Lectio mirabilis di Benedetto XVI: La libertà spiegata ai futuri preti e alla Chiesa
23 febbraio 2009 -
Venerdì pomeriggio Benedetto XVI si è recato in visita al Seminario Romano Maggiore, alla vigilia della Festa della Madonna della Fiducia. Qui ha tenuto una lezione memorabile. Ha spiegato ai seminaristi cosa sia la libertà, il sogno di tutti i tempi realizzatosi però pienamente soltanto in Cristo. Perché la libertà non realizza se stessa semplicemente nel fare ciò che pare e piace quanto nell’aprirsi alla relazione-dipendenza con Dio Creatore e alla relazione con le creature. Solo un libertà simile permette all’uomo di compiere se stesso. Insieme lo permette alla Chiesa la quale spesso invece “di inserirsi nella comunione con Cristo, nel Corpo di Cristo che è la Chiesa” è formata da persone che “con arroganza intellettuale” vogliono far credere d’essere migliori degli altri: “E così – ha detto il Papa – nascono le polemiche che sono distruttive, nasce una caricatura della Chiesa, che dovrebbe essere un’anima sola ed un cuore solo”.
Ecco il testo integrale della lezione del Papa:
DISCORSO DEL SANTO PADRE
Signor Cardinale, cari amici,
è per me sempre una grande gioia essere nel mio Seminario, vedere i futuri sacerdoti della mia diocesi, essere con voi nel segno della Madonna della Fiducia. Con Lei che ci aiuta e ci accompagna, ci dà realmente la certezza di essere sempre aiutati dalla grazia divina, andiamo avanti!
Vogliamo vedere adesso che cosa ci dice San Paolo con questo testo: “Siete stati chiamati alla libertà”. La libertà in tutti i tempi è stata il grande sogno dell’umanità, sin dagli inizi, ma particolarmente nell’epoca moderna. Sappiamo che Lutero si è ispirato a questo testo della Lettera ai Galati e la conclusione è stata che la Regola monastica, la gerarchia, il magistero gli apparvero come un giogo di schiavitù da cui bisognava liberarsi. Successivamente, il periodo dell’Illuminismo è stato totalmente guidato, penetrato da questo desiderio della libertà, che si riteneva di aver finalmente raggiunto. Ma anche il marxismo si è presentato come strada verso la libertà.
Ci chiediamo stasera: che cosa è la libertà? Come possiamo essere liberi? San Paolo ci aiuta a capire questa realtà complicata che è la libertà inserendo questo concetto in un contesto di visioni antropologiche e teologiche fondamentali. Dice: “Questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate al servizio gli uni degli altri”. Il Rettore ci ha già detto che “carne” non è il corpo, ma “carne” – nel linguaggio di San Paolo – è espressione della assolutizzazione dell’io, dell’io che vuole essere tutto e prendere per sé tutto. L’io assoluto, che non dipende da niente e da nessuno, sembra possedere realmente, in definitiva, la libertà. Sono libero se non dipendo da nessuno, se posso fare tutto quello che voglio. Ma proprio questa assolutizzazione dell’io è “carne”, cioè è degradazione dell’uomo, non è conquista della libertà: il libertinismo non è libertà, è piuttosto il fallimento della libertà.
E Paolo osa proporre un paradosso forte: “Mediante la carità, siate al servizio” (in greco: douléuete); cioè la libertà si realizza paradossalmente nel servire; diventiamo liberi, se diventiamo servi gli uni degli altri. E così Paolo mette tutto il problema della libertà nella luce della verità dell’uomo. Ridursi alla carne, apparentemente elevandosi al rango di divinità – “Solo io sono l’uomo” – introduce nella menzogna. Perché in realtà non è così: l’uomo non è un assoluto, quasi che l’io possa isolarsi e comportarsi solo secondo la propria volontà. E’ contro la verità del nostro essere. La nostra verità è che, innanzitutto, siamo creature, creature di Dio e viviamo nella relazione con il Creatore. Siamo esseri relazionali. E solo accettando questa nostra relazionalità entriamo nella verità, altrimenti cadiamo nella menzogna e in essa, alla fine, ci distruggiamo.
Siamo creature, quindi dipendenti dal Creatore. Nel periodo dell’Illuminismo, soprattutto all’ateismo questo appariva come una dipendenza dalla quale occorreva liberarsi. In realtà, però, dipendenza fatale sarebbe soltanto se questo Dio Creatore fosse un tiranno, non un Essere buono, soltanto se fosse come sono i tiranni umani. Se, invece, questo Creatore ci ama e la nostra dipendenza è essere nello spazio del suo amore, in tal caso proprio la dipendenza è libertà. In questo modo infatti siamo nella carità del Creatore, siamo uniti a Lui, a tutta la sua realtà, a tutto il suo potere. Quindi questo è il primo punto: essere creatura vuol dire essere amati dal Creatore, essere in questa relazione di amore che Egli ci dona, con la quale ci previene. Da ciò deriva innanzitutto la nostra verità, che è, nello stesso tempo, chiamata alla carità.
E perciò vedere Dio, orientarsi a Dio, conoscere Dio, conoscere la volontà di Dio, inserirsi nella volontà, cioè nell’amore di Dio è entrare sempre più nello spazio della verità. E questo cammino della conoscenza di Dio, della relazione di amore con Dio è l’avventura straordinaria della nostra vita cristiana: perché conosciamo in Cristo il volto di Dio, il volto di Dio che ci ama fino alla Croce, fino al dono di se stesso.
Ma la relazionalità creaturale implica anche un secondo tipo di relazione: siamo in relazione con Dio, ma insieme, come famiglia umana, siamo anche in relazione l’uno con l’altro. In altre parole, libertà umana è, da una parte, essere nella gioia e nello spazio ampio dell’amore di Dio, ma implica anche essere una cosa sola con l’altro e per l’altro. Non c’è libertà contro l’altro. Se io mi assolutizzo, divento nemico dell’altro, non possiamo più convivere e tutta la vita diventa crudeltà, diventa fallimento. Solo una libertà condivisa è una libertà umana; nell’essere insieme possiamo entrare nella sinfonia della libertà.
E quindi questo è un altro punto di grande importanza: solo accettando l’altro, accettando anche l’apparente limitazione che deriva alla mia libertà dal rispetto per quella dell’altro, solo inserendomi nella rete di dipendenze che ci rende, finalmente, un’unica famiglia, io sono in cammino verso la liberazione comune.
Qui appare un elemento molto importante: qual è la misura della condivisione della libertà? Vediamo che l’uomo ha bisogno di ordine, di diritto, perché possa così realizzarsi la sua libertà che è una libertà vissuta in comune. E come possiamo trovare questo ordine giusto, nel quale nessuno sia oppresso, ma ognuno possa dare il suo contributo per formare questa sorta di concerto delle libertà? Se non c’è una verità comune dell’uomo quale appare nella visione di Dio, rimane solo il positivismo e si ha l’impressione di qualcosa di imposto in maniera anche violenta. Da ciò questa ribellione contro l’ordine ed il diritto come se si trattasse di una schiavitù.
Ma se possiamo trovare l’ordine del Creatore nella nostra natura, l’ordine della verità che dà ad ognuno il suo posto, ordine e diritto possono essere proprio strumenti di libertà contro la schiavitù dell’egoismo. Servire l’uno all’altro diventa strumento della libertà e qui potremmo inserire tutta una filosofia della politica secondo la Dottrina sociale della Chiesa, la quale ci aiuta a trovare questo ordine comune che dà a ciascuno il suo posto nella vita comune dell’umanità. La prima realtà da rispettare, quindi, è la verità: libertà contro la verità non è libertà. Servire l’uno all’altro crea il comune spazio della libertà.
E poi Paolo continua dicendo: “La legge trova la sua pienezza in un solo precetto: ‘Amerai il prossimo tuo come te stesso”. Dietro a questa affermazione appare il mistero del Dio incarnato, appare il mistero di Cristo che nella sua vita, nella sua morte, nella sua risurrezione diventa la legge vivente. Subito, le prime parole della nostra Lettura – “Siete chiamati alla libertà” – accennano a questo mistero. Siamo stati chiamati dal Vangelo, siamo stati chiamati realmente nel Battesimo, nella partecipazione alla morte e alla risurrezione di Cristo, e in questo modo siamo passati dalla “carne”, dall’egoismo alla comunione con Cristo. E così siamo nella pienezza della legge.
Conoscete probabilmente tutti le belle parole di Sant’Agostino: “Dilige et fac quod vis – Ama e fa’ ciò che vuoi”. Quanto dice Agostino è la verità, se abbiamo capito bene la parola “amore”. “Ama e fa’ ciò che vuoi”, ma dobbiamo realmente essere penetrati nella comunione con Cristo, esserci identificati con la sua morte e risurrezione, essere uniti a Lui nella comunione del suo Corpo. Nella partecipazione ai sacramenti, nell’ascolto della Parola di Dio, realmente la volontà divina, la legge divina entra nella nostra volontà, la nostra volontà si identifica con la sua, diventano una sola volontà e così siamo realmente liberi, possiamo realmente fare ciò che vogliamo, perché vogliamo con Cristo, vogliamo nella verità e con la verità.
Preghiamo quindi il Signore che ci aiuti in questo cammino cominciato con il Battesimo, un cammino di identificazione con Cristo che si realizza sempre di nuovo nell’Eucaristia. Nella terza Preghiera eucaristica diciamo: “Diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito”. E’ un momento nel quale, tramite l’Eucaristia e tramite la nostra vera partecipazione al mistero della morte e della risurrezione di Cristo, diventiamo un solo spirito con Lui, siamo in questa identità della volontà, e così arriviamo realmente alla libertà.
Dietro questa parola – la legge è compiuta – dietro quest’unica parola che diventa realtà nella comunione con Cristo, appaiono dietro al Signore tutte le figure dei Santi che sono entrati in questa comunione con Cristo, in questa unità dell’essere, in questa unità con la sua volontà. Appare soprattutto la Madonna, nella sua umiltà, nella sua bontà, nel suo amore. La Madonna ci dà questa fiducia, ci prende per mano, ci guida, ci aiuta nel cammino dell’essere uniti alla volontà di Dio, come lei lo è stata sin dal primo momento ed ha espresso questa unione nel suo “Fiat”.
E finalmente, dopo queste belle cose, ancora una volta nella Lettera c’è un accenno alla situazione un po’ triste della comunità dei Galati, quando Paolo dice: “Se vi mordete e vi divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni con gli altri… Camminate secondo lo Spirito”. Mi sembra che in questa comunità – che non era più sulla strada della comunione con Cristo, ma della legge esteriore della “carne” – emergono naturalmente anche delle polemiche e Paolo dice: “Voi divenite come belve, uno morde l’altro”. Accenna così alle polemiche che nascono dove la fede degenera in intellettualismo e l’umiltà viene sostituita dall’arroganza di essere migliori dell’altro.
Vediamo bene che anche oggi ci sono cose simili dove, invece di inserirsi nella comunione con Cristo, nel Corpo di Cristo che è la Chiesa, ognuno vuol essere superiore all’altro e con arroganza intellettuale vuol far credere che lui sarebbe migliore. E così nascono le polemiche che sono distruttive, nasce una caricatura della Chiesa, che dovrebbe essere un’anima sola ed un cuore solo.
In questo avvertimento di San Paolo, dobbiamo anche oggi trovare un motivo di esame di coscienza: non pensare di essere superiori all’altro, ma trovarci nell’umiltà di Cristo, trovarci nell’umiltà della Madonna, entrare nell’obbedienza della fede. Proprio così si apre realmente anche a noi il grande spazio della verità e della libertà nell’amore.
Infine, vogliamo ringraziare Dio perché ci ha mostrato il suo volto in Cristo, perché ci ha donato la Madonna, ci ha donato i Santi, ci ha chiamato ad essere un solo corpo, un solo spirito con Lui. E preghiamo che ci aiuti ad essere sempre più inseriti in questa comunione con la sua volontà, per trovare così, con la libertà, l’amore e la gioia.
PAROLE DEL SANTO PADRE AL TERMINE DELLA CENA
Mi dicono che si aspetta ancora una parola mia. Ho già parlato forse troppo, ma vorrei esprimere la mia gratitudine, la mia gioia di essere con voi. Nel colloquio adesso a tavola ho imparato di più della storia del Laterano, cominciando da Costantino, Sisto V, Benedetto XIV, Papa Lambertini.
Così ho visto tutti i problemi della storia e la sempre nuova rinascita della Chiesa a Roma. E ho capito che nella discontinuità degli eventi esteriori c’è la grande continuità dell’unità della Chiesa in tutti i tempi. E anche sulla composizione del Seminario ho capito che è espressione della cattolicità della nostra Chiesa. Da tutti i continenti siamo una Chiesa e abbiamo in comune il futuro. Speriamo soltanto che crescano ancora le vocazioni perché abbiamo bisogno, come ha detto il Rettore, di lavoratori nella vigna del Signore. Grazie a voi tutti!
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Ciao carissimo Rodari.in genere leggo il Papa dal sito vaticano,è una consuetudine per me,mai affidarsi a riduzioni giornaliste.
grazie di aver riportato il testo perchè è vero quello che dici: è MEMORABILE.
questo discorso è da togliere il fiato compreso il dopo cena.e qui mi fermo,ho sempre pensato a Raztinger come un uomo erudito,coltissimo,uno dei più colti del secolo passato,grandissimo teologo assieme a von Baltasar,ma qui c’è di più.
credo che Benedetto XVI sia profetico.
solo un intelettualismo becero e posizioni ideologiche distruttive possono negarlo.
adesso fatemi tutti a pezzi.lo ripeto,è profetico,tra un secolo lo si ricorderà nel segno dell annuncio della Verità
nessuno è profeta in patria,patria come spazio e il tempo che si vive.
ora capisco perchè molti non capiscono,non ascoltano,lo combattono e tentano di falo inviso sopratutto ai cattolici.questo papa cis ta raccontando la verità;
“…vi perseguiteranno e mentendo diranno ogni sorta di male contro di voi…”
grazie Rodari.
massimo.
RODARI MA QUESTO DISCORSO è STATO TENUTO A BRACCIO O LETTO?
PERCHè SE L’HA ANCHE TENUTO A BRACCIO è FORMIDABILE.
IN OGNI CASO è QUALCOSA DI PROFONDISSIMO,UNA SINTESI MIRABILE,DAVVERO.
Grazie Massimo. Hai espresso concetti talmente veri…
Posso solo aggiungere che è veramente grave che le parole di Benedetto (queste, ma anche altre veramente MEMORABILI) non trovino mai spazio sulle pagine dei giornali. Se non ci fosse la rete!
Vivo questo come un preciso e voluto oscuramento, come il deliberato soffocamento di una voce in controcorrente con il pensiero dominante.
… e questa cosa non mi piace proprio………..
Il dialogo fra liberali e cattolici è vivo e ha bisogno di tutti i suoi protagonisti
di Roberto Pertici
22 Febbraio 2009 In un articolo recente («Corriere della sera», 15 febbraio 2009), Ernesto Galli della Loggia ha dichiarato finita (o prossima a finire) una stagione culturale: quella del dialogo tra laici di orientamento liberale e cattolici. Ne traccia una storia in cui affiora tutta una serie di motivi anche di carattere autobiografico, ché di quella stagione egli è stato uno dei protagonisti: dalla metà degli anni Novanta, dai tempi del mensile «Liberal». Di tale esaurimento cerca di individuare le cause, prima fra tutte la scarsezza di intellettuali cattolici veramente interessati a un dialogo con la cultura liberale: in campo cattolico – scrive – l’opinione pubblica colta è in grande maggioranza orientata a sinistra. L’osservazione è sostanzialmente esatta, ma non credo che egli si sia mai fatte eccessive illusioni a riguardo: da storico acuto delle ideologie e delle culture politiche dell’Italia repubblicana, conosce meglio di chiunque altro il carattere pervasivo del fenomeno progressista dell’ultimo cinquantennio, che ha investito parallelamente e con motivi sostanzialmente analoghi così il mondo cattolico come quello laico e che tende ad autoriprodursi nelle cordate accademiche come nelle redazioni dei giornali. E sa che quell’onda lunga, nonostante le delusioni storiche, gli argini frapposti e le sconfitte accumulate, è tutt’altro che finita: ormai è una costante della storia italiana recente. Tuttavia sta ai laici di orientamento liberale – se continuano a ritenere necessario il dialogo col mondo cattolico – ricercare con pazienza e tenacia gli interlocutori, magari non nel Gotha della cultura accademica e del giornalismo, magari altrove: anche in quei movimenti a cui accenna egli stesso. E’ possibile che vi alberghi un certo radicalismo (basti pensare alle interpretazioni del Risorgimento che spesso vi circolano), ma ci sono anche energie fresche, serietà ed entusiasmo.
La scarsezza di interlocutori fra gli intellettuali cattolici ha implicato spesso – aggiunge lo storico romano – che gli unici cattolici “disponibili” siano stati alcuni esponenti della gerarchia e ciò ha avuto conseguenze molto negative: perché quegli incontri sono stati facilmente etichettati come “politici” e hanno suscitato un “fuoco di interdizione” da parte dei laici intransigenti e della sinistra rivelatosi alla fine efficace. Anche qui come poteva farsi illusioni? Ritiene veramente che quegli ambienti di “laici intransigenti” (così li chiama) avrebbero accettato quel confronto senza mettere in atto uno sbarramento mediatico di cui sono maestri, anche se si fosse trattato del compianto Giorgio Rumi o di Augusto Del Noce? Meglio di chiunque altro ricorderà le polemiche che accompagnarono molte delle iniziative di «Liberal» e anche le contumelie e i sospetti che circondarono quell’iniziativa. E poi perché un cardinale che parla di cultura o di questioni storiche o filosofico-antropologiche deve essere considerato “vitando”, in un mondo in cui tutti si sentono in diritto di rivolgersi all’opinione pubblica sulle questioni più controverse, da Benigni a Paolo Bonolis? Non si finisce per accettare così i “paletti” posti dal mainstream dominante, anziché cercare di superarli?
Galli della Loggia aggiunge un’altra osservazione che si può così sintetizzare: i laici liberali si mettono in una posizione oggettivamente difficile dialogando con prelati e uomini di Chiesa e poi costoro non hanno nessuna remora a privilegiarne gli avversari più agguerriti, quelli che costantemente li attaccano proprio in nome della “laicità”. E’ una situazione reale, che tuttavia solo marginalmente deriva (Galli ha ragione) da una sorta di machiavellismo ecclesiastico. Egli parla di “separatezza” e di “autoreferenzialità”, ma io credo che si tratti anche di qualcosa d’altro. La chiamerei “inconsapevolezza culturale”: difficoltà a cogliere le implicazioni radicalmente anti-cattoliche di tutta una serie di posizioni o la presunzione di poterle in qualche modo ménager con un atteggiamento di apertura e di dialogo. Ma certo entra in gioco (speriamo nella maggior parte dei casi) anche l’atteggiamento cristiano di non considerare mai del tutto perduto un qualche interlocutore e di non rinunziare a un qualche contatto con lui. Sono comportamenti che riescono sovente di difficile comprensione a un laico che “realisticamente” tende a prendere atto dell’inconciliabilità delle posizioni e a comportarsi di conseguenza.
Per queste (e molte altre) ragioni, credo che nessuno possa veramente rassegnarsi all’eventualità che il dialogo fra laici liberale e cattolici si esaurisca. Galli ha ricordato le difficoltà che provengono dagli ambienti cattolici: chiediamoci per un istante se non ve ne siano anche da parte laica. Credo che, su questo versante, il problema fondamentale sia stato spesso quello di aver eccessivamente subito la pressione dei “laici intransigenti”: i comunisti del XX secolo hanno avuto sempre difficoltà ad avere “nemici a sinistra” e a svolgere una polemica su due fronti. Sul terreno della “laicità” si ha spesso l’impressione che nella stessa situazione si trovino i laici di ispirazione liberale: hanno chiara la distinzione (storica e concettuale) tra “liberalismo” e “laicismo”, ma poi difficilmente operano un effettivo taglio delle ali: verso l’integralismo cattolico, certo, ma anche verso il laicismo intransigente. Troppo spesso sembra che si sentano sotto esame e non esplicitino fino in fondo la linea di demarcazione che li separa dalla cultura radicale. Aspirano a una terza via, non tra l’integralismo laico e quello clericale, ma tra un radicalismo intransigente e un liberalismo conservatore, accusato anche da loro – lo fa proprio Galli nell’articolo di cui stiamo discutendo – di “recepire per intero il punto di vista della Santa Sede” e quindi di criptoclericalismo. Perché contribuire a squalificare posizioni che si possono legittimamente non condividere, dipingendole come frutto di mero opportunismo politico?
Ernesto Galli della Loggia non ha certo bisogno dei consigli o delle esortazioni di chi scrive: lo ricordo nel settembre 1977 fra i primi a denunziare da un punto di vista riformista la cultura della contestazione di quell’anno; negli anni Ottanta, assumere con coraggio posizioni di critica del terzomondismo e dirsi filo-americano e filo-israeliano; introdurre poi nel dibattito pubblico del nostro paese il tema spinoso della “morte della patria”, suscitando reazioni rabbiose e incorrendo persino nella pubblica censura della massima carica dello Stato, senza che quasi nessuno dei nostri colleghi sentisse il bisogno di protestare in nome della libertà di ricerca. E’ stato fra i primi – lo si è sottolineato – a riaprire un confronto fra liberalismo e cristianesimo: questo dialogo – con tutte le difficoltà e gli intoppi che incontra – resta essenziale e ha ancora bisogno di lui.
per Giovanni:
il discorso di Sua Santità era “a braccio”
video disponibile qui: http://www.benedictxvi.tv/
Grazie Luigi. Mi era sfuggito che il discorso fosse a braccio. la cosa rende il discorso davvero memorabile. Paolo.
grazie paolo,formidabile discorso,bravo benedetto !!!
l’uomo più lucido sul suolo d’italia.
sign.Gianni,la tua analisi è di grande aiuto,la condivido pienamente,oltre a essere di spessore,bè intanto credo che vi siano interlocutori anche giovani ma forse non trovano “voce” nell’ambiente di sinsitra e in ambienti laici “militanti” è d’uso in maniera sistematica lo stile di egemonizzare e demonizzare tutto e tutti qualora non siano in linea o siano considerati un “pericolo”.è per questo che io sono convinto che il laicismo italiano anzitutto si ponga come una vera e propia confessione,talvolta con spunti di fondamentalismo intollerante.
se chi parla è un “religioso”,”prelato” può anche fare una lectio magistralis sulla degustazione del gelato alla vaniglia,stai certo che verrà invocato il vulnus della perdita della laicità,il crollo della libertà nazionale e via dicendo,e di seguito si assiste a un oscuramento e alla distorsione,palese, dei contenuti.
di certo,vedi( l’antiberlusconismo, senza se e senza ma),poi si rischia il boomerang……
aspetto l’enciclica sociale del papa.se tira alto,e sarà dura, sarà istruttivo e anche divertente leggere i fondi le riduzioni e gli editoriali dei giornaloni repubblicani,al bar però,perchè a questo punto,neanche un centesimo di mio sgancio………
Benedetto XVI vecchietto terribile,se solo un quinto dei politici d’italia avesse la tua cultura e tua sapienza l’italia volerebbe.
speriamo che qualcuno sempre di più cominci ad accorgersi del grande papa che abbiamo.
rodari,continua così,ti becchi la direzione di avvenire…..
bellissimo discorso,sapienziale,ha ragione massimo,il papa è profetico.
voglio propio vedere che si dice in giro,come si fà a non esprimere ammirazione di fronte a tanto spessore.
speriamo che tutti i preti del mondo leggano questo discorso,e ci pensino sopra.
gianni hai ragione,certo,il papa come un anticonformista.
verissimo.
rodari,rischi la nomina a direttore di Avvenire.
voglio vedere in giro che si dice di questa lectio,come non si può riconoscergli un altissimo valore?
e i laiconi,i cattolici maturi che diranno?
SONO ALL’UNIVERSITà ,STO FACENDO VEDERE IL DISCORSO AD AMICI.
SI DICE CHE IL PAPA è UN FILOSOFO TEDESCO,MA POSITIVO.
SE NON FOSSE TEDESCO NON SAREBBE COSì STRINGENTE LA SUA LOGICA,SI DICE CHE NON PIACE PERCHè è UNA FILOSOFIA POSITIVA CHE INDICA LA STRADA PER IL PENSIERO POLITICO FUTURO,IN ASSENSA ORA DI ALCUN PENSIERO,DATO CHE C’è SOLO IL PENSIERO DEBOLE,MOLTO PESSIMISTA.
Rodari riesci a informarti se questi concetti di questo discorso sono sviluppati in qualche opera scritta più ampia?
se ha parlato a braccio è un qualcosa di molto interiore.
davvero un discorso memorabile
lezione difficile ma bellissima,non subito facile da capire,ma verissima.
GRANDE DISCORSO VERAMENTE
Sono contento del buon esito: il discorso è veramente memorabile, al momento giusto. Chi ha orecchi per intendere, speriamo li apra…
A presto
FORSE UN DISCORSO TROPPO ALTO PER ARRIVARE A TUTTI,MA I PRETI DEVONO RECEPIRLO,DAVVERO DI ALTO PROFILO.SAREBBE INTERESANTE TROVARE ALTRI TESTI DI QUESTO ARGOMENTO,SICURAMENTE JOSEF LO HA GIà PIù VOLTE TRATTATO.
GRAZIE PAPA.
il tema trattato dal papa in questo discorso a lui è molto caro,come è caro hai luterani.
il papa si è alureato in teologia con una tesi sulla linertà in st.Agostino di ippona,tema vastissimo in Agostino poichè è la base della sua teologia,la grazia,la libertà,la giustificazione.
Benedetto XVI conosce benissimo Agostino,poichè è la base della teologia di lutero e dei luterani,con cui il papa da sempre si è confrontato con la teologia insegnando in università dove aveva colleghi luterani grandi studiosi di Agostino,con loro ha sviluppato studi e scontri memorabili,io ne ho un esperienza diretta.
a tutti consiglio il libro ” gesù di nazaret”
è stato boicottato dalla critica laica ma non è vero è molto bello.
ciao
anche volendo fare una lettura laica,togliendo ogni riferimento alla religione,questo discorso ha l’impatto delle grandi dissertazioni della filosofia greca,è un discorso di civiltà nei rapporti umani.
mi viene da dire che ratzinger conosce molto bene lo sviluppo del pensiero umano e le conseguenze pratiche nella storia del suo agire-pensiero.