Lefebvre e il record di palazzoapostolico.it
23 gennaio 2009 -
Cari palazziapostolici,
come sapete a breve (domani o al più tardi lunedì) il Papa revocherà la scomunica ai quattro vescovi scismatici lefebvriani. Il decreto sarò firmato dalla congregazione dei vescovi sentito il parere del pontificio consiglio per i testi legislativi.
Insieme al Giornale, il Riformista ha dato per primo la notizia. E palazzoapostolico.it, in un solo giorno, ha triplicato gli accessi.
Continuate a seguirmi.
Grazie a tutti,
Paolo
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Lefebvre: la storia di un scisma lungo venti anni. Il ruolo di Ratzinger e quello dei vescovi francesi
23 gennaio 2009 -
È difficile sapere come l’episcopato francese prenderà la notizia della decisione del Papa di revocare la scomunica (il decreto, firmato dal Pontificio Consiglio per i testi legislativi, uscirà nei prossimi giorni) ai quattro vescovi scismatici appartenenti alla Fraternità San Pio X fondata nel 1970 da Marcel Lefebvre. Una cosa, comunque, la si può dire: in una parte di questo episcopato la notizia non susciterà particolari emozioni. Anzi.
Non è un mistero, infatti, che nei mesi passati, prima ancora che il Papa approvasse nel settembre del 2007 il motu proprio Summorum Pontificum col quale liberalizzò il cosiddetto rito antico (è il messale di San Pio V riformato nel 1962 da Giovanni XXIII) era stato l’allora presidente della conferenza episcopale francese, il cardinale Jean-Pierre Ricard, a esprimersi su tale decisione in molto critico. Questi, infatti, paventava (le sue previsioni si sono dimostrate poi fondate) che con il motu proprio si sarebbe aperta la strada al rientro dei lefebvriani nella Chiesa cattolica. E la cosa non gli andava a genio: la Chiesa francese, infatti, viveva (e vive tutt’oggi) una profonda crisi. Le celebrazioni eucaristiche hanno raggiunto il minimo storico di presenza di fedeli. Nell’ultimo anno, nei seminari di tutte le novantuno diocesi francesi, sono entrati soltanto centoventi seminaristi e quaranta di questi provenienti da comunità tradizionaliste, non scismatiche come quella lefebvriana, ma comunque legate a una visione di Chiesa similare a quella della Fraternità San Pio X. Insomma, oltralpe sono le comunità tradizionaliste che stanno sempre più prendendo piede e la cosa, per una gerarchia ecclesiastica che più che in altre parti d’Europa ha spinto sull’applicazione in chiave intra-mondana della riforma liturgica del post Concilio Vaticano II, fa preoccupare.
Il 12 settembre scorso, tuttavia, Benedetto XVI, volando verso Parigi, fu chiaro. Egli lanciò un messaggio inequivocabile all’episcopato francese: il motu proprio Summorum Pontificum – disse – «è semplicemente un gesto di tolleranza, in ottica pastorale, per delle persone che sono state formate a questa liturgia, che l’amano, la conoscono, e vogliono vivere con essa». Come a dire: chiunque preghi seguendo l’antico rito (lefebvriani in testa) non va discriminato, in quanto fa parte della Chiesa cattolica a pieno titolo.
Poco dopo il viaggio papale a Parigi (con tappa a Lourdes), furono i lefebvriani a recarsi in pellegrinaggio a Lourdes. Qui il superiore generale della Fraternità San Pio X, Bernard Fellay, lanciò un’iniziativa singolare. La chiamò «Crociata del rosario». In sostanza, chiese a tutti i fedeli lefebvriani di sgranare rosari affinché il Papa ritirasse la scomunica pendente su di lui e sui tre suoi confratelli vescovi. Secondo Fellay in meno di due mesi sono stati recitati in tutto il mondo un milione e settecentotremila rosari. Ultime notizie alla mano, un numero sufficiente per fare divenire il decreto di revoca di scomunica una realtà.
Il decreto verrà reso noto dal pontificio consiglio per i testi legislativi nei prossimi giorni e permetterà a Ratzinger di ricordare con meno dolore quanto accadde nel 1988: allora Giovanni Paolo II comminò la scomunica a Lefebvre dopo che questi rifiutò un accordo già siglato con l’allora prefetto della congregazione per la dottrina della fede, appunto il cardinale Ratzinger.
Certo, molte questioni restano ancora aperte: i lefebvriani non hanno mai detto apertamente di accettare in toto i documenti del Concilio Vaticano II. In particolare, su alcuni aspetti della dottrina sulla Chiesa, si dichiarano ancora perplessi – soprattutto sulle nozioni di libertà religiosa e di ecumenismo -. Eppure, a ben vedere, un accordo di riappacificazione definitiva con Roma sembra ormai più che possibile. Non ci sono divergenze gravi tra le due parti e il gesto di questi giorni di Ratzinger non può che accelerare il tutto.
L’episcopato francese dovrà farsene una ragione. E probabilmente dovrà fare autocritica. E ammettere che il rinnovamento liturgico attuato in Francia negli ultimi decenni ha avuto sviluppi a volte maldestri o grossolani, che senz’altro (volutamene o meno) hanno dato la netta sensazione di una rottura della tradizione. Una sensazione che ha portato Lefebvre a reagire e a scegliere la strada della rottura con Roma pur di non sottomettersi a una Chiesa che, soprattutto in Francia, vedeva inquinata da un vento progressista.
Quando la piena comunione con Roma sarà defintivamente sancita si potrà scoprire sotto quale forma la Fraternità San Pio X farà parte della Chiesa. E si potrà scoprire quale destino avrà la pontifica commissione Ecclesia Dei, istituita da Wojtyla con lo scopo di seguire i rapporti coi lefebvriani. Si parla di un suo possibile accorpamento con la congregazione per il culto divino. Ecclesia Dei manterrebbe una propria autonomia, ma dedicherebbe principalmente a vagliare la corretta applicazione del motu proprio Summorum Pontificum.
A conti fatti, il decreto di revoca di scomunica che il Papa ha voluto per i vescovi lefebvriani, rappresenta una vittoria per il cardinale Darío Castrillón Hoyos, presidente di Ecclesia Dei. È lui che ha curato in questi anni i rapporti con la Fraternità San Pio X. È stato lui a tenere una fitta corrispondenza con Fellay, alimentatasi soprattutto dopo che questi, pochi mesi dopo l’ultimo conclave, incontrò privatamente Benedetto XVI a Castel Gandolfo.
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Esclusivo: Benedetto XVI revoca la scomunica ai lefebvriani
22 gennaio 2009 -
Benedetto XVI ha deciso. Il decreto contenente la revoca della scomunica per i vescovi scismatici lefebvriani è pronto. E uscirà nei prossimi giorni, probabilmente entro questa domenica. L’ha redatto e firmato, per volere del Papa, il presidente del Pontificio Consiglio per i testi legislativi, l’arcivescovo Francesco Coccopalmerio.
Si tratta di un atto di grande magnanimità del Pontefice. Dal giorno della sua pubblicazione i successori di Marcel Lefevbre alla guida della Fraternità San Pio X, ovvero gli “ultra tradizionalisti” Bernard Fellay, Alfonso de Gallareta, Tissier de Mallerais e Richard Williamson non saranno più scomunicati.
Ratzinger ha deciso dopo che erano stati gli stessi vescovi a scrivere al cardinale Darío Castrillón Hoyos, presidente della Ecclesia Dei, chiedendogli la possibilità di essere reintegrati in seno alla Chiesa cattolica. Certo, manca ancora un accordo su come e dove la Fraternità si posizionerà all’interno della Chiesa, ma intanto un passo enorme, senz’altro il più decisivo, sulla strada della piena comunione con Roma è stato fatto.
Fu nel 1969 che Lefebvre si ritirò con un manipolo di seminaristi a Econe, in Svizzera. Lo scopo era fuggire da Roma, la città che aveva aperto le porte al Concilio Vaticano II. Lefebvre rigettò sempre le conquiste del Concilio (anche se la sua firma appare sotto tutti i suoi documenti) e, in particolare, la conseguente riforma liturgica. La rottura con Roma avvenne il 30 giugno 1988. Ratzinger era prefetto della Dottrina delle fede e assistette, impotente, all’ordinazione da parte di Lefebvre di quattro vescovi. Un gesto che pose Lefebvre ipso facto nella scomunica latae sententiae. Il Papa, nel settembre 2007, promulgò il Motu Proprio Summorum Pontificum col quale vennero riaperti nuovi spazi per l’uso liturgico del messale antico. Un gesto che tolse un grosso ostacolo sulla strada del ritorno dei lefebvriani a Roma. Un ritorno oggi definitivo e che ricuce una ferita dolorosissima per tutta la Chiesa.
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La prima mossa di Obama è l’aborto. Con buona pace di tutti
21 gennaio 2009 -
La parola d’ordine è una: discontinuità con l’era Bush. In particolare sull’aborto. Già domani, infatti, Barack Obama potrebbe dare via libera all’abolizione della Global Gag Rule che prevede la sospensione dei finanziamenti da parte degli Stati Uniti a tutte le Ong che si occupano di pianificazione familiare nei paesi in via di sviluppo nel caso in cui queste si impegnino, tra i diversi progetti, in attività relative all’aborto. Fu George W. Bush nel 2006 a ripristinare la Global Gag Rule. E oggi, dopo soli due anni e mezzo, tutto potrebbe essere ribaltato.
Del resto Obama l’aveva promesso che tra le prime azioni di governo ci sarebbero stati dei provvedimenti sull’aborto. E, nel dire ciò, aveva addirittura paventato la firma del Freedom of Choice Act (il decreto per la libera scelta), un provvedimento che cancellerebbe tutta una serie di norme che fissano limiti e condizioni in materia di aborto. Poi, certo, c’è la promessa di Guantanamo, ovvero la più volte sbandierata chiusura del carcere simbolo della violazione dei diritti umani nell’era Bush. E ci sono, ancora, possibili mosse in materia economica e qualcosa sui cambiamenti climatici. Ma, calendario alla mano, è con l’aborto che la nuova amministrazione statunitense dovrebbe aprire il proprio mandato.
Obama l’ha detto giusto due giorni fa tra le pieghe del suo discorso al Martin Luther King Day: citando il predicatore afro-americano ha ricordato quando questi, più di quaranta anni fa, si presentò al Lincoln Memorial offrendo una sua visione del mondo. E cioè l’auspicio che «tutti possano condividere la libertà di fare nella vita ciò che desiderano». Libera scelta, dunque, e a maggior ragione quando in ballo vi sono questioni etiche.
«So help me God», ha detto ieri Obama chiudendo la formula di giuramento. Parole fatte proprie anche dal reverendo Rick Warren il quale ha affidato Obama «alle cure del Signore». E anche Benedetto XVI ieri, prima di seguire in tv l’insediamento di Obama, ha detto di pregare affinché il neo presidente promuova «comprensione, cooperazione e pace tra le nazioni». Ma non solo: il Papa ha anche auspicato che «il popolo americano continui a trovare nella sua significativa eredità religiosa e politica i valori spirituali e i princìpi etici richiesti dal cooperare nella costruzione di una società libera e giusta, segnata dal rispetto della dignità, uguaglianza e diritti di tutti i suoi membri, specialmente i poveri, gli emarginati e chi non ha voce». Valori spirituali, dunque, ma anche princìpi etici.
L’episcopato Usa nelle ultime ore si è mostrato cauto. Il cardinale presidente della conferenza episcopale statunitense, Francis George, ha parlato di «speranza» e ha rinnovato a Obama «l’offerta di cooperazione». George ha parlato della povertà, dell’immigrazione e della riforma della sanità quali possibili terreni sui quali lavorare in comunione d’intenti. Però c’è un però. E riguarda, appunto, l’aborto. George, al riguardo, non ha taciuto: «Ci opporremo – ha detto il porporato – alle misure legislative e di altra natura volte a espandere il diritto all’aborto». E ancora: «Gli sforzi per costringere gli americani a finanziare l’aborto con i soldi delle loro tasse porrebbero una grave sfida morale e metterebbero in discussione il passaggio di una essenziale riforma della sanità». E a conferma di quanto il tema aborto sia sentito, oggi e domani è direttamente l’arcivescovo di Philadelphia, il cardinale Justin Rigali, ad aprire a Washington la tradizionale “March for Life 2009”. Una marcia voluta conto l’aborto appositamente nel giorno dell’anniversario della sentenza Roe vs.Wade che nel 1973 legalizzò l’interruzione di gravidanza negli Stati Uniti.
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Intervista a Pippo Corigliano (portavoce Opus Dei): «Salgo sul bus ateo, per sapere dove va»
18 gennaio 2009 -
Alla fine la concessionaria pubblicitaria IGPDecaux ha bloccato tutto per motivi deontologici. Eppure i «bus atei» – così li hanno battezzati -, ovvero alcuni autobus che avrebbero dovuto girare per Genova con sul retro scritto «La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno», fanno ancora parlare di sé. È stata l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar) a decidere di lanciare la campagna nella città sede della diocesi governata dal presidente dei vescovi italiani, il cardinale Angelo Bagnasco, in scia a quanto già è stato fatto in Spagna, Gran Bretagna, Stati Uniti e Australia. E a Genova, come nelle altre parti del mondo, le polemiche non sono mancate. Come deve reagire la Chiesa? Occorre rispondere per le rime oppure lasciar fare che tanto tutto scorre e tutto passa? Pippo Corigliano, portavoce dell’Opus Dei, ha una sua idea. Lui, che è riuscito a ribaltare un attacco durissimo nei confronti dell’Opera – parliamo delle accuse contro l’Opus riportate nel libro di Dan Brown “Il Codice da Vinci” – in un’occasione per far conoscere meglio e a più gente cosa davvero sia l’Opus, pensa che «non serva rispondere scendendo sullo stesso piano di chi attacca». «Anche perché – dice – in fondo questa iniziativa induce la gente a pensare a Dio e al bisogno che l’uomo ha di Dio: il vero pericolo è il sonno dell’anima, non pensare».
Corigliano, come commenta questa bizzarra campagna pubblicitaria?
Ho imparato da San Josemaría, fondatore dell’Opus Dei, che i “cattivi” non esistono. Queste persone probabilmente sono mosse da un atteggiamento culturale che ha la radice remota nel rifiuto di Dio, che è proprio dell’uomo fin dall’origine, come ci ricorda la Bibbia. Per venire ai nostri tempi, basta risalire alla radice del pensiero laico come si è formato in Francia alla fine del settecento. Per Rousseau, ad esempio, la felicità, assieme all’avvenire radioso dell’umanità intera, ha il punto di partenza nel buon selvaggio. L’uomo allo stato di natura con i suoi istinti e la sua semplicità. Il male è rappresentato dalla morale costrittiva e dalle complicazioni create dalla Chiesa. Secondo il suo pensiero, il futuro radioso si raggiungerà soltanto abbattendo la Chiesa, le sue istituzioni e il suo modo di pensare. Così si spiega l’impeto quasi missionario con cui si attacca tuttora la Chiesa Cattolica, come se fosse l’unico impedimento per la felicità futura. Lo stesso atteggiamento è maturato nei paesi protestanti. Lì la secolarizzazione, diffusa soprattutto dai media, più che attaccare la Chiesa attacca l’idea stessa di Dio. Naturalmente la realtà è ben diversa. L’unica garanzia della felicità è sapersi figlio di Dio, di un Dio Padre. E il buon selvaggio non esiste. Non siamo buoni, selvaggi o no: abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio e di un po’ d’impegno.
La Chiesa cattolica secondo lei dovrebbe reagire?
La Chiesa ha reagito soprattutto con Giovanni Paolo II. Davanti al mondo sempre più secolarizzato Wojtyla ha offerto l’esempio non solo di un buon Papa e di un buon vescovo ma di un vero cristiano come i tempi attuali esigono: aperto, sportivo, colto, affettuoso, allegro, affamato di verità. Benedetto XVI continua questo lavoro soprattutto a livello intellettuale, non a caso le prime due encicliche sono sull’amore e sulla speranza. E poi non dimentichiamo che Chiesa è tutto il popolo di Dio. Anche i laici. E in questo tempo stanno fiorendo tante istituzioni e realtà che si occupano di formare laici che sappiano dimostrare con la vita la bellezza della fede in Gesù. La reazione giusta non è senz’altro scrivere sugli autobus uno slogan opposto. Piuttosto c’è da considerare che quest’iniziativa ottiene l’effetto opposto a quello proposto. Induce la gente a pensare a Dio e al bisogno che l’uomo ha di Dio. Il vero pericolo è il sonno dell’anima: non pensare.
Come avete risposto voi a Dan Brown?
Abbiamo utilizzato l’interesse per l’Opus Dei che “Il Codice da Vinci” suscitava. Da sempre abbiamo tentato di spiegar bene sui media lo spirito dell’Opera ma c’era disinteresse. I media sono, per loro natura, sensibili solo alla politica, all’economia e ad argomenti leggeri. Dan Brown ha acceso un riflettore sull’Opus Dei e noi siamo stati ben contenti di aprire le porte ai giornalisti e di illustrare la bellezza di questo messaggio di santità nella vita quotidiana e nel lavoro ordinario. Chi oggi si occupa di comunicazione ha potuto verificare che la miglior comunicazione nei nostri tempi è la testimonianza diretta, personale, di ciò che si vive.
Se incontrasse uno dei responsabili dell’Uaar, cosa gli direbbe?
Cercherei di conoscerlo e capirlo. Chi è lontano da Dio soffre. E la professione di ateismo può essere anche un grido d’aiuto, una speranza di essersi sbagliati.
E se si trovasse alla fermata dell’autobus e ne arrivasse uno “ateo” cosa farebbe? Salirebbe?
Certo. Perché è l’autobus stesso che mi induce a chiedermi: dove vado? E questa domanda può acquistare un senso profondo, grazie a quella stupida scritta.
Perché la fede oggi dà così tanto fastidio?
Perché un’ideologia è rimasta. È l’ideologia dei desideri che si trasformano in diritti. È un’onda culturale che non vuole argini e vuole dilagare seminando distruzione. La Chiesa è forse l’unica istituzione che offre resistenza perché difende l’uomo in quanto tale. Gesù non ha parlato delle cellule staminali eppure la Chiesa deve oggi difendere la vita, il matrimonio, l’educazione dei figli, la salute contro la droga, che sono dei beni di tutti non solo dei cristiani. Per chi si lascia impregnare da questa moda culturale la Chiesa è un ostacolo odioso. Ma, se quest’ideologia vincesse, tutto il vivere civile sarebbe compromesso. Basti pensare alla crisi economica attuale, che nasce dalla voglia smodata e illecita di guadagno.
Nel suo libro “U lavoro soprannaturale. La mia vita nell’Opus Dei”viene fuori un’immagine dell’Opus diversa da quella sovente tratteggiata sui media. Perché secondo lei media spesso dipingono l’Opus come una setta, un gruppo di potere?
L’ideologia di cui si parlava non vede di buon occhio la Chiesa, figuriamoci un’istituzione della Chiesa che svolge il suo apostolato nella società civile! Così succede che sul conto dell’Opera non solo si dicono sciocchezze ma si dice, alle volte, il contrario della verità. La verità è che l’Opera viene a rimarcare la distinzione fra fede e politica e fra fede e affari. Un’istituzione che si occupa di fede non può anzi non deve occuparsi di politica ed economia. Spetta ai singoli coniugare l’“io” e svolgere una politica umana e affari corretti, senza coinvolgere la Chiesa nelle proprie vicende personali.
Lavorare nella Chiesa nel settore comunicazione non è facile. Come si deve trattare coi giornalisti? Ha qualche trucco?
Spesso il giornalista è inserito in un sistema che è di per sé orientato in modo contrario alla fede. Perciò è importante conoscersi, riflettere e fare il possibile perché l’informazione sia più profonda e veritiera e andare così prudentemente controcorrente. L’Italia è un paese ricco di umanità e anche i giornalisti lo sono. In secondo luogo più che parlare occorre testimoniare la fede. Gesù disse ai primi discepoli “venite e vedete”. Non fece un comizio. Così noi diciamo: «Venite e vedete». Questi sono “i trucchi”.
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Intervista con il Rabbino Jacob Neusner: “Ratzinger non ci ha tradito”
17 gennaio 2009 -
Il rabbino Jacob Neusner è nato ad Hartford nel Connecticut nel 1932. Raffinato esegeta delle Sacre Scritture ebree, professore di storia e teologia del giudaismo al Bard College di New York, fu nel 1993 che pubblicò un saggio ancora oggi attuale, “A Rabbi talks with Jesus”, che provocò l’interesse dell’allora prefetto della congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Joseph Ratzinger. Un interesse sancito anche da una fitta corrispondenza tra i due, oggi ancora non interrotta. Quando nel 2007 Benedetto XVI fece uscire il suo primo libro da Pontefice, “Gesù di Nazaret”, alcuni motivi di questa intensa amicizia vennero fuori. Neusner – citato nel testo più volte di due grandi del calibro di Romano Guardini e di sant’Agostino – venne elogiato da Benedetto XVI per la sincera ricerca della verità messa in campo nei suoi studi, una ricerca mai tesa all’adesione al cristianesimo quanto a prendere sul serio la figura di Gesù e la pretesa di verità contenuta nei Vangeli. Col Riformista Jacob Neusner parla del suo rapporto con Ratzinger e fa il punto sul dialogo percorso tra ebrei e cattolici anche alla luce del conflitto di Gaza il quale, seppure primariamente di rilevanza politica, influisce anche sui rapporti tra le diverse fedi e religioni.
Rabbino Neusner, come giudica le parole del rabbino capo di Venezia Elia Enrico Richetti secondo il quale con Benedetto XVI e la sua reintroduzione dell’antico messale che prevede che il venerdì santo si preghi per gli ebrei, la Chiesa sta cancellando i suoi ultimi «cinquanta anni di storia» nel dialogo tra ebraismo e cattolicesimo?
Non condivido l’opinione del rabbino capo di Venezia circa il futuro del dialogo ebraico-cristiano. Questo dialogo ha dato un grande contributo al reciproco scambio tra le diverse fedi. Tra l’altro, gli impegni dei Pontefici successori di Pio XII – Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI in particolare – rappresentano una pietra miliare per il futuro dei nostri rapporti. Quanto alla preghiera del venerdì santo, dico soltanto che tutte le religioni pregano per l’illuminazione degli “altri”. Gli ebrei pregano per l’illuminazione dei gentili e non avviene niente di diverso nella “controparte” cattolica.
Benedetto XVI ha a cuore il rapporto con gli ebrei?
Papa Benedetto XVI, dall’inizio del suo pontificato fino a oggi, non ha tradito gli impegni presi di mantenere buone relazioni tra cattolici-cristiani ed ebrei.
Secondo lei le parole di Richetti sono influenzate dalle prese di posizione del Papa e di altri esponenti della Chiesa sul conflitto di Gaza?
Il conflitto con Hamas riguarda il diritto dello Stato ebraico di esistere. Hamas non vuole fare la pace con lo Stato di Israele ma vuole soltanto che il conflitto continui all’infinito. Se Hamas favorisse la pace con Israele e i palestinesi, affermerebbe che lo Stato d’Israele esiste. E ciò andrebbe contro la sua stessa posizione e contro quella dei suoi sostenitori. E farebbe divenire l’Ehzbollah e Ahmadinejad suoi nemici.
Il dialogo ebrei-cattolici procede tra alti e bassi. Oggi si celebra la giornata del dialogo ebraico-cristiano. A che punto siamo?
Paragonando le relazioni che c’erano tra gli ebrei e la Chiesa cattolica prima di Giovanni XXIII e del Concilio Vaticano II e quelle che ci sono ora, posso dire che oggi le relazioni sono improntate molto più di prima sul rispetto reciproco e sull’amicizia. Ci sono potenti forze all’interno della comunità cattolica e delle istituzioni ebraiche che spingono per l’amicizia: ad esempio, nelle università pontificie romane stima e amicizia vengono alimentate attraverso diversi percorsi accademici. Le comunità ebraiche, poi, sostengono le giovani generazioni che intendono fare proprio un serio lavoro di dialogo tra le due parti.
Si parla di una possibile visita del Papa in Terra Santa? Secondo lei potrebbe essere utile?
Una visita del Papa, nel solco di quella già effettuata da Giovanni Paolo II, non potrà che favorire l’amicizia tra ebrei e cattolici. E rappresenterebbe una pietra miliare circa il riconoscimento cattolico dello Stato ebraico. Un eventuale gesto, poi, di lutto e di memoria al Museo dello Yad Vashem farebbe un’enorme impressione.
Pio XII è giudicato in modo ambivalente. La Chiesa cattolica vorrebbe beatificarlo, mentre allo Yad Vashem ancora resiste una didascalia che lo dipinge in modo ambiguo…
Fino a che gli archivi del Vaticano non saranno stati studiati con oggettività, criticamente e in ogni loro parte, credo che una parola definitiva su Pio XII non la si possa dare. Sarebbe saggio posporre una parola definitiva al termine di questo importante lavoro. Oggi ancora il ricordo di Pio XII è oscuro.
Come giudica la preghiera dei musulmani pro Hamas in due piazze simbolo di Milano e Bologna?
Una persona esterna come me fatica a dire la sua su una questione che riguarda la definizione della nazionalità italiana e della sua cultura. Credo che sia un problema che trascende i confini dell’Italia e riguarda tutta l’Europa. Per noi americani è diverso perché veniamo da una differente tradizione politica nelle relazioni tra le religioni. Credo comunque sia la storia a insegnare che l’Europa si regge sulla cristianità.
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Parla il presidente italiano di Pave The Way: «I cattolici non comprendono Gaza»
15 gennaio 2009 -
Piero Laporta, presidente per l’Italia della PayveThe Way Foundation – fondata negli Stati Uniti dall’ebreo Gary Krupp, si batte per promuovere la collaborazione tra le diverse fedi -, conosce bene il rabbino capo di Venezia, Rav Elia Enrico Richetti. Come vanno lette le parole di Ricetti secondo le quali con Benedetto XVI si stanno cancellando cinquanta anni di dialogo?
Vanno lette alla luce del conflitto corrente, che costringe a posizioni massimaliste affinché Israele non si senta isolata. Con molta probabilità, in altri momenti, i toni sarebbero stati differenti. Siamo rammaricati che da parte cattolica siano giunte parole non sempre appropriate e non sempre tempestive sulle cause dello scontro attuale, cominciato con il lancio di razzi da parte di Hamas sulle città israeliane.
La questione della preghiera del Venerdì Santo, dunque, non interessa più di tanto agli ebrei?
Senz’altro interessa. Ma lo sanno tutti che diverse preghiere ebraiche sono contro i cattolici. Mentre altri salmi e passi di preghiere cattoliche sono addirittura più duri verso gli ebrei della preghiera del Venerdì Santo. Voglio dire: a mio avviso il centro del problema è soprattutto l’escalation del conflitto e le parole di alcuni cattolici in merito.
Quando parla delle parole dei cattolici pensa al Papa?
Parlo del mondo cattolico. E mi domando: perché il mondo cattolico non ha parlato quando Hamas lanciava razzi su Israele? Se, tanto per fare un esempio, una bomba a mano fosse stata fatta esplodere in Italia uccidendo innocenti, cosa sarebbe successo? Tutti avrebbero condannato l’episodio. Cattolici in testa. E, invece, quando Hamas lanciava razzi su Israele nessuno diceva nulla. Mentre oggi che Israele risponde tutti si dichiarano costernati.
Pay The Way è conosciuta in Italia come fondazione ebraica molto vicina al Vaticano. Recentemente ha promosso un Simposio per parlare di quanto fece Pio XII per gli ebrei. Pensa che un viaggio del Papa in Israele possa aiutare il dialogo tra Vaticano e mondo ebraico?
Auspichiamo vivamente che le ragioni del conflitto e le sue conseguenze siano presto superate affinché il dialogo fra le parti riprenda. Il prossimo viaggio in Israele di Benedetto XVI potrebbe essere una eccellente occasione per contribuire a comporre i problemi sul tappeto. Personalmente ritengo che sia innanzitutto la comunità internazionale a dover fare una seria riflessione e a capire che in situazioni simili occorre intervenire tempestivamente su qualunque minaccia alla pace, da qualunque parte provenga, perché gli enormi sacrifici della popolazione di Gaza oggi non ripagano quelli altrettanto acuti e tragici della popolazione israeliana quando è stata obiettivo di migliaia di razzi e bombe di mortaio.
Da cosa è stata motivata la decisione di sospendere la giornata di dialogo ebraico-cristiano?
Credo che molto dipenda dal clima attuale, anche quindi dal conflitto. In questa situazione è impossibile che il collegio rabbinico italiano non partecipi a un evento simile. Perché significherebbe in qualche modo tradire le sofferenze di Israele. Tra l’altro anche noi abbiamo dovuto rinunciare a qualcosa. La Pave the Way, in particolare, a causa di questo conflitto, ha dovuto rinunciare al progetto di finanziare il pellegrinaggio in Terra Santa di dodici leader religiosi – cattolici, ebrei e mussulmani – i quali, partendo da Lione, grazie agli auspici del primate di quella città, il cardinale Philippe Barbarin, avrebbero raggiunto Gerusalemme tutti insieme, dando un segno di grande e significativa fratellanza.
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Avviso Cei al governo diviso: «Via la tassa agli immigrati»
15 gennaio 2009 -
Il ministro degli Interni Roberto Maroni ha replicato duramente alle critiche della conferenza episcopale italiana piovute ieri sul governo e, in particolare, sulla tassa voluta dalla Lega con la quale si chiede un contributo agli immigrati per il rinnovo del permesso di soggiorno. Lo ha fatto nonostante le critiche della Cei non siano estemporanee. Non provengono, cioè, da un singolo vescovo che si espone a titolo personale e che, quindi, rischia di sentirsi dare del «comunista» da svariati esponenti della Lega: è successo recentemente al cardinale arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi, definito «catto-comunista» da Roberto Calderoli per le sue posizioni sulla preghiera dei musulmani in piazza Duomo. E non provengono nemmeno da qualche monsignore della Santa Sede che, intervistato da un giornale o da un’agenzia di stampa, decide di esprimere perplessità sull’operato dell’attuale maggioranza. Le critiche, questa volta, sono pervenute da un monsignore, Gianromano Gnesotto, il quale ha parlato in veste ufficiale, ovvero per conto dell’associazione Migrantes che, per la conferenza episcopale italiana, è incaricata di assicurare assistenza religiosa ai migranti: emigrati italiani all’estero, migranti interni italiani, immigrati stranieri e profughi, nomadi Rom e Sinti, fieranti, circensi, addetti alla navigazione marittima ed aerea.
Presentando la giornata mondiale delle migrazioni in programma domenica prossima, Gnesotto ha avuto parole parecchio dure per l’attuale governo. Ha detto che operazioni come la tassa sull’immigrazione voluta dalla Lega è una misura «inaccettabile», «una tassa che è meglio definire balzello verso una categoria già poco tutelata», un’operazione che penalizza «ulteriormente gli immigrati che, con impegno e con notevoli sforzi, cercano di integrarsi», insomma un «passo indietro».
L’idea che la Chiesa italiana ha delle politiche da adottare rispetto all’immigrazione è semplice: più che muri, steccati, paletti, occorre un’integrazione promossa «con mentalità aperta e con intelligenza». Perché gli immigrati rappresentano una risorsa per il paese, non una zavorra o, di più, un pericolo dal quale difendersi. Per la Chiesa, insomma, tassare gli immigrati e, ancora, prevedere l’obbligo di denunciare gli immigrati irregolari per i medici ai quali essi si rivolgono, non risponde ai canoni di una giusta politica d’integrazione.
Anche il settimanale cattolico Famiglia Cristiana c’è andato giù pesante nei confronti del governo: «Il vero scontro di civiltà oggi si gioca in Parlamento e nelle piazze sull’accoglienza nei confronti di chi è nel bisogno, sul rispetto della dignità della persona straniera, malata, non ancora nata» si è letto in un’editoriale di apertura della rivista in edicola da ieri. E la proposta dalla Lega sul permesso di soggiorno a pagamento altro non è che «un colpo di mano».
Per Maroni il governo «non ha fatto né più né meno di quello che fanno tutti i paesi europei». «In Olanda, ad esempio – ha detto -, c’è una tassa di 800 euro e lo stesso avviene in Inghilterra, in Germania. Non capisco perché, allora, ciò che si fa in quei paesi va bene e se lo facciamo in Italia diventa una misura intollerabile».
Proprio qui sta il punto. Per la Cei l’Italia dovrebbe rappresentare all’estero un esempio a cui guardare quanto a politica immigratoria. Del resto la Chiesa è convinta che i modelli d’integrazione propri di altri paesi europei (quello francese, ad esempio) non possano essere ritenuti soddisfacenti. Mentre in Italia – lo ha ricordato ancora Gnesotto – «gli immigrati occupano settori di fatto lasciati scoperti dagli italiani».
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Obituary. Da Casaroli fino ai Bush, Pio Laghi ci sapeva fare
13 gennaio 2009 -
C’è chi dice che se ci fosse stato lui, al posto del cardinale Renato Raffaele Martino, a dover commentare l’esplosione di violenza e guerra di questi giorni a Gaza, sarebbe stato più accorto. Diciamo più diplomatico. E, in effetti, quanto ad arte diplomatica, il cardinale Pio Laghi ci sapeva fare. Eccome. E quest’oggi, al suo funerale celebrato dal cardinale Angelo Sodano alla cattedra della basilica vaticana (seguirà, come consuetudine in tali occasioni, un elogio funebre di Benedetto XVI), i presenti avranno modo di rimpiangerlo.
Sebbene tra i porporati di curia (per anni fu prefetto della congregazione per l’educazione cattolica) fosse tra i meno “ratzingeriani”, Laghi era stimato da Benedetto XVI per l’intelligenza, la volontà di ferro, la capacità di mediare laddove nessuno ne era capace.
Che non fosse un ratzingeriano doc lo si capì durante l’ultimo conclave. Benché già ultraottantenne – e, dunque, impossibilitato a partecipare all’elezione del successore di Wojtyla – Laghi lottò per un papato meno conservatore, evidenziando quella carica progressista che per natura lo contraddistingueva. La fece propria negli anni della formazione in Romagna, nella città di Faenza, dove studiò dalle elementari fin quasi all’ordinazione sacerdotale. E la conservò durante tutta la vita (l’ultimo discorso, poche settimane fa, è stato un elogio pubblico di Barack Obama), nella lunga carriera costellata di tanti successi: molti di questi, probabilmente, li dovette all’amicizia col cardinale Agostino Casaroli e ai suoi insegnamenti. Da Casaroli imparò la cosiddetta Ostpolitik. Quest’ultimo la applicò a dovere nei confronti dei paesi comunisti dell’Europa orientale (la sua fu una cauta apertura). Laghi la mise in pratica in Argentina (dal 1974 al 1980) e negli Stati Uniti (primo nunzio vaticano dal 1980 al 1990). Ratzinger senz’altro fu a conoscenza delle diverse fazioni schieratesi pro o contro di lui nei giorni del conclave del 2005, ma non dimostrò mai risentimento nei confronti di Laghi. Tutt’altro. E quest’ultimo fece lo stesso col Papa. Fino all’udienza che Benedetto XVI, poco prima di Natale, concesse ai membri della curia romana: Laghi volle essere presente per abbracciare per l’ultima volta il suo Pontefice.
Ai tempi dell’incarico negli Usa la questione mediorientale non era la medesima di oggi. E, dunque, fare accostamenti con l’oggi è imprudente. Tuttavia, si può dire una cosa: Laghi seppe cavalcare quegli anni con estrema grazia, dimostrando ai vari presidenti che incontrò sulla propria strada (Gerald Rudolph Ford Jr., James Earl Carter Jr., Ronald Wilson Reagan) le ragioni della politica vaticana rispetto al Medio Oriente e, più in generale, rispetto alle principali questioni internazionali. Tanto che, nel 2001, quando Wojtyla dovette pensare a chi mandare in Israele a consegnare lettere papali autografe ad Ariel Sharon e a Yasser Arafat con lo scopo di incoraggiare la fine del conflitto e la ripresa del negoziato, pensò a Laghi. Non lo fece soltanto perché sapeva essere Laghi un profondo conoscitore della situazione palestinese (fu delegato apostolico a Gerusalemme e in Palestina fino al 1974) ma anche perché conosceva bene il tatto diplomatico del porporato. Tanto che, ancora una volta, quando nel 2003 c’era da organizzare un’altra spedizione, questa volta a Washington, per incontrare il presidente George W. Bush al fine di convincerlo a scongiurare l’attacco all’Iraq, Giovanni Paolo II pensò a Laghi. E fa niente se il porporato fallì: nessun altro, probabilmente, avrebbe potuto fare meglio.
Il rapporto di Laghi coi Bush fu particolare. Divenne amico di George Herbert Walker Bush quando questi era vicepresidente di Reagan. Con lui, come fece anni prima in Argentina con l’ammiraglio Emilio Massera, giocava a tennis. Era facile per i due organizzare le partite: la nunziatura apostolica di Washington era a un passo dalla Casa Bianca. E l’amicizia continuò anche con George W. Bush il quale, non a caso, ha ricordato ieri Laghi come quel porporato che «ha un posto speciale nel cuore del popolo americano». Ben detto: Laghi fu capace di divenire popolarissimo e amatissimo negli Stati Uniti.
Negli anni finali della Guerra Fredda Reagan “sfruttò” a dovere l’amicizia con Laghi. Se è vero che fu Wojtyla uno dei principali artefici del tracollo del regime comunista in diversi paesi, è anche vero che Wojtyla poté contare sul duo Laghi-Reagan nel sostegno al sindacato libero polacco di Solidarnosc. Il Muro cadde. E del diplomatico Laghi ancora oggi se ne parla.
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Giulio Andreotti compie novant’anni. Il cardinale Ersilio Tonini: “Firmò la legge sull’aborto, ma non ebbe altra scelta”
11 gennaio 2009 -
Cardinal Ersilio Tonini, da novantaquattrenne cosa direbbe a Giulio Andreotti che il prossimo mercoledì entra anch’egli nel “club dei novanta”?
Ovviamente gli faccio tanti auguri da amico schietto e nitido. Mercoledì Andreotti entra in una fase della vita parecchio intensa. Più si invecchia più la vita è intensa.
Quando ha conosciuto Andreotti?
Nel 1944. Ero già prete. Studiavo diritto civile e canonico alla università Lateranense a Roma. Andreotti mi chiamò per chiedermi di aiutare alcuni ragazzi della Fuci negli studi di diritto. Frequentavano la mia stessa università e Andreotti me li affidò.
Già allora Andreotti aveva rapporti col Vaticano…
Beh, io non ero il Vaticano. Diciamo che Andreotti era già allora una persona saggia che si appoggiava alla Chiesa quando aveva qualche difficoltà o quando necessitava di un qualche aiuto. Pensi che addirittura mi chiese se potevo ogni tanto far risultare alcuni di questi ragazzi come presenti alle lezioni anche se non frequentavano.
E lei lo fece?
Certo, erano anni difficili. C’era la guerra. Anche studiare e frequentare l’università era un’impresa non semplice.
Parliamo dei rapporti di Andreotti col Vaticano. Diversi faldoni del suo archivio riguardano i rapporti con la Santa Sede…
È normale che sia così. In tanti anni di azione politica Andreotti ha avuto a che fare con diversi Pontefici. Assieme a Giorgio La Pira, Aldo Moro, Luigi Gedda e altri fu tra i primi a rispondere all’appello di Pio XII rivolto ai politici: “Fatevi valere”, disse Pacelli nell’immediato dopo guerra. E quella classe di nuovi dirigenti politici si fece davvero valere.
Ancora oggi Benedetto XVI chiede ai politici di farsi valere: «Serve una classe di laici cattolici impegnati in politica», ha detto. C’è oltre il Tevere qualche nostalgia della Dc?
Non credo. Se si ha nostalgia la sia ha per un certo modo di fare politica. Andreotti in questo senso deve essere ancora oggi un esempio. Ma nostalgia della Dc credo non ve ne sia. Credo che nelle parole di Benedetto XVI, come allora in quelle di Pio XII, vi sia un auspicio affinché si formi una classe dirigente nel paese capace di elaborare i problemi e di risolverli tenendo a mente qual è il bene comune, il bene per tutti.
Era il Vaticano che suggeriva l’azione politica della Democrazia Cristiana o la Dc dettava la linea anche alla Santa Sede?
Andreotti ascoltava la Santa Sede e la Santa Sede ascoltava lui. Era un arricchimento reciproco. Se guardiamo al tempo immediatamente successivo al pontificato di Pacelli, comunque, dal punto di vista diplomatico molto faceva il segretario di Stato Domenico Tardini. Credo che Andreotti avesse più rapporto con lui che con Giovanni XXIII.
Chi in Vaticano ha avuto più a che fare con Andreotti?
Difficile rispondere. Tanta gente, senz’altro. Ma forse più di tutti il suo amico e oggi cardinale Fiorenzo Angelini. Nacque a campo Marzio, nel cuore della vecchia Roma. Forse per questo Andreotti lo sentiva e lo sente particolarmente amico.
I rapporti con la Santa Sede non sono sempre stati rose e fiori. Nel 1978 fu Andreotti a firmare la legge sull’aborto?
Non lo critico per questo. Credo non avesse altra scelta. Abdicare come probabilmente avrebbe voluto fare, avrebbe voluto dire consegnare il paese non si sa a chi. Ne eravamo tutti consapevoli. E la cosa andava evitata. Fu un grande dolore consumato in anni difficilissimi. Ma quella firma non intaccò la stima vaticana nei suoi confronti.
Insomma, ha sempre saputo come muoversi oltre il Tevere…
Diciamo che sapeva come tenere i rapporti senza compromettere nessuno. In tanti anni non ha mai compromesso nessuno della Santa Sede. Cosa non da poco e non da tutti. Non è stato con la Santa Sede un “furbetto”, uno che faceva i propri interressi alle spalle altrui. Tuttt’altro. Consigliava e si lasciava consigliare. Era ed è un galantuomo.
Poi vennero gli anni del processo. In Vaticano credettero tutti nella sua innocenza?
Non so. Ma credo di sì. E poi basta leggere i fatti con un po’ di distacco: chi dei grandi politici del passato non è stato intaccato da guai giudiziari? Ben pochi. Praticamente tutti sono stati sotto tiro. E la cosa deve far sospettare.
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