Applaudo al Papa che toglie la scomunica ai quattro lefebvriani
24 gennaio 2009 -
La revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani (che ho anticipato due giorni fa sul Riformista) mi sembra una bella notizia.
Domani scriverò un ampio pezzo sul mio giornale con delle chicche relative alla situazione della Chiesa in Francia.
Intanto voglio dire questo: Ratzinger ha vissuto con dolore la scomunica comminata a Lefebvre nel 1988. E oggi il ritorno dei quattro vescovi, seppure non significhi ancora “piena comunione”, è un gesto importante. Sinceramente non vedo motivi concreti per i quali la Fraternità San Pio X non possa far parte a pieno titolo della Chiesa cattolica. E le polemiche relative a monsignor Williamson (è uno dei quattro vescovi lefebvriani) che ha dichiarato di non credere all’esistenza delle camere a gas naziste mi sembra c’entrino poco con la revoca della scomunica.
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In effetti i motivi concreti ce li hanno spiegati loro per vent’anni e più.
Rallegriamoci per la decisione, l’esultanza la riserverei a ben altro.
Le stupidaggini del vescovo Williamson sono solo un tempestivo e quasi beffardo campanello d’allarme che la sorte ci invia, come a dire: vigilate, vigilate, vigilate.
Sui lefebvriani, su tutto il resto, su voi stessi.
Certo, il crash comunicativo è evidente, bastava ascoltare i titoli del tg1 di oggi: il Papa toglie la scomunica a quattro vescovi lefebvriani scismatici, uno dei quali nega l’olocausto.
Per chi non fa il vaticanista di mestiere o non segue queste cose, direi che il messaggio è una delizia…
Hai voglia il povero padre Lombardi a puntualizza’…
Gentilissimo Rodari, ancora complimenti per il lavoro di questi giorni. Fai bene a ricordare che “la piena comunione” non è ancora raggiunta. Lo dicono anche il comunicato e il decreto.
Il papa ha fatto un passo, ora speriamo che ci siano anche quelli dei lefebvriani verso di lui. Ma sono rimasto proprio male leggendo la lettera di Fellay alla Fraternità, soprattutto per il tono. La trovi qui se non l’hai già vista:
http://www.dici.org/dl/fichiers/Letter_Sup_Gen.pdf
ampio e convinto sostegno al Santo Padre per la magnanime e coraggiosa decisione….w Il Papa w Cristo Re…piuttosto fuori dalle curie e i musei diocesani architetti o pseudotali finti cattolici e ladri veri che stanno distruggendo il meraviglioso ,ed unico al mondo, patrimonio dei beni culturali ecclesiali italiano…patrimonio che tutta l’umanita’ ci invidia
Ma l’antisemitismo nei lefebvriani (al di là del negazionismo estremo) è accidente o è sostanza?
Per anonimo peeplesso: bella domanda. per me è accidente di williamson. non sostanza.
la Fraternità S Pio X, può stare benissimo nella Chiesa, basta che riconosca gli ultimi papi, l’ultimo Concilio, tutto il Magistero dal 1963 ad oggi, etc etc etc…
Se sarà così: benvenuti cari fratelli!
Caro don Marco, sei pronto a celebrare la Santa Messa Tridentina? Se sarà così tu sei benvenuto a rimanere nella Chiesa Cattolica, Apostolica Romana.
Il Papa è stato grande! Togliendo la scomunica ai fratelli lefebvriani ha dato l’opportunità ai molti sacerdoti e fedeli che amano il rito antico ad esprimere liberamente nei seminari, nelle diocesi e nelle parrocchie il loro desiderio di celebrare la Santa Messa Tridentina.
Coraggio e forza a tutti voi carissimi sacerdoti e seminaristi che siete stati in questi anni soggiogati, intimoriti dai vostri colleghi e dai non pochi vescovi.
Grazie Papa Benedetto XVI, il Signore ti conceda lunga vita e salute perchè tu possa riportare la Chiesa nell’unità e nella tradizione che ci hanno trasmesso i nostri vecchi.
Sia lodato Gesù Cristo.
Caro Paolo.
Io non devo essere pronto a un bel niente.
Il Motu proprio è stato fatto per chi non ha mai lasciato la liturgia tridentina, non per rifondarla.
E’ stata una paterna concessione scaturita dalla benevolenza del Santo Padre per utilizzare il linguaggio ampolloso del Vaticano.
Io celebro con il rito ordinario e son contento che chi celebra nel rito straordinario TORNI in piena comunione con la Chiesa Cattolica e col Papa.
io c’ero già…
Caro Don Marco,
nell’eventualità che un gruppo dei tuoi fedeli parrocchiani ti richiedesse la celebrazione della Messa in latino secondo il rito tradizionale, tu come sacerdote cattolico obbediente al Magistero della Chiesa, risponderesti SI o NO ?
la situazione non si verificherà facilmente perchè i fedeli della mia parrocchia (e anche della mia diocesi), sono passati con serenità dal v.o. al n.o. e non hanno alcun desiderio di rinverdire una pratica che i più nemmeno conoscono e pertanto non posso usufruire del Motu proprio.
E poi in questo post non si parla di me ma dei lefebvriani non più scomunicati, non cambiamo le carte in tavola, please…
Caro Don Marco,
non hai risposto alla mia domanda: SI o NO?
Caro Paolo.
Ti ho risposto dicendoti che non c’è neppure una eventualità remotissima che ciò possa accadere.
E’ il mio lavoro quello di farli crescere in una giuste e seria spiritualità post Vaticano II coem il Magistero della Chiesa- evidentemente non solo in un Motu proprio- afferma da quarant’anni a questa parte.
chi non ha voltato pagina del calendario per me merita rispetto, ma non può dettar legge.
Ti basta come risposta?
Caro Marco,
hai timore di pronunciarti. Rispondi a te stesso: sono cattolico e in PIENA comunione con il Magistero del Santo Padre o sono di fatto un protestante? A me non devi alcuna ulteriore risposta.
Ti saluto, nel Signore.
PS. Scusa intendevo scrivere: Caro Don Marco.
Forse non mi sono spiegato: il Motu Proprio si riferisce a comunità ESISTENTI che celebrano nel v.o., non a comunità da fondare.
Siccome nella mia diocesi non esistono, ergo per me il problema non si pone.
Summorum Pontificum Cura non esprime un dogma, ma da una direttiva, OVE SIA NECESSARIA…
O devo spiegarti tutto? Suvvia!
“Tutti sappiamo che, nel movimento guidato dall’Arcivescovo Lefebvre, la fedeltà al Messale antico divenne un contrassegno esterno; le ragioni di questa spaccatura, che qui nasceva, si trovavano però più in profondità. Molte persone, che accettavano chiaramente il carattere vincolante del Concilio Vaticano II e che erano fedeli al Papa e ai Vescovi, desideravano tuttavia anche ritrovare la forma, a loro cara, della sacra Liturgia; questo avvenne anzitutto perché in molti luoghi non si celebrava in modo fedele alle prescrizioni del nuovo Messale, ma esso addirittura veniva inteso come un’autorizzazione o perfino come un obbligo alla creatività, la quale portò spesso a deformazioni della Liturgia al limite del sopportabile.
Parlo per esperienza, perché ho vissuto anch’io quel periodo con tutte le sue attese e confusioni. E ho visto quanto profondamente siano state ferite, dalle deformazioni arbitrarie della Liturgia, persone che erano totalmente radicate nella fede della Chiesa.
Papa Giovanni Paolo II si vide, perciò, obbligato a dare, con il Motu Proprio “Ecclesia Dei” del 2 luglio 1988, un quadro normativo per l’uso del Messale del 1962, che però non conteneva prescrizioni dettagliate, ma faceva appello, in modo più generale, alla generosità dei Vescovi verso le “giuste aspirazioni” di quei fedeli che richiedevano quest’uso del Rito romano. In quel momento il Papa voleva, così, aiutare soprattutto la Fraternità San Pio X a ritrovare la piena unità con il Successore di Pietro, cercando di guarire una ferita sentita sempre più dolorosamente. Purtroppo questa riconciliazione finora non è riuscita; tuttavia una serie di comunità hanno utilizzato con gratitudine le possibilità di questo Motu Proprio. Difficile è rimasta, invece, la questione dell’uso del Messale del 1962 al di fuori di questi gruppi, per i quali mancavano precise norme giuridiche, anzitutto perché spesso i Vescovi, in questi casi, temevano che l’autorità del Concilio fosse messa in dubbio.
Subito dopo il Concilio Vaticano II si poteva supporre che la richiesta dell’uso del Messale del 1962 si limitasse alla generazione più anziana che era cresciuta con esso, ma nel frattempo è emerso chiaramente che anche giovani persone scoprono questa forma liturgica, si sentono attirate da essa e vi trovano una forma, particolarmente appropriata per loro, di incontro con il Mistero della Santissima Eucaristia.
Così è sorto un bisogno di un regolamento giuridico più chiaro che, al tempo del Motu Proprio del 1988, non era prevedibile; queste Norme intendono anche liberare i Vescovi dal dover sempre di nuovo valutare come sia da rispondere alle diverse situazioni.”
http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/letters/2007/documents/hf_ben-xvi_let_20070707_lettera-vescovi_it.html
Sottolineo:
“Subito dopo il Concilio Vaticano II si poteva supporre che la richiesta dell’uso del Messale del 1962 si limitasse alla generazione più anziana che era cresciuta con esso, ma nel frattempo è emerso chiaramente che anche giovani persone scoprono questa forma liturgica, si sentono attirate da essa e vi trovano una forma, particolarmente appropriata per loro, di incontro con il Mistero della Santissima Eucaristia.”
Benedetto XVI
[Ma, ovviamente, un motu proprio non vale niente in confronto a un Concilio ecumenico.. figuriamoci poi una lettera esplicativa di tale motu proprio -anche se scritta da un illustre teologo già storicamente imprescindibile perito all'assise conciliare e, molti anni dopo, eletto al Soglio di Pietro..]
Caro Anonimo: bisogna leggere tutto, però…
Già da questi presupposti concreti si vede chiaramente che il nuovo Messale rimarrà, certamente, la forma ordinaria del Rito Romano, non soltanto a causa della normativa giuridica, ma anche della reale situazione in cui si trovano le comunità di fedeli.
E’ vero che non mancano esagerazioni e qualche volta aspetti sociali indebitamente vincolati all’attitudine di fedeli legati all’antica tradizione liturgica latina. La vostra carità e prudenza pastorale sarà stimolo e guida per un perfezionamento. Del resto le due forme dell’uso del Rito Romano possono arricchirsi a vicenda: nel Messale antico potranno e dovranno essere inseriti nuovi santi e alcuni dei nuovi prefazi. [...]
Nella celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso. La garanzia più sicura che il Messale di Paolo VI possa unire le comunità parrocchiali e venga da loro amato consiste nel celebrare con grande riverenza in conformità alle prescrizioni; ciò rende visibile la ricchezza spirituale e la profondità teologica di questo Messale.
Sono giunto, così, a quella ragione positiva che mi ha motivato ad aggiornare mediante questo Motu Proprio quello del 1988. Si tratta di giungere ad una riconciliazione interna nel seno della Chiesa. Guardando al passato, alle divisioni che nel corso dei secoli hanno lacerato il Corpo di Cristo, si ha continuamente l’impressione che, in momenti critici in cui la divisione stava nascendo, non è stato fatto il sufficiente da parte dei responsabili della Chiesa per conservare o conquistare la riconciliazione e l’unità; si ha l’impressione che le omissioni nella Chiesa abbiano avuto una loro parte di colpa nel fatto che queste divisioni si siano potute consolidare. Questo sguardo al passato oggi ci impone un obbligo: fare tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia reso possibile di restare in quest’unità o di ritrovarla nuovamente. Mi viene in mente una frase della Seconda Lettera ai Corinzi, dove Paolo scrive: “La nostra bocca vi ha parlato francamente, Corinzi, e il nostro cuore si è tutto aperto per voi. Non siete davvero allo stretto in noi; è nei vostri cuori invece che siete allo stretto… Rendeteci il contraccambio, aprite anche voi il vostro cuore!” (2 Cor 6,11–13). Paolo lo dice certo in un altro contesto, ma il suo invito può e deve toccare anche noi, proprio in questo tema. Apriamo generosamente il nostro cuore e lasciamo entrare tutto ciò a cui la fede stessa offre spazio.
Non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del Missale Romanum. Nella storia della Liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso. Ci fa bene a tutti conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa, e di dar loro il giusto posto. Ovviamente per vivere la piena comunione anche i sacerdoti delle Comunità aderenti all’uso antico non possono, in linea di principio, escludere la celebrazione secondo i libri nuovi. Non sarebbe infatti coerente con il riconoscimento del valore e della santità del nuovo rito l’esclusione totale dello stesso.
“si vede chiaramente che il nuovo Messale rimarrà, certamente, la forma ordinaria del Rito Romano, non soltanto a causa della normativa giuridica, ma anche della reale situazione in cui si trovano le comunità di fedeli”.
“Rendeteci il contraccambio, aprite anche voi il vostro cuore!”
“Ovviamente per vivere la piena comunione anche i sacerdoti delle Comunità aderenti all’uso antico non possono, in linea di principio, escludere la celebrazione secondo i libri nuovi. Non sarebbe infatti coerente con il riconoscimento del valore e della santità del nuovo rito l’esclusione totale dello stesso”…
C’è anche questa cosa qui…
Mi fate preoccupare… e mi fate sorridere. Per Paolo, Marco e tanti come loro il problema sembra centrale e vitale. Ma non vi rendete conto che tornare al latino (che io amo), tornare al messale tridentino (che non amo), vuol dire riportare la chiesa a prima del Vaticano II?
A me sta bene, perchè spero che il Vaticano sparisca come stato, come potere temporale; che Ben16 viva altri cent’anni, così dà una mano a noi laici ad essere sempre di più. FORZA BEN!
Non avevo alcuna intenzione di “censurare” alcun passaggio della lettera del Papa, lungi da me. Difatti ho fornito il link al testo completo. Il passaggio che però ho inteso sottolineare, è quello che a mio modesto avviso presenta una discreta incompatibilità logica con l’affermazione di Don Marco “il Motu Proprio si riferisce a comunità ESISTENTI che celebrano nel v.o., non a comunità da fondare.” . O no?
(Anche alla luce della norma del motu proprio stesso che permette a comunità di religiosi di passare ad un uso parziale o addirittura esclusivo dell’antico messale..)
(Che poi, de jure, il messale riformato sia quello d’uso ordinario, qui non ci piove. E lo sarà de facto per sempre, o per lo meno per molto tempo. Ma non è questo il punto. )
Finalmente ho il tempo di rispondere:
così dice il Motu Proprio:
“Art. 5. § 1. Nelle parrocchie, in cui esiste stabilmente un gruppo di fedeli aderenti alla precedente tradizione liturgica, il parroco accolga volentieri le loro richieste per la celebrazione della Santa Messa secondo il rito del Messale Romano edito nel 1962. Provveda a che il bene di questi fedeli si armonizzi con la cura pastorale ordinaria della parrocchia, sotto la guida del Vescovo a norma del can. 392, evitando la discordia e favorendo l’unità di tutta la Chiesa.”
Ecco: a me questo basta…
Tra l’altro nel M.P. non si parla del rituale dell’Ordinazione.
Presumibilmente dunque i vescovi, sacerdoti e diaconi devono essere ordinati con il nuovo rituale, o sbaglio?
ROMA, martedì, 27 gennaio 2009 (ZENIT.org).- La revoca della scomunica ai quattro Vescovi della Fraternità Sacerdotale S. Pio X (FSSPX) sta suscitando un intenso dibattito.
Diversi e moltissimi i temi sollevati. Per cercare di chiarire i termini della questione, ZENIT ha intervistato don Alfredo Morselli, parroco nella Diocesi di Bologna e uno dei sacerdoti incaricati dal Cardinale Carlo Caffarra di celebrare la Messa Tridentina
=Qual è il significato della revoca della scomunica?
Don Alfredo: Mi pare che il significato sia duplice: in primo luogo si tratta di un atto di paternità nei confronti degli stessi Vescovi e di tutti i fedeli legati alla fraternità San Pio X. Sono molto significative le parole di mons. Fellay in una recentissima intervista: “L’ho capito dalla prima udienza in cui lo incontrai poco dopo la sua elezione. Pur muovendoci dei rimproveri, il Santo Padre aveva un tono dolce, veramente paterno… E’ un atto gratuito e unilaterale che mostra che Roma ci vuole realmente bene. Un bene vero”.
Ma questo gesto è soprattutto un messaggio a tutta la Chiesa e a tutto il mondo, la più energica riproposizione della chiave ermeneutica di questo pontificato: l’ “ermeneutica della riforma e della continuità”.
=Può spiegare meglio quest’ultimo punto?
Don Alfredo: Ci sono persone che dopo il Concilio Vaticano II hanno parlato dell’ “ermeneutica della discontinuità”, mentre il Pontificato di Benedetto XVI sostiene che “la Chiesa e la sua fede non possono cambiare e non sono cambiate”.
Il Pontefice si sta impegnando, con tutta la forza del suo Magistero, a “spiegare come la fede della Chiesa, pur insidiata dalla tentazione della discontinuità e della rottura, non è mai andata soggetta a trasmutazione”.
E sembra che mons. Fellay stia accettando questa prospettiva. Se ho ben capito le sue parole, egli afferma che nel Papa “traspaiono, insieme, la consapevolezza dei tempi in cui viviamo, la fermezza nel porvi rimedio e l’attenzione a tutti i suoi figli”.
Rilevante la dichiarazione di mons. Fellay rilasciata ad un giornale francese: “Io credo nell’infallibilità della Chiesa e penso che arriveremo ad una soluzione vera”. (http://www.letemps.ch/Facet/print/Uuid/68fdc1aa-eb30-11dd-b87c-1c3fffea55dc/Je_crois_à_linfaillibilité_de_lEglise)
=Molti hanno parlato della fine di uno scisma, di un atto che non ha precedenti nella storia. Qual è il suo commento in merito?
Don Alfredo: Diciamo che se alla buona volontà del Papa corrisponderà altrettanta buona volontà da parte della FSSPX, avremo evitato uno scisma.
=E’ vero che i Vescovi i sacerdoti e i fedeli della Fraternità sacerdotale di San Pio X hanno sempre riconosciuto e pregato per il Papa?
Don Alfredo: Questo è verissimo. Mons. Lefebvre definì anni addietro “Colpo da maestro di satana” l’allontanamento dei fedeli dalla Tradizione credendo di obbedire. Ma sarebbe stato ancora più grave riuscire a staccare da Pietro i Tradizionalisti, che hanno nel loro DNA il massimo amore alla Sede Apostolica: e così si capisce un certo malcontento progressista per la felice soluzione del caso.
Perché la Fraternità sacerdotale di San Pio X ha così tante vocazioni al sacerdozio?
Don Alfredo: La Messa Tridentina – contra factum non fit argumetum – è una fucina di vocazioni: nel rito romano antico viene proposto un modello di sacerdozio dove la singolarità del prete scompare e dove emerge invece tutto il valore delle parole della ordinazione: “Imitate ciò che trattate”.
Una vera “vita spericolata” affascina, per imitare prima Cristo in stato di vittima, e, alla fine, seguirlo nella Sua gloria; al contrario, tanti abusi liturgici finiscono col far pensare che animare una celebrazione come un presentatore è un po’ poco per lasciare tutto.
=Pensa che le dichiarazioni del vescovo Williamson possano compromettere il processo di riammissione nella Chiesa cattolica?
Don Alfredo: Bisogna diffidare da interviste rispolverate ad arte mesi dopo le dichiarazioni stesse. Questo “polverone” non fermerà la volontà del Papa, che ripresenta – qui e ora – la volontà di Gesù Cristo: che tutti siamo “uno” come Lui e il Padre sono “uno”.
=La ricucitura di questo scisma e l’attenzione per la liturgia, potrebbero essere segnali importanti anche per rinnovati e migliori rapporti con le Chiese ortodosse?
Don Alfredo: Ma certo! In questi casi, dove il Papa scende in campo in prima persona come buon pastore, si vede proprio che il successore di Pietro è il “Servo dei Servi di Dio”, come si leggeva nelle intestazioni dei vecchi documenti pontifici: e si vede pure che la comunione con Pietro non minaccia nessuna realtà ecclesiale particolare, ma la rafforza.
Da un punto di vista pratico, la soluzione che si troverà per regolarizzare la posizione giuridica della FSSPX, darà garanzie agli ortodossi di ampie autonomie future. Già non erano mancati segnali di apprezzamento, da parte degli Ortodossi, del Motu Proprio “Summorum Pontificum”.
=Lei ha conosciuto nella sua vita diversi sacerdoti della FSSPX? Che cosa ci può dire di questa esperienza?
Don Alfredo: Certamente non ho condiviso la scelta delle ordinazioni dei Vescovi e di quanto – al di là delle intenzioni personali – potesse anche solo sembrare disobbedienza al Magistero. Ma il loro amore per la Santa Messa e la loro spiritualità sacerdotale, incentrata sulla Santa celebrazione del Santo Sacrificio, rimangono esemplari.
Alcuni dicono che senza di loro non sarebbe arrivato il Motu Proprio. Correggerei l’affermazione con: “Il Signore, per meritarci la grazia del Motu Proprio, ha versato nel calice del Suo Preziosissimo Sangue la ‘goccia d’acqua’ della sofferenza dei Tradizionalisti; di quelli legati alla Fraternità San Pio X e di quelli che, spesso emarginati nel lungo ‘inverno liturgico’ – in cui si è tollerato di tutto fuorché la Messa di San Pio V -, non di meno sono rimasti nella più perfetta obbedienza”.
Grande Paulus – mi mancavano i tuoi temi di maturità
Chi sta facendo la figura peggiore in questo momento è Fini, che non perde occasione di dire stupidaggini. Grande Cossiga invece, one more time!
bravo saverio,fini cerca in tutti i modi di essere un bravo “bravo conformista”attacca quello che attacano tutti è una “voce nel coro”e duetta con veltroni,per sembrare democratico e moderno,gli pesa l’eredità,come un macigno,da post-fascista,e cerca di indicare altri alla correità delle gravissime responsabilità che peseranno per sempre sul fascismo,attacca la chiesa per sembrare “laico”evidentemente sta aderendo alla nuova confessione del laicismo.sento una gran ansia di voler diventare a tutti i costi e in fretta”statista illuminato” ma dietro di sè non ha un passato di spessore ma solo l’essere il nipotino di coloro che generarono le leggi razziali e trascinarono l’italia alla rovina.
con i sui penosi interventi vuol costruirsi un aura di democraticità. ( sic !! )
il polverone mediatico che si sta svolgendo attorno al vaticano e a papa Ratzinger è parte di un disegno molto preciso ma un pò banale volto a delegittimare la chiesa in generale e il papa stesso.
gli argomenti cominciano a essere un pò ripetitivi e volgarotti.
per PAOLO Rodari: stai facendo un ottimo lavoro,hai una bella capacità di sintesi e arrivi al nocciolo vero dei problemi.grazie,ho obbligato il mio edicolante a prendere (non lo riceveva) il riformista ( e anche avvenire)ciao
massimo.
Per massimo: grazie a te davvero. a presto
condivido l’analisi di massimo ..fini e’ proprio patetico..siamo presi da due fuochi anticattolici sia a destra che a sinistra ..e pensare che la morte della dc la vollero “in primis” frange numerose del cattolicesimo “a la page”……quanto rimpiango la dc …c’era tanto fango ma ricostrui’ l’italia…..ps nel 92 in piena crisi la dc prese il 33 per cento dei voti