme contro l’arrivo del presidente Usa stanno aumentando senza sosta. E, tra queste, anche quelle di alcuni vescovi e porporati. Fanno notizia, soprattutto, le parole del vescovo della diocesi di South Bend, John D’Arcy, il quale ha annunciato che non parteciperà alla cerimonia di laurea. Con una nota scritta, il presule ha reso noto di aver deciso, «dopo aver pregato molto», di boicottare la cerimonia dell’ateneo cattolico il quale viene invece invitato a domandarsi se con la sua scelta non abbia preferito «il prestigio alla verità». E ancora: «Il presidente Obama ha recentemente riaffermato e ora ha reso programma pubblico la sua, da tempo espressa, non disponibilità a considerare sacra la vita. Mentre afferma di volere separare la politica dalla scienza di fatto ha separato la scienza dall’etica e ha portato, per la prima volta nella storia, il governo americano a sostenere la distruzione di vite umane innocenti».
La posizione del vescovo di South Bend è condivisa dalla maggior parte dell’episcopato americano. Tra i vescovi degli Stati Uniti e Obama, infatti, la luna di miele non è mai cominciata. Il suo arrivo alla Casa Bianca è stato guardato con sospetto fin dai primi giorni successivi all’elezione, quando l’enclave di presuli statunitensi in forza alla curia romana, in scia alle opinioni espresse dalla conferenza episcopale Usa, aveva mantenuto una posizione di attesa non senza mostrare una certa preoccupazione.
In una lettera ai responsabili dell’ateneo, invece, è stato Anthony J. Lauinger, il vice presidente del National Right to Life Committee , a definire Obama «il presidente dell’aborto» e a sostenere che l’invito sia «un tradimento alla missione dell’università e un’offesa a tutti quelli che credono nella santità e dignità della vita umana».
La Casa Bianca ha risposto con una nota nella quale ha ricordato che il presidente Obama accoglie con favore «lo spirito di dibattito e la sana espressione di pareri contrari riguardo a questioni importanti» ed è «onorato di aver il sostegno di milioni di persone di tutte le fedi religiose».
Due giorni fa lo stesso Obama è tornato sulla sua decisione a riguardo delle cellule staminali dicendo di non averla presa «alla leggera», ma dopo «un’attenta e difficile valutazione». «Credo – ha detto – che si tratti di una questione molto difficile». Parole, tuttavia, che non sono servite a placare l’onda dei 65 mila che oramai avanza inarrestabile.

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Contro Roma: quei “piccoli Vaticani” che criticano il Vaticano

La difesa del Papa mossa l’altro ieri dal cardinale Angelo Bagnasco è piaciuta parecchio ai fedelissimi di Benedetto XVI. Anche se, dice al Riformista un porporato vicino al Pontefice, Ratzinger è ben capace di tenere diritto il timone della Chiesa. E ne è capace nonostante le critiche esterne e, soprattutto, interne. Lo dimostrerà di qui a luglio, pubblicando l’enciclica sociale che pare abbia la data del 19 marzo, festa di San Giuseppe, e smuovendo un po’ gli organismi di governo della sua curia. Cambieranno gli oltre 75enni cardinali Renato Raffaele Martino, Javier Lozano Barragan, Walter Kasper, l’ottantenne presidente dell’Ufficio del lavoro Francesco Marchisano, l’84enne Andrea Cordero Lanza di Montezemolo e il 77enne James Francis Stafford. Anche i quasi 75enni Franc Rodé e Claudio Hummes lasceranno, mentre rimarrà al proprio posto il segretario di Stato Tarciso Bertone. Quanto al capo dei vescovi, il 75enne Giovanni Battista Re, pare continui il suo lavoro per tutto il 2009. Padre Federico Lombardi, capace direttore della sala stampa, ma ingolfato dai troppi incarichi, dopo il viaggio in Terra Santa dovrebbe lasciare. Mentre per le seconde file della segretaria di Stato si attende un non facile discernimento da parte dello stesso Pontefice. Anche qui, però, vi sono date o svolte di carriera che dovranno trovare soluzione.
Ratzinger, dunque, sa come gestire i dissidi, quelli esterni e quelli interni alla Chiesa. Perché di questo si tratta: oltre agli attacchi sul caso Williamson, e quelli delle cancellerie di mezza Europa a seguito delle parole dedicate ai «preservativi» (ancora ieri Parigi ha confermato tutte le critiche esposte una settimana fa), ci sono le intemperanze interne, quelle dei vescovi dei vari Paesi europei, particolarmente violente non soltanto sulla questione lefebvriana ma anche su alcune nomine mal digerite da quei presuli che, nei vari Paesi del mondo, hanno particolare potere all’interno delle proprie conferenze episcopali.
Molti di questi vescovi accusano Ratzinger di non sapersi spiegare. Ma dimenticano chi è Joseph Ratzinger: un Papa colto, anzi coltissimo, e pio. In pochi sanno capire la contemporaneità come lui. Il suo dire è razionale, tipico della logica e della metafisica. Offre sempre delle risposte razionali ai problemi e, per questo, non può che prescindere dalle reazioni emotive che nel mondo queste suscitano. Il mondo, spesso impregnato di irrazionalità soprattutto quando si definisce “razionalista”, fatica a comprenderlo perché ha una reazione emotiva, e spesso, all’emotività non sa andare oltre, così come si ferma su casi particolari e non va all’universale.
Anche nella Chiesa c’è chi non comprende questo tratto dell’attuale Pontefice. Accanto a tanti vescovi a lui fedeli ve ne sono alcuni in una posizione avversa, e questi, seppure in minoranza, sovente hanno l’amplificatore dei potentati che perseguono i propri disegni. Non si tratta di vere e proprie faide. Quanto di una malattia che dal Vaticano II in poi ha assunto la sostanza della cronicità, un’infezione non proveniente dal Concilio ma dal “paraconcilio”: una malattia di lunga data.
Dai lavori conciliari in poi si è diffusa un’anti-romanità difficilmente arginabile. Il bersaglio, dunque, non è anzitutto Ratzinger. Ma Roma e la sua primazialità. Il nemico è una concezione del governo della Chiesa che in Roma, al posto di una guida sicura, ha visto semplicemente un coordinamento di fondo in grado soltanto di garantire una generalizzata unità. È stata una scorretta esegesi del Concilio a volere che crescessero senza misura le dimensioni delle diverse conferenze episcopali: quelle stesse conferenze che Ratzinger, in un’intervista del 1985, aveva negato avessero una base teologica. Ufficio dopo ufficio, struttura dopo struttura, nel mondo si sono creati dei piccoli Vaticani regionali che si sono sempre più allontanati dalla costituzione gerarchica della Chiesa, ovvero da quella concezione del governo che prevede che ogni vescovo abbia una responsabilità personale sui propri fedeli in un quadro di «comunione organica». Le conferenze hanno valorizzato sé stesse, il proprio potere interno e non, appunto, quella «comunione organica» tanto cara ai testi del Concilio.
Le conferenze, molto spesso, in nome di una fantomatica democraticità di governo peraltro mai verificata, hanno finito per opporsi a Roma andando a valorizzare quelle personalità che, al proprio interno, più avevano carisma sui media e nell’opinione pubblica. Quei vescovi che hanno avuto più presa sui giornali, sulle tv, che hanno voluto impostare il proprio incarico più sulle pubbliche conferenze in giro per il mondo che sulla cura della anime presenti nella propria diocesi, quei vescovi “itineranti” più che residenziali, hanno preso sempre più autorità all’interno dell’episcopato del proprio Paese divenendo, senza mai dirlo esplicitamente, una sorta di contropotere forte al Papa e al governo stesso di Roma.
Si tratta di enormi sovrastrutture che, talvolta, opprimono i singoli successori degli apostoli che, invece, proprio nel Papa, trovano la garanzia della loro libertà. Un contro-potere difficile da gestire, come i recenti casi delle intemperanze verificatesi contro il Papa da parte delle conferenze episcopali tedesche e austriache hanno ben dimostrato. Il cardinale Karl Lehmann ha pubblicamente attaccato Benedetto XVI per la revoca della scomunica ai lefebvriani mentre la nomina di Gerhard Wagner quale vescovo ausiliare di Linz è stata apertamente respinta con disprezzo da tutta la conferenza episcopale austriaca, e ora si capisce, come testimoniano vari siti web, che coloro che hanno rimescolato le carte per ottenere la revoca della nomina erano dei sacerdoti che vivono attualmente in stato di concubinato. Tutto è emerso anche dalle pagine dei quotidiani austriaci: ma se si intervistassero oggi i responsabili dei singoli vertici delle conferenze episcopali, questi direbbero d’essere in perfetta comunione con il Papa.
I fautori dell’ermeneutica della rottura del Vaticano II sono un’onda ancora oggi ben organizzata. Ratzinger lo sa e per questo il primo discorso d’importanza capitale del suo pontificato, quello del 22 dicembre 2005, fu diretto a loro: l’ermeneutica della rottura è sbagliata, spiegò Benedetto XVI. Ma è una battaglia atavica: già Giovanni XXIII, suo malgrado, venne descritto dai fautori dell’ermeneutica della rottura come il Pontefice della fine della Chiesa monarchica. Ci provarono anche con Paolo VI, salvo poi ricredersi a motivo dell’uscita dell’“Humanae Vitae”, l’enciclica che per i suoi contenuti per nulla accondiscendenti verso le istanze della mondanità, segnò l’inizio della seconda fase del pontificato montiniano, quella della sofferenza per le ingiurie e le calunnie subite. Anche Wojtyla, forse più di Ratzinger, venne contestato apertamente per le posizioni prese su sesso, amore, aborto, matrimonio. Dalla “Redemptor Hominis” in poi, divenne il Pontefice di una visione troppo polacca della Chiesa, troppo poco “cattolica”. Ma le contestazioni non lo hanno mai piegato. Né piegheranno Ratzinger il quale, senz’altro, non si farà vincere dall’emotività. E alle personalità francesi che su Le Monde hanno pubblicato una lettera aperta chiedendogli di tornare sulle sue dichiarazioni a proposito dei preservativi e dell’Aids, non risponderà certo con una ritrattazione.

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Bagnasco ruggisce in difesa del Papa e sul biotestamento chiede la mobilitazione

I vescovi italiani, ieri, un colpo esplicito in difesa di Papa Ratzinger l’hanno finalmente battuto. Il cardinale Angelo Bagnasco, infatti, in occasione dell’apertura del consiglio permanente della conferenza episcopale italiana, ha difeso Benedetto XVI innanzitutto in merito alla questione della revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani e al successivo caso Richard Williamson che tante critiche, anche nelle gerarchie della Chiesa italiana, aveva sollevato. Quindi Bagnasco ha alzato la voce anche in merito al profluvio di critiche «pretestuose» che «si è prolungato oltre ogni buon senso» a seguito della parole che Benedetto XVI ha dedicato all’uso del preservativo per prevenire l’Aids appena prima della partenza per l’Africa di settimana scorsa. «Non accetteremo – ha detto il porporato – che il Papa, sui media o altrove, venga irriso o offeso». Sono stati i media, infatti, secondo il capo dei vescovi italiani, ad aver strumentalizzato il Papa offrendo le sue parole sull’Aids in pasto a quanti, sulla base dei loro resoconti, hanno decretato contro di lui «un ostracismo che esula dagli stessi canoni laici».
Come era prevedibile, la prolusione si è incentrata principalmente sulla vicenda della morte di Eluana Englaro e, più precisamente, sulla necessità di agire sul piano legislativo alla svelta. Se il caso di Eluana ha rappresentato «un’operazione tesa ad affermare un diritto di libertà inedito quanto raccapricciante», ovvero «il diritto a morire, darsi e dare la morte in talune situazioni da definire», spetta ora alla politica «agire nell’approntare e varare, senza lungaggini o strumentali tentennamenti, un inequivoco dispositivo di legge che – in seguito al pronunciamento della Cassazione – preservi il paese da altre analoghe avventure, ponendo attenzione a coordinarlo con l’altro sospirato provvedimento relativo alla cure palliative, e mettendo mano insieme alle Regioni ad un sistema efficace di hospice, che le famiglie attendono non per sgravarsi di un peso ma per essere aiutate a portarlo».
Per Bagnasco qualunque «deriva eutanasica, per quanto circoscritta o edulcorata, è una falsa soluzione». «Nelle moderne democrazie – ha detto -, la vita va difesa perché è indispensabile limitare il potere biopolitico sia della scienza sia dello Stato. Come vescovi non possiamo non avere a cuore il superamento di qualunque rassegnazione culturale, che trova sostanza nel fermo sì alla tutela dei diritti umani di tutti e in un altrettanto netto no alla pena di morte, al commercio degli organi, alle mutilazioni sessuali, alle alterazioni fecondative, a qualsiasi manipolazione non terapeutica del corpo umano, pur se liberamente volute da persone adulte, informate e consenzienti».
Un passaggio della prolusione merita un approfondimento in più. È l’accenno fatto circa la mobilitazione dei laici sulle tematiche della vita in programma per volere della stessa Cei nei prossimi mesi. Forse per prevenire ogni dissidenza interna, o comunque e più probabilmente per spiegare meglio e in modo più puntuale il proprio punto di vista, la discesa in piazza dei cattolici è un’idea sancita settimana scorsa nella presentazione avvenuta al palazzo dei Cento Preti a Roma del manifesto “Liberi per vivere”, un manifesto lanciato direttamente dalle tre associazioni “benedette” dalla Cei, ovvero Scienza & Vita, Forum delle Associazioni familiari e RetinOpera. Un manifesto – ha detto Bagnasco – che va «incoraggiato e sostenuto». Lo scopo, in sostanza, è quello di spiegare la posta in gioco al paese «in termini antropologici e culturali», così da evitare nel futuro «ingorghi concettuali e tentazioni di delega».

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Il Vittorio Messori di oggi vale l’acquisto del Corriere

Oggi vi consiglio di leggere un pezzo del Corriere della Sera. È di Vittorio Messori. Quando scrive lui (negli ultmi tempi purtroppo sempre meno), il Corriere merita la spesa di un euro. Dice che la fede è il primo impegno del Papa, in quanto successore di Pietro. È alla luce di questo impegno che va letta la revoca della scomunica ai lefebvriani. Io, nel mio piccolo, l’ho ricordato nella prima puntata dell’inchiesta uscita sul Riformista qualche giorno fa, quando ho citato il brano di “Introduzione al cristianesimo” nel quale Ratzinger spiega che prima di una riforma della struttura della Chiesa serve una riforma dei cuori.
Per chi è interessato, QUESTO è il Messori oggi.


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Intervista a Pippo Corigliano (Opus Dei): “Se le stesse cose di Ratzinger le avesse dette il Dalai Lama tutti sarebbero rimasti benignamente pensosi”

Pippo Corigliano, portavoce dell’Opus Dei, non ci sta. E al Riformista dice che contro il Papa è in atto una persecuzione ideologica. E, insieme, dice che se le stesse parole pronunciate sull’Aids dal Papa l’altro ieri partendo per il Camerun le avesse pronunciate il Dalai Lama, questa persecuzione non si sarebbe verificata. Parole forti, come quelle rilasciate qualche giorno fa a Roma davanti agli amici del cenacolo organizzato da Marco Antonellis al palazzo dell’informazione dell’Adnkronos di Pippo Marra. Qui Corigliano diede il suo punto di vista sulla revoca della scomunica ai lefebvriani. A detta di Corigliano non si può capire Ratzinger se non si ricorda il suo passato: al Concilio indossò «i panni dell’innovatore». Poi «si accorse che si stava formando all’interno delle scuole teologiche una nuova tendenza che, con parole sue, “eliminava Dio e lo sostituiva con l’azione politica dell’uomo”. È a questa tendenza che Ratzinger si è opposto e si oppone. La sua è una presa di posizione «rivolta a quella moda postconciliare per la quale la vera fede è sorta solo dopo il Vaticano II e deve essere ancora purificata col balsamo della postmodernità».

Ma torniamo all’Africa. Corigliano, alle parole del Papa sull’Aids e i preservativi ha reagito stizzita mezza Europa. Come commenta?
Dico che è sconcertante l’impegno nel banalizzare le parole del Papa. Benedetto XVI dice semplicemente: è necessario “un rinnovo spirituale e umano che porti con sé un nuovo modo di comportarsi”. In altre parole occorre conservare la fedeltà coniugale e questa è la migliore prevenzione. Credo che su questo nessuno si debba scandalizzare. Se lo dicesse il Dalai Lama forse tutti rimarrebbero benignamente pensosi. Invece lo dice il Papa e tanti si maldispongono.

La posizione del Papa è antistorica?
Il Papa ha detto anche “non si può superare questo problema con la distribuzione di preservativi: al contrario, aumentano il problema.” E questa è una verità dimostrata da tutti gli studi sociologici. E si comprende facilmente. La distribuzione dei preservativi incita alla promiscuità sessuale e, alla fine, l’Aids aumenta e non diminuisce. L’uso del preservativo dà l’illusione dell’immunità, e invece non è vero. Anche col preservativo si può contrarre l’Aids.

Sono i giornali che interpretano male il Papa o il Papa che non si fa capire?
Tanti media presentano il Papa come se avesse detto: “nelle vostre scorribande sessuali non usate il preservativo”. E questo nessuno si sogna di dirlo. Ciò non ostante le reazioni indignate riportate dai media sono riferite proprio a questa presunta affermazione. Siamo al livello di persecuzione ideologica. Perché non ci si ferma un momento a ragionare, a studiare? Così suggeriva San Josemaría convinto che tanti conflitti si risolverebbero in questo modo. Il Papa ha inoltre ragione quando ricorda che non c’è nessuno come la Chiesa cattolica in prima fila nella battaglia contro l’Aids.

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Se il Papa africano diventa No Global

Incurante degli attacchi ricevuti da parte delle cancellerie di mezza Europa, delle parole di Silvio Berlusconi di ieri che in qualche modo lo difende (o lo giustifica?) dicendo che lui «svolge semplicemente il suo ruolo» e di quelle di Dario Franceschini che invece ricorda come «il profilattico sia indispensabile e da diffondere per combattere l’Aids, la disperazione e la morte in Africa e nei Paesi più poveri del mondo», Benedetto XVI parla con accenti che ricordano le istanze più originarie del movimento No Global, quelle per intenderci dell’opposizione senza se e ma alla logica del business a tutti costi imposto sovente dalle multinazionali: nel suo secondo giorno di permanenza in Camerun, infatti, spiega che «l’Africa è minacciata» dalle «false glorie», dai «falsi ideali» portati «da persone senza scrupoli che cercano d’imporre il regno del denaro disprezzando i più indigenti», portati dalle «multinazionali».
Incuranti delle critiche europee al Papa sono stati ieri anche i 60mila che hanno assiepato lo stadio di Yaoundè, la capitale del Paese. È qui che Benedetto XVI è entrato nel cuore dei problemi dell’Africa: la minaccia più pericolosa che insidia il continente, ha detto, è la perdita dell’identità, del senso della famiglia, della ricchezza interiore di fronte ai «falsi ideali», portati, appunto, da stranieri senza scrupoli. Tra questi, le multinazionali, citate dal Pontefice nel documento Instrumentum laboris, consegnato ieri ai vescovi in vista del prossimo Sinodo speciale per l’Africa. Le multinazionali «continuano a invadere gradualmente il continente per appropriarsi delle risorse naturali». E ancora: «Schiacciano le compagnie locali, con la complicità dei dirigenti africani. Recano danno all’ambiente e deturpano il creato». Anche le campagne di semina di organismi geneticamente modificati finiscono per «rovinare i piccoli coltivatori, indotti a sopprimere le loro semine tradizionali». E, quindi, ecco l’attacco ai dirigenti politici africani, che «hanno portato alla rovina le loro società».
Le parole del Pontefice non sono una novità. Più volte Ratzinger ha stigmatizzato un certo modo d’intendere e di mettere in pratica la globalizzazione. E di questi temi parlerà all’interno della prossima enciclica sociale attesa per questa primavera.
L’Instrumentum laboris consegnato ieri è esplicito: «La crisi che colpisce oggi le istituzioni finanziarie riguarda anche il continente a più livelli: gli investimenti diretti stranieri rischiano di diminuire; le istituzioni finanziarie africane beneficeranno difficilmente di crediti dalle banche occidentali; l’aiuto allo sviluppo rischia di soffrirne; a causa della recessione sui mercati sviluppati la domanda di produzioni africane potrebbe diminuire».
Ad avallare la critica papale ci sono, impietosi, gli ultimi dati Ocse. Come ha ricordato ieri il settimanale <+corsivo>Vita<+tondo>, sono proprio quei Paesi europei che hanno criticato il Papa per le sue affermazioni sui preservativi a essere responsabili «di aver fatto carta straccia di tutti gli impegni internazionali da qualche decennio in qua». Sono gli stessi rappresentanti di quei governi che hanno fallito l’obiettivo fissato alla conferenza di Barcellona del 2002 di destinare agli aiuti internazionali lo 0,33 per cento del Pil entro il 2006. Di aver tradito l’impegno preso nel 2004 sugli Obiettivi del Millennio di innalzare la quota per la cooperazione allo sviluppo sino allo 0,7% del Pil entro il 2015. E, ancora, la promessa del G8 2005 di voler raddoppiare l’aiuto all’Africa. Secondo il Development Co-operation Report «i Paesi donatori avevano promesso di aumentare i loro finanziamenti di circa 50 miliardi di dollari l’anno entro il 2015 ma le proiezioni rispetto alla destinazione di questi fondi registrano una caduta complessiva di circa 30 miliardi. Tra il 2006 e il 2007 i Paesi di area Ocse hanno diminuito il loro impegno dell’8,5% a livello internazionale, con punte del 29,6% per il Regno Unito, del 29,8% del Giappone, del 16,4% della Francia e dell’11,2% del Belgio. Anche l’Italia perde terreno: meno 2,6% nel 2007.

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Dopo Williamson ecco il “caso condom”: la vecchia Europa contro il Papa

Ovunque vada, qualsiasi cosa faccia o dica, spacca, divide e, soprattutto, raccoglie critiche. È la dura vita di Papa Ratzinger il quale, ieri, appena uscito dalla bagarre denominata “caso Williamson” è dovuto entrarne in un’altra, quella dei condom. Ad attaccarlo questa volta niente meno che il cuore della vecchia Europa, ovvero i Governi di Francia e Germania, entrambi in forma ufficiale.
È vero, le cose non possono che andare in questo modo: Benedetto XVI non adegua il propio parlare al politically correct. Egli, semmai, difende il pensiero della Chiesa e questo, se rettamente divulgato, porta nel mondo l’evangelica “spada” e non, innanzitutto, un ulivo. Eppure, a livello di comunicazione, sul piano della prevenzione delle cosiddette tempeste diplomatiche – o mediatiche che siano – qualcosa di più si può fare e, anche ieri, si poteva fare.
Andiamo con ordine. Ecco cosa è successo. L’altro ieri il Pontefice era sul volo che lo portava verso il Camerun, tappa iniziale del suo primo viaggio africano da quando è al soglio di Pietro. Con lui una cinquantina di giornalisti. Il Papa, come faceva già Wojtyla, ha concesso loro una breve intervista. Un’intervista guidata, nel senso che le domande poste al Pontefice erano solo alcune fra tutte quelle fatte pervenire precedentemente a padre Federico Lombardi, il capo della Sala stampa vaticana. Tra le domande scelte, quella di un giornalista francese il quale ha parlato dell’Aids ricordando che, al riguardo, la posizione della Chiesa viene considerata «non realistica e non efficace». Il Papa ha risposto che, «al contrario», una delle realtà più efficaci nella lotta contro la malattia è «proprio la Chiesa cattolica» la quale con i suoi movimenti e le se associazioni – la prima citata è stata la Comunità di Sant’Egidio che in Africa grazie al progetto Dream è all’avanguardia nella cura dell’Aaids – fa parecchio in merito. Ratzinger ha poi spiegato quale sia la visione della Chiesa sulla modalità tramite la quale contrastare la malattia: non «la distribuzione dei preservativi» che altro non fa che «aumentare il problema» quanto la messa in campo di una «umanizzazione della sessualità», cioè «un rinnovo spirituale e umano che porti con sé un nuovo modo di comportarsi l’uno con l’altro». Per il Papa, insomma, la prima urgenza è un rinnovamento dell’uomo dal suo interno, in modo che sappia comportarsi nel giusto modo «nei confronti del proprio corpo e di quello dell’altro».
Alle parole del Papa nessuno ha reagito, almeno nell’immediato. La bagarre è scoppiata ventiquattro ore dopo e cioè ieri. Francia e Germania – da una parte il ministro degli Esteri francese Eric Chevallier, dall’altra le ministre tedesche della Salute e della Cooperazione economica dello sviluppo, Ulla Schmidt e Heidemarie Wieczorek-Zeul – hanno criticato pesantemente le parole di Benedetto XVI sul preservativo. «Se non spetta a noi dare un giudizio sulla dottrina della Chiesa riteniamo che frasi del genere mettano in pericolo le politiche di sanità pubblica e gli imperativi di protezione della vita umana», ha detto Chevallier commentando le parole di Ratzinger. «I preservativi salvano la vita, tanto in Europa quanto in altri continenti» e «una moderna cooperazione allo sviluppo deve dare ai poveri l’accesso ai mezzi di pianificazione familiare e tra questi rientra in particolare anche l’impiego dei preservativi; tutto il resto sarebbe irresponsabile», hanno detto Schmidt e Wieczorek-Zeul. Parole, queste ultime, avallate pure da un vescovo cattolico, l’ausiliare di Amburgo: si chiama Hans Jochen Jaschke e ha spiegato che «i preservativi possono proteggere, anche se spesso gli uomini li rifiutano».
La sua l’ha detta pure il direttore esecutivo del Fondo mondiale per la lotta contro l’aids, Michel Kazatchikine: «Queste parole sono inaccettabili. È una negazione dell’epidemia». E, in serata, è arrivata anche la Spagna: il governo iberico ha annunciato che si appresta a inviare un milione di preservativi in Africa per combattere la diffusione della malattia.
Si poteva prevenire questa nuova bagarre? In parte no: il Papa, infatti, ha ribadito un concetto che la Chiesa non può modificare. Un concetto che, visti anche gli innumerevoli interessi che stanno a monte della distribuzione dei preservativi, non poteva che sollevare critiche. Tra l’altro critiche non dissimili piovvero addosso a Paolo VI prima e a Giovanni Paolo II dopo. Eppure, va detto, la difesa vaticana non è stata delle migliori. La Santa Sede ha giustamente replicato difendendo le dichiarazioni del Papa. Ma, in modo davvero ingenuo, ha cambiato nel testo ufficiale dell’intervista del Papa diramato ieri sul bollettino della Santa Sede il termine «preservativo» con quello di «profilattico», togliendo pure il passaggio in cui si sostiene che i preservativi «aumentano i problemi». Poi entrambi gli errori sono stati riparati, ma ormai l’impressione di aver voluto correggere il Papa era stata data.
A conti fatti, cosa resta? Un altro violento attacco al Papa in forme ormai incuranti degli incidenti diplomatici che possono generare, che è segno del clima culturale e politico di ostilità preconcetta nel quale si trova ad agire il magistero di Benedetto XVI. E un tentativo di difesa della Curia incorso ancora in una gaffe, ma che rende poco plausibile l’accusa dell’Osservatore Romano ai media di «aver stravolto le parole del Papa».

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Sì alla depenalizzazone dell’omosessualità: le mosse di Obama che non piacciono alla Chiesa

A pochi giorni dalla visita europea, Barack Obama compie due gesti significativi. Il primo ha fatto senz’altro piacere all’Italia e al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Il secondo, invece, non deve essere tanto piaciuto in Vaticano dove, prima di una eventuale e ancora non programmata visita del presidente degli Stati Uniti al Papa, si attende l’arrivo del nuovo ambasciatore in sostituzione della bushiana e wojtyliana Mary Ann Glendon.
Obama ha scritto ieri una lettera degna di nota a Napolitano. Nella sostanza, ha confermato che i rapporti tra i due paesi viaggiano sui binari di reciproca stima e fiducia: «Nel cominciare a lavorare insieme – ha scritto il presidente degli Stati Uniti – sono consapevole della fondamentale importanza del nostro rapporto. Ho fiducia che sapremo lavorare in uno spirito di pace e di amicizia per costruire, nei prossimi quattro anni, un mondo più sicuro».
Al Vaticano, invece, Obama non ha scritto nulla. Ma una decisione divulgata sempre ieri dal portavoce del dipartimento di Stato americano, Robert Wood, non è suonata bene oltre il Tevere. In sostanza, nonostante soltanto ventiquattro ore prima fosse avvenuto alla Casa Bianca un incontro tra Obama e il presidente della conferenza episcopale, nonché arcivescovo di Chicago, il cardinale Francis George, Wood ha annunciato la decisione di voler sostenere ufficialmente una dichiarazione dell’Onu che chiede la depenalizzazione mondiale dell’omosessualità. A conti fatti, oltre all’ennesimo schiaffo a George W. Bush il quale in merito si era astenuto, si tratta dell’ennesima decisione contraria alla Santa Sede dopo quelle parecchio criticate dall’episcopato statunitense di aprire alla ricerca sulle staminali embrionali e di concedere fondi alle ong pro aborto.
La Santa Sede aveva spiegato la propria contrarietà alla depenalizzazione dell’omosessualità lo scorso dicembre. Per bocca di monsignor Celestino Migliore, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, aveva fatto sapere che la dichiarazione, se adottata, avrebbe creato «nuove e implacabili discriminazioni». «Per esempio – disse Migliore -, gli Stati che non riconoscono l’unione tra persone dello stesso sesso come “matrimonio” verranno messi alla gogna e fatti oggetto di pressioni».
La Casa Bianca ieri ha spiegato che nell’incontro tra Obama e George si è parlato di «importanti opportunità per il governo e la Chiesa cattolica di continuare il loro lungo rapporto per affrontare alcune delle sfide più urgenti della Nazione». Mentre una dichiarazione di George era stata più critica. Questi, in un video disponibile sul sito della stessa conferenza, ha spiegato che con Obama ha parlato di libertà religiosa e libertà di coscienza. E, insieme, ha ricordato che il 27 febbraio l’amministrazione Obama ha inserito su un sito web federale la notizia che intende rimuovere la regola dell’obiezione di coscienza per il Dipartimento per la Salute e i Servizi Umani. Una norma, ha spiegato il cardinale, che «fa parte dell’ampia gamma di protezioni legali per chi lavora nel settore sanitario e ha problemi di coscienza se coinvolto in aborti o altre procedure di omicidio che sono contrarie a come vive la sua fede». Una norma che preoccupa la Chiesa perché potrebbe essere «il primo passo per portare il nostro paese dalla democrazia al dispotismo».
È inutile nasconderlo. Nonostante quanto affermato qualche giorno fa dal gesuita Thomas J. Reese all’interno di In Mezz’ora di Lucia Annunziata, i rapporti tra la Chiesa cattolica e Obama non sono dei migliori. È vero: la Santa Sede ancora oggi fa proprio quel «wait and see» (aspettiamo e vediamo) pronunciato dai vescovi iracheni a chi, a poche ore dall’elezione di Obama, chiese loro un commento circa le prospettive future del nuovo corso alla Casa Bianca, ma sempre di più l’attesa è insofferente per i colpi che, soprattutto sui temi etici, Obama sta dimostrando di voler dare.
Uno snodo cruciale nei rapporti Vaticano-Obama sarà senz’altro la decisione circa il successore di Mary Ann Glendon. Questa è particolarmente ben vista nella Santa Sede. Con Giovanni Paolo II era visiting professor alle pontificie università Gregoriana e Regina Apostolorum di Roma. Poi, capo della delegazione vaticana alla conferenza di Pechino sulle donne. E, infine, nel 2004, presidente della pontificia Accademia delle Scienze Sociali. Mentre, invece, il professor Douglas Kmiec – ovvero colui che ancora oggi, nonostante vi sia chi sostiene che favorita sia Caroline Kennedy, è in corsa per il posto di ambasciatore Usa in Vaticano -, è un cattolico anti-aborto ma pro-Obama. E la cosa, non è che piaccia molto oltre il Tevere.

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