«Israele difende anche i cristiani». Parlano un rappresentante della comunità ebraica italiana, un filosofo statunitense e un esperto di politica internazionale
10 gennaio 2009 -
Metti assieme un rappresentante della comunità ebraica italiana, un filosofo statunitense e un esperto di politica internazionale e ti accorgi che, sulla guerra che in questi giorni imperversa a Gaza e, in particolare, sulla giudizio in merito alla politica vaticana rispetto al conflitto, i tre non la pensano troppo diversamente. Alcune sottigliezze li dividono, ma il nucleo dei rispettivi pensieri ha molto in comune.
Claudio Morpurgo, ex presidente dell’Unione Comunità Ebraiche Italiane, ha un giudizio chiaro: «Il conflitto di Gaza – dice – è un avamposto di una situazione esplosiva che interessa tutto il mondo. La battaglia che credo debba accomunare ebrei e cristiani è in difesa di quei valori che sono la base della cultura occidentale e giudaico-cristiana. Se non si capisce questa cosa, non si capisce Gaza e non si trovano soluzioni adatte per risolvere la crisi del Medio Oriente e per fermare la minaccia fondamentalista che imperversa in tutto il mondo. Israele, in particolare, sta combattendo per tutti, per salvaguardare certi valori che Hamas invece minaccia».
Robert Royal è un autore significativo nel panorama culturale nordamericano. È stato vicepresidente di uno dei maggiori think-tank di Washington, l’“Ethics and Public Policy Center” e da qualche anno ha fondato e presiede il think-tank “Faith & Reason Institute”. Corresponding fellow del Centro Studi Tocqueville-Acton, ha appena editato in Italia per Rubbettino “Il Dio che non ha fallito”, con prefazione di Flavio Felice. A suo dire, «quando si parla di Gaza non si possono dimenticare i diversi ruoli ricoperti da Libano, Siria, Giordania, Iran, Egitto e perfino Iraq». Ma, soprattutto, «bisogna ricordare che esiste un estremismo internazionale che utilizza la situazione di Gaza per preparare la distruzione d’Israele. Più di 6 mila razzi sono caduti su Israele negli ultimi tre anni. Se Hamas avesse bloccato tali attacchi, ci sarebbe stata una pace imperfetta, ma anche uno spazio per nuove correnti. Non credo si possano mettere sullo stesso piano coloro che vogliono distruggere Israele e un esercito che cerca di proteggere la popolazione che vive in Israele. Se il cardinale Renato Raffaele Martino – sue le parole che hanno descritto Gaza come un campo di concentramento, ndr – avesse aggiunto questa distinzione, allora avrebbe avuto ragione».
Per Royal molto potrà fare un’eventuale visita del Papa in Terra Santa: «La sua visita – dice – non sarà senz’altro un nuovo “Camp David Accords”. Ma se avrà l’effetto che ha avuto la sua permanenza in America la scorsa primavera, allora potrebbe suscitare una speranza nuova e smuovere una situazione oggi paralizzata».
Vittorio E. Parsi è professore di politica internazionale all’Università Cattolica di Milano. Egli ritiene che «le prese di posizione di questi giorni di Benedetto XVI, da un lato ribadiscano la tradizionale avversione della Santa Sede all’uso della forza in politica internazionale, dall’altro cerchino di esprimere tutta l’accorata preoccupazione per quanto sta accadendo senza per questo venir meno alla necessaria prudenza dei toni». «Si tratta – spiega – di una posizione di rimarcabile saggezza, tanto più apprezzabile in giorni come questi, dove le semplificazioni possono causare danni enormi». Ma, ricorda Parsi, «l’atteggiamento complessivo del mondo cattolico è diverso. A parte i ricorrenti personalismi di taluni, molte organizzazioni di ispirazione cattolica esprimono un apriori filo-palestinese, quando non anti-israeliano. Mi sembra che spesso prevalga una lettura superficiale, che tende ad accomunare la tragedia del popolo palestinese con quella di altri “ultimi della terra”, di altri emarginati. Soprattutto si dimentica che le sofferenze e la miseria di questo popolo dipendono assai più dalla corruzione, dal tradimento e dall’incapacità delle leadership palestinese e araba che dall’esistenza di Israele».
E ancora: «Negli anni la politica vaticana ha cercato di difendere la presenza delle minoranze cristiane in Medio Oriente anche attraverso l’appeasement verso regimi tirannici, coi risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Come nel caso dell’Iraq di Saddam, si è spesso confusa la protezione accordata ai cristiani dal regime per propri calcoli di opportunità con l’esercizio effettivo del diritto di libertà religiosa. Mi pare non si colga un dato fondamentale: che il prosieguo di una simile politica, comunque discutibile, è impossibile nel momento in cui all’interno del mondo arabo-isalmico diventano più forti o prevalgono formazioni politiche che fanno della religione il principale fattore di mobilitazione ideologica e politica. Per i loro leader, l’omogeneità religiosa è un valore e la differenza rappresenta una minaccia. È un’illusione pensare di applicare nei confronti di organizzazioni politiche una linea di condotta simile a quella impiegata nel dialogo interreligioso. Non dovrebbe esserci nessuna indulgenza per chi distorce a scopo politico qualunque messaggio religioso, tanto più se lo fa ricorrendo alla violenza».
Spesso si pensa che la diffusione e il successo in molte delle società dove l’islam è la religione maggioritaria di movimenti estremisti che si richiamano al fondamentalismo islamista siano dovuti alla posizione occidentale di sostegno alla democrazia israeliana. «Questa – conclude Parsi – è un’idea naif».
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Intervista a Giovanni Maria Vian: “Per capire la linea vaticana su Gaza occorre ascoltare la segreteria di Stato e leggere i media vaticani”
9 gennaio 2009 -
Giovanni Maria Vian, oggi lei esce con un editoriale sul suo giornale, l’Osservatore Romano, nel quale descrive il discorso del Papa di ieri ai diplomatici come «concreto e realistico». In che senso?
Nel senso che Benedetto XVI ha saputo entrare nelle vicende del mondo che più gli stanno a cuore andando al nocciolo dei problemi, senza fermarsi alla superficie. Su Gaza non ha semplicemente auspicato la sospensione delle ostilità o la cessazione della violenza, ma è arrivato a ricordare le prossime elezioni dalle quali si è augurato escano leader capaci di guidare i loro popoli verso la riconciliazione.
Permetta una battuta: è una sorta di ingerenza nelle questioni israelo-palestinesi?
È, piuttosto, realismo. La Chiesa ha un punto di vista molto preciso sulle questioni del Vicino e Medio Oriente. E se parla è perché ritiene sia necessario farlo per il bene di tutti. Ed è per il bene delle popolazioni coinvolte che ha voluto ricordare la responsabilità che ognuno ha di fronte alle prossime tornate elettorali. Non a caso, nei messaggi per la Giornata mondiale della pace, i Pontefici hanno più volte ricordato come la pace sia nelle mani di tutti.
Qual è la posizione della Santa Sede sul conflitto che vede contrapposti Hamas e Israele?
È una posizione molto equilibrata e che la si può desumere dalle parole del Papa pronunciate il primo dell’anno. Benedetto XVI parlando dei raid israeliani ha usato il termine «violenza massiccia» in risposta «ad un’altra violenza». Insomma, possiamo dire che ha mostrato di comprendere le ragioni degli uni e quelle degli altri.
Israele ha detto che il Vaticano sembra parlare basandosi sulla propaganda di Hamas…
La linea della Santa Sede è quella espressa dalla Segreteria di Stato. Da questa si può conoscere e capire il pensiero vaticano in merito alle varie questioni. In primo luogo, questa linea viene comunicata a livello diplomatico dai rappresentanti pontifici presenti in ogni parte del mondo e, inoltre, dai due principali media della Santa Sede: l’Osservatore Romano e la Radio Vaticana. Sulle questioni, invece, più urgenti e su cui si ritiene opportuno intervenire con particolare enfasi, interviene direttamente la Sala Stampa della Santa Sede. E in questi giorni i media vaticani hanno sempre mantenuto una posizione coerente sul conflitto di Gaza: attenzione e preoccupazione altissime, e grande equilibrio.
Nel suo editoriale c’è un richiamo ai media perché siano all’altezza del loro compito…
È mia convinzione che in molti paesi, occidentali e non, i media possano fare molto di più per allargare gli orizzonti alle questioni mondiali, contribuendo così a un’informazione il più possibile onesta e, insieme, alla formazione delle persone, soprattutto dei più giovani.
Il Papa ieri ha parlato ancora una volta di «sana laicità». Una società ad essa ispirata deve arrivare ad accettare che migliaia di musulmani preghino nella nostre principali piazze come è accaduto in questi giorni?
Il Papa non ha certo parlato riferendosi a questi episodi. Il Pontefice ha fatto un discorso più generale, richiamandosi a quanto già aveva detto soprattutto nel viaggio in Francia. La vera laicità, comunque, è sempre tollerante verso tutte le credenze e tutte le fedi. Perché un atteggiamento veramente laico riconosce quanto la religione può offrire di buono alla società. La ragione, infatti, sa riconoscere il valore della fede. E dalla fede la ragione può essere arricchita.
Il Papa ieri ha citato tantissime situazioni difficili del mondo. E ha parlato che ovunque occorre basarsi sul rispetto della dignità umana…
La Chiesa difende sempre la dignità di ogni persona umana, nessuna esclusa. Benedetto XVI è perfettamente consapevole che in tantissime parti del mondo la dignità dell’uomo è calpestata.
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Dopo Martino, ecco il Papa che ai diplomatici fa il check-up del mondo
9 gennaio 2009 -
Il cardinale Renato Raffaele Martino, presidente di Iustitia et Pax, è fatto così. Quello che pensa dice, senza se e senza ma. Memorabile, in questo senso, una sua invettiva di qualche estate fa contro la Salerno-Reggio Calabria e l’inadempienza di coloro che da anni promettevano di sistemarla senza però mai passare ai fatti. Parlare in questo modo è un pregio di Martino, un pregio che però alle volte gli crea dei problemi. E l’altro ieri così è stato. Al quotidiano on-line Sussidiario.net il porporato ha detto la sua sull’aspra guerra di Gaza. Un’intervista pacata nella quale, tuttavia, si è lasciato sfuggire qualche tono forte: Gaza – ha detto – «assomiglia sempre più a un grande campo di concentramento». Parole che non hanno provocato soltanto la reazione stizzita di Israele (ancora ieri l’ambasciatore israeliano presso la Santa Sede, Mordechai Lewy, ha detto che «Martino non ha mai visto un lager»), ma anche un certo malcontento all’interno della Santa Sede. Non per altro: ma perché così facendo Martino ha fatto credere che il suo dire fosse il pensiero del Vaticano. Senza tener conto che soltanto ventiquattro ore dopo (ieri per la precisione) toccava a Benedetto XVI rivolgere un discorso ai diplomatici della Santa Sede (si tratta di una scadenza annuale sempre molto attesa) nel quale era ovvio che il Pontefice avrebbe espresso il suo pensiero su Gaza. E, dunque, avrebbe dato la linea.
L’ira di Israele nei confronti del Vaticano sembra ieri essersi pacata. Molto, probabilmente, ha contribuito il discorso papale. Nel qualei Benedetto XVI ha svolto un check-up sulle situazioni più difficili del mondo dedicando un importante passaggio proprio a Gaza. Nel farlo ha semplicemente approfondito quanto aveva precedentemente detto nella Messa d’inizio anno. Il Pontefice aveva definito l’attacco israeliano una «massiccia violenza» in risposta ad «altra violenza». Aveva, dunque, mostrato equilibrio nel giudizio su quanto stava accadendo, facendo comprendere come, nell’errore, almeno rispetto al conflitto in atto, fossero entrambe le parti: sia Israele sia Hamas. E, ieri, ha approfondito questo concetto: ha deprecato le violenze in Terra Santa perché portatrici di sofferenze soprattutto nelle popolazioni civili. Ha chiesto il ripristino della tregua nella Striscia di Gaza perchè l’opzione militare, da qualunque parte essa provenga, non è mai una soluzione. E ha auspicato il rilancio dei negoziati di pace rinunciando all’odio, alle provocazioni e all’uso delle armi. E poi, come anticipato ieri su queste colonne, ha fatto di più: ha espresso l’auspicio che le prossime scadenze elettorali – le elezioni in Israele e il rinnovo della leadership palestinese di Abu Mazen giunto alla scadenza del mandato – portino alla guida dei due popoli dirigenti determinati a far progredire il processo di pace. Difficilmente, in passato, la Santa Sede aveva avuto parole così precise in merito alle soluzioni possibili perché il conflitto israelo-palestinese finisca. Il Papa, invece, ha voluto far capire di conoscere bene le dinamiche esistenti e, con realismo, dire che senza leader capaci e ostinati nel cercare la pace, la riconciliazione difficilmente potrà arrivare. Come leggere questo richiamo del Papa? Una bocciatura di Hamas e dell’attuale governo israeliano? Le parole del Papa «non devono essere prese come auspici per il cambiamento di leadership», sostiene il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini. Mentre l’Osservatore Romano, riporta semplicemente le parole del Papa: «È necessaria una nuova classe dirigente».
La Santa Sede da tempoinsiste sul fatto che per risolvere il conflitto israelo-palestinese occorre avere un approccio globale e cioè che guardi a tutto il Medio Oriente. E ieri il Papa lo ha ricordato quando ha detto che alla pace non si potrà arrivare senza «adottare un approccio globale ai problemi di quei paesi, nel rispetto delle aspirazioni e degli interessi legittimi di tutte le popolazioni coinvolte».
Benedetto XVI ha ribadito ieri il suo prossimo viaggio in Africa, a marzo, ma ha taciuto sul viaggio in Medio Oriente facendo così capire che in merito niente è ancora deciso. In sostanza, solo se il conflitto si dovesse risolvere in tempi ragionevoli Benedetto XVI volerà verso Israele.
Il Papa ha parlato anche di tante altre situazioni difficili. Ad esempio, delle violenze anticristiane in India e Iraq, della mancanza di libertà religiosa, della crisi economica che ha bisogno di una nuova fiducia. Ed è tornato a parlare di povertà non solo materiale, ma anche spirituale, che «si combatte se l’umanità è resa più fraterna tramite valori e ideali condivisi».
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«Confido nelle prossime elezioni»: oggi il Papa sul conflitto di Gaza
8 gennaio 2009 -
Oggi è il giorno dell’attesissimo discorso di Benedetto XVI ai diplomatici accreditati in Vaticano. Un discorso in gran parte dedicato a Gaza. Un discorso significativo perché pronunciato esattamente venti quattro ore dopo le pesanti accuse che Gerusalemme ha lanciato contro la Santa Sede rea di spendere parole pro Hamas «basate sulla propaganda» di quest’ultima: il riferimento è al cardinale Renato Raffaele Martino che, ieri, ha spiegato come sia Israele che Hamas «sono colpevoli» di aver ridotto Gaza a «un campo di concentramento».
In realtà la posizione della Santa Sede è sempre stata equilibrata. E il Papa oggi la sviscererà dicendo quattro cose: un appello alla tregua, ricorderà la sofferenza della popolazione, inviterà a non usare la violenza e, soprattutto, guarderà avanti, ovvero alle prossime scadenze elettorali palestinesi e israeliane. L’auspicio è che siano scelti gli uomini giusti per «aiutare la pace». Da una parte c’è il voto in Israele. Qui la vittoria del falco Benjamin Netanyahu sugli alleati Barak-Livni sembra scontata. E la cosa non è vista come positiva per il processo di pace. Dall’altra parte c’è il voto nei territori occupati palestinesi. Qui per scontata è data la vittoria dei falchi di Hamas su Abu Mazen. Altro grattacapo.
La politica vaticana è semplice: un conto è il giudizio sul conflitto di questi giorni, un altro sono le prospettive per il futuro. Su queste un peso non indifferente lo ha il possibile viaggio di maggio del Pontefice in Terra Santa. Attualmente nulla è deciso. L’eventuale slittamento in avanti delle scadenze elettorali potrebbe bloccare tutto. Eppure, anche in Vaticano, non sono in pochi coloro che ritengono che un viaggio, magari breve, del Papa, una “toccata e fuga” in stile Giovanni Paolo II che nel 1982 si recò in Gran Bretagna e in Argentina nonostante il conflitto delle Falkland, possa essere la cosa giusta nel momento giusto.
In merito al conflitto di questi giorni i diplomatici della Santa Sede e il Pontefice, al di là delle invettive di ieri di Israele, hanno una posizione equilibrata. Sono consapevoli che non è soltanto Hamas ad avere le sue colpe. Ce le ha pure Israele. Certo, fu Hamas a rompere la tregua. Ma, come ha detto il Papa qualche giorno addietro, l’uso della violenza è di entrambi: è «massiccia violenza» la risposta israeliana scoppiata dopo «altra violenza». Inoltre, oggi non siamo nel 2006. Allora Hamas mise in campo un’aggressione terroristica vera e propria. Oggi no. È vero: Benedetto XVI ha parlato soltanto a conflitto in atto, non prima. Ma, si domandano oltre Tevere, chi nella comunità internazionale ha alzato la voce quando Hamas ruppe la tregua?
Per la Santa Sede serve una tregua. E quella proposta da Hosni Mubarak e da Nicolas Sarkozy va perseguita. Una tregua dovrebbe presupporre una volontà di dialogo. In merito il Vaticano sta con monsignor Giacinto Boulos-Marcuzzo, vescovo di Nazareth e collaboratore del Patriarca di Gerusalemme, monsignor Fouad Twal, secondo il quale oggi «non si può rifiutare il dialogo con Hamas».
Benedetto XVI oggi non parlerà soltanto di Gaza (farà accenni alla crisi economica, all’Africa e al concetto di laicità già affrontato durante il recente viaggio in Francia). Ma saranno le parole dedicate a Gaza che permetteranno di comprendere quale sia la sua vision a più ampio raggio, e cioè riferita al futuro, sul tema. In sostanza, per risolvere il conflitto di Gaza occorre avere un approccio globale, ovvero non si può staccare Gaza e la Terra Santa dal resto del Medio Oriente.
Ciò significa avere il coraggio di mettere in campo scelte fondamentali. L’iniziativa di pace della Lega Araba del 2002, ad esempio, confermata anche dal summit di Riad del 2007, potrebbe portare la Siria a optare per un accordo di pace con Israele e quest’ultimo a firmare la pace con l’Olp. Sarebbe una «scelta fondamentale» che isolerebbe il regime estremista iraniano e terrebbe a distanza Al Qaeda. Una soluzione simile se la augurano le piccole comunità cristiane presenti in loco. Quelle che si trovano sotto la giurisdizione israeliana soffrono parecchio soprattutto per la mancata firma dell’Accordo fondamentale tra Santa Sede e Israele che garantirebbe loro maggiori tutele. Ma la firma definitiva viene sempre rimandata.
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Da leggere in edicola. L’Osservatore Romano di domani riprende un sondaggio della conferenza episcopale americana. Sorprendente: per l’82% dei cittadini negli Stati Uniti l’aborto è sempre illegale
5 gennaio 2009 -
In un sondaggio nazionale negli Stati Uniti commissionato dalla United States Conference of Catholic Bishops (Usccb) emerge che la maggioranza degli adulti, l’82%, ritiene che l’aborto debba essere considerato illegale in tutte le circostanze; mentre l’11% ne limiterebbe la sua legalità. Soltanto, una minima percentuale (meno del 9%) pensa, invece, che l’aborto sarebbe legale per qualsiasi ragione e in qualsiasi momento durante la gravidanza della madre. Il sondaggio è stato condotto on line su un campione di 2.341 adulti.
Per l’assistente alla direzione dell’ufficio «Policy and Communications at the Usccb’s secretariat of Pro-Life Activities», Deirdre McQuade, «i risultati del sondaggio sono notevoli».
Per il rappresentante cattolico «meno di uno su dieci americani supportano la legalità dell’aborto per qualsiasi ragione e in ogni periodo di tempo durante la gravidanza».
In particolare, il rappresentante ha evidenziato il sondaggio contrapponendo i suoi risultati a quanto stabilito invece dalla corrente legge sull’aborto che si rifà ai principi stabiliti dalla sentenza della Suprema Corte nel 1973 (sulla base della causa Roe versus Wade and Doe versus Bolton) che rendono legale l’aborto fino al nono mese di gravidanza virtualmente per qualsiasi ragione.
Il rappresentante, inoltre, ha ricordato che «la Conferenza dei vescovi si opporrà a tutte le minacce alla vita umana in qualsiasi modo esse vengano proposte».
Tra l’altro nel sondaggio, che esamina un gruppo di varie leggi sul tema, è riportato anche che il 76% è a favore di quei provvedimenti che proteggono medici e paramedici dall’essere costretti a praticare l’aborto contro la propria volontà.
Anche in un altro sondaggio nel passato era emerso che numerosi cittadini negli Stati Uniti pensano che dovrebbero essere imposte delle restrizioni alla pratica dell’aborto.
Il sondaggio è stato condotto per conto dell’Associazione dei Cavalieri di Colombo prima delle elezioni politiche. In base alla ricerca soltanto l’8% degli intervistati ha affermato che l’aborto dovrebbe essere consentito in qualsiasi momento della gravidanza. Nel sondaggio peraltro è emerso che anche tra coloro che si dichiarano a favore dell’aborto, il 71% auspica una sua restrizione. Tra questi il 43% lo limiterebbe al primo trimestre di gravidanza; mentre il 23% ai soli casi di violenza, incesto o per salvare la vita della madre. Per il cavaliere supremo Carl Anderson i risultati della ricerca «sono indicativi del fatto che il termine “pro-choice”, quando applicato in modo ampio, polarizza inutilmente la discussione sull’aborto e maschera il fatto che c’è un ampio consenso tra gli americani sul fatto che l’aborto dovrebbe essere limitato in modo significativo».
I vescovi statunitensi in vari appelli hanno espresso la propria preoccupazione per le scelte nazionali sul tema in questione.
In una nota i presuli si sono dichiarati fermi e risoluti «nel difendere i diritti del bambino non ancora nato dal momento del suo concepimento» e hanno condannato il progetto di legge Freedom of Choice Act che, se approvato, eliminerebbe molti dei vincoli attualmente in vigore per le interruzioni di gravidanza.
Il cardinale Justin Francis Rigali, che è presidente della Commissione episcopale sulle attività pro vita, ha evidenziato in una lettera inviata ai membri del Congresso, che il provvedimento «crea un fondamentale diritto ad abortire nel corso di tutti i nove mesi della gravidanza, incluso il diritto di abortire un bambino pienamente sviluppato nelle settimane finali di gestazione per imprecisati motivi di salute, in modo che nessun organismo statale a nessun livello possa “rifiutarsi o interferire” con questo nuovo diritto federale». E aggiunge che «in secondo luogo impedisce all’amministrazione a ogni livello di discriminare a scapito dell’esercizio di questo diritto, attraverso la previsione di regolamentazioni che possano fornire vantaggi, agevolazioni, servizi».
Il cardinale ha quindi sollecitato i congressisti a opporsi al provvedimento e a tutte le disposizioni legislative a sostegno dell’aborto.
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La crisi non si risolve coi rattoppi. Parola del Papa e dei suoi advisor
2 gennaio 2009 -
Ormai è un chiodo fisso quello del Papa. Per risolvere la crisi economica serve un nuovo modello di sviluppo che in altro modo non lo si può definire se non come «solidale»: la crisi – sono parole pronunciate ieri dal Pontefice – va affrontata con «solidarietà e sobrietà» e con «una revisione profonda del modello di sviluppo dominante». Perché non bastano «i rattoppi», è tempo di leggere la crisi «in profondità» e i cambiamenti devono essere radicali.
Insomma, occorre ricominciare daccapo e, dunque, «mettere i poveri al primo posto». E cioè: è arrivato il momento di concertare le potenzialità del mercato con quelle della società civile e dare finalmente abbrivio a quella «solidarietà globale» che già Giovanni Paolo II aveva indicato come necessaria. Lo aveva fatto più volte, Wojtyla, e tra queste anche nell’indimenticata Centesimus annus del 1991. Un’enciclica uscita in occasione dei cento anni della Rerum Novarum di Leone XIII e, come quest’ultima, tutta dedicata ai temi sociali. Temi ai quali presto – il testo è in lenta e non facile evoluzione – anche Benedetto XVI dedicherà una sua enciclica: perché dal ’91 a oggi troppe cose sono cambiate sul fronte dei mercati, dell’economia e dei modelli di sviluppo.
Ettore Gotti Tedeschi, presidente per l’Italia del Banco Santander Central Hispano ed editorialista dell’Osservatore Romano, prova col Riformista a delineare i confini di questo nuovo modello di sviluppo solidale. Secondo lui, infatti, come fece Paolo III al concilio di Trento che chiamò come propri advisor – persone, dunque, ritenute dotate del necessario know how – i migliori francescani e domenicani dell’epoca, anche i grandi dell’economia mondiale dovrebbero oggi fare altrettanto e ascoltare di più gli «analisti economici del Papa» che tanto hanno da dire e insegnare. Cosa anzitutto? «Semplice – dice Gotti Tedeschi -: in primis che la malattia attuale dell’economia la si può curare solo se diagnosticata correttamente. E diagnosticarla nel giusto modo significa smetterla di paragonarla alla crisi del 1929 con lo scopo di indicare le medesime soluzioni per uscirne. La crisi degli Stati Uniti del ’29 – causata dalle incertezze delle politiche deflazionistiche, con la riduzione del potere di acquisto a fronte di un’enorme capacità produttiva inutilizzata basata su un Pil gonfiato – si sarebbe risolta molto meglio se si fossero sostenute da subito la capacità produttiva e l’occupazione. Ecco, è la stessa strada che si dovrebbe intraprende oggi: la nostra sovracapacità produttiva può essere assorbita dalla domanda potenziale dei paesi poveri i quali sarebbero così aiutati nella loro crescita, potendo anche concorrere al risanamento comune».
In sostanza, «oggi come nel ’29 abbiamo davanti spinte consumistiche a debito miranti a creare una crescita fittizia del Pil. Di qui la speculazione sulla crescita delle borse. Di qui l’espansione del credito a tassi bassi e la sovracapacità produttiva». Ma oggi, «a differenza del 1929, la sovracapacità produttiva è immensa e, in certi in certi casi, ha costi bassissimi. La bolla da assorbire è quindi molto più grande. La crisi, perciò, si può e anzi si deve risolvere coinvolgendo e beneficiando le economie più povere».
Insomma, dal dirigismo di Herbert Hoover e Franklin Roosevlt si dovrebbe passare al modello solidale di Ratzinger: «In modo che i paesi poveri – conclude Gotti Tedeschi – non vengano contagiati dalla crisi ma, anzi, divengano essi stessi parte della cura per superarla: la domanda che sta gravemente mancando a noi oggi per colpa della crisi, potrebbero svilupparla loro e in questo modo, noi e loro, ne usciremmo meglio».
Dello stesso avviso è il presidente delle Acli, Andrea Olivero. Questi spiega che «è ora che venga definitivamente messa nero su bianco la fine dell’attuale modello di sviluppo». E – dice – «occorre lasciare che a operare sia un modello diverso, che abbia al proprio centro l’uomo». E ancora: «È il momento giusto perché alla società civile venga riconosciuto il proprio spazio nell’economia mondiale. La società è fatta di una pluralità di soggetti che contribuiscono al bene comune e che, se lasciati operare, possono far superare alle nostre economie l’attuale crisi. Del resto la dottrina sociale della Chiesa l’ha insegnato da sempre: le due parole chiave sono solidarietà e sussidiarietà».
È tutto il mondo dell’associazionismo cattolico che, in attesa dell’enciclica sociale, ascolta le parole del Papa e su queste cerca di riflettere. Carlo Costalli, ad esempio, presidente del Mcl, in attesa di lanciare assieme a Raffaele Bonanni (Cisl), Luigi Marino (Confcooperative) e Massimo Ferlini (Cdo) un forum permanente di cattolici riformisti impegnati nel sociale e che in qualche modo risponda allo strapotere della Cgil, spiega che a suo dire le parole del Papa debbono portare in Italia a un’immediata riflessione sull’attuale welfare: «Secondo me dalle parole di Benedetto XVI – spiega – deve nascere una serie riflessione che porti a un nuovo modello di welfare dove tutti quei lavoratori che hanno contratti a termine e che non sono tutelati abbiano le medesime garanzie degli assunti a tempo indeterminato. In tema di lavoro è questa la nostra prima emergenza».
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