Mosca sceglie Kirill “il duro”. Ma con Roma sarà morbido
28 gennaio 2009 -
Alla fine, come ampiamente previsto, ha vinto lui. Il metropolita Kirill di Smolensk e Kaliningrad, al secolo Vladimir Gundiaiev, è da ieri il nuovo capo della Chiesa ortodossa russa: 165 milioni di fedeli in tutto il mondo. Succede ad Alessio II, deceduto prima di Natale, in vece del quale già da qualche settimana aveva assunto la guida ad interim della Chiesa divenendo locum tenens della sede patriarcale.
Dicono i bene informati che la durezza nei modi, l’arroccamento sulla tradizione, il continuo mostrarsi perplesso circa un possibile riavvicinamento a Roma, siano soltanto delle manifestazioni di facciata. Kirill, in sostanza, nell’era Alessio II avrebbe dovuto recitare la parte del duro, per non dare – almeno lui – l’impressione di troppo lassismo. Soprattutto con il Vaticano. Soprattutto con Roma. E poi quando mai un candidato alla guida della Chiesa ortodossa russa ha potuto permettersi il lusso di mostrarsi vicino ai cattolici?
E in effetti, nei rapporti tra Roma e Mosca degli ultimi anni, a motivo della caducità della salute di Alessio II, è stato Kirill a giocare un ruolo determinante. E a tenere la barra diritta soprattutto nei confronti di un Pontefice poco amato nel mondo ortodosso moscovita: il polacco Giovanni Paolo II. Negli ultimi anni del pontificato di Wojtyla, in particolare, Kirill ha dovuto destreggiarsi tra polemiche non sempre soft. Fu lui a lasciar partire le bordate più forti verso la “politica russa” del Vaticano. Violentemente protestò contro l’istituzione di due nuove diocesi cattoliche in Kazakistan volute da Giovanni Paolo II e contro le ripetute voci di un possibile viaggio del Papa sul suolo di Russia.
Kirill è stato scelto dal Conclave riunito ieri a Mosca, nella cattedrale di Cristo Salvatore. Ha battuto sul finale Kliment di Kaluga e Borovsk. Si è aggiudicato 508 voti. Per essere eletto doveva ottenere oltre il 50 per cento dei consensi, ossia almeno 352 schede a favore, su un totale di 702 votanti. Nonostante le apparenze, tra i due il meno conservatore era proprio Kirill. Ed è per questo motivo che, fin da ieri, c’era chi diceva che adesso, col suo avvento, la data di uno storico incontro con Benedetto XVI (e magari di una riappacificazione totale) non è lontana. E la cosa non è strampalata. Soprattutto perché Ratzinger è tedesco e per un russo dialogare con un tedesco è meno impervio che con un polacco. Seppure, a ben vedere, le distanze tra Roma e Mosca siano, a oggi, ancora piuttosto rimarcate.
Kirill salirà al Soglio domenica prossima in una cerimonia solenne. È il sedicesimo patriarca di Mosca e di tutte le Russie. È nato il 20 novembre 1946 a Leningrado, come il capo di stato Dmitri Medvedev, il premier Vladimir Putin e il suo predecessore Alessio II. Ha 62 anni. Nell’era Alessio II ha ricoperto il ruolo di ministro degli esteri della Chiesa ortodossa russa.
È particolarmente noto nel paese come telepredicatore e il suo volto è familiare al pubblico grazie a una serie di apparizioni nei programmi tv. È stato lui ad officiare i funerali del defunto Alessio II, lo scorso dicembre, nonchè del primo presidente russo Boris Eltsin.
Fu nel dicembre del 2007 che Kirill guidò uno dei rari incontri di una delegazione ortodossa russa con Benedetto XVI in Vaticano. Ne uscì ottimista. Aveva notato come, con Benedetto XVI, i rapporti tra le due parti fossero migliorati. In parte, ha aiutato anche la decisione del Papa di portare a Mosca al posto di un arcivescovo polacco, un italiano: monsignor Paolo Pezzi.
Kirill sui temi etici è molto vicino alle posizioni di Ratzinger. È nota, ad esempio, la sua posizione ferma sull’eutanasia: di recente ha scritto una lettera al Granduca Henri di Lussemburgo che il primo dicembre si era rifiutato di firmare una legge sulla “dolce morte”: «Sono convinto – scrisse Kirill – che la fedeltà ai valori tradizionali dei popoli del continente europeo ci aiuterà a preservare le fondamenta stesse della nostra casa comune». Ed è proprio l’ancoraggio ai valori della tradizione europea che potrebbe rappresentare uno dei punti forti del dialogo tra Mosca e Roma.
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