Il biografo di due pontificati scrive a Palazzo Apostolico

Non sono avvezzo a pubblicare cose che parlino di me. Ma in questo caso faccio un’eccezione. Ho suggerito qualche giorno fa su PalazzoApostolico di comprare il Corriere perché pubblicava un interessante articolo di Vittorio Messori, a mio avviso – a oggi – scrittore e giornalista inarrivabile su questioni vaticane e affini. Lui mi ha risposto. Ecco quanto mi ha scritto (trovate lo stesso testo anche tra i commenti del post a lui dedicato). Paolo
PS: Lo pubblico solo perché non si tratta di una mail privata, ma di un commento di Messori che lui stesso ha reso visibile a tutti su PalazzoApostolico

Caro Rodari,
ho avuto impegni e problemi per cui soltanto ora vedo la ” raccomandazione ” ai tuoi lettori del mio pezzo sul Corriere . Te ne sono grato . Sappi , per qual che conta, che io pure leggo quanto scrivi con interesse e , assai spesso, con partecipazione solidale. Ci fu un tempo in cui , io ” ratizngeriano ” quando era deplorevole esserlo sia nella Chiea che fuori, soffrivo di solitudine tra gli scribi del vaticanismo. E’ confortante scoprire che ora non è più così e persino quelli che mi sbranavano ora rischiano di esagerare in senso contrario . Non è il tuo caso, anche ( beato te ! ) per ragioni anagrafiche. In ogni caso, ancora grazie e l’augurio migliore di far valere le tue doti e la tua prospettiva , che mi conforta, nelle sedi migliori,
Vittorio Messori

Gentile Messori,
grazie di cuore. Nel mio piccolo sono anche io “ratzingerianio”, seppure di lui e del Vaticano me ne occupi soltanto dal non lontano 2004.
Paolo

Intervista a monsignor Luigi Negri: “Voglio una Chiesa meno debole. Combatto l’eugenetica hitleriana”

È vescovo in una diocesi piccola, quella di San Marino-Montefeltro, ma lotta come un leone in difesa di un cattolicesimo presente dentro la vita degli uomini , la società, e non relegato nelle retrovie. Per certi versi, assomiglia al “leone di Munster”, l’indimenticato monsignor Clemens August Von Galen, vescovo ai tempi del nazismo, che venne fatto cardinale da Pio XII pochi giorni prima della sua morte a motivo dell’indefessa passione per una fede incidente nella società. Quello stesso Von Galen che il 9 ottobre 2005, Benedetto XVI, concludendo la cerimonia della beatificazione di Von Galen, definì come il campione della fede «che non si riduce a sentimento privato» della fede che «non si nasconde» ma che implica «la testimonianza anche in ambito pubblico in favore dell’uomo, della giustizia e della verità».
Don Luigi Negri è questa fede che cerca di trasmettere nella sua diocesi e in Italia. Un paese dove, purtroppo «pure certi cattolici – racconta al Riformista – sono deboli, fino a riferirsi al Papa o in modo formale oppure addirittura apertamente contestandolo. Arrivano addirittura a interpretare le sue parole fuorviandole».
Il riferimento, ovviamente, è alle varie interpretazioni seguite alla lettera del Papa scritta a vescovi per spiegare la revoca della scomunica ai lefebvriani ma anche agli attacchi che da varie parti del mondo sono giunti addosso al Pontefice per la stessa revoca.
«Occorre più coraggio – dice Negri -. La chiesa spesso è debole perché si pensa che fede e vita debbano essere due sfere separate. Ma non è così. L’aveva capito bene pure Giovanni XXIII chevedeva in questa separazione la tragedia della Chiesa contemporanea».
Negri racconta che ai suoi preti lo dice sempre. Cosa? Che «nel centro commerciale che è l’immagine della nostra società la Chiesa è stata relegata ai piani alti dove distribuisce oggetti religiosi per quella realtà sempre più minoritaria che ha questo bisogno. Invece c’è un altro modo di vivere la fede: annunciare Dio dentro il mondo degli uomini». Anche il vescovo, spiega Negri, ha questo compito primariamente: «Aiutare il popolo a vivere la fede sicché lo stesso popolo sia portatore della fede stessa. Al vescovo non spetta, come molti pensano, organizzare il dialogo con chi non è cristiano. Al vescovo compete la formazione del popolo il quale, poi, correttamente educato saprà dialogare con tutti. Il vescovo, tanto per fare esempi concreti, non deve chiudere e aprire le moschee. È un problema delle istituzioni. Al vescovo tocca educare il popolo che gli è affidato. E, insieme, al popolo, difendere la fede, i suoi spazi di libertà, i segni della tradizione come sono il crocifisso, il presepe, lo spazio davanti alle cattedrali…».
E ancora: «Lo disse bene Benedetto XVI a Verona: la cultura del nostro popolo si è formata nell’incontro di tra fede e umanità italiana. Un incontro che oggi una parte della società vuole far fuori. La vicenda di Eluana Englaro è esemplare. È un segno tragico della crisi della nostra società. È uno scontro epocale tra quelle che Giovanni Paolo II definì la cultura della vita e cultura morte. Si è sostenuta un’equivalenza tra vita e morte. Si è affermato che la morte è un valore. Non a caso è inquietante la parentela esistente tra la corrente filo eutanasica dei nostri tempi e la tesi fondamentalmente eugenetica hitleriana. Per la Chiesa la vita è indisponibile. Certo, una legge sul fine vita oggi è purtroppo necessaria, ma la scelta che occorre fare è tra il riconoscimento che la vita è sacra e indisponibile, e coloro che invece ritengono che la vita sia disponibile alla volontà del malato, della famiglia, della scienza o della magistratura».

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