Nomine: Timothy Dolan verso New York. Scelta soft anti Obama

L’annuncio dovrebbe arrivare a breve. E riguarda il nome del successore del cardinale arcivescovo di New York Edward Michael Egan. Secondo indiscrezioni raccolte dal Riformista Benedetto XVI avrebbe deciso per l’arcivescovo di Milwaukee, Timothy Dolan. Questi sarebbe stato scelto tra i nomi dell’arcivescovo di Hartford, Harry Mansell, dell’arcivescovo di Atlanta, Wilton Gregory, dell’arcivescovo di Newark, John Myers e di quello di San Juan, Roberto Gonzalez Nieves.
Dolan, nativo del Missouri, ha 59 anni e risiede a Milwaukee dal 2002. Parte dell’episcopato americano gli avrebbe preferito un presule di maggior impatto, per contrastare il nuovo corso alla Casa Bianca parecchio sfavorevole ai cattolici. Ma il Vaticano ha preferito confermare la linea adottata precedentemente anche in altri casi: sì a vescovi di profilo più pastorale e di linea soft.

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Il Papa va in Israele perché “lì sono le nostre radici”

Anche se la situazione di Gaza è a oggi ancora un’incognita – e, dunque, fino a che non si ha la certezza che nell’area non vi sono in corso operazioni belliche, il programma non verrà comunicato – in Vaticano si sta lavorando sodo per la preparazione del viaggio del Pontefice in Israele. Lo ha confermato ieri mattina lo stesso Benedetto XVI durante l’incontro in Vaticano coi presidenti delle principali organizzazioni ebraiche americane, la “Conference of presidents of major american. Jewish organizations”: «Mi sto preparando a una visita in Israele e Terra Santa per i cristiani così come per gli ebrei, poiché le radici della nostra fede vanno trovate lì», ha detto il Papa.
Il lavoro della Santa Sede è concentrato su tre fronti: da una parte, appunto, il programma che nell’ordine dovrebbe portare il Papa – nel mese di maggio – prima in Giordania, poi in Israele e infine nei territori palestinesi. Dall’altra si lavora per i cristiani arabo-palestinesi. Ovvero perché tutti i cristiani presenti possano seguire liberalmente il Pontefice nei suoi spostamenti nei territori pieni di check point e insidie. Se la cosa riuscirà, la popolazione potrà godere, almeno per qualche giorno, di una piena libertà di movimento in piena sicurezza. E, infine, si lavora sulla didascalia presente nel museo di Yad Vashem, la quale presenta Pio XII come insensibile al dramma degli israeliti perseguitati. Pare che vi siano accordi tra le due parti per modificare il testo e, pare, che la cosa si possa fare quanto prima.
Oltre al museo della Shoah di Yad Vashem, il viaggio dovrebbe comprendere le visite a una moschea in Giordania, all’antica Basilica dedicata a Mosè sul monte Nebo, al sito del battesimo di Gesù sul fiume Giordano, al Muro del Pianto e al Cenacolo, alla piazza della Mangiatoia, a Nazareth, al Monte del Precipizio e alla basilica del Santo Sepolcro. Benedetto XVI incontrerà il Gran Mufti di Gerusalemme, i due Gran Rabbini d’Israele, il presidente di Israele e Abu Mazen.
L’annuncio viene dopo le dichiarazioni dello stesso Benedetto XVI sulla guerra di Gaza ritenute, da parte israeliana, troppo sbilanciate verso Hamas e, soprattutto, dopo i giorni di aspra tensione a motivo delle tesi negazioniste sull’Olocausto avanzate dal vescovo lefebvriano Richard Williamson al quale il 21 gennaio scorso Ratzinger aveva revocato la scomunica. Benedetto XVI ha ribadito quanto già aveva detto due settimane fa durante l’udienza generale del mercoledì: la Shoah – ha detto – è «un crimine contro Dio e l’umanità». E ha sottolineato che è «inaccettabile e intollerabile» chi, tra gli uomini di Chiesa, la nega o la minimizza.
Benedetto XVI ha ricordato quando Wojtyla, al Muro del Pianto a Gerusalemme durante la sua visita nel marzo 2000, chiese perdono a Dio «per tutte le ingiustizie che il popolo ebraico ha dovuto soffrire». La Chiesa cattolica, ha detto, è «profondamente e irrevocabilmente impegnata nel rifiutare ogni anti-semitismo». E ha ricordato il Concilio Vaticano II, una «pietra miliare» nelle relazioni ebraico-cattoliche.
Il mondo ebraico ha reagito con soddisfazione a queste nuove parole del Pontefice. In particolare parole significative sono arrivate dal rabbino Arthur Schneier il quale, lo scorso aprile, aveva ospitato il Papa nella sua sinagoga di New York: «Le nostre relazioni, basate sulle solide fondamenta del Concilio Vaticano II possono sopravvivere a periodiche cadute» e «noi possiamo riemergere» da queste «ancora più forti per lavorare insieme nell’affrontare le sfide alla nostra civilizzazione».
Ma forse le parole più gradite oltre il Tevere sono state quelle del rabbino David Rosen. Presidente dell’International Jewish Committee for Inter-religious Consultations (Ijcic) e direttore internazionale per gli affari interreligiosi dell’American Jewish Committee (Ajc), Rosen criticò energicamente il Papa per il caso Williamson. Ieri ha però smorzato ogni polemica dicendo: «Tutta la faccenda ha creato molti danni, al rapporto tra ebrei e cattolici e alla Chiesa stessa, ma anche qualche vantaggio. E, alla fine, abbiamo rafforzato le nostre relazioni».

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Il Papa rompe il silenzio su Eluana. Con buona pace di chi tace

Benedetto XVI ha parlato ieri sera davanti ai malati e agli operatori sanitari cattolici riuniti nella basilica di San Pietro in occasione della giornata mondiale del malato. Ha parlato per ricordare che «la vita è scrigno prezioso da custodire anche se malata» e, insieme, che « la vita dell’uomo non è un bene disponibile», ma appunto un bene da salvaguardare «con ogni attenzione possibile dal momento del suo inizio fino al suo ultimo e naturale compimento». Parole alte, che vogliono ricordare qual è, per la Chiesa, la posta in gioco: il concetto di indisponibilità della vita.
Papa Ratzinger non ha citato la vicenda di Eluana Englaro. E, probabilmente, le sue parole sarebbero state le stesse se la giovane donna lecchese fosse stata ancora in vita. Eppure, quanto ha detto assume un significato particolare proprio per il fatto che soltanto due giorni fa Eluana è morta per volontà del padre forte di una sentenza della Cassazione. Ieri sera, prima del Pontefice, è stato il “ministro della salute” vaticano, il cardinale Javier Lozano Barragàn, a presiedere una messa per i malati. E il porporato, come da prassi soprattutto nelle ultime celebrazioni svoltesi nella basilica di San Pietro alle quali è seguito un discorso del Papa, non ha voluto pronunciare l’omelia che pure si era preparata.
Le parole del Papa sono arrivate dopo un sostanziale silenzio da parte delle autorità vaticane sulla vicenda di Eluana. La linea che la Santa Sede sta adottando, infatti, è quella di non esasperare i toni. Non vuole fomentare polemiche e, soprattutto, non vuole arrivare allo scontro con coloro che nelle istituzioni non hanno difeso la vita di Eluana. In particolare, è il cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone a prediligere questa condotta. Lo dimostra la telefonata che sabato scorso, poche ore dopo la lettera con la quale il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano aveva spiegato al Silvio Berlusconi che non avrebbe mai firmato il decreto legge “salva Eluana”, Bertone ha fatto allo stesso Napolitano. Il porporato, oltre a ribadire la posizione della Chiesa sul caso Englaro, ha però voluto dire al capo dello Stato che la Chiesa non intende interferire nelle vicende italiane.
La condotta di Bertone è ben evidente anche sul giornale vaticano, l’Osservatore Romano. Qui non si è dato adito a nessun tipo di polemica. Qui, nonostante la vicenda di Eluana turbi non poco, in un verso e nell’altro, gli animi degli italiani, si preferisce una linea soft. Sullo sfondo, probabilmente, c’è anche la volontà d’arrivare al ricevimento per gli ottant’anni dei patti lateranensi del 1929 e per i venticinque anni dell’accordo di modificazione del Concordato – mercoledì prossimo a Palazzo Borromeo, sede dell’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede – mantenendo quel clima di sostanziale amicizia che sta caratterizzando i rapporti Quirinale-Vaticano negli ultimi tempi.
La Chiesa italiana – in particolare la leadership della conferenza episcopale del paese – ha seguito la vicenda in altro modo. Tramite il quotidiano Avvenire ha usato toni ben più accesi arrivando addirittura, il giorno dopo la morte di Eluana, a titolare sul suo sito on-line: “Giustizia è fatta”.
Evidentemente il cardinale Angelo Bagnasco – chissà, forse seguendo anche i preziosi consigli del suo predecessore Camillo Ruini – ha ritenuto utile tenere alti i toni delle dichiarazioni, anche per non confondere i fedeli su quale sia il giudizio della Chiesa in merito. In questa luce va letta anche l’intervista che Ruini ha voluto concedere al Corriere della Sera il giorno dopo lo scontro palazzo Chigi-Quirinale sul decreto legge “salva Eluana”: la morte di Eluana – ha detto il porporato sena giri di parole – «è un omicidio».
L’ultimo governo Prodi esasperò parecchio i rapporti Stato-Chiesa. Soprattutto a motivo della volontà di legalizzare le coppie di fatto, e a motivo delle parole della Chiesa in merito, alla cordialità era subentrata una certa diffidenza. Oggi le cose vanno diversamente. E la vicenda di Eluana, per volontà del segretario di Stato vaticano, non deve mutare questo nuovo corso. Che piaccia o no.

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Ricevo e pubblico, per una comune riflessione

Pubblico questo commento che mi ha inviato via mail Grozio perché credo possa aiutare la nostra riflessione che vorrei più pacata, altrimenti non serve a nessuno. Paolo

di Grozio
Credo che da oggi in poi – dopo quanto avvenuto – ciascun cattolico e ciascun ateo o agnostico curanti del diritto naturale o anche solo di buon senso, dovranno tenere conto delle evidenti responsabilità istituzionali di questa vicenda. Credo che da oggi la linea di confine tra chi è per la vita e chi contro la vita, sarà maggiormente evidente anche a sulla piattaforma dei partiti e delle coalizioni. Per quanto criticabili entrambi gli schieramenti in tante occasioni, questa vicenda ci dice quale coalizione e quali uomini salvaguardano i valori primari, e quali no. Questa vicenda ci dice quale coalizione e quali uomini, sebbene in limine, abbiano fatto il possibile per salvare una vita, e quali invece si sono tirati indietro in nome del formalismo, della sacra carta costituzionale. Questa vicenda ci dice quale coalizione e quali uomini abbiano considerato il diritto al servizio dell’uomo, e non il contrario.
Oggi più che mai la disumanità di una ideologia ha mostrato tutta la sua crudeltà. Quando il diritto manda a morire un innocente, forse bisogna riflettere se sia davvero un buon diritto.
Il decreto presentato da Berlusconi poteva nella sostanza essere firmato da Napolitano. La sentenza della corte d’appello seguiva un procedimento di giurisdizione volontaria, la cui sentenza finale non fa giudicato tra le parti. Questo comporta che un atto ordinatorio quale un decreto sarebbe stato certamente idoneo ad annullarne gli effetti. Inoltre voglio aggiungere che non ‘è stato contraddittorio reale tra tutore (il padre di Eluana) ed curatore, in quanto hanno aderito immediatamente sulla volontà della ragazza basata su criteri presuntivi.
Ma usciamo dalla logica formalistica e spostiamoci su una logica sostanziale, che deve essere precedente alla forma e non successiva. Anche ammettendo che il decreto non fosse lo strumento più idoneo, quand’anche ciò avesse creato un conflitto costituzionale, mi chiedo: il diritto ed i suoi meccanismi (modificabili) possono prevalere sul destino innocente ed inerme di una vita umana? Può lo Stato arbitrariamente arrogarsi il diritto di stabilire che una vita non è più degna di detta definizione, dopo che il Governo eletto dal popolo ha espresso la sua volontà benchè con un metodo non del tutto conforme?
Evidentemente il “metodo” ha valso più della sostanza, ed in nome di questo hanno sacrificato una vita, manifestando così non solo l’incapacità di tutelarci come cittadini (art. 32 comma 1 della Costituzione), ma anche la capacità di legittimare di fatto l’eutanasia, creando il precedente. Perchè di questo si tratta. La più brutta pagina di storia che si potesse scrivere ci vede testimoni, e ci da l’opportunità di guardare in faccia gli aguzzini, e delegittimarli una volta per tutte, ed in via definitiva.


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Eluana Englaro. Il portavoce di Scienza & Vita al direttore dell’Osservatore Romano: «Mi auguro che quando parla del fatto che nessuno ha rispettato l’invito al silenzio non si riferisca a noi»

Ha passato gli ultimi giorni a Udine, a coordinare i lavori del Forum delle associazioni familiari del Friuli nel tentativo (non riuscito) di salvare la vita di Eluana Englaro. L’ha fatto con la benedizione dei vescovi italiani e delle tantissime associazioni e movimenti cattolici che hanno aderito al Forum: Acli, Rns, Cl, Codacons e tanti altri. Mimmo delle Foglie, portavoce di Scienza &Vita, organizzatore del Family Day del 12 maggio 2007, dopo tanto impegno profuso in una battaglia capitale per quei cattolici e i laici che credono nell’inviolabilità della vita, racconta al Riformista gli ultimi giorni vissuti fuori la clinica La Quiete, le ultime ore spese sul campo di una battaglia di fatto persa. Interpellato innazitutto su quanto il direttore dell’Osservatore Romano, lo storico Gian Maria Vian, ha voluto dire ieri al Corriere della Sera – Vian, ricordando un intervento che Lucetta Scaraffia ha fatto sabato scorso sul suo giornale invitando alla «pacatezza» e all’«equilibrio», ha detto che «quasi nessuno», nelle ultime ore, «ha rispettato l’invito al silenzio, paradossalmente nemmeno coloro che lo invocavano» -, Delle Foglie si domanda a chi queste parole fossero dirette. Dice il portavoce di Scienza & Vita: «Spero che Vian non si rivolgesse a noi, al nostro impegno, ma alla politica. Noi ci siamo battuti con coerenza e determinazione e continueremo a farlo perché far sentire la nostra voce sulla scena pubblica è un dovere».
Diversi esponenti delle gerarchie cattoliche in questi giorni hanno invitato al silenzio. Altri hanno parlato più esplicitamente. Scienza & Vita, senz’altro, ha ritenuto e ritiene quanto mai opportuno esporre il proprio punto di vista avendo giudicato la posta in gioco come epocale. «A noi – dice Delle Foglie – non ci possono chiedere il silenzio perché non abbiamo mai urlato. Abbiamo semplicemente parlato chiaramente. E questa non è una colpa. Chi ha urlato sono altri. Sono stati, ad esempio, i radicali. L’altro ieri, appena Eluana è morta, il responsabile dell’associazione Luca Conscioni del Friuli ha urlato fuori dalla clinica La Quiete queste parole: “Ci uniamo alla gioia del padre di Eluana per la morte della figlia”. E lo hanno pure applaudito. Mi domando se questa posizione sia davvero rispettosa, nei contenuti e nei modi, delle persone coinvolte».
Il Forum delle associazioni familiari del Friuli ha chiesto a più riprese il rispetto della legge nella vicenda di Eluana. Ha chiesto il rispetto del diritto della popolazione friulana alla trasparenza degli atti amministrativi e a una piena informazione sulla vicenda, ma non ha avuto risposta. «Siamo stati ignorati – dice Delle Foglie -. Nessuno, tra l’altro, poteva avvicinarsi alla stanza di Eluana. Il padre di Eluana è tornato in clinica solo dopo la morte della figlia. Secondo quanto abbiamo potuto sapere Eluana è morta da sola, senza nemmeno la vicinanza di un medico. Per questo siamo scossi. E per questo ci hanno fatto male gli applausi fuori dalla clinica una volta arrivata la notizia del decesso».
Prima della morte di Eluana il Forum era andato sul sagrato di Santa Maria delle Grazie, una basilica vicina alla clinica, a proporre su un maxi schermo il video “Lieve e tenace è la vita”: uno spettacolo teatrale con al centro un monologo del poeta Davide Rondoni, affidato all’interpretazione di Luca Ward. Giusto il tempo di posizionare il maxi schermo ed è arrivata la triste notizia. «Ci siamo subito precipitati alla clinica – racconta Delle Foglie – e abbiamo esposto il nostro striscione: “Per Eluana e per tutti noi”. Alcuni di noi hanno iniziato a pregare. Nessuno ha urlato o ha avuto reazioni scomposte come invece ci hanno accusato. In tutti questi mesi non abbiamo mai offesi nessuno, tanto meno il padre di Eluana. Per questo diciamo che chi oggi invita al silenzio fa un gesto avventato. C’è in ballo qualcosa di capitale. Ieri sull’Unità Maurizio Mori ha detto che “Eluana ha rotto l’incantesimo: la vita buona è solo quella consapevole”. Mori dice in sostanza che la morte di Eluana è un passaggio di civiltà che vale più di Porta Pia perché è la fine della vita considerata come bene indisponibile, come dono, come bene in sé. Ora io dico: ci rendiamo conto? Questo è un colpo al cuore della visione antropologica del nostro paese. Un colpo al cuore che chiede una riposta seria, forte e decisa».

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Lasciando morire Eluana si è tradita la volontà popolare

Secondo me, dalla triste vicenda della povera Eluana Englaro, chi ne esce male è il Quirinale.
Cosa è successo esattamente? È successo che il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, in virtù del mandato che gli ha conferito il popolo italiano circa un anno fa, ha fatto un decreto legge volto a salvare Eluana. L’ha fatto nel nome del popolo italiano perché il popolo italiano lo ha democraticamente eletto. Il Quirinale, invece, ha respinto il decreto senza tener conto del fatto che Berlusconi glielo mandava nel nome del popolo che lo ha eletto. Il Quirinale ha agito secondo i suoi poteri ma ha tradito la volontà popolare.


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Eluana Englaro. La Chiesa: “Che il Signori perdoni chi l’ha portata a questo punto”

Alla notizia della morte di Eluana Englaro hanno reazioni simili col Riformista l’arcivescovo Elio Sgreccia, presidente emerito della pontificia accademia per la vita, e monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino. Dice Negri: «Sarei tentato di dire che la morte di Eluana è la vittoria orrenda della cultura della morte, ma dico invece che Eluana è stata abbracciata dalla misericordia della Madonna la quale, venendo a prendersi la giovane donna, ha voluto ridimensionare tutto». Spiega Elio Sgreccia: «In questo momento non posso fare altro che pregare. Prego per chi si è assunto la responsabilità di questa morte. Prego per Eluana. E prego perché gli italiani possano difendere in futuro la vita più di quanto non ne siano stati capaci in questa occasione». In sostanza, è la medesima richiesta formulata dal Movimento per la vita: «Speriamo almeno che Eluana non sia morta invano» e che si possa arrivare «tempi rapidi» a una «una buona legge sul Fine-vita».
Un auspicio, quest’ultimo, fatto proprio sia dal cardinale José Saraiva Martins – «Si continui a lavorare al ddl presentato dal governo», ha detto il porporato – che da una nota scritta per la <+corsivo>Radio Vaticana<+tondo> da padre Federico Lombardi, portavoce vaticano: «Di fronte alla morte il credente si raccoglie in preghiera e affida a Dio l’anima di Eluana. Una persona a cui abbiamo voluto bene e che negli ultimi mesi è diventata parte della nostra vita. Ora che Eluana è nella pace, ci auguriamo che la sua vicenda, dopo tante discussioni, sia motivo per tutti di riflessione pacata e di ricerca responsabile delle vie migliori per accompagnare nel dovuto rispetto del diritto alla vita». E ancora: «La morte di Eluana non può non lasciarci un’ombra di tristezza per le circostanze in cui è avvenuta. Ma la morte fisica non è mai per il cristiano l’ultima parola. Anche in nome di Eluana continueremo dunque a cercare le vie più efficaci per servire la vita».
La reazione della Vaticano alla notizia della morte di Eluana Englaro è sgomenta. In molti tra prelati e presuli non hanno voglia di dire nulla. È palpabile il dolore per quanto accaduto. Si pensava che la strada imboccata in extremis dal governo potesse salvare Eluana. E, invece, le cose sono andate diversamente. Il cardinale Javier Lozano Barragan, presidente del Pontificio Consiglio per la pastorale della salute, usa toni forti: «Che il Signore accolga (Eluana, ndr) e perdoni chi l’ha portata a questo punto». E ancora: «Se l’intervento umano si fosse rivelato decisivo per la morte di Eluana continuerei a ritenerlo un delitto. Ora quello che ci resta è raccomandare al Signore Eluana, affinché le apra le porte del cielo, a lei che ha sofferto tanto in terra. Affidiamo alla misericordia di Dio anche chi ha fatto questa scelta. In questo momento – ha concluso il porporato messicano – dobbiamo avere uno spirito di perdono e riconciliazione, non avviare polemiche, e continuare a promuovere il rispetto assoluto alla vita. Sarà poi accertato come è accaduto il decesso e se ci sono responsabilità».

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Eluana Englaro. Berlusconi vuole salvarla, per il Vaticano è una sorpresa inaspettata

Questa volta, nonostante quanto scriveva ieri con grande rilievo sul proprio sito web il quotidiano spagnolo El Pais secondo il quale Silvio Berlusconi avrebbe ceduto alle pressioni del Vaticano, la Santa Sede e la conferenza episcopale italiana non c’entrano nulla. Il Papa non ha chiamato Berlusconi per convincerlo ad approvare il decreto legge per salvare Eluana Englaro. Non lo ha chiamato il segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone e non lo ha fatto neppure il presidente della Cei, Angelo Bagnasco. E che le cose siano andate in questo modo lo testimonia in maniera evidente anche l’inusuale smentita che ieri il direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, ha voluto dare a un articolo della Stampa nel quale si ipotizzava una telefonata di pressione di Bertone a Berlusconi: «Si smentisce nel modo più categorico – si legge nella nota di Lombardi – quanto pubblicato, con evidenza, questa mattina da un quotidiano italiano a proposito di un presunto colloquio telefonico incorso fra il cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, e il presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi. La notizia è totalmente infondata».
Solitamente la Santa Sede smentisce notizie di ben altra rilevanza. Non si ricordano, in tempi recenti, smentite intorno a una presunta telefonata riportata, tra l’altro, da un solo quotidiano. Significa che la linea adottata dalle gerarchie vaticane di non interferire coi lavori del governo e del Parlamento ma semmai di svolgere un’azione più alta di comunicazione della propria ferma contrarietà intorno a una sentenza che condanna Eluana a morire è stata mantenuta fino in fondo.
Ma c’è di più. Ieri, la notizia della approvazione del Dl da parte del Consiglio dei ministri ha colto di sorpresa innanzitutto le gerarchie cattoliche. E, soprattutto, ha colto di sorpresa i movimenti e le associazioni cattoliche che tanto si sono date da fare per salvare Eluana. È stato un regalo inaspettato quello che Berlusconi ha fatto ai cattolici, un atto «di grande coraggio» – dicono prelati che vogliono rimanere anonimi -, talmente inaspettato che in un solo colpo il premier ha guadagnato parecchi punti là dove già non ne aveva pochi: tra le gerarchie ecclesiastiche e il mondo dell’associazionismo cattolico.
Nella giornata di ieri sono da annotare le parole pronunciate dal rettore della pontificia università lateranenese – nonché presidente della Pontificia Accademia per la vita e cappellano di Montecitorio -, monsignor Rino Fisichella: «Il governo ha fatto un gesto di grande coraggio, che sarà apprezzato dalla grande maggioranza di tutti i cittadini». E ancora: «Pur nella differenza delle competenze che abbiamo ci rallegriamo che le istanze che abbiamo portato avanti in questi mesi sono state ascoltate e accolte». E per istanze Fisichella ha inteso ricordare le molteplici uscite pubbliche dei vescovi sulla vicenda, non quindi pressioni di altro genere.
Le parole di Fisichella sono da annotare anche perché è lui, come e forse più del presidente della Cei Angelo Bagnasco, ad avere rapporti continuativi col mondo politico. Ieri, il cappellano di Montecitorio, era in partenza per un pellegrinaggio a Lourdes organizzato da un gruppo di parlamentari capeggiato dal vice presidente della Camera Maurizio Lupi. A Lupi fa riferimento un nutrito gruppo di parlamentari (il ministro della Giustizia Alfano, il sottosegretario Giovanardi, Santolini dell’Udc, Barbato dell’Italia dei Valori, Vaccaro e Oliverio del Pd, Goisis della Lega, La Loggia, Aprea, e Souad Sbai del Pdl e, tra i senatori, Fosson, Baio, De Lillo e Zanetta) i quali – questo sì – parecchio in questi giorni pare si siano dati da fare perché i valori in cui credono venissero tradotti nella vicenda di Eluana. Alcuni di loro (assieme a tanti altri), il “richiamo della foresta” vaticano l’hanno fatto proprio da tempo e si sono adoperati per portare Berlusconi sulle proprie posizioni.
Lunedì 19 gennaio Giorgio Napolitano e la moglie Clio si erano recati in gran segreto a pranzo da Benedetto XVI. Il pranzo ha testimoniato il clima di reciproca stima e fiducia esistente tra il Pontefice e il presidente della Repubblica, nonostante le differenti posizioni delle due parti su molteplici questioni. Senz’altro la vicenda di ieri non va a intaccare l’amicizia personale tra i due anche se, da oltre Tevere – ma non sono dichiarazioni ufficiali del Vaticano -, si sono levate alcune voci critiche sull’operato del Colle. In particolare una, quella del cardinale Renato Raffaele Martino: «Sono costernato – ha detto il porporato – che in tutte queste diatribe politiche si ammazzi una persona e sono profondamente deluso dalla decisione del presidente della Repubblica di non firmare il decreto».

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Su Eluana sto con Francesco Cossiga

In questi giorni, oltre al “caso Lefebvre”, mi sto occupando un po’ anche della vicenda di Eluana Englaro.
Il governo sta valutando l’ipotesi di un decreto legge che, tuttavia, credo non passerà mai. Nel centro destra, infatti, a parte talune lodevoli eccezioni, non c’è voglia di lavorare per salvare davvero Eluana.
In proposito concordo pienamente con quanto ha detto ieri Francesco Cossiga: «Mi auguro che quando i cattolici dovranno votare, sia alle elezioni politiche sia nelle votazioni interne al futuro Partito delle Libertà, si ricordino di quanto oggi (ieri, ndr) ha dichiarato Gianfranco Fini sul caso Englaro; e che si ricordi del suo silenzio sull’argomento anche l’amico Silvio Berlusconi, quando chiederà di essere ricevuto dal Papa inginocchiandosi a tappettino».


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Caso Lefebvre. Una nota della segreteria di Stato vaticana chiede a Williamson di ritrattare

Dopo la richiesta senza precedenti del cancelliere tedesco Angela Merkel al Papa di ulteriori chiarimenti sul caso Richard Williamson, dopo le parole durissime (anch’esse senza precedenti) dell’ex presidente della conferenza episcopale Karl Lehmann contro il Papa e coloro che hanno deciso la revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani e, sopratutto, dopo l’attacco alla gestione della curia romana (e, quindi, paradossalmente anche a se stesso) del cardinale Walter Kasper su Radio Vaticana (in altri tempi un’intervista simile non sarebbe uscita e, a posteriori, non sarebbe stata fatta passare come se niente fosse), ecco che la segreteria di Stato vaticana, su decisione del cardinale Tarcisio Bertone sentito il parere del Papa, ha deciso ieri di uscire con una lunga nota nella quale puntualizza alcune cose importanti. E le puntualizza soprattutto a beneficio della Chiesa, dei suoi apparati, di coloro che (sono anche vescovi e cardinali) in questi giorni non hanno difeso il Pontefice ma lo hanno attaccato: a conti fatti, attacchi di questa entità contro il Papa non si erano mai verificati in tempi recenti.
La nota dice tre cose. Anzitutto ricorda ciò che la revoca della scomunica significa: è un gesto col quale il Papa risponde «benignamente» a una richiesta dei lefebvriani (non è stata, quindi, una decisione piovuta addosso ai lefebvriani senza il loro consenso). È un gesto di apertura, preludio di un cammino ancora tutto da compiere (la piena comunione con Roma non c’è ancora: oggi i lefebvriani sono nella stessa posizione nella quale si trovano gli ortodossi da circa 50 anni). Il decreto elimina una scomunica comminata nel 1988 per un’ordinazione episcopale illegittima (non vi erano motivi dottrinali). Oggi la Fraternità San Pio X non ha alcun riconoscimento canonico della Chiesa cattolica (i vescovi, seppur validamente ordinati, non possono esercitare lecitamente il proprio ministero).
Secondo: perché i lefebvriani arrivino alla piena comunione con Roma debbono accettare tutto il Vaticano II e tutti i magisteri dei Pontefici successivi al Concilio: su questo punto non si transigerà.
Terzo: come già il Papa aveva detto il 28 gennaio, le dichiarazioni sulla Shoah di Williamson sono assolutamente inaccettabili e fermamente rifiutate da Benedetto XVI. E, quanto a Williamson, perché venga ammesso a funzioni episcopali nella Chiesa, dovrà prendere in modo inequivocabile e pubblico le distanze dalle sue posizioni riguardanti la Shoah, posizioni non conosciute dal Papa nel momento della remissione della scomunica.
Questa ultima annotazione non è secondaria. Dice che con Williamson i conti sono ancora aperti. E, inoltre, dice che coloro che hanno aiutato il Papa nel cammino che ha portato al decreto di revoca della scomunica hanno una responsabilità: in particolare ce l’hanno il cardinale Dario Castrillon Hoyos, presidente dei Ecclesia Dei, ma pure il prefetto della congregazione dei vescovi, il cardinale Giovanni Battista Re.
Nonostante la tv svedese abbia ieri smentito che la scelta di far uscire l’intervista a Williamson il 21 gennaio scorso sia stata presa in seguito a un complotto volto a infangare Ratzinger, oltre il Tevere sono in molti coloro che ritengono che una regia occulta vi sia stata dietro tutta la vicenda. Una regia sulla quale hanno soffiato, consapevolmente o meno, anche presuli e prelati dai quali ci si sarebbe aspettato un diverso comportamento.
Del resto, non è una novità: Benedetto XVI ha dei nemici, anche in curia. Sono principalmente coloro che non hanno mai accettato la sua linea di ripristino di una corretta esegesi del Vaticano II, soprattutto in campo liturgico. Ma sono anche coloro che non hanno visto cambiamenti significativi nel governo della curia romana come auspicato prima del conclave del 2005. Ratzinger parlò di «sporcizia nella Chiesa». Parlò della necessità di fare pulizia. E lasciò intendere la volontà di una riforma della curia romana radicale. Questa riforma non è arrivata e oggi al timone della Chiesa vi sono cardinali da tempo in età pensionabile che invece di fare gli interessi del Pontefice e aiutarlo a gestire anche i momenti più critici pensano ad altro. In fondo, la crisi di questi giorni non ha fatto altro che evidenziare un malcontento sempre più critico.

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