Se un cardinale decide di inginocchiarsi davanti alla Regina d’Inghilterra

Oggi il Times dedica un lungo pezzo al cardinale Cormac Murphy-O’Connor e alla sua decisione di entare nella Camera dei Lords. Della cosa, però, ne aveva già parlato una settimana fa Italia Oggi.
Siccome la notizia è notevole e non credo domani riesca a scriverne sul Riformista, vi propongo questo bel pezzo del giornale diretto da Franco Bechis (Italia Oggi, appunto).

Sono giorni di tempesta in Vaticano. Soprattutto a motivo delle innumerevoli disobbedienze al Pontefice manifestatesi in modo evidente in seguito al caso Richard Williamson, uno dei quattro vescovi lefebvriani a cui Benedetto XVI ha revocato la scomunica e che ha sostenuto recentemente tesi negazioniste sull’Olocausto.
Tra le innumerevoli disobbedienze, potrebbe a breve rendersi manifesta quella di un porporato di potere, ovvero il cardinale Cormac Murphy-O’Connor, arcivescovo di Westminster (Gran Bretagna) e presidente della conferenza episcopale d’Inghilterra e del Galles.
Murphy-O’Connor, il prossimo agosto, compie 77 anni. E, dunque, supera di due anni l’età pensionabile. E, consapevole che il futuro per lui altro non sarà altro che una pensione onorevole, pare stia lavorando per arrivare a un posizionamento storico, ovvero l’entrata in pompa magna nella Camera dei Lord. Una svolta epocale visto che, al suo interno, vi risiedono sì alcuni vescovi, ma sono anglicani e, dunque, sottomessi all’autorità della Regina: i componenti della Camera dei Lord sono attualmente 747, 92 ereditari mentre gli altri sono nominati o elettivi. Nello specifico: 28 Lord giudiziari (Law Lords), 25 Lord spirituali (arcivescovi e vescovi della Chiesa anglicana) e 602 Lords vitalizi nominati dal Sovrano su indicazione del governo.
Entrare nella camera dei Lord per un vescovo cattolico rappresenta uno smacco per Roma difficilmente rimarginabile. È vero: i rapporti tra Canterbury e Roma, negli ultimi tempi, si sono fatti distesi a motivo dell’aiuto che il Vaticano intende dare alla comunione anglicana a rischio di scisma a motivo di alcune decisioni liberal prese dalle sue gerarchie. Ma di qui a permettere che un principe della Chiesa pieghi la testa dinnanzi alla regina è davvero troppo.
Ma, del resto, le disobbedienze di Murphy-O’Connor sono quasi quotidiane. L’ultima, più che una disobbedienza, è un’invettiva contro Benedetto XVI senza precedenti. È stato proprio l’arcivescovo d’Inghilterra, infatti, a criticare pesantemente il Papa per la questione dei lefebvriani: in una lettera al Rabbino Jonathan Sacks, Murphy-O’Connor ha espresso «vivo rimpianto» per la decisione di revocare la scomunica a Williamson. In sostanza, il porporato si è voluto scusare con il Rabbino per il comportamento del Papa. Proprio così. E la cosa è stata notata in Vaticano dove non è sconosciuta la volontà del cardinale di raggiungere prima della pensione la Camera dei Lord. Probabilmente le sue uscite contro il Papa sul caso Williamson a questo mirano: a mostrarsi critico verso Roma prima di compiere il grande passo verso la Regina.
A conti fatti la Santa Sede ha due sole contro mosse possibili: imporre al porporato obbedienza e, nel contempo, sostituirlo con una personalità più fedele e in linea col Pontefice. Altrimenti l’esempio negativo di Murphy-O’Connor potrebbe contagiare anche altri presuli inglesi e ingenerare confusione tra i fedeli.

La santa e strana alleanza dei cattolici anti testamento: quelli per i quali «il testamento è già eutanasia»

Alcuni dei 53 senatori del Popolo della Libertà che l’altro ieri hanno firmato il documento “Mai più un caso Eluana” hanno voluto precisare che il loro consenso mirava semplicemente a un miglioramento del disegno di legge di maggioranza sul testamento biologico presentato dal relatore Calabrò. Nessun intento di dividere il Pdl, hanno spiegato. E il medesimo concetto è stato ribadito anche da una nota congiunta di Maurizio Gasparri e Gateano Quagliariello, presidente e vicepresidente vicario del Pdl al Senato. Ma è lo stesso documento a confermare come e quanto le posizioni divergano nel principale partito di maggioranza.
A guidare la pattuglia dei 53 assieme al presidente Francesco Cossiga c’è il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano. La cosa non è senza significato. Dietro di lui c’è Alleanza Cattolica, un’associazione ortodossa e tradizionalista quanto alla difesa della dottrina della Chiesa. Vi fa parte anche lo studioso di religioni mondiali Massimo Introvigne il quale, con Alleanza Cattolica, organizza incontri a mo’ di club anglosassone sui temi più disparati. Sarebbe troppo dire che Alleanza Cattolica è contro la decisione della Chiesa e del presidente della conferenza episcopale italiana di aprire a una legge sul “fine vita”, convinzione fondata sulla preoccupazione che, senza una legge non c’è modo di tutelare quegli italiani che oggi si trovano nella medesima situazione di Eluana Englaro. Ma all’interno di Alleanza Cattolica, come all’interno di altri movimenti ecclesiali e associazioni cattoliche, si fa strada il fronte di quanti vedono nel testamento biologico, e dunque in qualunque dispositivo di legge che cerchi di regolamentarlo, una prima apertura all’eutanasia.
A conferma che le posizioni sono eterogenee e che, proprio in queste ore, il dibattito è aperto, ecco ieri un comunicato di Comunione e liberazione. Il titolo dice tutto: «Sul “fine vita” siamo col cardinale Bagnasco». Il messaggio è chiaro: se qualcuno avesse ancora dei dubbi, se qualcuno fuori, ma soprattutto dentro Cl, pensasse che una legge non sia necessaria, si sbaglia. Cl sta con Bagnasco e sostiene l’apertura che lo scorso agosto, proprio al Meeting di Rimini organizzato da Cl, i vertici della Chiesa fecero in merito a una legge sul “fine vita”.
Tra i ciellini una posizione in qualche modo diversa da quella ufficiale l’ha presa il settimanale Tempi. In un editoriale dello scorso numero Tempi si domanda se abbia davvero senso una legge sul testamento biologico. In particolare, il settimanale si chiede se prima di una legge non avesse senso soffermarsi su quanto accaduto a Eluana Englaro e dire cosa la sua morte sia stata: «Eutanasia». «Poiché – scrive Tempi – è realistico prevedere che, fatta la legge, vi sarà chi, appellandosi al precedente di Eluana, la riterrà restrittiva e, verosimilmente, giungerà a chiedere un pronunciamento referendario o della Corte Costituzionale, non ci pare utile, né sensato partecipare all’attuale discussione sul testamento biologico».
Nel mondo dell’associazionismo che fa riferimento alla Chiesa italiana il tentativo è comunque quello di fare quadrato attorno a Bagnasco. Scienza & Vita in particolare -la “lobby” cattolica che lavora in favore della vita – difende senza possibilità di dubbio la posizione del presidente della Cei. Un comunicato dell’associazione ha ribadito ieri la necessità di una legge che ovviamente non può «e non deve prevedere la possibilità di rinunciare all’alimentazione e all’idratazione». «Una tentazione – dice Scienza & Vita – che emerge nelle schiere dei laici e talvolta si insinua persino in ambienti cattolici e che deve essere assolutamente respinta».
Una tentazione, che «si insinua persino in ambienti cattolici». Quei cattolici che non vogliono la legge per motivazioni profondamente “pro life”. Il documento dei 53, infatti, sembra la prosecuzione di una polemica ancora non risolta. Cominciò l’estate scorsa con l’addio dall’esecutivo di Scienza & Vita di Adriano Pessina, direttore del centro di bioetica dell’università del Sacro Cuore. Galeotto fu un consiglio di presidenza coordinato da Bruno Dallapiccola e Maria Luisa Di Pietro che, di fatto, aprì al testamento biologico ribaltando una precedente posizione di più marcata chiusura.

Tratto da:

Intervista al cardinale Angelo Scola: don Luigi Giussani e il genio cristiano dell’esperienza umana

«Don Luigi Giussani è stato un genio dell’educazione, capace di un pensiero originale – io lo definisco “sorgivo” – che lo portava non solo a mettere a frutto una notevole messe di letture, ma soprattutto a interpretare in maniera autentica l’esperienza elementare dell’uomo. Ciò gli ha consentito di affascinare centinaia di migliaia di persone di ogni generazione, e in maniera particolare i giovani».
Così il patriarca di Venezia, il cardinale Angelo Scola, ricorda col Riformista la grande figura di uomo di Chiesa che fu don Luigi Giussani, fondatore del movimento di Comunione e liberazione, scomparso il 22 febbraio di quattro anni fa. L’occasione per ricordare Giussani la offre l’intenso volume che Massimo Camisasca, superiore generale della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo e per anni portavoce di Cl in Vaticano, ha dedicato al prete brianzolo: Don Giussani. La sua esperienza di Dio e dell’uomo (San Paolo, 165 pag. – 14 euro).

Eminenza, Camisasca narra dei luoghi dove si è formata la vocazione di Giussani. Anche lei viene dalla diocesi di Milano. Quale tratto di Giussani testimonia maggiormente la sua milanesità?
«Lo straordinario senso della concretezza e la forza della solidarietà, il gusto naturale del senso cristiano della vita, l’apertura a 360 gradi per un confronto instancabile con chiunque».

Giussani ha cominciato il suo movimento nella scuola. E da subito ha dato un respiro missionario al movimento mandando i suoi giovani in tutto il mondo. Quale contributo principale ha da dare il Comunione e liberazione alla Chiesa oggi?
«Secondo me il movimento di Comunione e liberazione deve continuare, come mi pare stia facendo, a documentare in modo persuasivo, attraverso la testimonianza personale e comunitaria, la “convenienza” umana di aderire al fatto di Cristo. E farlo in tutti gli ambienti dell’umana esistenza, dove gli uomini sono chiamati a vivere: la scuola, l’università, la fabbrica, i quartieri, il mondo dell’economia, della cultura e della politica, ecc.
Si tratta di un compito affascinante da svolgere in tutti i paesi del mondo, soprattutto quando lo domandano le Chiese e i loro vescovi».

Nella Chiesa si sente spesso parlare del problema delle crisi delle vocazioni. In Cl, come in tanti movimenti ecclesiali del post-Concilio, queste non mancano. Qual è il segreto del fiorire delle vocazioni? Come la Chiesa può affrontare con praticità questo problema?
«È uno solo: concepire la vita stessa come vocazione ed educare appassionatamente a questo.
Prima di parlare del cosiddetto “stato di vita”, cioè il matrimonio o la consacrazione, bisogna educare i giovani a percepire l’esistenza di tutti i giorni come una chiamata di Dio alla mia libertà per la mia felicità, il mio compimento. Solo così i giovani possono trovare l’energia per dedicarsi a Dio o per un autentico matrimonio. Se intendo la vita prima di tutto come vocazione, sarà poi facile – leggendo i segni oggettivi che sempre lo Spirito manda – capire la forma vocazionale specifica per me. La Chiesa in Italia come altrove deve superare una “pastorale vocazionale” separata, prevalentemente legata a tecniche psicopedagogiche o a sterili biblicismi. Deve edificare comunità giovanili veramente aperte, abbattendo tutti i bastioni, riconoscendo che, dopo Gesù, la terra santa è tutto il mondo. Ci saranno allora giovani che, godendo della bellezza della vita in Cristo, potranno dire ai compagni “Vieni e vedi”, come fece Gesù con i primi discepoli».

Che posizione ricopriva per Giussani la liturgia nella vita del movimento?
«Era centrale, ma assolutamente sobria. In un certo senso ha riproposto a tutto il movimento l’esperienza straordinaria che visse nel seminario milanese di Venegono, abitato allora da più di mille persone, dove la liturgia ambrosiana, di una bellezza straordinaria nei suoi inni e testi, era curata con assidua essenzialità.
A questo don Giussani aggiunse anche una passione speciale per il canto gregoriano e polifonico, ma seppe anche valorizzare canti che taluni giovani, particolarmente dotati, incontrando il movimento, furono capaci di creare. Penso a Claudio Chieffo, per esempio.
Mi impressionava sempre l’attenzione che don Luigi Giussani dedicava a preparare la santa messa: discuteva con il capo del coro, equilibrava il canto del popolo con quello meditativo, mirava ad una liturgia essenziale, ma profondamente radicata nella tradizione, a tal punto che non aveva bisogno di richiamarci alla partecipazione alla santa messa quotidiana, perché era un avvenimento di bellezza che si imponeva da sé».

Giussani definì la politica «passione per l’uomo». Camisasca scrive che non aveva una visione negativa del potere. Ma, insieme, ricorda che dal cosiddetto Movimento Popolare (un Movimento di esplicito impegno politico) Cl è passato alla Compagnia delle Opere (un impegno più sociale). Che significato ha a suo avviso questa evoluzione?
«Don Luigi Giussani era un grande realista, aveva il senso del concreto ed aveva percepito con chiarezza che il potere è inevitabile perché la sua radice è antropologica. Tutti hanno potere, anche il neonato sulla mamma e viceversa, come si comprende dallo scambio di un sorriso tra i due.
Anche la valenza pubblica e politica del potere era tesa per Giussani alla relazione di riconoscimento positivo che è alla base della vita personale e sociale.
Un giudizio sul passaggio dal Movimento Popolare alla Compagnia delle Opere richiederebbe un’analisi approfondita, troppo lunga e complessa da sviluppare in questa intervista. Per come l’ho capita io, che non ho potuto seguire la nascita e la crescita della Compagnia delle Opere, essendo diventato Vescovo, ebbe origine dall’intuizione che bisognava abbandonare una concezione ideologica della politica a favore di una pratica del bene comune. Si trattava di una importante intuizione. Penso a Jacques Maritain che, quando contribuì alla scrittura della Carta dei Diritti dell’Uomo, rilevò che il problema primario in una società plurale non è mettersi d’accordo sulle mondo-visioni, ma far leva sul bene pratico dell’essere insieme, sulla base del quale confrontarsi, e non viceversa.
Da questo punto di vista il Movimento Popolare poteva rischiare l’ideologia e, là dove c’è l’ideologia, il condizionamento dell’egemonia, favorita dal potere politico, è più facile.
Però ci furono certamente intuizioni di valore nell’esperienza del Movimento Popolare che meriterebbero di essere ripensate e forse recuperate oggi».

Camisasca ricorda che gli ultimi anni di vita Giussani li visse convivendo col Parkison. Si può parlare anche nei suoi confronti di «purificazione»?
«Certamente. Ricordo la cura con cui passava ore sul breviario del giorno o la passione con cui voleva dialogare su temi come la Trinità e la Santissima Vergine, per ricordare solo alcuni dei miei ultimi dialoghi con lui.
Sicuramente egli è stato chiamato negli anni finali a un distacco da sé e dalla sua grande opera che ha tutti i tratti della santità.
Paradossalmente (ma è il paradosso dell’inscindibile legame tra croce e resurrezione) fu questa la strada dell’approfondirsi misterioso e doloroso della sua paternità nei confronti del popolo che aveva suscitato. “Nessuno genera se non è generato” ripeteva spesso don Giussani. Mi piace leggere nel suo abbandono progressivo al volto buono del Mistero – per usare una sua intensa espressione – segnato dalla mortificazione delle sue eccezionali capacità espressive, un intensificarsi della sua energia generativa, della sua paternità».

Quando ha conosciuto Giussani? Cosa ricorda della prima volta che lo ha visto?
«La prima volte che lo vidi fu nel 1958, quando a Lecco durante la Settimana Santa la Gioventù Studentesca, ancora legata all’Azione Cattolica di Roma, invitò i giovani liceali ad alcuni incontri di preparazione alla Pasqua. Mi ricordo che ci andai su grande insistenza di un mio compagno di scuola che vinse le mie resistenze. Non amavo molto la Gioventù Studentesca, perché mi sembrava un luogo adatto ai miei compagni quasi tutti di estrazione “borghese”, piuttosto che a me.
Don Luigi Giussani tenne una splendida lezione sulla “gioventù come tensione” e per la prima volta percepii un accento diverso nel considerare il rapporto tra Cristo e la mia vita. Io, infatti, avevo perso questo nesso: la mia fede era stanca, la mia pratica passiva. I miei interessi si erano spostati – sulla scia dell’impegno socialista massimalista di mio padre – sulla politica e sulla letteratura russa e americana.
Ma quel giorno, quando sentii don Giussani parlare così, ebbi un fremito, e cominciai a guardare a Cristo in maniera diversa».

Tratto da:

È Timothy Dolan l’arcivescovo di New York: scelta soft per una diocesi very hard

È anti-abortista seppure le sue posizioni sulla vita e sui temi “eticamente sensibili” non spaventino più di tanto il nuovo corso alla Casa Bianca e il presidente Barack Obama: non ha mai negato la comunione ai politici “pro-choice” e ha sempre lasciato che fossero i singoli fedeli a decidere se avvicinarsi o meno al sacramento.
È conosciuto per i proclami contro lo scandalo dei preti pedofili ma, da questo punto di vista, la sua azione non è mai stata troppo incisiva: a Milwaukee (Wisconsin) dove Giovanni Paolo II lo mandò nel 2002 per riparare i danni compiuti dell’arcivescovo Rembert Weakland (si dimise dopo aver ammesso «relazioni inappropriate» con un uomo) non è riuscito fino in fondo nel suo compito. È vero, nel 2004 fu uno dei pochi vescovi che pubblicò i nomi dei sacerdoti della sua diocesi accusati di pedofilia, ma l’associazione per i diritti delle vittime lo ha accusato (e pare con qualche cognizione di causa) di non aver collaborato a sufficienza con le autorità pubbliche nell’identificazione dei sacerdoti colpevoli.
Lui è Timothy Dolan, 59 anni, rettore del Pontificio Collegio Americano del Nord a Roma dal ‘94 al 2001, da ieri – come il Riformista aveva anticipato più di una settimana fa – nuovo arcivescovo di New York (NY).
Nell’episcopato americano c’è chi si domanda come abbia fatto ad arrivare tanto in alto. NY, infatti, non solo è la diocesi più prestigiosa degli Usa ma, come disse Wojyla, è a NY che risiede «l’arcivescovo della capitale del mondo». A ben vedere la risposta non è così difficile da trovare. Come tutti i vescovi americani, Dolan ha un suo patron. Si tratta dell’attuale prefetto della Casa Pontificia, l’arcivescovo James Michael Harvey. È quest’ultimo che accogli i presuli americani in occasione di ogni loro trasferta romana. È stato quest’ultimo, in sintonia di vedute col cardinale Justin Francis Rigali, arcivescovo di Philadelphia e membro della congregazione per i Vescovi, e col prefetto della stessa congregazione, il cardinale Giovanni Battista Re, a suggerire il nome di Dolan al Pontefice.
Dolan succede al cardinale Edward Michael Egan. La differenza caratteriale tra i due è enorme. Egan, oltre che uomo di grande cultura umanistica e musicale (è un pianista di altissimo livello), si è fatto conoscere a NY come arcivescovo dal carattere forte, a volte un po’ troppo brusco, ma che grazie anche alle sue doti di esperto giurista è riuscito ad arginare la difficile situazione finanziaria della diocesi. Il suo predecessore, il cardinale John Joseph O’Connor, gli lasciò in eredità un buco di 20 milioni di dollari. Uno shock per NY: una delle diocesi che per anni aveva garantito entrate d’oro all’Obolo di San Pietro divenne, nella gestione O’Connor, un pozzo di sperperi senza fondo. Egan, risparmio dopo risparmio (qualcuno disse che gli bastò non fare come il suo predecessore che ogni settimana viaggiava da NY a Roma per non mancare a nessun incontro della congregazione dei Vescovi) riuscì ad arginare i debiti e, finanziariamente parlando, a non fallire.
Dolan caratterialmente è l’opposto di Egan: rinomato per il savoir-faire, si dice non abbia la tempra del condottiero. Uomo da salotto, uomo del sistema, è celebre una sua foto mentre gioca a baseball. A conti fatti, nemmeno lui – ma la stessa cosa vale pure per i suoi tre predecessori Egan, O’Connor e Cooke – sembra essere l’erede ideale dell’indimenticato cardinale Francis Joseph Spellman, arcivescovo di NY dal ’39 al ’67. Anche se, vista l’età – 59 anni – Dolan ha parecchio tempo davanti a sé per smentire chi non lo reputa tale.
Ricevendo qualche giorno fa in Vaticano la speaker della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, Nancy Pelosi, il Papa ha detto – lo ha spiegato una nota della sala stampa vaticana – che «il costante insegnamento della Chiesa sulla dignità della vita umana» deve essere considerato da «tutti i cattolici» e, specialmente, dai «legislatori» e dai «giuristi». Anche se non è facile capire se davvero il Pontefice, con il termine jurists, si riferisse ai giudici cattolici della Corte Suprema, una dato è certo: la linea di Ratzinger sui temi inerenti la vita è chiara ed è la medesima linea che il Vaticano si aspetta da Dolan a NY. L’arcivescovo della capitale, infatti, è osservato non soltanto da tutto il mondo ma anche, e specialmente, dal presidente Barack Obama.

Tratto da:

Timothy Dolan da Milwaukee a New York

L’avevo scritto sul Riformista lo scorso 13 febbraio. E la cosa si è prontamente avverata: Timothy Dolan, 58 anni, già direttore del North american college di Roma e arcivescovo di Milwaukee, è il nuovo arcivescovo di New York. Il Papa l’ha nominato quest’oggi. Domani scriverò di lui: come è perché è stato “portato” a New York. Intanto, buon lavoro, monsignor Dolan.
QUI trovate un servizio di una tv di Milwaukee con due mie dichiarazioni.

Lectio mirabilis di Benedetto XVI: La libertà spiegata ai futuri preti e alla Chiesa

Venerdì pomeriggio Benedetto XVI si è recato in visita al Seminario Romano Maggiore, alla vigilia della Festa della Madonna della Fiducia. Qui ha tenuto una lezione memorabile. Ha spiegato ai seminaristi cosa sia la libertà, il sogno di tutti i tempi realizzatosi però pienamente soltanto in Cristo. Perché la libertà non realizza se stessa semplicemente nel fare ciò che pare e piace quanto nell’aprirsi alla relazione-dipendenza con Dio Creatore e alla relazione con le creature. Solo un libertà simile permette all’uomo di compiere se stesso. Insieme lo permette alla Chiesa la quale spesso invece “di inserirsi nella comunione con Cristo, nel Corpo di Cristo che è la Chiesa” è formata da persone che “con arroganza intellettuale” vogliono far credere d’essere migliori degli altri: “E così – ha detto il Papa – nascono le polemiche che sono distruttive, nasce una caricatura della Chiesa, che dovrebbe essere un’anima sola ed un cuore solo”.

Ecco il testo integrale della lezione del Papa:
DISCORSO DEL SANTO PADRE
Signor Cardinale, cari amici,
è per me sempre una grande gioia essere nel mio Seminario, vedere i futuri sacerdoti della mia diocesi, essere con voi nel segno della Madonna della Fiducia. Con Lei che ci aiuta e ci accompagna, ci dà realmente la certezza di essere sempre aiutati dalla grazia divina, andiamo avanti!
Vogliamo vedere adesso che cosa ci dice San Paolo con questo testo: “Siete stati chiamati alla libertà”. La libertà in tutti i tempi è stata il grande sogno dell’umanità, sin dagli inizi, ma particolarmente nell’epoca moderna. Sappiamo che Lutero si è ispirato a questo testo della Lettera ai Galati e la conclusione è stata che la Regola monastica, la gerarchia, il magistero gli apparvero come un giogo di schiavitù da cui bisognava liberarsi. Successivamente, il periodo dell’Illuminismo è stato totalmente guidato, penetrato da questo desiderio della libertà, che si riteneva di aver finalmente raggiunto. Ma anche il marxismo si è presentato come strada verso la libertà.
Ci chiediamo stasera: che cosa è la libertà? Come possiamo essere liberi? San Paolo ci aiuta a capire questa realtà complicata che è la libertà inserendo questo concetto in un contesto di visioni antropologiche e teologiche fondamentali. Dice: “Questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate al servizio gli uni degli altri”. Il Rettore ci ha già detto che “carne” non è il corpo, ma “carne” – nel linguaggio di San Paolo – è espressione della assolutizzazione dell’io, dell’io che vuole essere tutto e prendere per sé tutto. L’io assoluto, che non dipende da niente e da nessuno, sembra possedere realmente, in definitiva, la libertà. Sono libero se non dipendo da nessuno, se posso fare tutto quello che voglio. Ma proprio questa assolutizzazione dell’io è “carne”, cioè è degradazione dell’uomo, non è conquista della libertà: il libertinismo non è libertà, è piuttosto il fallimento della libertà.
E Paolo osa proporre un paradosso forte: “Mediante la carità, siate al servizio” (in greco: douléuete); cioè la libertà si realizza paradossalmente nel servire; diventiamo liberi, se diventiamo servi gli uni degli altri. E così Paolo mette tutto il problema della libertà nella luce della verità dell’uomo. Ridursi alla carne, apparentemente elevandosi al rango di divinità – “Solo io sono l’uomo” – introduce nella menzogna. Perché in realtà non è così: l’uomo non è un assoluto, quasi che l’io possa isolarsi e comportarsi solo secondo la propria volontà. E’ contro la verità del nostro essere. La nostra verità è che, innanzitutto, siamo creature, creature di Dio e viviamo nella relazione con il Creatore. Siamo esseri relazionali. E solo accettando questa nostra relazionalità entriamo nella verità, altrimenti cadiamo nella menzogna e in essa, alla fine, ci distruggiamo.
Siamo creature, quindi dipendenti dal Creatore. Nel periodo dell’Illuminismo, soprattutto all’ateismo questo appariva come una dipendenza dalla quale occorreva liberarsi. In realtà, però, dipendenza fatale sarebbe soltanto se questo Dio Creatore fosse un tiranno, non un Essere buono, soltanto se fosse come sono i tiranni umani. Se, invece, questo Creatore ci ama e la nostra dipendenza è essere nello spazio del suo amore, in tal caso proprio la dipendenza è libertà. In questo modo infatti siamo nella carità del Creatore, siamo uniti a Lui, a tutta la sua realtà, a tutto il suo potere. Quindi questo è il primo punto: essere creatura vuol dire essere amati dal Creatore, essere in questa relazione di amore che Egli ci dona, con la quale ci previene. Da ciò deriva innanzitutto la nostra verità, che è, nello stesso tempo, chiamata alla carità.
E perciò vedere Dio, orientarsi a Dio, conoscere Dio, conoscere la volontà di Dio, inserirsi nella volontà, cioè nell’amore di Dio è entrare sempre più nello spazio della verità. E questo cammino della conoscenza di Dio, della relazione di amore con Dio è l’avventura straordinaria della nostra vita cristiana: perché conosciamo in Cristo il volto di Dio, il volto di Dio che ci ama fino alla Croce, fino al dono di se stesso.
Ma la relazionalità creaturale implica anche un secondo tipo di relazione: siamo in relazione con Dio, ma insieme, come famiglia umana, siamo anche in relazione l’uno con l’altro. In altre parole, libertà umana è, da una parte, essere nella gioia e nello spazio ampio dell’amore di Dio, ma implica anche essere una cosa sola con l’altro e per l’altro. Non c’è libertà contro l’altro. Se io mi assolutizzo, divento nemico dell’altro, non possiamo più convivere e tutta la vita diventa crudeltà, diventa fallimento. Solo una libertà condivisa è una libertà umana; nell’essere insieme possiamo entrare nella sinfonia della libertà.
E quindi questo è un altro punto di grande importanza: solo accettando l’altro, accettando anche l’apparente limitazione che deriva alla mia libertà dal rispetto per quella dell’altro, solo inserendomi nella rete di dipendenze che ci rende, finalmente, un’unica famiglia, io sono in cammino verso la liberazione comune.
Qui appare un elemento molto importante: qual è la misura della condivisione della libertà? Vediamo che l’uomo ha bisogno di ordine, di diritto, perché possa così realizzarsi la sua libertà che è una libertà vissuta in comune. E come possiamo trovare questo ordine giusto, nel quale nessuno sia oppresso, ma ognuno possa dare il suo contributo per formare questa sorta di concerto delle libertà? Se non c’è una verità comune dell’uomo quale appare nella visione di Dio, rimane solo il positivismo e si ha l’impressione di qualcosa di imposto in maniera anche violenta. Da ciò questa ribellione contro l’ordine ed il diritto come se si trattasse di una schiavitù.
Ma se possiamo trovare l’ordine del Creatore nella nostra natura, l’ordine della verità che dà ad ognuno il suo posto, ordine e diritto possono essere proprio strumenti di libertà contro la schiavitù dell’egoismo. Servire l’uno all’altro diventa strumento della libertà e qui potremmo inserire tutta una filosofia della politica secondo la Dottrina sociale della Chiesa, la quale ci aiuta a trovare questo ordine comune che dà a ciascuno il suo posto nella vita comune dell’umanità. La prima realtà da rispettare, quindi, è la verità: libertà contro la verità non è libertà. Servire l’uno all’altro crea il comune spazio della libertà.
E poi Paolo continua dicendo: “La legge trova la sua pienezza in un solo precetto: ‘Amerai il prossimo tuo come te stesso”. Dietro a questa affermazione appare il mistero del Dio incarnato, appare il mistero di Cristo che nella sua vita, nella sua morte, nella sua risurrezione diventa la legge vivente. Subito, le prime parole della nostra Lettura – “Siete chiamati alla libertà” – accennano a questo mistero. Siamo stati chiamati dal Vangelo, siamo stati chiamati realmente nel Battesimo, nella partecipazione alla morte e alla risurrezione di Cristo, e in questo modo siamo passati dalla “carne”, dall’egoismo alla comunione con Cristo. E così siamo nella pienezza della legge.
Conoscete probabilmente tutti le belle parole di Sant’Agostino: “Dilige et fac quod vis – Ama e fa’ ciò che vuoi”. Quanto dice Agostino è la verità, se abbiamo capito bene la parola “amore”. “Ama e fa’ ciò che vuoi”, ma dobbiamo realmente essere penetrati nella comunione con Cristo, esserci identificati con la sua morte e risurrezione, essere uniti a Lui nella comunione del suo Corpo. Nella partecipazione ai sacramenti, nell’ascolto della Parola di Dio, realmente la volontà divina, la legge divina entra nella nostra volontà, la nostra volontà si identifica con la sua, diventano una sola volontà e così siamo realmente liberi, possiamo realmente fare ciò che vogliamo, perché vogliamo con Cristo, vogliamo nella verità e con la verità.
Preghiamo quindi il Signore che ci aiuti in questo cammino cominciato con il Battesimo, un cammino di identificazione con Cristo che si realizza sempre di nuovo nell’Eucaristia. Nella terza Preghiera eucaristica diciamo: “Diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito”. E’ un momento nel quale, tramite l’Eucaristia e tramite la nostra vera partecipazione al mistero della morte e della risurrezione di Cristo, diventiamo un solo spirito con Lui, siamo in questa identità della volontà, e così arriviamo realmente alla libertà.
Dietro questa parola – la legge è compiuta – dietro quest’unica parola che diventa realtà nella comunione con Cristo, appaiono dietro al Signore tutte le figure dei Santi che sono entrati in questa comunione con Cristo, in questa unità dell’essere, in questa unità con la sua volontà. Appare soprattutto la Madonna, nella sua umiltà, nella sua bontà, nel suo amore. La Madonna ci dà questa fiducia, ci prende per mano, ci guida, ci aiuta nel cammino dell’essere uniti alla volontà di Dio, come lei lo è stata sin dal primo momento ed ha espresso questa unione nel suo “Fiat”.
E finalmente, dopo queste belle cose, ancora una volta nella Lettera c’è un accenno alla situazione un po’ triste della comunità dei Galati, quando Paolo dice: “Se vi mordete e vi divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni con gli altri… Camminate secondo lo Spirito”. Mi sembra che in questa comunità – che non era più sulla strada della comunione con Cristo, ma della legge esteriore della “carne” – emergono naturalmente anche delle polemiche e Paolo dice: “Voi divenite come belve, uno morde l’altro”. Accenna così alle polemiche che nascono dove la fede degenera in intellettualismo e l’umiltà viene sostituita dall’arroganza di essere migliori dell’altro.
Vediamo bene che anche oggi ci sono cose simili dove, invece di inserirsi nella comunione con Cristo, nel Corpo di Cristo che è la Chiesa, ognuno vuol essere superiore all’altro e con arroganza intellettuale vuol far credere che lui sarebbe migliore. E così nascono le polemiche che sono distruttive, nasce una caricatura della Chiesa, che dovrebbe essere un’anima sola ed un cuore solo.
In questo avvertimento di San Paolo, dobbiamo anche oggi trovare un motivo di esame di coscienza: non pensare di essere superiori all’altro, ma trovarci nell’umiltà di Cristo, trovarci nell’umiltà della Madonna, entrare nell’obbedienza della fede. Proprio così si apre realmente anche a noi il grande spazio della verità e della libertà nell’amore.
Infine, vogliamo ringraziare Dio perché ci ha mostrato il suo volto in Cristo, perché ci ha donato la Madonna, ci ha donato i Santi, ci ha chiamato ad essere un solo corpo, un solo spirito con Lui. E preghiamo che ci aiuti ad essere sempre più inseriti in questa comunione con la sua volontà, per trovare così, con la libertà, l’amore e la gioia.

PAROLE DEL SANTO PADRE AL TERMINE DELLA CENA
Mi dicono che si aspetta ancora una parola mia. Ho già parlato forse troppo, ma vorrei esprimere la mia gratitudine, la mia gioia di essere con voi. Nel colloquio adesso a tavola ho imparato di più della storia del Laterano, cominciando da Costantino, Sisto V, Benedetto XIV, Papa Lambertini.
Così ho visto tutti i problemi della storia e la sempre nuova rinascita della Chiesa a Roma. E ho capito che nella discontinuità degli eventi esteriori c’è la grande continuità dell’unità della Chiesa in tutti i tempi. E anche sulla composizione del Seminario ho capito che è espressione della cattolicità della nostra Chiesa. Da tutti i continenti siamo una Chiesa e abbiamo in comune il futuro. Speriamo soltanto che crescano ancora le vocazioni perché abbiamo bisogno, come ha detto il Rettore, di lavoratori nella vigna del Signore. Grazie a voi tutti!

La replica di Vian a Sanremo: non facciamo la morale, siamo semplicemente melomani

Gian Maria Vian, adesso il Vaticano critica pure Sanremo?
Ci interessiamo di molte cose. Anche di cultura. L’articolo uscito l’altro ieri era una critica musicale, che ho titolato citando Bennato: «Fossero solo canzonette». Ma subito si è scritto che il Vaticano attaccava Sanremo… Bizzarro, no?
Non una critica alla kermesse in sé?
No, bastava leggere bene il breve articolo. Abbiamo criticato le canzoni, lo stile musicale. E l’ha fatto Marcello Filotei, redattore del nostro giornale ma anche compositore, tanto che per noi è «il maestro». Fabrizio Del Noce ha detto che si aspettava una critica sul piano morale. Ma credo che un giornale di idee come siamo debba entrare nel merito. In redazione, tra l’altro, siamo in tanti ad amare la musica.
Ad esempio?
Il segretario di redazione, Gaetano Vallini, e il capo del servizio internazionale, Giuseppe Fiorentino, sono appassionati di musica pop-rock, l’assistente alla direzione, Marilia D’Addio, è amante della lirica come Del Noce. Il vicedirettore Carlo Di Cicco predilige la classica, il grande rock e Fabrizio De André. Io, più eclettico, vado dal gregoriano a Peppino Di Capri, Da Frank Sinatra ai Blues Brothers, polifonia e oratori barocchi compresi. Filotei è un raffinato conoscitore di musica elettronica, il sogno futurista di anticipare i rumori a cui oggi ha dedicato un articolo: lui il 10 agosto scorso ha commentato in prima pagina le parole che il Papa aveva dedicato alla musica definita «quell’arte normale che coglie verità attraverso la bellezza».
Benedetto XVI conosce Sanremo?
Non lo so. Ma certo è un grande esperto di musica, che frequenta a un livello davvero molto alto. E all’Osservatore la musica è sempre stata seguita con attenzione: abbiamo moltiplicato le firme, con molti approfondimenti.
Non perde autorevolezza il giornale del Papa se dedica un pezzo a Sanremo?
Non credo proprio. Sanremo è importante nel panorama italiano. Credo sia giusto analizzarlo. Lo ripeto: a noi interessa il dibattito culturale. La musica poi fa parte della storia del cristianesimo da sempre: è stato un grande studioso francese, Henri-Irénée Marrou, a dedicare un importante libro al trattato della musica secondo lo spirito di sant’Agostino, finalmente disponibile in italiano in una bella edizione Medusa.
Di recente avete celebrato i 40 anni del “White Album” dei Beatles con un articolo che si è detto perdonasse John Lennon, colpevole di aver detto nel 1966 che i Beatles erano più famosi di Gesù Cristo…
Anche qui non abbiamo perdonato nessuno. Anche perché non c’era nessuno da perdonare. Abbiamo ricordato come andarono le cose. Come scrisse l’Osservatore nel numero del 14 agosto 1966: Lennon spiegò che intendeva dire come la gente prestasse più attenzione a loro che a Gesù Cristo. Una considerazione non priva di fondamento, riconobbe già allora il nostro giornale. E soprattutto abbiamo voluto ricordare un bellissimo album.
Paolo Bonolis ha risposto alle critiche di ieri dicendo che «ognuno è libero di esprimere il proprio pensiero, è libero di esprimerlo a favore della vita o della canzone». Insomma, una piccola stoccata ve l’ha voluta dare…
Rispondo dicendo che su quanto ha detto sono d’accordo, ovviamente.
Si aspettava tanto clamore per un pezzo così breve?
Mi aspettavo più attenzione per il vero scoop di ieri…
Quale?
L’editoriale del premier britannico Gordon Brown sulla crisi economica alla vigilia del suo incontro col Papa e a ridosso del prossimo G20 che si terrà a Londra il 2 aprile. Ma in Italia non molti l’hanno rilevato.

Tratto da:

Il fattore reciprocità

Amo il popolo armeno da quando ho letto “I 40 giorni del Mussa Dagh” di Franz Werfel, circa dieci anni fa. Così, quando parla un armeno, drizzo le orecchie. Non mi sono perso “La masseria della allodole” di Antonia Arslan e nemmeno “Dispersi” di Pietro Kuciukian. Adesso ci si è messo pure youtube. Qui ho trovato questo video di Hagopian e me lo sono salvato. In futuro farà molto parlare di sé. È un armeno intelligente e che è necessario ascoltare.

Dario, cattolico quasi adulto alla guida del Partito democratico

Dario Franceschini si appresta ad assumere il ruolo di reggente del Partito Democratico col suo bagaglio di fede e militanza cattolica. A conti fatti, è il primo cattolico a prendere la guida dei postcomunisti italiani: Romano Prodi, infatti, è stato candidato premier, ma mai capo del Pds-Ds o dello stesso Pd.
A dispetto della vulgata comune che definisce Franceschini e i «suoi amici» – Renzo Lusetti, Lapo Pistelli, Piero Martino e Roberto Di Giovan Paolo, ma anche Enrico Letta, Giovanni Pistorio, Gianpiero D’Alia, Mauro Fabris e pure Angelino Alfano – semplicemente come cattolici di partito, ovvero gente che si è formata nelle sezioni della Dc, un’appartenenza di base al mondo dell’associazionismo cattolico ce l’hanno avuta, eccome.
Per parlare di Franceschini bisogna partire da Ferrara. Qui è nato cinquanta anni fa. Alla fine degli anni Settanta il vescovo era monsignor Filippo Franceschi. Un presule la cui biografia dice tanto: prima di accedere all’episcopato nel 1976, Paolo VI lo nominò assistente nazionale dei giovani dell’Azione cattolica (Giac). Fu lui, assieme a don Franco Costa e a Vittorio Bachelet, a rifondare l’Ac. Franceschini era molto legato a Franceschi e fu principalmente il presule a guidarlo verso l’Azione cattolica e a formarlo spiritualmente. Franceschi era un punto di riferimento anche per i politici democristiani dell’epoca, tanto che sovente Ciriaco De Mita arrivava in Emilia per parlargli. E spesso, dopo l’incontro con Franceschi, c’era quello con Franceschini: «Dopo Franceschi mi tocca vedere Franceschini», disse scherzosamente una volta De Mita.
Racconta al Riformista Roberto Di Giovan Paolo: «Noi siamo stati “inventati” da De Mita al congresso giovanile della Dc a Maiori nel 1984. Venivamo tutti da esperienze di fede diverse. Eravamo tutti legati a qualche movimento o associazione: chi alle Acli, chi al Movimento Studentesco, chi all’Azione Cattolica. De Mita a Maiori ci raccolse e ci buttò in politica. Siamo la “quinta generazione” della Democrazia cristiana».
Occorre conoscerla questa quinta generazione per dire cosa sia. Don Luigi Sturzo può aiutare. Fu lui nel lontano 1909 a scrivere che negli anni a venire i cattolici avrebbero dovuto scegliere da che parte stare: se essere «sinceramente conservatori o sinceramente lauburisti». E Franceschini e i suoi amici scelsero da subito questa seconda opzione. Cattolici laburisti, nel senso di democratici, ovvero cattolici della mediazione, della distinzione tra Stato laico e Chiesa, della separazione netta tra quella che è la propria fede e quello che è invece l’impegno pubblico in politica. Una distinzione che ha caratterizzato tutto il curriculum di Franceschini anche prima di Maiori: nel 1974 fonda, al Liceo Scientifico Roiti di Ferrara, l’Associazione Studentesca Democratica di ispirazione cattolica e centrista e poi aderisce alla “setta” della sinistra Dc, quella dell’“onesto Zac”, ovvero il segretario Benigno Zaccagnini.
Dopo Maiori, Loreto. Franceschini e i suoi amici parteciparono al convegno ecclesiale di Loreto. Era il 1985. Qui conobbero il cardinale Cammillo Ruini, allora 54enne vescovo ausiliare di Reggio Emilia. Ma anche Bruno Forte, oggi vescovo di Chieti-Vasto, allora giovane teologo già punto di riferimento per quel cattolicesimo cosiddetto adulto ben radicato nella Bologna che fino al 1968 fu guidata da Giacomo Lercaro: nell’episcopato italiano, Lercaro fu lo storico antagonista (da sinistra) del “conservatore” arcivescovo di Genova Giuseppe Siri. E, in un certo senso, Franceschini e i suoi, oltre che la quinta generazione della Dc sono anche la seconda dei cattolici adulti, nel senso che rispetto ai vari Romano Prodi, Rosy Bindi etc, vengono appena dopo. Ma come i loro “fratelli maggiori” è a quel tipo di cattolicesimo che si rifanno. È agli stessi “profeti” che fanno riferimento: «Giuseppe Lazzati e Achille Ardigò» dice Di Giovan Paolo.
La posizione tenuta da Franceschini recentemente su alcune questioni che si possono chiamare “eticamente sensibili” dice molto di lui. Nel 2007 ideò il documento dei sessanta cattolici del Pd che difendeva la laicità dello Stato in merito alle coppie di fatto. La cosa lo portò a essere inviso alle gerarchie della Chiesa. Anche se poi poté chiarire il proprio punto di vista in un incontro di un’ora a Genova col cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei. Dai Dico a Eluana Englaro, Franceschini, a differenza di molti suoi colleghi cattolici nel Pd, ha detto “no” al ddl del governo. Lui, infatti, è un cattolico così: sempre libero d’essere laico.

Tratto da: