Bioetica, i paletti vaticani: «L’embrione non è muffa»
dic 13, 2008 IL RIFORMISTA (OLD)
Monsignor Elio Sgreccia è raggiante quando, al termine della conferenza stampa di presentazione (ieri, nella sala stampa vaticana) dell’istruzione Dignitas personae uscita dai lavori congiunti dell’ex Sant’Uffizio e della pontificia accademia per la vita della quale egli è stato presidente fino a quando non gli è succeduto Rino Fisichella, conversa col Riformista: «Ci abbiamo messo parecchi anni – dice – per portare avanti un sogno di Giovanni Paolo II. Quello che l’istruzione Donum vitae del 1987 che offriva i criteri per il discernimento morale in merito agli interventi sull’embrione e alle varie forme di fecondazione artificiale, istruzione ribadita autorevolmente nell’enciclica Evangelium Vitae, venisse rivisitata alla luce degli enormi progressi delle scienze biomediche. Con la Dignitas personae questo sogno si è finalmente realizzato».
Sgreccia spiega che né Woityla un tempo, né Ratzinger oggi, siano mai stati spaventati dalle nuove possibilità che vengono dalle tecniche di fecondazione, riproduzione e clonazione. Semplicemente hanno voluto vederci chiaro per arrivare ad argomentare in merito secondo <+corsivo>ratio<+tondo>. Secondo ragione, dunque, perché l’etica, il comportamento umano, deve indirizzare l’uomo secondo ragione. E la ragione – spiega Sgreccia – dice che «l’embrione ha fin dall’inizio la dignità propria della persona. Non diciamo che è persona, ma che ne ha la dignità. Senza questo presupposto non è possibile una seria riflessione». Per Fisichella è qui che risiede la novità del documento: «L’embrione non è muffa – ha detto -. Ha dall’inizio una sua dignità».
La Dignitas personae è uscita dai lavori di scienziati, filosofi e teologi. È un documento di 37 pagine firmato dai responsabili della dottrina della fede (William Levada e Luis F. Ladaria) e, come ha detto ieri padre Federico Lombardi, «non è una raccolta di divieti». Conferma Sgreccia: «È una serie di affermazioni positive sulla dignità del matrimonio e dell’unione degli sposi nel dare origine alla vita, sui risultati positivi della scienza, sulla ricerca e l’uso terapeutico delle cellule staminali adulte».
Certo, le affermazioni positive presuppongo che dei “no” vengano detti. E questi ci sono, nella Dignitas personae, per chiarezza: è illecito il prelievo di cellule staminali embrionali, la crioconservazione degli embrioni, l’utilizzo della pillola del giorno dopo, della spirale e di tutti gli anticoncezionali considerati responsabili in varia misura di forme più o meno esplicite di aborto. Nessuna ammissione poi, per la clonazione umana e per quella a scopo terapeutico. E nemmeno per la diagnosi preimpianto.
Vengono viste positivamente, invece, le tecniche di procreazione assistita purché avvengano all’interno del matrimonio e «nel rispetto della dignità delle persone» (è il prelievo del seme ottenuto durante l’atto coniugale con un Semen Collection Device perforato per veicolarlo poi nelle vie genitali femminili): di qui, il rifiuto per la fecondazione artificiale omologa ed eterologa.
Non piacciono le tecniche di ingegneria genetica. Dice Sgreccia: «In nessun caso l’uomo deve sostituirsi al Creatore. È un’evidenza comprensibile da tutti. Lo dice la ragione. E lo dice ancora oggi nonostante, nell’era post moderna, in molti alla ragione preferiscano il libero arbitrio inteso come la libertà di poter fare e disfare ogni cosa a piacimento».
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Siri «contro i modernisti». Spuntano i nuovi inediti
dic 12, 2008 IL RIFORMISTA (OLD)
In anni difficilissimi per la Chiesa, quelli del post Concilio Vaticano II, anni in cui scuole teologiche e svariati pastori nel nome di un’inusitata apertura al mondo presero strade impervie ed errate, brillò la luce del cardinale arcivescovo di Genova, nonché presidente della conferenza episcopale italiana, Giuseppe Siri. Una stella oggi ancora attuale tanto che, proprio ieri, è avvenuta la presentazione romana di un libro che raccoglie alcuni scritti inediti del porporato. Una presentazione a cui ha voluto partecipare, assieme a parecchi monsignori di curia romana, la créme della segreteria di Stato vaticana, dal responsabile dei rapporti con gli Stati monsignor Dominique Mamberti in giù. Tutti riuniti nella chiesa di San Benedetto in Piscinula per parlare del volume “Omelie per l’anno liturgico” (Fede e Cultura). Testi inediti e attuali soprattutto oggi, laddove la Chiesa è ancora chiamata a lavorare su se stessa e, in particolare, su quella interpretazione dei lavori conciliari che tanto fa parlare di sé. Se il Concilio Vaticano II fu rottura col passato la direzione che la Chiesa è chiamata a prendere è una, se il Concilio fu rinnovamento nella continuità (è l’esegesi ratzingeriana) la direzione è, all’opposto, un’altra.
La scelta della chiesa di San Benedetto non è stata a caso. Qui San Benedetto da Norcia soggiornò prima di partire per Subiaco. Qui comprese il significato profondo della propria vocazione: stare con Dio per arrivare a tutti gli uomini. Stare, dunque, e non cercare affannosamente la misura del mondo per essere più vicini al mondo. A conti fatti, se San Benedetto fosse vissuto oggi, avrebbe interpretato il Vaticano II in sintonia con l’esegesi di Benedetto XVI.
Fu anche dal San Benedetto conosciuto meglio grazie all’amicizia col cardinale Ildefonso Shuster coltivata negli anni di preparazione al sacerdozio, che Siri imparò «l’essenzialità e il rigore» nel pronunciare le proprie omelie. Sono parole dette ieri da monsignor Massimo Camisasca, superiore generale della Fraternità San Carlo, il quale ha spiegato come Siri, imitando i benedettini, faceva soprattutto una cosa: cercava Dio. Non andava in cerca delle mode del momento, non cercava di accattivare i fedeli con aperture improbabili. Anzi, egli, da protagonista dei tumultuosi anni Settanta che per la Chiesa significarono il primo tempo del post Concilio, «avvertì la posta in gioco nella battaglia e non si risparmiò». Egli, lo si evince bene dai testi presentati nel volume, «affermò il primato della verità». Sapeva bene, infatti, che perché qualcosa cambi occorre che il centro stia fermo. Perché si possa andare verso la gente, verso il popolo occorre che il sacerdote e la Chiesa «abbiano un senso vivo, concreto, della propria dignità, che viene dai doni santi loro affidati».
Siri di fronte alle sfide di una società post-moderna relativista e nichilista parlava del pericolo per il cristianesimo di ridursi a una devozione senza ragioni e per la Chiesa di rischiare di non essere più credibile di fronte alle sfide di una società post-moderna relativista e nichilista. Un Siri, questo, ben sviscerato ieri anche dal maestro delle cerimonie papali, monsignor Guido Marini. Questi, genovese, fu discepolo spirituale di Siri: «Un grande uomo – ha detto – perché tale davanti a Dio e non davanti al mondo».
Siri nei conclavi a cui aveva partecipato rischiò di diventare Papa. Non è un mistero. C’è chi sostiene addirittura che venne eletto ma che poi, a motivo della protesta di diversi cardinali “riformatori”, rifiutò. Le pagine più dense di quegli anni le ha scritte senz’altro Benny Lai in più libri. Benny Lai ha mirabilmente spiegato chi fosse il cardinal Siri: un vescovo che ebbe, verso il Concilio Vaticano II, lo stesso atteggiamento del giovanissimo perito conciliare Joseph Ratzinger il quale, di fronte alle fughe in avanti di chi voleva sganciare completamente la Chiesa dalla tradizione, in un attimo da progressista divenne conservatore.
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Vaticano, il giallo di don Albert. Muore e nessuno se ne accorge
dic 10, 2008 IL RIFORMISTA (OLD)
È un giallo ancora non risolto in Vaticano la morte di don Albert (il nome è di fantasia, ndr). Era un giovane sacerdote di 30 anni, nativo dello Zimbabwe. Ed è stato trovato morto settimana scorsa nella stanza del collegio vaticano (a Roma, in via Torre Rossa 40) nel quale risiedeva. È stato trovato disteso sul proprio letto, al suo fianco per terra una bottiglia di vino vuota. Ma la notizia è soprattutto un’altra. Padre Albert era deceduto da almeno tre giorni, eppure nessuno dei suoi circa cento confratelli del collegio coi quali faceva vita in comune (preghiera, studio, pranzi e cene) se ne era accorto. Quando nel collegio si sono resi conto della sua prolungata assenza era oramai troppo tardi. L’hanno cercato senza esito finché non si sono avvicinati alla sua stanza. Da qui, nonostante la porta chiusa, pare uscisse una forte aria maleodorante, cosa che potrebbe far supporre che l’uomo sia morto più di tre giorni prima. I responsabili del collegio hanno fatto aprire la porta e ai presenti è apparso il corpo senza vita di padre Albert, disteso sul letto. Il collegio missionario internazionale San Paolo Apostolo è uno dei più prestigiosi d’oltre il Tevere. È un collegio dove la congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli dal 1977 accoglie i sacerdoti provenienti dalle diocesi sotto la sua giurisdizione che debbono specializzarsi nelle varie università ecclesiastiche romane in diverse facoltà di studio. Passano qualche anno al San Paolo e poi rientrano nei rispettivi paesi d’origine dove divengono formatori nei seminari locali o dove esercitano incarichi di lavoro pastorale. Il collegio è affidato a un rettore, oggi il polacco padre Jozef Kuc, a due vice rettori, a un padre spirituale e a un economo. Dal 1977 il collegio ha ospitato circa 2 mila sacerdoti provenienti dal mondo intero (principalmente dall’Africa, ma anche dagli altri continenti). Di questi, qualcuno è diventato cardinale mentre almeno un centinaio sono oggi vescovi di varie diocesi del mondo. Insomma, si tratta di un collegio importante e il cui funzionamento è garantito oggi anche dal prezioso lavoro di alcune suore provenienti dalla Congregation of the Carmelite Religious of Trivandum. Sono all’ordine del giorno le notizie che parlano di persone trovate morte dopo giorni, a volte dopo settimane, nel proprio appartamento e delle quali tutti si erano dimenticati. Ma mai prima d’ora una cosa simile era accaduta in Vaticano, per di più in un collegio nel quale si fa vita in comune. In un certo senso si tratta anche qui di una tragedia della solitudine, la solitudine di un giovane prete. E, in effetti, seppure se ne parli pochissimo, sono anche i preti, insieme agli anziani e agli emarginati, a portare avanti molto spesso una vita di solitudine. Padre Albert non ne è che un esempio clamoroso (era solo, in un collegio vaticano, dove si dovrebbe vivere tutti assieme) ma sono tanti quei sacerdoti che, una volta incardinati nelle rispettive diocesi, vengono spediti in parrocchie dove conducono una vita solitaria e con pochi contatti con la curia centrale. Tra l’altro, non è un mistero che la maggior parte delle cause di abbandono del sacerdozio risieda proprio nella solitudine nella quale i preti sono costretti a portare avanti i rispettivi ministeri. Servirebbe un’importante riflessione in merito da parte della Santa Sede. Anche se, prima, ci sarebbe da risolvere il giallo di padre Albert. Morto in un collegio di preti con una bottiglia di vino vuota al suo fianco.
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Ecco il «piccolo Ratzinger». Cambio del Papa alla liturgia
dic 9, 2008 IL RIFORMISTA (OLD)
Il «piccolo Ratzinger» ha già fatto le valigie. Arriverà a Roma dalla sua arcidiocesi di Toledo giovedì, il giorno in cui – si dice – dovrebbe essere dato l’annuncio della sua nomina a prefetto della congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti al posto del cardinale Francis Arinze.
Nato a Utiel, nell’arcidiocesi di Valencia, 63 anni fa, Antonio Canizares Llovera è consapevole delle voci d’oltre Tevere che leggono nel suo arrivo a Roma la volontà del cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone di mettere in pratica una sorta di Ostpolitik nei confronti del premier spagnolo José Luis Zapatero: togliendo Canizares dalla Spagna, dicono alcuni, il Papa, su suggerimento di Bertone, farebbe involontariamente un favore a Zapatero la cui politica laicista ha avuto nel porporato spagnolo uno dei più acerrimi nemici. In realtà pare che Zapatero non possa cantare vittoria: Canizares, infatti, metterà senz’altro lo zampino sul nome del suo successore nella prestigiosa sede. E il nome non sarà di secondo piano.
Il soprannome «piccolo Ratzinger» è nato in curia romana. Dal 1985 al 1992 Canizares svolgeva per la conferenza episcopale spagnola lo stesso ruolo che Ratzinger svolgeva in Vaticano: si occupava del settore “dottrina della fede” della conferenza episcopale. Fu questo incarico, assieme alla particolare amicizia che aveva con Ratzinger, a far sì che gli uomini dell’ex Sant’Uffizio cominciassero bonariamente a soprannominarlo così.
L’amicizia con l’attuale Pontefice ha avuto un ruolo non secondario nel suo arrivo a Roma. Benedetto XVI si fida di lui. Sa che la liturgia è un settore determinante all’interno del suo pontificato e vuole essere certo che, a fronte del futuro addio di Malcolm Ranjith, attuale segretario della stessa congregazione (diverrà arcivescovo di Colombo e, successivamente, cardinale), ci sia nel dicastero un uomo che garantisca il proseguimento di una linea liturgica ben precisa: la liturgia è l’apice della vita di fede e, insieme, vive di continuità. E quindi: la Chiesa, nel nome di un progresso illuminato, procede e si rinnova senza perdere di vista le proprie radici e la propria viva tradizione.
Che alla liturgia arrivi un uomo che in passato ha masticato teologia non è cosa irrilevante. Servono le conoscenze teologiche e il «piccolo Ratzinger» ne ha. Grande studioso di Teresa d’Avila, vescovo di Avila dal 1992 al 1996 (fu la sua prima, e per lui indimenticata, sede vescovile), ha dimostrato l’amore per lo studio della teologia fondando, proprio ad Avila, l’Università Cattolica «Santa Teresa de Jesús». A conti fatti, sul suo curriculum, un’unica “pecca”: parla solo spagnolo.
Sarà subito dopo l’arrivo di Canizares che Benedetto XVI andrà a toccare altri settori cruciali della curia romana: il cardinale Walter Kasper dopo i funerali di Alessio II (oggi) e l’ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani (a inizio 2009) lascerà il dicastero che si occupa di ecumenismo. Più avanti lasceranno anche i prefetti di altri dicasteri, tutti prossimi ai 75 anni di età: Claudio Hummes, Giovanni Battista Re, Ivan Dias, Dario Castrillon Hoyos, Javier Lozano Barragan e Franc Rodé. L’esempio dovrebbe darlo Re: il prossimo 30 gennaio compirà 75 anni e potrebbe fare ciò che fece in passato il suo predecessore Lucas Neves Moreira. Si dimise proprio il giorno del compimento del suo settantacinquesimo compleanno: era il 16 settembre del 2000.
Fuori l’Italia fa molto parlare di sé il prossimo addio del già settantaseienne arcivescovo di Westminster, nonché presidente della conferenza episcopale d’Inghilterra e Galles, il cardinale Cormac Murphy-O’Connor. L’annuncio pare possa essere dato dal Pontefice il prossimo 2 gennaio. Considerato dai più un presule di posizioni liberal, sul nome del suo successore è bagarre aperta. C’è chi parla dell’arrivo (alquanto improbabile) del vescovo di Nottingham Malcom McMahon: questi poco tempo fa dichiarò al giornale britannico Sunday Telegraph che «non c’è alcuna ragione perché ai preti sia impedito di sposarsi». Altri pretendenti sono l’arcivescovo di Birmingham, Vincent Gerard Nichols, e l’arcivescovo di Cardiff, Peter Smith.
Lavorare nel mondo anglosassone non è facile. Le influenze del protestantesimo sul cattolicesimo sono pesanti. E guidare la Chiesa d’Inghilterra significa farne quotidianamente i conti. Insieme, significa confrontarsi con le crisi e le problematiche che attraversano oggi quel tipo di protestantesimo predominante in Gran Bretagna: l’anglicanesimo. Oggi diviso tra la parte conservatrice e quella più liberal, l’anglicanesimo vive una drammatica frattura al proprio interno. Gli anglicani conservatori degli Stati Uniti hanno annunciato la nascita della Common Cause Partnership, cioè una nuova ala della chiesa anglicana in America che, nelle intenzioni dei fondatori, andrà a sostituire la Chiesa episcopaliana. Un vero e proprio scisma, dunque, voluto per protesta contro l’ordinazione del vescovo gay Gene Robinson. Uno scisma che la Chiesa cattolica deve saper interpretare anche alla luce dei diversi vescovi e fedeli anglicani che, al posto di fondare un’altra Chiesa, preferiscono chiedere a Roma di essere ammessi nella Chiesa cattolica.
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Alessio II se ne va alla vigilia del disgelo
dic 6, 2008 IL RIFORMISTA (OLD)
Chi lo conosceva bene dice che non era del tutto vero quanto, soprattutto con l’avanzare dell’età e della malattia che lo teneva sospeso tra la vita e la morte, si ripeteva di lui: Alessio II, si diceva, al secolo Aleksej Mikhajlovic Ridiger, primo vescovo (ovvero patriarca) della Chiesa ortodossa, quando parlava lo faceva per conto d’altri. Nella fattispecie, oggi per conto della Federazione Russa di Dmitrij Anatolevic Medvedev, prima per quella di Vladimir Vladimirovic Putin.
Le cose non stavano proprio così, dicevano alcuni: Alessio aveva una sua indipendenza. Ma, in realtà, nonostante lo stesso patriarca ci tenesse a mostrare un’autonomia dallo Stato, il legame con il governo della madre patria non è mai venuto meno. Lo dimostra quanto avvenne nel 1993: nel pieno della crisi che opponeva il soviet al primo presidente della Russia post-sovietica Boris Yeltsin, Alessio si schierò col Cremlino. E lo dimostra il fatto che oggi, poche ore dopo la sua dipartita avvenuta ieri mattina all’età di 79 anni, a riunirsi per decidere il nome di colui che guiderà la Chiesa durante la sede vacante, sarà il Santo Sinodo: un’istituzione voluta nel 1721 dallo Zar Pietro I. Il legame Santo Sinodo-Zar non è mai venuto meno. Fino a oggi, nonstante al posto dello Zar vi sia un presidente e nonostante il patriarca di Mosca abbia cercato di offrire un’immagine di sé autonoma e indipendente.
Alessio era un uomo fiero. Estone, era arrivato a guidare la Chiesa di Russia (fu il quindicesimo patriarca) in contemporanea con il crollo dell’Urss, nel 1990. Ha traghettato la sua Chiesa fuori dall’ideologia comunista mantenendola unita, lontana dai pericoli di scisma, e ben strutturata. In proposito, c’è chi ricorda con ammirazione una delle sue azioni più significative: riuscì a riunificare la Chiesa russa alla Chiesa ortodossa fuori dalla Russia, in sostanza una falange formatasi in risposta alla politica repressiva sovietica nei confronti della religione dopo la presa del potere a seguito della Rivoluzione del 1917.
Tra le due fazioni interne alla Chiesa, quella favorevole a un ecumenismo mondiale che nel tempo avrebbe portato a un’apertura significativa nei confronti di Roma e quella più arroccata su se stessa nel nome del ritorno ai tempi che furono, a uno slavismo volto a riconquistare i territori perduti (dall’Ucraina in su), Alessio probabilmente si sarebbe dichiarato più vicino a quest’ultima. La forza della Chiesa russa, per lui, stava nella tradizione fatta anche di un territorio da difendere contro i nemici interni (secolarismo e ateismo) e quelli esterni (infedeli di altre religioni e missionari di altre chiese cristiane).
Con Wojtyla i rapporti non potevano che essere complicati e diffidenti. E non soltanto per le diatribe che distanziano da tempo russi e polacchi. Ma anche per il fatto che la Chiesa di Giovanni Paolo II era troppo missionaria, gagliarda, attiva sulle questioni sociali e, almeno in apparenza, poco aperta al cielo, al trascendente. E, dunque, in grado di fare presa sulle masse le quali, spesso, sono più preoccupate del pane che di Dio. Insomma, Wojtyla era un pericolo per un patriarca che voleva a tutti i costi difendere il proprio territorio dal rischio del proselitismo. Memorabile, in questo senso, la diffidenza con la quale Alessio nel 2002 apprese la decisione di Wojtyla di creare quattro diocesi cattoliche sul suolo russo. Come memorabile fu la risposta vaticana: per ovviare al risentimento ortodosso, alla diocesi di Mosca venne dato un nome slegato da ogni riferimento al territorio. La si chiamò, semplicemente, diocesi della Madre di Dio.
Con Ratzinger i rapporti si erano ribaltati. Tanto che si dice che se Alessio fosse vissuto ancora qualche mese, si sarebbe assistito allo storico incontro tra i due. Di Benedetto XVI, Alessio non ammirava soltanto l’intelligenza politica: grazie all’arguzia del nunzio apostolico Antonio Mennini, Ratzinger ha portato a Mosca un vescovo italiano, Paolo Pezzi, spostando altrove il polacco Tadeusz Kondrusiewicz. Ma ne ammirava anche l’attaccamento alla tradizione, alla liturgia, al sacro: Alessio era uno dei pochi pastori russi che poteva sostenere l’intera liturgia solenne senza aver bisogno di leggere i testi da recitare e da cantare.
Il Santo Sinodo si riunisce quest’oggi a Mosca per decidere chi svolgerà nei prossimi sei mesi (fino all’elezione del successore di Alessio) il ruolo di locum tenens. La nomina del reggente offrirà un’indicazione su quale sarà l’indirizzo predominante all’interno del patriarcato. Se prevarrà, insomma, l’ala più tradizionalista oppure se quella più aperta all’ecumenismo mondiale. I successori “papabili” sono parecchi. Tra questi: il metropolita Kirill di Smolensk, capo del dipartimento per le relazioni esterne del patriarcato, il vescovo Kliment, metropolita di Kaluga e Borovsk e cancelliere del Patriarcato. Ma anche un outsider: il metropolita di Minsk e Sluck, Filaret.
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Joseph, Marcello e Camillo rileggono Pera
dic 5, 2008 IL RIFORMISTA (OLD)
Non c’erano né Benedetto XVI né Giorgio Napolitano. Ma c’erano i due uomini a loro più vicini, don Georg Gaenswein e Gaetano Gifuni. Quindi, il mondo “teo-con” che conta: hanno accompagnato l’ambasciatrice Usa in Vaticano Mary Ann Glendon, Michael Novak e Michael Ledeen (quello della Bibbia teo-con “Machiavelli on Modern Leadership”). E, ancora, una platea di politici e uomini di Chiesa importante: Gianni Letta, Renato Schifani, Rosi Mauro, Eugenia Roccella, Paola Binetti, Livia Turco, Pier Ferdinando Casini, i cardinali Giovanni Battista Re, Stanislaw Rylko e Bernard Francis Law, monsignor Rino Fisichella, Giulio Andreotti e il prefetto Gianni De Gennaro. A testimonianza di come la presentazione romana avvenuta ieri dell’ultimo lavoro di Marcello Pera “Perchè dobbiamo dirci cristiani”, interessi da vicino soprattutto le due istituzioni, Chiesa e Stato.
Perché la questione è molto semplice e l’ha spiegata il cardinale Camillo Ruini presentando il libro assieme a Massimo D’Alema e all’autore: il dibattito tra Stato e Chiesa si muove tra due poli, «quello di coloro che vorrebbero espungere il cristianesimo dalla nostra cultura pubblica, o almeno ridimensionare la sua presenza, e quello di coloro che cercano invece di mantenere e rimotivare questa presenza, ritenendola oggi particolarmente necessaria e benefica».
La tesi di Pera (che ieri si è detto contento di avere guadagnato almeno tre lettori: oltre al Papa, D’Alema e Ruini) è lineare: al di fuori del cristianesimo il liberalismo nega se stesso. Al di fuori del cristianesimo non c’è l’Europa, l’Occidente manca della propria identità. E, dunque, un dialogo col mondo laico, come pure col mondo delle alte culture e fedi, non può dimenticare questa premessa: non possiamo non dirci cristiani.
Una tesi approvata appieno da Benedetto XVI che al libro ha scritto una prefazione sotto forma di lettera. Una «lettera inconsueta», ha detto ieri Ruini. Perché il Papa offre in quattro delle cinque prese di posizione sull’argomento delle prospettive in qualche modo nuove. Così, se la posizione riguardante il rapporto Europa/cristianesimo è in linea con quanto la Chiesa ha più volte sostenuto (il fondamento dell’Europa è cristiano), echi di novità si riscontrano laddove il Pontefice spiega il liberalismo che si radica nell’immagine cristiana di Dio, la multiculturalità come concetto contraddittorio, la necessità che al dialogo interreligioso ne subentri uno interculturale e, infine, il nesso che lega liberalismo e la dottrina cristiana del bene. Posizioni, a conti fatti, più da cardinale Ratzinger che da Benedetto XVI (ma questo è un altro discorso).
Ruini ha confermato in tutto la posizione del Papa secondo il quale un dialogo interreligioso oggi è impossibile: occorre dialogare non sul nucleo dogmatico ma sulle conseguenze culturali delle religioni, «ossia dei diritti attribuiti o negati all’uomo, i costumi sociali consentiti o proibiti, le forme di relazioni interpersonali ammesse o censurate, gli istituti politici raccomandati o vietati». Insomma, sì a un dialogo sulle conseguenze del proprio credere. No a un dialogo sulle diverse teologie. Un dialogo che il Papa ha voluto la Chiesa mettesse in campo fin dal giorni in cui ha chiamato al dicastero vaticano che si occupa del dialogo con le altre fedi il cardinale Jean-Louis Tauran al posto di monsignor Michael Fitzgerald.
D’Alema ha svolto un suo canto, incentrato attorno a un termine oggi forse troppo abusato: laicità. Che significa sì riconoscere che l’«impronta cristiana è forte» ma anche che «non è esclusiva nel patrimonio culturale europeo». Insomma, per dialogare occorre distinguere fede e cultura e garantire «la laicità dello Stato e della politica».
Per Ruini le cose stanno diversamente: «I cristiani debbono reagire all’emarginazione in atto dalla cultura pubblica europea» anche perché «tuttora il cristianesimo è la sorgente a cui si alimenta l’autocomprensione normativa della modernità». E «non riconoscere questo dato decisivo, e voler fondare invece l’unità europea soltanto su di un astratto “patriottismo costituzionale”, lascia l’Europa senza una precisa identità e senza un principio realmente unificante, oltre a dividere l’Occidente allontanando l’Europa dall’America». Parole confermate da Pera: «Il cristianesimo – ha detto – è stato l’atto battesimale dell’Europa» perché «siamo figli della cultura e della tradizione cristiana».
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Intervista ad Arthur Brooks, presidente del feudo dei neoconservatori americani: «La destra risorgerà proprio grazie a Obama»
dic 3, 2008 IL RIFORMISTA (OLD)
«Ronald Reagan? Of course. Se dovessi dire a quale presidente degli Stati Uniti vorrei si rifacesse il leader della destra americana del futuro, colui cioè che sarà chiamato tra qualche anno a competere con Barack Obama per il posto alla Casa Bianca, indicherei senz’altro lui. Ma non lo farei per dire che serve Reagan. Quanto per ricordare che oggi serve un leader che sappia rispondere alle sfide che l’America sente come impellenti nello stesso modo con il quale lui sapeva rispondere alle sfide del suo tempo. Serve un eroe, insomma, come era Reagan. Oggi, però, capace di comprendere le due sfide del nostro tempo: la povertà e il materialismo. Dovrà saper trascendere la logica del mero perseguimento della crescita economica attraverso l’uso del potere militare. E usare di entrambi – crescita economica e potere militare – per il loro fine ultimo che si può riassumere in due parole: felicità e libertà. Dovrà credere in questi due diritti affinché gli Stati Uniti tornino a essere una benedizione per il mondo intero. Gli Usa non sono un paese perfetto ma, pur con tutte le sue imperfezioni, può tornare a lavorare per il bene del mondo intero».
Arthur Brooks è in Italia per incontrare i suoi amici del centro studi Tocqueville-Acton di cui è membro del comitato scientifico. Docente di economia alla Syracuse University, cattolico, è succeduto da qualche mese a Christopher DeMuth alla presidenza dell’American Enterprise Institute, ovvero il centro studi celebre per essere il feudo dei neoconservatori americani. Col Riformista parla della sua idea di destra americana, di quel che resta di essa dopo Obama e di quel che ne sarà di qui a domani. Ne parla ricordando che il futuro della destra dipende da quanto sarà in grado di perseguire quei diritti fondamentali della Dichiarazione americana d’Indipendenza dei quali, negli ultimi anni, pare essersi persa la memoria: felicità e libertà, appunto».
La vittoria di Obama, per Brooks, è salutare. «La destra con George W. Bush – spiega – ha semplicemente cercato di aumentare il proprio consenso elettorale mettendo in campo una politica economica di sinistra e demagogica. E l’intellighentia conservatrice era ben consapevole di questo errore. Sapeva che proprio a motivo di questo errore era arrivato il momento di un cambiamento che le permettesse di andare all’opposizione e, da qui, recuperare se stessa tornando a svolgere una critica verso chi ha il potere che rimettesse al centro i princìpi. In questo senso la vittoria di Obama può fare bene. Farà tornare la destra americana ai princìpi: il liberalismo classico, la libera impresa, il capitalismo democratico, etc».
Parli dei conservatori americani e, da quanto dice Brooks, capisci che adesso per loro è il tempo della ricostruzione: «I princìpi dei conservatori – dice – sono quelli a cui si rifà l’America intera. E ora che Obama ha il potere serve semplicemente lo mantenga il più a lungo possibile in modo che noi conservatori abbiamo il tempo di riorganizzarci, di riscoprire le nostre radici e comunicare poi ciò che siamo a tutta la nazione. Grazie al successo di Obama la destra può riscoprire se stessa».
Si è parlato molto del voto cattolico. Più del 50 per cento di questo elettorato pare abbia scelto Obama: «È vero – dice Brooks -, ma occorre ricordare che negli Usa in molti si definiscono cattolici senza esserlo. I cattolici veri, ovvero i praticanti e i credenti, sono pochissimi. Questi cattolici hanno votato McCain, seppure non vi si riconoscessero totalmente».
Alcuni cardinali si sono espressi criticamente su Obama: «L’hanno fatto per la questione dell’aborto – conclude Brooks -. Ma gli Usa non se ne sono accorti. Le stilettate che, a elezioni concluse, il cardinale James Francis Stafford ha riservato a Obama, non sono arrivate da noi. Queste cose negli Usa non arrivano. La gente sa bene chi è Obama. Sa che il clero degli Usa è liberal e sta con lui. Sa che molti laici cattolici stavano con McCain. Sa anche che i giovani preti, a differenza della maggioranza del clero, sono figli del pontificato wojtyliano e, dunque, non sono inquinati dall’ideologia del ’68: il futuro del cattolicesimo americano è nelle mani di questi ultimi».
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Il Vaticano non vuole la depenalizzazione dell’aborto. E prepara un documento
dic 2, 2008 IL RIFORMISTA (OLD)
In vista del prossimo 10 dicembre, sessantesimo anniversario della dichiarazione dei diritti umani, le differenti posizioni sono ormai uscite allo scoperto. Da una parte c’è la Francia che, come hanno detto recentemente il ministro degli esteri Bernard Kouchner e il segretario di Stato per i diritti umani Rama Yade, intende chiedere all’Onu (tramite una dichiarazione avanzata a nome di tutti paesi dell’Unione europea) di depenalizzare universalmente l’omosessualità. E, sempre dalla stessa parte, ci sono alcune organizzazioni pro-abortiste le quali, in occasione della storica data, intendono invece chiedere che l’aborto diventi un diritto universale. Si tratta di due richieste differenti accomunate però dal medesimo leit-motiv: i diritti umani vanno rivisti nel nome di nuove categorie fino a oggi non contemplate.
Dall’altra parte della barricata ci sono tanti paesi del mondo – e tra questi la Santa Sede – che, come ha spiegato ieri all’agenzia francofona I.Media monsignor Celestino Migliore, non ritengono le due richieste legittime. Per l’osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite che ieri ha espresso il punto di vista vaticano, è «barbarie» proporre che l’aborto diventi un diritto universale dell’Onu – «rappresenta l’introduzione del principio homo homini lupus, l’uomo diventa un lupo per i suoi simili», ha detto – e, insieme, seppure per la Chiesa gli omosessuali non debbano assolutamente essere discriminati, la richiesta della depenalizzazione dell’omosessualità avrebbe in sostanza scopi diversi da quelli dichiarati: con la scusa di aggiungere nuove categorie protette dalla discriminazione, si creerebbero semplicemente – sono parole di Migliore – «nuove e implacabili discriminazioni»: per esempio, «gli Stati che non riconoscono l’unione tra persone dello stesso sesso come matrimonio verranno messi alla gogna e fatti oggetto di pressioni».
Le parole di Migliore di ieri non fanno altro che riflettere il pensiero che il Vaticano ha fatto proprio da tempo sulle due proposte. Le quali, per la Santa Sede, mostrano la volontà portata avanti da parte da alcuni paesi e da certe lobby di riscrivere l’elenco dei diritti umani, di riformularli andando oltre la stessa dichiarazione universale. E la cosa non va bene perché rifletterebbe semplicemente le istanze di una cultura laicista e di parte.
Cosa succederà in sede Onu dopo il 10 dicembre non è dato saperlo. Nell’attesa però, c’è da registrare una risposta a freddo, ovvero tramite carta stampata, che il Vaticano si appresta a dare indirettamente a entrambe le proposte. Grazie, infatti, ai lavori della Commissione teologica internazionale riunita proprio in questi giorni in Vaticano nella Domus Sanctae Marthae (da ieri fino a venerdì prossimo), uscirà a breve un documento intitolato “Alla ricerca di un’etica universale”. Qui si combatterà quel relativismo etico secondo il quale tutto vale e tutto è lecito. Qui si daranno le categorie con le quali valutare quali siano e quali non siano quei diritti dell’uomo inalienabili e, dunque, da difendere contro tutto e tutti.
Si tratta di un documento voluto fortemente da Benedetto XVI il quale, ricevendo l’anno scorso proprio i membri della commissione, li aveva fortemente esortati a lavorare sul tema della legge naturale. Il Papa aveva stigmatizzato quel «relativismo etico» in cui «alcuni vedono addirittura una delle condizioni principali della democrazia, perché il relativismo garantirebbe la tolleranza e il rispetto reciproco delle persone». E «quando sono in gioco i diritti fondamentali dell’uomo, nessuna legge fatta dagli uomini può sovvertire la norma scritta dal Creatore nel cuore dell’uomo, senza che la società stessa venga drammaticamente colpita in ciò che costituisce la sua base irrinunciabile». La «legge naturale» insomma è, per il Papa, «la vera garanzia offerta ad ognuno per vivere libero e rispettato nella sua dignità, e difeso da ogni manipolazione ideologica e da ogni arbitrio e sopruso del più forte».
| Tratto da: |
Anche il Vaticano si accorge di maranatha.it
dic 1, 2008 PALAZZOAPOSTOLICO.IT
Ve l’avevo detto – in recenti post – che marantaha.it è il miglior sito cattolico on-line.
Ora, se ne è accorto pure il Vaticano: leggi qui.
E io sono contentissimo per Paolo e Giovanni, che di marantha.it sono ideatori e fondatori.



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