C’è chi vuole dividere ciò che Benedetto XVI unisce

Trovo molto interessante questo fondo di Gianteo Bordero uscito venerdì su ragionpolitica.it. Aiuta a comprendere meglio il caso Lefebvre, le polemiche a questo seguite (e che continuano ancora), e soprattutto le critiche che anche nella Chiesa sono state mosse contro il Papa.
Buona lettura, Paolo.

di Gianteo Bordero
E’ vero quello che oggi in tanti dicono: monsignor Marcel Lefebvre, ordinando nel 1988 quattro vescovi senza la necessaria autorizzazione papale e incorrendo così nella scomunica latae sententiae, inferse una profonda ferita all’unità della Chiesa, l’amore alla quale richiederebbe la disponibilità ad obbedire al vicario di Cristo sacrificando magari la rivendicazione delle proprie personali idee. Idee di cui, invece, Lefebvre e i suoi seguaci hanno fatto una bandiera, talvolta trasformandole in una vera e propria «ideologia» ecclesiale pregiudizialmente contraria a tutto ciò che in qualche modo potesse essere collegato alle parole «Concilio», «aggiornamento», «modernità».

Ma è vero, allo stesso modo, che Lefebvre non fu scomunicato da Papa Giovanni Paolo II a causa delle sue idee. Neppure quelle riguardanti il Vaticano II. Oggi tutti coloro che soffiano sul fuoco della polemica dopo la decisione di Benedetto XVI di revocare la scomunica ai vescovi ordinati dal monsignore scismatico, questo dimenticano di dirlo e di ricordarlo, come se niente fosse. Così mestano nel torbido, lasciando intendere che siano le personali opinioni dei lefebvriani a tenerli fuori dalla comunione ecclesiale. Anzi. Molti di coloro che, dalle pagine dei giornali e dagli schermi televisivi, confondono deliberatamente le idee dei lettori e dei telespettatori su questa vicenda, quasi godono nel ribadire che la piena riammissione della Fraternità San Pio X non è ancora avvenuta, che sono ancora molti i passi da fare (come se il ritiro della scomunica da parte del Papa fosse un fatto di poco conto), e a sostegno delle loro tesi portano sorridenti le dichiarazioni sulla Shoah prima di monsignor Williamson e ora, in mancanza d’altro, di qualche sacerdote lefebvriano. Spulciano negli archivi e nelle emeroteche, su Google e su YouTube, per cercare altri documenti, altre prove che mostrino in maniera inconfutabile l’errore del pontefice regnante.

Concediamo per un attimo quello che quello che gli intellettuali e i vaticanisti progressisti, martiniani e dossettiani lasciano intendere, e cioè che la rottura dell’unità della Chiesa sia avvenuta a causa delle idee anticonciliari dei lefebvriani, e non dell’ordinazione episcopale, sia vero. E quindi poniamo come criterio per essere scomunicati la difformità dai documenti del Vaticano II. Sono così sicuri, questi Torquemada dei tempi moderni, che in un caso del genere loro uscirebbero indenni dalle grinfie della nuova Inquisizione «conciliarmente corretta»? Ad esempio, sono così sicuri che la loro simpatia per la Messa pop, quella che in teoria avrebbe dovuto avvicinare gli uomini alla Chiesa e che invece ha allontanato i cristiani dalle chiese, trovi conferma nel dettato del Vaticano II? Ad esempio, ancora, sono sicuri che le loro aperture a tutto ciò che sa di moderno, anche in tema di famiglia, procreazione, sessualità abbia un qualche fondamento nelle Costituzioni conciliari? Perché si aggrappano ad ogni pie’ sospinto allo «spirito del Concilio» e ne dimenticano la lettera? Forse perché lo «spirito» lo si può immaginare come si vuole ed invece la «lettera» è stampata e lapidaria? Parafrasando il famoso detto latino, potremmo dire che per i più ferventi critici della decisione di Benedetto XVI valga la regola: «Spiritus volat, scripta manent». E, ovviamente, loro stanno dalla parte dello «spiritus».

Per fortuna loro, e grazie a Dio, non pioverà sul loro capo nessuna scomunica, perché il criterio adottato dalla Chiesa non è il loro criterio, tant’è vero che il Papa, prima della revoca, non ha chiesto ai vescovi lefebvriani alcun giuramento pubblico e formale di fedeltà al Concilio. Il criterio usato da Benedetto XVI è stato invece quello del perdono in funzione della piena unità tra le membra del corpo mistico di Cristo. E sorprende che intellettuali, commentatori e giornalisti che da sempre salutano, senza risparmiare l’entusiasmo e la retorica, le «aperture» dei predecessori di Ratzinger a chi sta fuori dalla Chiesa, oggi facciano il diavolo a quattro per una «apertura» ancora più grande, il cui frutto potrebbe essere la fine di uno scisma. Forse perché si tratta di una «apertura» alla parte sbagliata, alla parte più «impresentabile» di coloro che sono extra Ecclesiam, alla parte che da quarant’anni neppure andrebbe nominata in ossequio al decoro teologico e all’«ecclesialmente corretto». E’ davvero un modo singolare di ragionare e di pensare la Chiesa, questo. Un modo settario e ideologico tanto quanto lo è quello dei lefebvriani. Con la differenza che questi ultimi vengono quotidianamente attaccati, criticati e «scomunicati» a mezzo stampa o tv, mentre i loro inquisitori godono di buona stampa, impazzano su giornali, radio e teleschermi senza che nessuno (o quasi) alzi la voce nei loro confronti. Con l’aggravante che, mentre il superiore generale della San Pio X ha manifestato al pontefice la volontà di poter rientrare in comunione con Roma, esprimendo dolore per la divisione, loro tutto fanno fuorché mostrarsi dispiaciuti per le ricadute delle loro idee sul popolo credente e sull’opinione pubblica.

Papa Benedetto, uomo saggio e misericordioso, se ne sta fuori da questa contesa ed esercita su un altro piano la sua missione: non quello dell’affermazione di un’ideologia ecclesiale, di un proprio punto di vista, per quanto teologicamente geniale, ma quello della risposta alla missione assegnata da Gesù a San Pietro: riunire (e non dividere) il gregge di Cristo. E, se necessario, andare alla ricerca della pecora smarrita.


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Williamson chiede scusa e cita Giona

Mentre ancora stride, e fa parlare parecchio oltre il Tevere, un certo silenzio attorno al caso Richrad Williamson dei primi collaboratori di papa Ratzinger nei rapporti con il mondo ebraico (non hanno parlato pubblicamente né il presidente della pontificia commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo, il cardinale Walter Kasper, né il presidente del pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, il cardinale Jean-Louis Tauran) è di ieri un’autorevole puntualizzazione del direttore della Sala Stampa vaticana padre Federico Lombardi. Ai microfoni della Radio Vaticana Lombardi ha affermato che «chi nega la Shoah non sa nulla né del mistero di Dio, né della croce di Cristo». Per il portavoce papale, l’accostamento tra la Shoah e il mistero di Dio e della Croce rende «tanto più grave» la negazione quando «viene dalla bocca di un sacerdote o di un vescovo, cioè di un ministro cristiano, sia unito o no con la Chiesa cattolica». Lombardi ha anche ricordato «la profonda meditazione» fatta dal Papa nel discorso nel campo di concentramento di Auschwitz. Il Papa, ha detto, non ha solo condannato ogni forma di oblio e di negazione della tragedia dello sterminio di sei milioni di ebrei, ma ha richiamato i drammatici interrogativi che questi eventi pongono alla coscienza di ogni uomo e di ogni credente». Tutto questo, «Benedetto XVI lo ha riconosciuto lucidamente nel discorso di Auschwitz, facendo sue le domande radicali dei salmisti a un Dio che appare silente e assente».
Notizie interessanti sono arrivate ieri anche dal mondo lefebvriano. Da una parte ci sono state le scuse al Papa – a onor del vero un po’ tardive – del vescovo Richard Williamson. In un post pubblicato sul proprio blog, il presule ha manifestato al presidente di Ecclesia Dei, il cardinale Dario Castrillon Hoyos, il suo «rammarico» per le polemiche sollevate dalle «frasi imprudenti» che aveva rilasciato a una tv svedese, lo scorso novembre, quando aveva messo in dubbio l’Olocauso e negato l’esistenza delle camere a gas nei campi di concentramento: «In mezzo a questa tremenda bufera causata dai miei commmenti imprudenti alla tv svedese – ha detto Williamson -, le chiedo di accettare con il dovuto rispetto la mia sincera manifestazione di rammarico per gli inutili problemi e angustie che ho causato a lei e al Santo Padre». Williamson ha voluto anche citare un passo preso dal profeta Giona: «Prendetemi e gettatemi nel mare, così il mare si calmerà per voi: perché so che è a causa mia che questa grande tempesta ci ha colpito».
Dall’altra c’è una notizia proveniente dall’interno della Fraternità San Pio X. Una notizia che evidenzia una volta di più quanto sia arduo gestire le varie sensibilità presenti nella stessa confraternita lefebvriana. Per evitare nuove polemiche e soprattutto nuove affermazioni equivoche da parte dei lefebvriani sulla Shoah, padre Davide Pagliarani, responsabile per l’Italia della Fraternità, d’intento col superiore generale Bernard Fellay, ha deciso di annullare il consueto raduno nazionale che si sarebbe dovuto tenere oggi a Rimini. La Fraternità – ha detto Pagliarani – illustrerà la propria posizione con una nota ufficiale nei prossimi giorni e per il momento «mantiene il silenzio stampa».

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Intervista col rabbino Giuseppe Laras: “Bene il Papa, ma il viaggio in Terra Santa è lontano”

La giornata più difficile nei rapporti tra Vaticano e mondo ebraico dopo le polemiche suscitate dalla revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani (tra questi al vescovo Richard Williamson sostenitore di tesi negazioniste sulla Shoah), si è conclusa ieri con una tregua. Il Rabbinato di Israele che in mattinata aveva paventato la possibilità d’interrompere definitivamente le relazioni e il dialogo con la Santa Sede, infatti, ha espresso per voce del proprio direttore, Oded Wiener, compiacimento per le parole dette in proposito ieri dal Papa nel corso dell’udienza generale: «Un grande passo in avanti» ha detto Wiener. E ancora: quella del Papa è «una dichiarazione molto importante per noi ebrei e per il mondo intero».
Benedetto XVI aveva espresso «solidarietà ai fratelli ebrei», sottolineando come la Shoah rimanga «un monito contro ogni oblio e la negazione o il riduzionismo ». E ai lefebvriani, ai quali con «un atto di paterna misericordia» ha voluto revocare la scomunica, aveva chiesto l’impegno di realizzare la «piena comunione con la Chiesa riconoscendo il Concilio Vaticano II». Intanto a Ratisbona (è la diocesi dove risiede Williamson) il vescovo Gerhard Ludwig ha bandito il vescovo lefebvriano dalla chiese cittadine.

Rabbino Giuseppe Laras, ieri il Papa ha espresso solidarietà agli ebrei condannando anche negazionismo e riduzionismo. Sono parole sufficienti per placare le polemiche sorte dopo la revoca della scomunica ai lefebvriani e al vescovo negazionista Richard Williamson?
Le parole del Papa vanno accolte con sollievo perché ribadiscono una presa di distanza importante da Williamson e, insieme, la ferma condanna alla Shoah. Diciamo che sono parole che tutti gli ebrei desiderano sentire.
Ma sono parole sufficienti per voi?
Sì, anche se dovevano essere pronunciate prima. Se il Papa avesse parlato prima, se dal Vaticano fossero intervenuti con più tempismo, molte polemiche non ci sarebbero state. O, comunque, la polemica non sarebbe arrivata a queste vette di asprezza. Spero che in futuro si faccia tesoro di questo errore. Anche perché a noi ebrei non piace un giorno sì, l’altro pure, dover intervenire su questi temi.
Però immediatamente dopo l’uscita del decreto di scomunica e il montare delle polemiche su Williamson, il portavoce vaticano padre Federico Lombardi è intervenuto…
È evidente che non può bastare padre Lombardi che spiega che le due cose – scomunica ai lefebvriani e negazionismo di Williamson – sono distinte. Vista l’enormità delle dichiarazioni di Williamson occorreva dire di più.
Secondo il Jerusalem Post il rabbinato di Israele avrebbe deciso di interrompere i rapporti col Vaticano. Poi però il direttore generale del rabbinato, Oded Wiener, ha detto che le parole del Papa sono un passo avanti. Cosa succederà nei rapporti Vaticano-ebrei?
Non ho la sfera di cristallo. Credo che un certo malcontento espresso dal rabbinato sia ancora vivo. Personalmente solidarizzo col rabbinato ricordando anche che la stragrande maggioranza della popolazione israeliana su questa vicenda la pensa allo stesso modo dei rabbini di Gerusalemme, cioè ritiene che il Vaticano abbia mantenuto una posizione contraddittoria.
A questo punto è ancora ipotizzabile un viaggio del Papa in Terra Santa?
Oggi dico di no. Domani non lo so. Ma oggi dico di no.
Perché?
Non ci sono le condizioni. C’è troppa irritazione e troppo sospetto su questa vicenda. Occorre lasciar decantare un po’ le cose prima di prendere una decisione in merito. Occorre, in particolare, che il rabbinato d’Israele metabolizzi quanto accaduto.
Servono ulteriori chiarimenti da parte del Papa o del Vaticano?
Non credo che siano necessarie altre parole. Anche perché spesso nuove parole su di noi portano nuovi fuochi. E sinceramente di nuovi fuochi proprio non se ne sente la necessità. Credo piuttosto che sia necessario lasciar passare un po’ di tempo, questo sì. Anzi, paradossalmente adesso sarebbe gradito un po’ di silenzio.
Secondo lei i lefebvriani hanno diritto di stare nella Chiesa?
Nella Chiesa mi sembrano più che altro un corpo estraneo. Vorrei dire che mi sembrano un cancro. Il Vaticano auspica che coi lefebvriani si possa arrivare nel tempo alla piena comunione. Ma la vogliono davvero i lefebvriani la piena comunione? Comunque tollerare la presenza di uno come Williamson è assurdo. Come assurdo è sputare su un crimine tremendo come è stata la Shoah. Penso che se un uomo arrivari a dire quello che ha detto Williamson, significa che nella sua mente c’è qualcosa di terribilmente malvagio, qualcosa che a me fa orrore.
L’anti ebraismo è un sentimento soltanto di Williamson?
Mi auguro di sì. Anche se nella non accettazione del Concilio Vaticano II dei lefebrviani c’è un’avversione ai nuovi rapporti con gli ebrei aperti dalle conquiste conciliari. Questo punto non va dimenticato. L’avversione lefebvriana al Vaticano II ha in sé un sentimento di avversione ai nuovi rapporti Chiesa cattolica-mondo ebraico.

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Mosca sceglie Kirill “il duro”. Ma con Roma sarà morbido

Alla fine, come ampiamente previsto, ha vinto lui. Il metropolita Kirill di Smolensk e Kaliningrad, al secolo Vladimir Gundiaiev, è da ieri il nuovo capo della Chiesa ortodossa russa: 165 milioni di fedeli in tutto il mondo. Succede ad Alessio II, deceduto prima di Natale, in vece del quale già da qualche settimana aveva assunto la guida ad interim della Chiesa divenendo locum tenens della sede patriarcale.
Dicono i bene informati che la durezza nei modi, l’arroccamento sulla tradizione, il continuo mostrarsi perplesso circa un possibile riavvicinamento a Roma, siano soltanto delle manifestazioni di facciata. Kirill, in sostanza, nell’era Alessio II avrebbe dovuto recitare la parte del duro, per non dare – almeno lui – l’impressione di troppo lassismo. Soprattutto con il Vaticano. Soprattutto con Roma. E poi quando mai un candidato alla guida della Chiesa ortodossa russa ha potuto permettersi il lusso di mostrarsi vicino ai cattolici?
E in effetti, nei rapporti tra Roma e Mosca degli ultimi anni, a motivo della caducità della salute di Alessio II, è stato Kirill a giocare un ruolo determinante. E a tenere la barra diritta soprattutto nei confronti di un Pontefice poco amato nel mondo ortodosso moscovita: il polacco Giovanni Paolo II. Negli ultimi anni del pontificato di Wojtyla, in particolare, Kirill ha dovuto destreggiarsi tra polemiche non sempre soft. Fu lui a lasciar partire le bordate più forti verso la “politica russa” del Vaticano. Violentemente protestò contro l’istituzione di due nuove diocesi cattoliche in Kazakistan volute da Giovanni Paolo II e contro le ripetute voci di un possibile viaggio del Papa sul suolo di Russia.
Kirill è stato scelto dal Conclave riunito ieri a Mosca, nella cattedrale di Cristo Salvatore. Ha battuto sul finale Kliment di Kaluga e Borovsk. Si è aggiudicato 508 voti. Per essere eletto doveva ottenere oltre il 50 per cento dei consensi, ossia almeno 352 schede a favore, su un totale di 702 votanti. Nonostante le apparenze, tra i due il meno conservatore era proprio Kirill. Ed è per questo motivo che, fin da ieri, c’era chi diceva che adesso, col suo avvento, la data di uno storico incontro con Benedetto XVI (e magari di una riappacificazione totale) non è lontana. E la cosa non è strampalata. Soprattutto perché Ratzinger è tedesco e per un russo dialogare con un tedesco è meno impervio che con un polacco. Seppure, a ben vedere, le distanze tra Roma e Mosca siano, a oggi, ancora piuttosto rimarcate.
Kirill salirà al Soglio domenica prossima in una cerimonia solenne. È il sedicesimo patriarca di Mosca e di tutte le Russie. È nato il 20 novembre 1946 a Leningrado, come il capo di stato Dmitri Medvedev, il premier Vladimir Putin e il suo predecessore Alessio II. Ha 62 anni. Nell’era Alessio II ha ricoperto il ruolo di ministro degli esteri della Chiesa ortodossa russa.
È particolarmente noto nel paese come telepredicatore e il suo volto è familiare al pubblico grazie a una serie di apparizioni nei programmi tv. È stato lui ad officiare i funerali del defunto Alessio II, lo scorso dicembre, nonchè del primo presidente russo Boris Eltsin.
Fu nel dicembre del 2007 che Kirill guidò uno dei rari incontri di una delegazione ortodossa russa con Benedetto XVI in Vaticano. Ne uscì ottimista. Aveva notato come, con Benedetto XVI, i rapporti tra le due parti fossero migliorati. In parte, ha aiutato anche la decisione del Papa di portare a Mosca al posto di un arcivescovo polacco, un italiano: monsignor Paolo Pezzi.
Kirill sui temi etici è molto vicino alle posizioni di Ratzinger. È nota, ad esempio, la sua posizione ferma sull’eutanasia: di recente ha scritto una lettera al Granduca Henri di Lussemburgo che il primo dicembre si era rifiutato di firmare una legge sulla “dolce morte”: «Sono convinto – scrisse Kirill – che la fedeltà ai valori tradizionali dei popoli del continente europeo ci aiuterà a preservare le fondamenta stesse della nostra casa comune». Ed è proprio l’ancoraggio ai valori della tradizione europea che potrebbe rappresentare uno dei punti forti del dialogo tra Mosca e Roma.

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Intervista a Francesco Cossiga: «Che c’entra il Papa? È Williamson che sparla suilla Shoah»

Presidente Francesco Cossiga, gli ebrei hanno detto che attendono dal Papa un «gesto positivo». Lo accusano perché tra i quattro vescovi lefebvriani ai quali egli ha concesso la revoca della scomunica c’è Richard Williamson il quale, qualche settimana fa, negò in un’intervista l’esistenza delle camere a gas naziste…
Lei ha detto bene. Williamson ha negato l’esistenza delle camere a gas ma non ha negato l’Olocausto. Questo va detto come premessa.
Comunque una frase ridicola…
Sì. Ma probabilmente Williamson “non c’è con la testa”. Le sue dichiarazioni andrebbero meno valorizzate.
Da quando Joseph Ratzinger è stato eletto Papa questo è il momento più duro nei rapporti Chiesa cattolica-ebrei?
Non è un momento facile. Ma non bisogna dimenticare che un forte sentimento antiebraico è connaturato al popolo cattolico. E non bastano di certo due Pontefici (mi riferisco a Wojtyla e a Ratzinger) a eliminarlo.
Benedetto XVI come sta lavorando con gli ebrei?
Più di quello che ha fatto cosa deve fare? Durante il suo primo viaggio apostolico fuori i confini italiani (in Germania) visitò la Sinagoga di Colonia. E lo scorso aprile, negli Stati Uniti, ha visitato la Sinagoga di Park East a New York, accolto dal rabbino Arthur Schneier. C’era la moglie di Schneier: era vestita di nero, con tanto di velo. Quando ha visto il Papa gli ha pure baciato l’anello, segno di una profonda stima verso di lui.
Nell’introduzione all’ultimo libro di Marcello Pera, Benedetto XVI spiega come un dialogo interreligioso nel senso stretto della parola non sia possibile, mentre urge un dialogo interculturale. Forse un certo malcontento ebraico verso il Papa nasce anche da questa affermazione?
È singolare come un Papa attento gli ebrei, un Papa ecumenico (il suo è un “ecumenismo realista”) come è Benedetto XVI, non venga capito proprio su questi temi. Egli ha detto una cosa ovvia: il dialogo interreligioso è impossibile perché cade nel sincretismo. Più intelligente è un dialogo interculturale. Del resto anche le radici giudaico-cristiane dell’Europa altro non sono che un insieme di culture diverse: Roma, Atene e Gerusalemme.
I lefebvriani possono stare nella Chiesa cattolica?
Benedetto XVI, in quanto “Papa ecumenico”, non poteva non provarci anche con loro. È un tentativo legittimo. Ma per ora è soltanto un tentativo.
Cioè?
Cosa è successo fino a ora? Semplicemente questo: la Congregazione dei vescovi ha revocato la scomunica con un decreto. I quattro lefebvriani non erano eretici: avevano soltanto posto in essere un atto di disobbedienza, un illecito. Ovvero erano stati consacrati senza il mandato pontificio. Oggi questi quattro non sono più scomunicati, ma ciò non significa che vi sia piena comunione con Roma. La piena comunione arriverà, forse, in futuro.
La cosa ha scandalizzato molti nella stessa Chiesa.
Ha scandalizzato perché si dice che con questo decreto sia stato compiuto un passo indietro rispetto al Concilio. Ma non è così. Non c’è stato nessun confronto dottrinale coi lefebvriani. Non c’è stata alcuna trattativa. C’è stato soltanto il gesto del Papa che ha voluto revocare una scomunica comminata per disobbedienza.
Non si poteva aspettare lo svolgersi di una trattativa che portasse i lefebvriani a pronunciare parole chiare sul Concilio Vaticano II?
Credo che il Papa non abbia voluto ripetere l’errore commesso da Pio IX coi vetero-cattolici. La Chiesa vetero-cattolica raggruppa quelle comunità che si separarono da Roma nel 1870-71, in polemica con la proclamazione del dogma dell’infallibilità papale promosso da Pio IX. Se il fenomeno fosse stato arginato in tempo, oggi avremmo queste comunità ancora nella Chiesa. A mio avviso Benedetto XVI non è voluto incappare nello stesso errore del suo predecessore.

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Shoah: quando Ratzinger fornì i numeri

Era il 31 maggio 2006. Benedetto XVI era appena tornato dal viaggio in Polonia dove aveva visitato il campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Qui era stato accusato da taluni (seppure velatamente) di non aver detto nulla intorno al numero di ebrei scomparsi durante la Shoah. In piazza San Pietro il Papa tenne un’udienza generale tutta dedicata al viaggio. E, significativamente, anche in risposta alle polemiche polacche, disse queste parole: «Nel campo di Auschwitz, come in altri simili campi, Hitler fece sterminare oltre sei milioni di ebrei. Ad Auschwitz morirono anche circa 150 mila polacchi e decine di migliaia di uomini e donne di altre nazionalità». Fu la prima volta che un Papa fornì cifre sul numero degli ebrei uccisi da Hitler. Un prima volta che ieri, in Vaticano, in molti hanno voluto ricordare pur senza parlare ufficialmente, chiedendosi anche per quale motivo Benedetto XVI dovrebbe oggi tornare su parole già dette.
La polemica di queste ore è comunque enorme. Le comunità ebraiche hanno auspicato una smentita papale intorno alle tesi negazioniste di Williamson (per tutti ha parlato il presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane, Renzo Gattegna). Ma, anche se non è del tutto da escludere che nei prossimi giorni il Papa in qualche discorso possa accennare alla cosa, per ora da oltre il Tevere più che smentite arrivano puntualizzazioni: non solo sulla condotta negazionista di Williamson, ma pure sulla strumentalizzazione mediatica di questa condotta.
La più autorevole è del cardinale Angelo Bagnasco, presidente della conferenza episcopale italiana. Bagnasco, aprendo il consiglio permanente della Cei, ha detto chiaro e tondo che le parole di Williamson sulla Shoah sono «infondate» e «immotivate». «Mentre esprimiamo il nostro apprezzamento per l’atto di misericordia del Santo Padre – ha detto il porporato -, manifestiamo il disappunto per le infondate e immotivate dichiarazioni di uno dei quattro vescovi interessati circa la Shoah; dichiarazioni peraltro rese alcuni mesi or sono e solo adesso riprese con intento strumentale; dichiarazioni già ripudiate dalla stessa Fraternità». Ma non è tutto qui: Bagnasco ha detto di considerare «ingiuste» le parole pronunciate dagli ebrei italiani verso il Papa.
Quindi l’<+corsivo>Osservatore Romano<+tondo>. Un editoriale in prima pagina ha voluto chiudere il caso. In particolare per il giornale vaticano le critiche del mondo ebraico al Papa hanno seguito «un copione sbagliato». Perché la scomunica è divenuta «un nuovo caso mediatico pieno di toni emotivi». È dunque «retorico» per l’<+corsivo>Osservatore<+tondo> «il ricorrente chiedersi di alcuni se il Papa sia davvero convinto del cammino ecumenico e del dialogo con gli ebrei».
Anche perché, «gli impegni strategici del suo pontificato sono sotto gli occhi di tutti e i singoli atti pastorali e di magistero procedono limpidamente nell’applicazione della strategia annunciata al momento della sua elezione».
Infine i vescovi tedeschi: questi hanno condannato ieri con forza le tesi negazioniste definendole «inaccettabili». «Williamson dovrà ritirare prima o poi le sue affermazioni», hanno detto i vescovi, poiché esse non appartengono all’insegnamento della Chiesa cattolica.

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Intervista a Vittorio Messori: «Agli ebrei dico: lasciateci lavorare»

Vittorio Messori, il Papa ha accettato la richiesta giunta da Econe di rimettere la scomunica nella quale erano incorsi nel 1988 i quattro vescovi lefebvriani. Ma il fatto che tra questi vescovi vi sia monsignor Richard Williamson, che recentemente ha mosso dichiarazioni revisioniste e negazioniste sull’Olocausto, ha scatenato feroci polemiche nel mondo ebraico e internazionale. L’ultima di ieri è del Rabbino David Rosen. Come commenta?
Mi appello ai princìpi del diritto internazionale secondo i quali ogni Stato è sovrano al suo interno. La revoca della scomunica è un fatto interno alla Chiesa sul quale non riesco a capire perché il mondo ebraico si senta in diritto di intervenire. Insomma, chiedo che ai cattolici venga lasciata la libertà di lavorare in pace portando avanti le proprie azioni. Non mi sembra che il Vaticano si sia mai sentito in dovere di intervenire sulla nomina di un Gran Rabbino o su altre questioni interne al mondo ebraico. Sarebbe corretto, dunque, che gli ebrei avessero il medesimo atteggiamento nei confronti dei cattolici.

Il decreto col quale viene rimessa la scomunica è un primo passo verso la piena comunione?
Non so se si arriverà mai alla piena comunione. Le difficoltà, a mio avviso, più che teologiche sono politiche.

Cioè?
I lefebvriani sono un fenomeno tutto francese. Dietro i lefebvriani c’è un intreccio di religione e politica che Ratzinger conosce bene ma che in Italia si fatica a comprendere appieno. Dietro c’è la rivoluzione francese, la nostalgia monarchica, il gallicanesimo e il giansenismo. C’è la legislazione religiosa di Pétain, punto di riferimento dei lefebvriani. Insomma, è un groviglio non affrontabile soltanto a livello teologico ma anche e soprattutto a livello di filosofia della storia. È una visione delle cose, quella lefebvriana, una Veltanschaung, che poco ha a che vedere con quella cattolica.

Eppure il Papa sembra vicino ai lefebvriani…
Il Papa adotta nei loro confronti una sorta di “ecumenismo paziente”. Benedetto XVI è buono e paziente. Conosce la storia dei lefebvriani e sa bene chi sono. Sa che, allo stesso modo della teologia della liberazione, anche la loro esperienza è necessaria alla Chiesa: le ali estreme servono alla Chiesa perché le permettono di rimanere nel centro, di continuare sulla strada dell’“et-et”. E anche i lefebvriani conoscono bene Ratzinger e infatti lo temono.

In che senso?
Voglio raccontarle un episodio degno di un romanzo di Dan Brown. Un giorno di qualche anno fa venni prelevato (ovviamente col mio consenso) dalla mia casa di Desenzano del Garda da una Mercedes nera con targa svizzera coi vetri oscurati. Mi portarono in uno chalet nascosto in un bosco nel cantone di Zug. Qui mi aspettava il superiore generale della Fraternità San Pio X, monsignor Bernard Fellay. Mi convocò perché voleva saperne di più di Ratzinger: chi fosse, cosa pensasse di loro etc. Insomma, Fellay temeva Ratzinger molto di più di quanto avrebbe potuto temere un cardinale o un Papa di posizioni teologiche diametralmente opposte alle sue: che so io, un Martini o un vescovo francese. Lo temeva perché sapeva che Ratzinger, proprio perché non apertamente nemico loro, conosceva a fondo la loro storia. E, quindi, conosceva bene che ciò che divideva i lefebvriani da Roma non era e non è innanzitutto la messa in latino o il decreto sulla libertà religiosa del Concilio Vaticano II, quanto l’intreccio religioso-politico tutto francese che sta dietro la stessa esperienza nata con Marcel Lefebvre.

Rispetto al Vaticano II, quali sono le differenze tra Benedetto XVI e i lefebvriani?
Nonostante le semplificazioni giornalisitiche, tutti sanno che Giovanni XXIII era un conservatore. Voleva un Concilio di pochi mesi nel quale si approvassero semplicemente i decreti preparati dal cardinale Ottaviani. E lo stesso Concilio si sarebbe dovuto concludere con la beatificazione di Pio XII. Ma fu proprio Ratzinger, quale consultore teologico del cardinale arcivescovo di Colonia Joseph Frings, a far sì che il Concilio andasse in altro modo. Ed è principalmente questa l’“onta” che i lefebvriani non hanno mai perdonato a Ratzinger. Questi era un conciliarista vero. Avverso all’ermeneutica dello Spirito del Concilio, ma aperto alle innovazioni portate dal Concilio stesso. E questa fedeltà al Vaticano II propria di Ratzinger è invisa ai lefebvriani.

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Ebrei e Concilio. Tensioni dopo il perdono papale

Come con gli ortodossi, anche coi lefebvriani la Chiesa cattolica fa in qualche modo pace, seppure la piena comunione sia ancora di là da venire. Ieri, infatti, la Santa Sede ha comunicato che, in data 21 gennaio (il Riformista ha anticipato la cosa tre giorni fa), Benedetto XVI (per certi versi come fece Paolo VI con gli ortodossi nel 1965) ha accettato, tramite un decreto firmato dalla congregazione dei vescovi sentito il parere del pontificio consiglio per i testi legislativi, la richiesta di revoca della scomunica avanzatagli lo scorso dicembre dai quattro vescovi lefebvriani che nel 1988, per il fatto di aver ricevuto l’ordinazione episcopale da Marcel Lefebvre senza mandato pontificio, si erano posti fuori dalla Chiesa. Il decreto non significa che tra le due parti vi sia piena riconciliazione, seppure un enorme passo in avanti è stato compiuto.
A poco sono servite le polemiche – dalle quali il Vaticano si è distanziato con forza – sollevatesi nelle scorse ore nel mondo ebraico intorno alle dichiarazioni di uno dei quattro vescovi lefebvriani, l’inglese Richard Williamson, che qualche settimana addietro aveva detto di non credere che sei milioni di ebrei fossero stati sterminati.
E, insieme, a poco sono servite le polemiche sviluppatesi all’interno del mondo cattolico. Qui c’è chi non ha gradito la scelta del Papa di concedere la revoca della scomunica in coincidenza del cinquantesimo anniversario di convocazione del Concilio Vaticano II. Lefebvre, infatti, si staccò dalla Chiesa cattolica anche a seguito di una certa ermeneutica del Concilio dissona, a suo dire, dal Concilio stesso. Ma proprio qui sta il punto: revocare la scomunica ai lefebvriani nei giorni in cui si celebra la convocazione del Concilio, non significa rinnegare il Concilio stesso, non significa voler riabilitare un “anti-conciliarista”, quanto ricordare come l’assise fu una tappa importante per la Chiesa a differenza, invece, di una sua scorretta esegesi sviluppatasi successivamente la quale, per la verità, è sempre stata rifiutata anche da Benedetto XVI.
La strada della piena comunione con Roma, comunque, è ancora lunga per i lefebvriani. La loro comunità, la Fraternità San Pio X (ben 450 sacerdoti e circa 40 seminaristi) dovrà peregrinare ancora a lungo. Aperture definitive e chiare su tutti i documenti del Concilio, infatti, dovranno arrivare da Econe prima che alla Fraternità venga assegnato, anche ai sensi del diritto canonico, un suo posto nella Chiesa cattolica (si parla di una sorta di prelatura stile Opus Dei). Ma, certo, già il fatto che fu lo stesso Lefebvre a porre la propria firma in calce a ogni documento del Concilio potrà aiutare anche i suoi fedelissimi a essere un po’ più coraggiosi in merito. Mentre, senz’altro, a poco potranno giovare le riserve in stile a quelle espresse ancora ieri dalla Fraternità sempre sul Vaticano II.
Benedetto XVI ha dimostrato di non temere la prevedibile reazione negativa dell’episcopato francese. Una parte dei vescovi di Francia, infatti, non solo ha apertamente osteggiato il motu proprio Summorum Pontificum col quale è stato liberalizzato il rito antico. Ma non ha mai nascosto di non vedere di buon occhio un’eventuale revoca della scomunica ai lefebvriani. E il motivo di questa doppia ostilità è semplice. La Chiesa francese la quale, più che in altre parti d’Europa, ha messo in campo un’esegesi di rottura del Vaticano II, vive una crisi profondissima. Secondo dati riservati in possesso del Vaticano e noti al Riformista, a novembre 2008 in tutta la Francia c’erano soltanto 741 seminaristi. Di questi, il 12 per cento proviene da comunità tradizionaliste (non lefebvriane ma semplicemente che seguono il rito antico). Ma non basta: volutamente non conteggiate nelle statistiche ufficiali, vi sono altri 205 seminaristi appartenenti anch’essi a comunità cosiddette tradizionaliste: 55 della Comunità San Martino, 60 della Fraternità San Pietro, 50 dell’Istituto Cristo Re, 20 dei canonici di Carcassonne, 20 del Buon Pastore in Chartres. Ai quali vanno aggiunti i 40 seminaristi lefebvriani. In tutto, dunque, 245 seminaristi: un numero considerevole rispetto ai 741 conteggiati ufficialmente.
Benedetto XVI non ha agito in modo sprovveduto. Prima di decidere di rispondere affermativamente ai lefebvriani, ha incontrato più volte i responsabili della pontificia commissione Ecclesia Dei incaricata dal 1988 di seguire i rapporti tra la Fraternità San Pio X e la Santa Sede. E nelle righe del decreto della congregazione dei vescovi si nota molta prudenza. Il decreto, infatti, rettifica una scomunica nella quale i lefebvriani vi erano incappati liberamente. Ma non dice nulla intorno alla futura collocazione della Fraternità nella Chiesa. Molto dipenderà dai lefebvriani. A loro toccherà scegliere se incamminarsi sulla strada della piena comunione con Roma, oppure su quella della definitiva rottura.

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Applaudo al Papa che toglie la scomunica ai quattro lefebvriani

La revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani (che ho anticipato due giorni fa sul Riformista) mi sembra una bella notizia.
Domani scriverò un ampio pezzo sul mio giornale con delle chicche relative alla situazione della Chiesa in Francia.
Intanto voglio dire questo: Ratzinger ha vissuto con dolore la scomunica comminata a Lefebvre nel 1988. E oggi il ritorno dei quattro vescovi, seppure non significhi ancora “piena comunione”, è un gesto importante. Sinceramente non vedo motivi concreti per i quali la Fraternità San Pio X non possa far parte a pieno titolo della Chiesa cattolica. E le polemiche relative a monsignor Williamson (è uno dei quattro vescovi lefebvriani) che ha dichiarato di non credere all’esistenza delle camere a gas naziste mi sembra c’entrino poco con la revoca della scomunica.


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Aborto-Usa: I vescovi spingono i fedeli contro il Congresso

Poi non dite che non ve l’avevo detto. Oggi ho scritto queto breve pezzo sul Riformista:

Le associazioni antiabortiste si sono scatenate e i vescovi americani si sono detti «molto preoccupati per il deciso sostegno di Barack Obama al diritto all’aborto». Ai microfoni della Radio Vaticana il vescovo di Orlando, Thomas Gerard Wenski, ha detto che «i vescovi sono impegnati a convincere la gente a contattare i rappresentanti in Congresso affinché si oppongano a qualsiasi iniziativa legislativa tesa ad ampliare il diritto all’aborto». È soltanto l’inizio di una battaglia inevitabile: quella tra la Chiesa cattolica e l’amministrazione Obama quanto alle politiche sulla vita.
Cosa è successo? Ieri Obama ha annunciato lo sblocco dei fondi federali ai gruppi internazionali che promuovono o effettuano l’aborto. I fondi vennero aboliti da Reagan nell’84 con la “Global Gag Rule”, poi ripristinati da Clinton nel ’91 e proibiti da Bush nel 2001. Clinton e Bush annunciarono la loro decisione il 22 gennaio, data dell’anniversario della sentenza della Corte suprema che legalizzò l’aborto. Obama ha atteso un giorno per non aggravare le polemiche.

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