Ratzinger vuole più gregoriano e pensa a un nuovo maestro alla Sistina
31 dicembre 2008 -
Fu all’incirca un anno dopo l’elezione al soglio di Pietro che Joseph Ratzinger diede un segnale importante ai palati più fine d’oltre Tevere quanto a musica liturgica. A sorpresa – era il 24 giugno 2006 – Benedetto XVI chiamò a dirigere un concerto nella Cappella Sistina monsignor Domenico Bartolucci, ovvero colui che, fino al “golpe” del ’97, era direttore “perpetuo” (e cioè a vita) dell’omonimo coro polifonico incaricato di accompagnare musicalmente le liturgie papali.
Nel 1997, l’allora maestro delle cerimonie papali, monsignor Piero Marini, riuscì a inserire al posto di Bartolucci il più giovane Giuseppe Liberto. L’avvicendamento fece epoca: la polifonia e il canto gregoriano scomparsero dalle cerimonie papali, in onore della messa in pratica di quella riforma del post Concilio Vaticano II che, quanto a liturgia, si è spesso caratterizzata come intra-mondana.
Nel concerto del 2006 c’è chi vi lesse l’intenzione del Pontefice non tanto di ridare a Bartolucci ciò che gli era stato tolto, quanto, in scia a quella “riforma nella riforma” tante volte auspicata da Ratzinger, di restituire alla Sistina il prestigio di secoli di musica liturgica che niente hanno mai avuto a che vedere con quella più “popolare” proposta da Liberto. E, insieme, il segnale che presto Liberto sarebbe stato promosso vescovo e, dunque, dirottato su altri lidi.
E, invece, niente. Almeno fino a oggi. Anche se, con le celebrazioni natalizie di quest’anno, un altro segnale è stato dato, tanto che non è escluso che, con la prossima quaresima, Liberto divenga vescovo in una qualche diocesi italiana e al suo posto arrivi un maestro più affine alla sensibilità musicale del Pontefice.
Il segnale è arrivato nelle celebrazioni natalizie di quest’anno. Per la prima volta, su indicazione dell’ufficio delle cerimonie liturgiche diretto dal successore di Piero Marini, ovvero Guido Marini, ogni celebrazione è stata preceduta da qualche minuto di ascolto di musica e letture, sì da «disporre l’animo dei fedeli al clima di preghiera e di raccoglimento». Un segnale importante che potrebbe comportare anche il ritorno dell’uso dell’organo prima e durante le cerimonie papali.
Al posto di Liberto si dice arrivi colui che viene visto come l’unico possibile erede: il catalano monsignor Valentìn Miserachs Grau, presidente del Pontificio istituto di musica sacra. A suo favore parla il fatto di avere la medesima sensibilità musicale di Ratzinger. A suo sfavore l’essersi troppo contrapposto a Liberto in questi anni. Spesso Benedetto XVI, tra due contendenti, ne sceglie un terzo, che sia possibilmente lontano dalle beghe di palazzo.
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Caro dott. Paolo
che il tutto avvenga quanto prima, già troppo hanno dovuto sopportare gli orecchi dei fedeli… per non parlare di quelli dei musicisti!
Un saluto cordialissimo e auguri di buon anno!
Caro Rodari,
auguri!
Se ne parla da un po’, di questo avvicendamento, ma che una Diocesi italiana meriti Liberto vescovo mi dispiacerebbe molto…
Non si riuscirà ad uscire dalla logica “promoveatur ut amoveatur?”.
A presto!
Grazie, auguri anche a voi. Per Milo: anche a me non piace la logica promoveatur ut… ma a volte è necessaria
ma son davvero cose così importanti? mah… dott. Rodari si dice: scomparirono o al massimo scomparvero, non scomparsero…
saludus
Caro don Marco, sarai un bravo correttore di bozze, ma da quanto scrivi si evidenzia senza alcun dubbio che in seminario non vi hanno insegnato granchè. E non solo il gregoriano….
Per don Marco: sì, sono davvero così importanti.
Caro don Marco,
che musica viene eseguita nella sua parrocchia ai suoi fedeli?
Cerchiamo di passare dalla “nobile semplicità” cui rinetrano batterie, chitarre elettriche, pianole, bassi , tam-tam ( mi scusi questa è la nobile semplicità) al concetto di
“nobile bellezza” che viene data da tutto quanto può dar decoro alla divina liturgia e di conseguenza la musica sacra che dovrebbe avere nelle Celebrazioni Eucaristiche un momento di “forte catechesi”. dopotutto Agostino. ” chi canta prega due volte” naturalmente per canto ci si riferisce a canti esclusivamente liturgici e ben eseguiti non a strampalta musichette sanremesi , cantate sempre più con poca disinvoltura nelle messe e dove i parroci sono i primi attori e presentatori.
Buon Anno don Marco
carissimi…
nella mia parrocchia c’è un armonium, un organo del ’700 e una tastiera elettronica, in più una chitarra e un basso.
Due cori diversi animano le liturgie (bambini e giovani-adulti) con un repertorio vasto che va dalla musica sacra contemporanea ai canti tradizionali.
Non conoscono quasi nulla di gregoriano, eppure sono dignitosissimi.
Io mi chiedevo semplicemente se Liberto (che non conosco, ma se non è un buon direttore di cappella, non sarà neppure un buon vescovo, immagino…) è in questo momento il nodo strategico della nomenklatura vaticana…
Io sono fautore di una liturgia sobria e solenne, anche quella feriale, ma sono anche convinto che la gente fa difficoltà a pregare perchè vive una fede individualista. La bocca parla dalla pienezza del cuore… Se il cuore non è pieno, nessuno canta… Né gregoriano, né canzonette! e infatti…
Auguri a tutti.
PS: fare il correttore di bozze è deformazione professionale, non me ne voglia Paolo Rodari
Scusate il semi off-topic:
[sono in (breve) vacanza a Londra, e non essendomi portato il portatile vi scrivo da un umilissimo internet point, fra umani d'ogni nazione, condizione e provenienza. (Dovevo accedere alla rete prima di tornarmene in albergo: ieri l'ultimo post di Damian Thompson mi aveva troppo incuriosito, poiche' parlava della possibile nomina del successore di Murphy O'Connor, per oggi..) ]
Bene: oggi ho assistito al Brompton Oratory a qualcosa cui non avevo mai assistito: Messe celebrate in contemporanea a diversi altari, Messe vetus ordo ‘private’ anche in assoluto silenzio, celebrate da giovani e meno giovani sacerdoti “senza doversene vergognare” (grazie, Benedetto!!). Ho scorto un lembo di Cielo, e un esempio di cio’ che di buono il post-Concilio ci ha tolto. Ho pianto come mai ad una celebrazione liturgica. Ho visto un Cattolicesimo davvero ‘religione mondiale’, che davvero puo’ parlare a e convertire cuori financo culturalmente radicati in islam, induismo, buddismo… ma tale perche’ saldamente bimillenario e “cattolico romano” (fermi: direi comunque lo stesso dei riti bizantini tradizionali, ma parlavo del ‘polmone latino’, in questo caso..).
No, non sto delirando: vedere una dozzina di “beghine” , e non solo, di diversa eta’ e provenienza (specie asiatica: e non me ne importa se sembrano le loro colleghe sarde, anzi…) assistere al Rito completamente silenzioso, in assoluta contemplazione e con totale partecipazione, e’ stato un qualcosa di infinitamente piu’ edificante di … Non ve lo dico, indovinate!
(Non c’e’ “debunking” anti-tridentino che tenga: la Liturgia tradizionale celebrata semplicemente “com’era e dov’era” -non solo come fatto extra-ordinario una tantum per un manipolo di conoisseurs- e’ semplicemente troppo cogente per l’animo umano.)
Comunque nella stessa chiesa ho assistito anche ad una Messa novus ordo anglo-latina.. : molto meglio di molto altro. D’altronde penso che diversi di voi sapranno che proprio dal London Oratory proviene il giovane quanto brillante Padre Dr. Uwe Michael Lang, ormai saldamente in Curia romana, e per di piu’ di recente divenuto consultore dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice..
Buonanotte, buon anno e saluti a Paolo!
P.S.: terribile, il primo dell’anno la mia delusione e quella di altri italiani, davanti alla Westminster Cathedral chiusa, leggendo che, dopo S.Stefano, “la Cattedrale fa vacanza sino al quattro gennaio”.
bye!
Mio caro don marco,
provi a togliere quelle quattro chitarre e il basso e a darelustro alla liturgia .
Non la nobile semplicità invocata dal Bugnini e company ma la nobile bellezza. E’ questa quella che ci vuole nei nostri riti . Provi , a far silenzio nel suo animo e vedrà in questi 40 anni in materia di liturgia quanti ” disastri” sono avvenuti.
Poichè la ritengo un presbitero colto, c’è ne sono pochi ingiro, la invito a visitare la cappella paolina, ritornata al suo splendore , dopo i disastri compitui dall’allora segretario di Paolo VI, in nome della riforma liturgica. Io ho avuto la sfortuna di vedere in quale condizioni pietose la portarono le folli scelte degli allora Bugnini e company. Adesso, con grande dispendio di soldi e tempo , grazie a papa bendetto XVi, sta ritornando all’antico splendore così come voluta dai pontefici Rinascimentali.
In nome del Concilio, c’era bisogno di compiere questi disastri? Forse in nome dello stesso Concilio quelle somme il defunto paolo VI avrebbe potuto destinarli a combattere le povertà del Sud del mondo.
La invito a leggere due bei libri :
La riforma di Benedetto di Nicola Bux con prefazione di messori ed PIEMME e Perchè dobbiamo diric cristiani di Marcello Pera ed. Mondadori.
Buon Anno don Marco.
Grazie Natan, ma ho già tanto da leggere prima di arrivare a Pera… del resto il perchè devo dirmi cristiano lo trovo nel Vangelo, senza andar troppo a divagare per i boschi…
Se mi parli di cappella Paolina le dico francamente che a santa Maria Maggiore, prima degli altari e delle candele e di quant’altro, il nostro Papa dovrebbe pensare ai confessori domenicani che fanno pazzie dentro quei monumenti lignei…
Insisto col dire che non è il Gregoriano a convertire, né è la cosa principale. Forse gli animi nobili saranno estasiati e andranno in visibilio piangendo di commozione davanti ad una S. Missa vetus ordo. Io – che sono Sardo – sono abituato a vedere “beghine” sarde partecipare con composta serietà alla S.Messa, anche quando c’è una chitarra: non ne va della “nobile bellezza” come la chiami tu…
Per trecento anni e più, intanti posti si è celebrata la divina liturgia nella lingua del posto… qualche effetto l’avra prodotto se noi siamo ancora qui.
Possibile che solo latino e gregoriano siano di accesso al Mistero?
Mah…
Saludus
PS: oggi non faccio il correttore di bozze, ma ce ne sarebbe…
PS2: P. Rodari: tu dici che è davvero così importante… affermazione apodittica, la prendiamo coem un “ipse dixit”. Grazie dell’ospitalità
Carissimo don Maroc,
non mi riferivo alla cappella Paolina della Basilica di Santa maria maggiore , ma quella del palzzo Apostolico.
Io non sono un amante della messa in latino, però don marco di stravaganze in questi 40 anni ne ho visto parecchie.
Esempio: Cartellone durante la lettura del vangelo e una catechista con canna, dovrebbe essere la vecchia bacchetta dell’insegnante , immagina di istruire ragazzi e adulti, segnando ad igni passo di vangelo la scena rappresentata. Vale a dire una bella cantastorie.
per quanto rigurda l’uso della chitarra, non me ne voglia, ma nella mia parrochia è assordante il suono della chitarra con 4 amplificazioni, che copre il canto . o meglio le grida dei canti di Giosy cento, che di liturgico non hanno niente.
Se poi si condsidera l’uso dei canti , del libreto “nella casa del padre” allora che ben venga la chitarra , ma con moderazione e invitando tutti ,a non urlare ma a cantare.
Se poi si considerano le bnedizioni con il SS Sacramento, da un pezzo si è abbandonato il tradizionale Tantum Ergo,(si intende in italiano) considerata la sua allergia ai canti latini, mal comune ai preti di oggi, per far posto, a canti con tanto di battito di mani ecc ecc.
preferisco farmi corregere le bozze, che sopportare presbiteri che non hanno mai aperto un testo di storia di musica, e di arte sacra , quanto a teologia e pastorale meglio far scendere un pietoso silenzio.
Andrà a finire in Italia, che per ascoltare una bella omelia dovremmo fare chilometri e chilometri , un po come la Cina.
Ignoranza su questi due campi è campione nei sacerdoti formatisi dopo il 68.
Per don Marco: è importante perché è un segnale.
Lei ha ragione: non sono solo il gregoriano e il latino che danno accesso al Mistero. Credo che sia il nuovo che l’antivo rito aiutino se correttamente celebrati. Uscire dalle regole, invece, come sovente dalla riforma post Vaticano II in poi accade, confonde e non aiuta. Tutto qui.
d’accordo. Ma perchè prima i preti non uscivano dalle regole? ma per carità…
Io parlo con preti anziani che me ne raccontano di tutti i colori.
Certo il cerimoniale era molto più rigido, ma le stravaganze appartengno alle persone non ai riti.
Caro Natan…
vedi, io qaulcosina l’ho vista e l’ho letta… e se la tua esperienza è quella che descrivi non per questo devi fare di tutta l’erba un fascio.
Vuoi sapere come cantavano il Tantum ergo le persone che non conoscevano il latino da noi?
Tantum ergo scravamentu
veneremu cernui
et antiku documentu
novo cedat ritui
prestet fide supplementum.
sensuum defettui.
Genitori genitoque
laus et jubilazio
salus honor virtus quoque
sit e benedizio
proceddeddus a ogu trotus
compar sit laudazio…
AMEN.
(Ho cercato di scrivere ciò che pronunciavano: un sardo capisce, mi spiace per gli altri, ma penso che in ogni regione d’Italia si conoscano le storpiature…).
Forse è meglio che abbiano un testo davanti e cantino: Adoriamo il Sacramento
che Dio Padre ci donò…
Non ti pare?
Se poi il tuo problema liturgico si riduce alla fin fine ad ascoltare una bella omelia…
Caro don Marco,
di “queste giustificazioni” ne ho sentito a migliaia. Il problema è , che i giovani e gli adulti di ogi, non sanno nemmeno che cosa sia la Benedizione Eucaristica. Non obbligo , di cantare il Tantum Ergo in latino,ma per buona pace di tutti nemmeno in Italiano. Assistiamo a tutto quanto ci viene consegnato da canti nati sopratutto in ambito di certi movimenti che hanno trovato un terreno fertile in America, quindi presumo che abbiano avuto una grande influenza i canti nati in tantissimi sette psedudo cristiane, con predicatori fai da te.
Non è dunque la mia sola esperienza , è l’esperienza comuna alla stragrande delle diocesi italiane.
Per dirla chiaramente basta varcare il confine delle Alpi per avere in ogni piccola parrocchia un coro degno di un animazione domenicale. perchè dunque in Italia tantissimi preti rimangono sbalorditi davanti alle critiche mosse dai laici su animazioni liturgiche che sanno molto di improvvisazione?.
Forse, don marco, lei non sa che molti libri in materia teologica e liturgica che hanno visto la luce in Inghilterra e in germania, e che in certo qual senso cristicano la Riforma Liturgica del Vaticano II non vedranno mai la luce in Italia. Perchè?
E comunque di recente è uscito edito dalla LEV un grazioso libretto dal titolo “DOMINUS EST” di Mons. A. Schneider, quale riflessioni di un vescovo dell’Asia centrale sulla sacra Comunione, con prefazione del Segretario della Congregazione del Culto Divino e della Disciplina dei sacramenti Mons. M. Ranyth ( un vescovo, poco digerito dall’episcopato italiano).
Non credo che non avrà tempo, sono appena 63 pagine.
Tra le altre cose si parla del colpo di mano di alcuni vescovi nel 1989 riguardo il ricevere la Comunione nelle mani.
Saluti
[Piccola correzione: la Cattedrale dell' Arcidiocesi di Westminster, Londra, non e' andata in vacanza, ma ha avuto orario d'apertura ridotto sino all'Epifania, che in Inghilterra quest'anno e'anticipata al 4 . E' invece il coro -composto in gran parte di bambini, e che serve quotidianamente- ad essersi concesso delle brevi ferie.
By the way : oggi ho assistito, in choro -chiunque e' invitato, se di buona volonta'- , ai vespri anglicani del sabato alla Westminster Abbey, per gran parte cantati (brani dal loro grande repertorio tradizionale), con un coro d'adulti di buona qualita' . Nobile semplicita' comunque 'regale'...
Alla cattolica Westminster Cathedral invece ho partecipato ai Primi Vespri dell'Epifania, e alla Messa prefestiva, dove l'eccellente coro locale ha cantato, oltre a carols tradizionali, il Kyrie e l'Agnus della messa 'Aeterna Christi munera' di Palestrina...
(Peccato solo che ci fosse una donna di mezza eta' in cotta e tonaca, a servire all'altare , incensare, etc...E che in fondo alla Chiesa ci fossero pile di ultimi numeri del Tablet, con immancabile articolone antiromano da Roma del Mickens incluso, ma vabbe'..non si puo' avere tutto..) ]
x anonym..anch’io quando vado a londra mi reco al Brompton oratory x la Messa e sono sempre positivamente impressionato dal numero di giovani che vi sono,dalla tanta gente di tutto il mondo presente.
è proprio vero che vi si respira un clima di cattolicità nel vero senso della parola..ricordatevi che il cattolicesimo in Inghilterra stà riprendendosi dopo le schifezze (passatemi il termine) che ha avvallato la Chiesa anglicana,molti sacerdoti di quest’ultima sono passati armi e bagagli alla Chiesa di Roma (come è chiamata in G.B.)..
se continua così la Chiesa anglicana fra poco tempo sparirà..e vedremo cosa succederà in Inghilterra,dove le chiese cattoliche non sono poi tanto così vuote (pensate che i cattolici lì sono pochissimi,quindi in proporzione molto + piene che da noi),il london oratory è il classico esempio che mostrerei ai denigratori del v.o. (quasi sempre preti,spiace a dirlo),vadino a vedere quanto la dignità del celebrare,quel guardare tutti insieme al Signore,senza che il celebrante diventi il protagonista della Messa,è LUI il protagonista!
complimenti signor Rodari x la sua meditazione di qualche giorno fa proprio su questi argomenti,buon anno a tutti e che il Signore vi dia pace
perchè nel Novo Ordo il protagonista non è il Signore presente nella sua Parola e nel suo corpo e Sangue?
Allora devo essermi perso qualcosa…
Mi pareva che anche nel Novo Ordo sono tutti rivolti al centro che è l’altare… se la parola “rivolto” ha ancora uns enso.
Si può essere protagonisti come sacerdoti anche celebrando nel V.O.
Poi dite bene: all’Oratory si vede gente da tutto il mondo, così come a S. Maria Maggiore, S. Pietro in Vaticano e quant’altro, ovunque nelle grandi metropoli occidentali.
Ma è giusto riproporre quei modelli nelle piccole comunità parrochiali sparse in italia e nel resto del mondo?
Qui siamo tutti imparentati, o conoscenti, o vicini di casa…
Uno stile come quello di uan grande basilica sarebbe spersonalizzante e individualista.
Questa mentalità bisognerebbe sradicare dalla testa e dal cuore dei fedeli. L’Eucaristia non è intimismo, ma comunione tra Dio e uomo, e tra uomini.
Se ci scordiamo questo… possiamo essere “universali” (=cattolici), ma non siamo “Uno”.
Le note della Chiesa invece vanno possibilmente realizzate insieme…
Auguri a tutti
Caro don Marco, più scrivi è più viene evidenziata l’insufficienza istruzione che avete avuto in seminario. Il guaio grosso è che la maggioranza dei vescovi in carica hanno avuto la vostra stessa formazione: è per questo che facilmente disubbidiscono al Santo Padre circa l’applicazione del motu proprio “Summorum Pontificum”. Ci rendiamo conto che il ’68 non è più attuale nella società civile mentre lo è ancora nella media e alta gerarchia della Chiesa, ma non nei fedeli? Nelle migliori aziende vi sono programmi periodici per l’aggiornamento dei loro quadri. Che cosa fa la CEI per aggiornare i propri quadri e che fa per migliorare la situazione dei seminari? Perchè non vi insegnano la differenza dei due riti della messa, quello ordinario e quello extraordinario? E perchè non vi fanno un corso accelerato per celebrare la Santa Messa in latino, sia quella tradizionale che quella Paolina?
Il problema principale, non è comunque il latino, è essenzialmente teologico. Se si rispettassero le rubriche del Novo Ordo non ci sarebbero eccessivi problemi, purtroppo siamo arrivati al punto che ogni parrocchia si è creata il suo “proprio”. Possiamo ancora chiamarci cattolici oppure protestanti?
caro don marco,secondo me passi la lingua latina,ma l’orientamento è essenziale,continuo a dire che se il sacerdote è rivolto ai fedeli diventa il centro della celebrazione,e lui NON è il centro!potrei chiedere quale posto occupa il ss.mo Sacramento nella sua chiesa?e lei?durante la Messa,dove si siede?se mi risponde potremmo iniziare una bella discussione su questi temi..non è la lingua da cambiare,ma i cuori!!!!e dopo il Concilio si sono fatti in nome di questo vere e proprie scempiaggini,meno male che c’è il sommo Pontefice che ci stà rileggendo tutto il VERO Concilio..non come rottura ma come continuità nella novità.
Paolo, chiàmati come meglio credi.
Io sono cattolico.
Ma scusa se tu hai la giusta formazione e sai bene le cose, perchè non diventi prete? io non ho questi problemi nella mia parrocchia… Nessuno desidera tornare all’antico…
Quindi non vedo perchè dovrei riproporlo di punto in bianco…
@ Guglielmo: nella mia chiesa (1600) il tabernacolo è nell’altar maggiore, e la sede è sul lato sinistro per chi guarda.
Il sacerdote è davanti solo quando si reca all’altare, (come del resto nel V.O.).
Ora si evidenzia maggiormente la centralità dell’altare come luogo celebrativo del mistero eucaristico (sacrificio, ara, etc etc): non vedo il problema, se il tabernacolo mantiene la sua funzione di riserva eucaristica e di luogo fisico davnti al quale inginocchiarsi e adorare quando non è in corso la celebrazione…
Faccio notare che gli altari basilicali non avevano il tabernacolo, ma semmai una croce, davanti alla quale il sacerdote celebrava…
Tutti rivolti all’altare…
Visto che prima non era spalle al popolo ma rivolto all’altare (spesso verso oriente), così anche ora: non è rivolto al popolo, ma all’altare…
Caro don Marco,
ha ragione Benedetto XVI quando parla di riforma nella riforma. Perchè queste grandi preoccupazioni “dell’omino bianco” ( è l’appellativo che alcuni frange di sacerdoti danno al Santo Padre)? Vuol dire che qualcosa non ha funzionato negli anni post-Vaticano II. Come negli anni settanta, alcuni anziani preti soffrivano di nostalgie per il V.O. oggi naturalmente alcuni preti soffrono maledettamente per la mancanza delle libertà concesse dal povero Paolo VI. Bei tempi e come era fresca l’aria nei seminari. Era entrata la “primavera” del Concilio. niente tonache, niente collarino, niente stole, niente casule.
E per finire un ricordo.Ero pieno di entusiasmo per i sacerdoti alla moda. Una sera però……..
un sacerdote cenò con noi in pizzeria e portò dietro il Santissimo, lo appoggiò per tutto il tempo in una comoda sedia del locale e mangiò la pizza con noi. Le specie eucaristiche stettero buone tutto il tempo, involtate in un fazzoletto di lino e poggiate in un canestrino di pane ” sula sedia”. Ma dopo di che pensai realmente se tutto questo fosse stato possibile “prima” al tempo degli ignoranti e delle beghine che non sapevano cantare il Tantum Ergo.
Iniziai così a domandare l’atteggiamento di quelle povere anziane verso il santissimo , nell’era pre Conciliare e nonostante non sapessero cantare bene in latino avevano un vastissimo repertorio di canti e preghiere in lingua dialettale .
Tutte queste cose lodavano la presenza reale di Gesù nelle sacre Specie eucaristiche.
Domandiamo ai giovani di oggi se ancora hanno quell’atteggiamento delle vecchie beghine. Non sembra. Questo è il risultato della formazione dei preti e il risultato di quello che riescono ad insegnare nelle parrocchie.
Dopo ben 6 anni di catechismo, tanto ne occorrono per ricevere la cresima, il risultato è la fuga di Alcatraz. Non se ne può più. Una volta invece un buon full immersion di 40 giorni e si portava a casa e per la vita un bagaglio di sapere che nemmeno i sei anni oggi riescono a mettere insieme.
Buona fortuna don marco, così continuando non resta che sperare a quanto diventeremo luterani ocalvinisti.
ma non mi risulta che prima del Concilio dopo la cresima tutti stessero inginocchiati in chiesa dalla mattina alla sera… Natan: apri gli occhi per favore!
Caro Don Marco,
onestamente dobbiamo apprezzare la tua onesta di uomo e di sacerdote che riesce nei suoi ricchi impegni con la parrocchia a rispondere e chiarire i suoi punti di vista che vanno assolutamente rispettati. Però dobbiamo porci una chiara domanda:
I vescovi devono ubbidire al Sommo Pontefice e favorire l’applicazione del Motu Proprio Summorun Pontificum o possono semplicemente disubbidire, sabotare o far finta di ubbidire? Se come mi auguro la risposta fosse “ubbidire” il problema di come inserire nella diocesi la Santa Messa extraordinaria sarebbe semplicemente un problema organizzativo, manageriale, educativo etc. che in base alle risorse disponibili permetta di raggiungere nel tempo l’obiettivo previsto. A questo punto, si chiarisce che non puoi essere tu come singolo sacerdote a risolvere il problema. Questo compito è dei signori vescovi: è passato quasi un anno e mezzo e mi permetto di chiedere, cosa hanno fatto fino adesso?
Purtroppo esiste un problema molto serio: in molte diocesi ci sono molti sacerdoti di ogni età, che vorrebbero celebrare il rito extraordinario, ma non hanno il coraggio di farlo perché sarebbero messi alla gogna dai loro colleghi e dai loro superiori. Questa è una triste realtà.
sarà come dici tu… qui non se ne sente l’esigenza del V.O. …neppure del N.O…se è per questo… mah!
Caro don Marco , io ho apero gli occhi da un pezzo.
Spero che primo o poi li aprano i cosidetti “cattolici adulti” quelli insomma della “primavera conciliare” quelli che amano conciliare comunismo e cristianesimo, lotta rmato oe il riscatto dei poveri e vangelo, quelli che hanno fatto dire ai padri conciliari cose che nessun documento conciliare a mai detto.
Dobiamo continuare , potremmo passare anche giornate intere.
Sicuramente rimaniamo su posizioni ben lontane.
ma che i vescovi italiani disattendono il magistero di Benedetto XVI non soltanto in materia di liturgia.
Mi domando perchè tutto questo accanimento verso il papa.
Raccomando al caro Don Marco dei sani esercizi di S. Ignazio.
Auguri a tutti.
Grazie Saverio. Se posso sapere perché…
veramente credevo che prima del Concilio il sacerdote celebrasse rivolto verso il Signore che è cmq sempre presente dentro al tabernacolo,oggi durante la celebrazione x forza gli si dà le spalle e peggio,durante le Messe il sacerdote Gli si siede davanti con le spalle rivolte verso di questo..ora a me non pare tanto dignitoso che il vero e proprio centro di tutto (è o non lo è il SS.mo sacramento?) sia quasi “snobbato” sia durante le celebrazioni che non..oppure dobbiamo vedere il Signore dappertutto fuorchè nell’eucarestia(tipo amici,prossimi,poveri,drogati etc..)?
A me francamente questo poco attaccamento a questo DONO del suo corpo sembra la radice di tanti problemi delle parrocchie,e da qui procede poi la disaffezione alla riconciliazione e a tutti gli altri sacramenti,io sono infermiere e vi giuro non ho mai visto un cappellano ospedaliero (quando è presente in ospedale,quindi quasi mai,anche se le asl lo pagano profumatamente) amministrare l’unzione dei malati ad un agonizzante,xchè questo?qualcuno mi sa rispondere?
Ma parliamoci chiaro,dov’è + l’amore e la riverenza,parola ormai obsoleta xchè tutto è relativo,verso il Signore sacramentato?come può il popolo di Dio capire la reale presenza se nemmeno + i sacerdoti quando chiudono il tabernacolo si inginocchiano +?lo volete capire che i fedeli sono smarriti da tanti atteggiamenti dei nostri sacerdoti????
ah,e questo sia chiaro,la mia non vuole essere una polemica sterile quanto una presa di coscienza,con tanto dolore,credetemi,di quanto i fedeli non sanno + talvolta che pesci pigliare!
Perchè fanno bene. Perchè riportano alla realtà. Perchè garantiscono analisi più lucide. Provare…per credere…;-)
x Guglielmo: condivido le tue osservazioni sul Brompton Oratory. Mai dimenticherò, domenica -celebrazione dell’Epifania anticipata- , alla Messa delle 11 – un novus ordo quanto più possibile vicino al rito antico, peraltro con eccellenti schola e organisti, che spaziano agilmente dal gregoriano ad Haydn e oltre- un’assemblea che riempiva una grande chiesa, genuflettersi ‘all’unisono’ all’”et incarnatus” , con una ‘pietas’ (e non pochi erano giovani) che si vede davvero raramente in giro oggidì.
(Nota: la ‘tridentine mass’ delle 9 è stata ormai da un pò trasferita alla chiesa principale: l’ho vista molto seguita, e anche lì molti giovani. Alle 10 segue la messa ‘delle famiglie’, alle 12.30 un novus ordo in inglese…poi alle 4.30, alle 18 latino di nuovo…
Parrocchia davvero ‘liberale’ : in senso di liberalità, non liberalismo! )
grazie Saverio, ciò significa ceh io vivo di fantasia e che le mie sono analisi offuscate? sarà… ma io parlo di ciò che vedo… sono entrato in una parrocchia che ha una tardizione di molto precedente al mio arrivo, e che non stava aspettando me per vivere la liturgia… quindi non penso di essere troppo lontano dalla realtà.
tanti saluti
il problema è che stringi stringi la si butta sempre sul personale… e non si è capaci di fare un discorso rimanendo a livello di dia-logo
Mi permetto di sottolineare un punto tra queste discussioni: il fatto che si dica che mons Liberto non sia un direttore nobile e colto, errato; lo è ed anche molto. Lo sostengo da musicista, da direttore musicale e da amico di Giuseppe Liberto. Inoltre trovo assurdo che si possa dire che se non è un buon direttore non può essere un buon Vescovo. Stiamo scherzando? Ma prima di scrivere vi ha morso una vipera? Vergogna cattiverie gratuite e scontate…da corridoio…chi ha scritto dovrebbe vergognarsi ed appellarsi al buon senso prima di scrivere tali cose…Vergogna alla faccia della carità cristiana…siete sepolcri imbiancati vergogna
Markus, non ti scaldare…che è,tuo fratello?
Vai sereno e continua a nutrirti di buona musica.
Caro Markus, chiedo scusa, la battuta veniva da me, ma non volevo offendere Liberto 8che ho detto di non conoscere): ho fatto una considerazione generica sullo stile “promoveatur ut amoveatur”.
Per me se è un bravo musicista e direttore dovrebbe continuare a fare quello per tutta la vita… che senso ha fargli fare il vescovo, che non è un premio alla carriera?
Breve esame critico del «Novus Ordo Missæ»
Il Cardinale Alfredo Ottavini (1890-1979)
Un documento storico di grande attualità:
“Breve esame critico del «Novus Ordo Missæ»”
presentato a Paolo VI, dai Cardinali Ottaviani e Bacci nel 1969.
Lettera di presentazione a Paolo VI
Beatissimo Padre,
esaminato e fatto esaminare il Novus Ordo preparato dagli esperti del Consilium ad exquendam Constitutionem de Sacra Liturgia, dopo una lunga riflessione e preghiera sentiamo il dovere, dinanzi a Dio ed alla Santità Vostra, di esprimere le considerazioni seguenti:
1) Come dimostra sufficientemente il pur breve esame critico allegato – opera di uno scelto gruppo di teologi, liturgisti e pastori d’anime – il Novu Ordo Missæ, considerati gli elementi nuovi, suscettibili di pur diversa valutazione, che vi appaiono sottesi ed implicati, rappresenta, sia nel suo insieme come nei particolari, un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa, quale fu formulata nella Sessione XXII del Concilio Tridentino, il quale, fissando definitivamente i «canoni» del rito, eresse una barriera invalicabile contro qualunque eresia che intaccasse l’integrità del magistero.
2) La ragioni pastorali addotte a sostegno di tale gravissima frattura – anche se di fronte alle ragioni dottrinali avessero diritto di sussistere – non appaiono sufficienti. Quanto di nuovo appare nel Novus Ordo Missæ e, per contro, quanto di perenne vi trova soltanto un posto minore o diverso, se pure ancora ve lo trova, potrebbe dar forza di certezza al dubbio – già serpeggiante purtroppo in numerosi ambienti – che verità sempre credute dal popolo cristiano possano mutarsi o tacersi senza infedeltà al sacro deposito dottrinale cui la fede cattolica è vincolata in eterno. Le recenti riforme hanno dimostrato a sufficienza che nuovi mutamenti nella liturgia non porterebbero se non al totale disorientamento dei fedeli che già danno segni di insofferenza e di inequivocabile diminuzione di fede. Nella parte migliore del Clero ciò si concreta in una torturante crisi di coscienza di cui abbiamo innumerevoli e quotidiane testimonianze.
3) Siamo certi che questa considerazioni, che possono giungere soltanto dalla viva voce dei pastori e del gregge, non potranno non trovare un’eco nel cuore paterno di Vostra Santità, sempre cosí profondamente sollecito dei bisogni spirituali dei figli della Chiesa. Sempre i sudditi, al cui bene è intesa una legge, laddove questa si dimostri viceversa nociva, hanno avuto, piú che il diritto, il dovere di chiedere con filiale fiducia al legislatore l’abrogazione della legge stessa.
Supplichiamo perciò istantemente la Santità Vostra di non volerci togliere – in un momento di cosí dolorose lacerazioni e di sempre maggiori pericoli per la purezza della Fede e l’unità della Chiesa, che trovano eco quotidiana e dolente nella voce del Padre comune – la possibilità di continuare a ricorrere alla integrità feconda di quel Missale Romanum di San Pio V dalla Santità Vostra cosí altamente lodato e dall’intero mondo cattolico cosí profondamente venerato ed amato.
A. Card. Ottaviani
A. Card. Bacci
BREVE ESAME CRITICO DEL «NOVUS ORDO MISSÆ»
I
Nell’ottobre del 1967, al Sinodo Episcopale, convocato a Roma, fu chiesto un giudizio sulla celebrazione sperimentale di una cosiddetta «messa normativa», ideata dal Consilium ad exequendam Constitutionem de Sacra Liturgia.
Tale messa suscitò le piú gravi perplessità tra i presenti al Sinodo, con una forte opposizione (43 non placet), moltissime e sostanziali riserve (62 juxta modum) e 4 astensioni, su 187 votanti. La stampa internazionale di informazione parlò di «rifiuto», da parte del Sinodo, della messa proposta. Quella di tendenze innovatrici ne tacque. E un noto periodico, destinato ai Vescovi ed espressione del loro insegnamento, cosí sintetizzò il nuovo rito:
«[vi] si vuol fare tabula rasa di tutta la teologia della Messa. In sostanza ci si avvicina alla teologia protestante che ha distrutto il sacrificio della Messa».
Nel Novus Ordo Missæ, testé promulgato dalla Costituzione Apostolica Missale romanum, ritroviamo purtroppo, identica nella sua sostanza, la stessa «messa normativa». Né sembra che le Conferenze Episcopali, almeno in quanto tali, siano mai state nel frattempo interpellate al riguardo.
Nella Costituzione Apostolica si afferma che l’antico messale, promulgato da S. Pio V il 19 luglio 1570 ma risalente in gran parte a Gregorio Magno e ad ancor piú remota antichità (1) fu per quattro secoli la norma della celebrazione del Sacrificio per i sacerdoti di rito latino, e, portato in ogni terra, «innumeri præterea sanctissimi viri animorum suorum erga Deum pietatem, haustis ex eo… copiosus aluerunt». E tuttavia questa riforma, che lo pone definitivamente fuori uso, si sarebbe resa necessaria «ex quo tempore latius in christiana plebe increbescere et invalescere cœpit sacræ fovendæ liturgiæ studium».
Ci sembra evidente, in questa affermazione, un grave equivoco. Perché il desiderio del popolo, se fu espresso, lo fu quando – soprattutto per merito del grande S. Pio X – esso cominciò a scoprire gli autentici ed eterni tesori della sua liturgia. Il popolo non chiese assolutamente mai, onde meglio comprenderla, una liturgia mutata o mutilata. Chiese di meglio comprendere una liturgia immutabile e che mai avrebbe voluto si mutasse.
Il Messale Romano di San Pio V era religiosamente venerato e carissimo al cuore dei cattolici, sacerdoti e laici. Non si vede in che cosa l’uso di esso, con l’opportuna catechesi, potesse impedire una piú piena partecipazione e una maggiore conoscenza della sacra liturgia e perché, con tanti eccelsi pregi che gli sono riconosciuti, non lo si sia stimato degno di continuare a nutrire la pietà liturgica del popolo cristiano.
Sostanzialmente rifiutata dal Sinodo Episcopale, quella stessa «messa normativa» oggi si ripresenta e si impone come Novus Ordo Missæ; il quale non è stato mai sottoposto al giudizio collegiale delle Conferenze; né è stata mai voluta dal popolo (e men che meno nelle missioni) una qualsiasi riforma della Santa Messa. Non si riesce dunque a comprendere i motivi della nuova legislazione, che sovverte una tradizione immutata nella Chiesa dal IV-V secolo, come la stessa Costituzione Missale Romanum riconosce. Non sussistendo dunque i motivi per appoggiare questa riforma, la riforma stessa appare priva di un fondamento razionale, che, giustificandola, la renda accettabile al popolo cattolico.
Il Concilio aveva espresso bensí, con il par. 50 della Costituzione Sacrosanctum Concilium, il desiderio che le varie parti della Messa fossero riordinate, «ut singularum partium propria ratio necnon mutua connexio clarius pateant». Vedremo subito come l’Ordo testé promulgato risponda a questi auspici, dei quali possiamo dire non resti, nel risultato, neppure la memoria.
Un esame particolareggiato del Novus Ordo rivela mutamenti di portata tale da giustificare per esso lo stesso giudizio dato per la «messa normativa». Quello, come questa, è tale da contentare, in molti punti, i protestanti piú modernisti.
II
Cominciamo dalla definizione di Messa che si presenta al par. 7, vale a dire in apertura al secondo capitolo del Novus Ordo: «De structura Missæ».
«Cena dominica sive Missa est sacra synaxis seu congregatio populi Dei in unum convenientis, sacerdote præside, ad memoriale Domini celebrandum(2). Quare de sanctæ ecclesiæ locali congregatione eminenter valet promissio Christi “Ubi sunt duo vel tres congregati in nomine meo, ibi sum in medio eorum” (Mt. 18, 20)».
La definizione di Messa è dunque limitata a quella di «cena», il che è poi continuamente ripetuto (n. 8, 48, 55d, 56); tale «cena» è inoltre caratterizzata dalla assemblea, presieduta dal sacerdote, e dal compiersi il memoriale del Signore, ricordando quel che Egli fece il Giovedí Santo.
Tutto ciò non implica: né la Presenza Reale, né la realtà del Sacrificio, né la sacramentalità del sacerdote consacrante, né il valore intrinseco del Sacrificio eucaristico indipendentemente dalla presenza dell’assemblea (3). Non implica, in una parola, nessuno dei valori dogmatici essenziali della Messa e che ne costituiscono pertanto la vera definizione. Qui l’omissione volontaria equivale al loro «superamento», quindi, almeno in pratica, alla loro negazione (4).
Nella seconda parte dello stesso paragrafo si afferma – aggravando il già gravissimo equivoco – che vale «eminenter» per questa assemblea la promessa del Cristo: «Ubi sunt duo vel tres congregati in nomine meo, ibi sum in medio eorum» (Mt. 18, 20). Tale promessa, che riguarda soltanto la presenza spirituale del Cristo con la sua grazia, viene posta sullo stesso piano qualitativo, salvo la maggiore intensità, di quello sostanziale e fisico della presenza sacramentale eucaristica.
Segue immediatamente (n.
una suddivisione della Messa in liturgia della parola e liturgia eucaristica, con l’affermazione che nella Messa è preparata la mensa della parola di Dio come del Corpo di Cristo, affinché i fedeli «instituantur et reficiantur»: assimilazione paritetica del tutto illegittima delle due parti della liturgia, quasi tra due segni di eguale valore simbolico, sulla quale torneremo piú tardi.
Di denominazioni della Messa ve ne sono innumerevoli: tutte accettabili relativamente, tutte da respingere se usate, come lo sono, separatamente e in assoluto. Ne citiamo alcune: Actio Christi et populi Dei, Cena dominica sive Missa, Convivium Paschale, Communis participatio mensæ Domini, Memoriale Domini, Precatio Eucharistica, Liturgia verbi et liturgia eucharistica, ecc.
Come è fin troppo evidente, l’accento è posto ossessivamente sulla cena e sul memoriale anziché sulla rinnovazione incruenta del Sacrificio del Calvario. Anche la formula «Memoriale Passionis et Resurrectionis Domini» è inesatta, essendo la Messa il memoriale del solo Sacrificio, che è redentivo in sé stesso, mentre la Resurrezione ne è il frutto conseguente(5). Vedremo piú avanti con quale coerenza, nella stessa formula consacratoria e in generale in tutto il Novus Ordo, tali equivoci siano rinnovati e ribaditi.
III
E veniamo alle finalità della Messa.
1) Finalità ultima.
È il sacrificio di lode alla Santissima Trinità, secondo l’esplicita dichiarazione di Cristo nella intenzione primordiale della sua stessa Incarnazione: «Ingrediens mundum dicit: “Hostiam et oblationem noluisti: corpus autem aptasti mihi”» (Ps. XL, 7-9, in: Hebr. 10, 5).
Questa finalità è scomparsa:
- dall’Offertorio, con la preghiera Suscipe, Sancta Trinitas,
- dalla conclusione della Messa con il placeat tibi, Sancta Trinitas,
- e dal Prefazio, che nel ciclo domenicale non sara piú quello della Santissima Trinità, riservato ora alla sola
festa e che quindi sarà pronunziato una sola volta l’anno.
2) Finalità ordinaria.
È il Sacrificio propiziatorio. Anch’essa è deviata, perché anziché mettere l’accento sulla remissione dei peccati dei vivi e dei morti lo si mette sulla nutrizione e santificazione dei presenti (n. 54). Certo Cristo istituí il Sacramento nell’ultima Cena e si pose in stato di vittima per unirci al suo stato vittimale; questo però precede la manducazione e ha un antecedente e pieno valore redentivo, applicativo della immolazione cruenta, tanto è vero che il popolo assistendo alla Messa non è tenuto a comunicarsi sacramentalmente (6).
3) Finalità immanente.
Qualunque sia la natura del sacrificio è essenziale che sia gradito a Dio e da lui accettabile ed accettato. Nello stato di peccato originale nessun sacrificio avrebbe diritto di essere accettabile. Il solo sacrificio che ha diritto di essere accettato è quello di Cristo. Nel Novus Ordo si snatura l’offerta in una specie di scambio di doni tra l’uomo e Dio; l’uomo porta il pane e Dio lo cambia in «pane di vita»; l’uomo porta il vino e Dio lo cambia in «bevanda spirituale»: «Benedictus es, Domine, Deus universi, quia de tua largitate accepimus panem (o: vinum) quem tibi offerimus, fructum terræ (o: vitis) et manuum hominum, ex quo nobis fiet panis vitæ (o: potus spiritualis)» (7).
Superfluo notare l’assoluta indeterminatezza delle due formule «panis vitæ» e «potus spiritualis», che possono significare qualunque cosa. Ritroviamo qui l’identico e capitale equivoco della definizione della Messa: là il Cristo presente solo spiritualmente tra i suoi; qui pane e vino «spiritualmente» (e non sostanzialmente) mutati (8).
Nella preparazione dell’offerta, un consimile gioco di equivoci è attuato con la soppressione delle due stupende preghiere. Il «Deus, qui humanæ substantiæ dignitatem mirabiliter condidisti et mirabilius reformasti», era un richiamo all’antica condizione di innocenza dell’uomo e alla sua attuale condizione di riscattato dal sangue di Cristo: ricapitolazione discreta e rapida di tutta l’economia del Sacrificio, da Adamo all’attimo presente. La finale offerta propiziatoria del calice, affinché ascendesse «cum odore suavitatis» al cospetto della maestà divina, di cui si implorava la clemenza, ribadiva mirabilmente questa economia. Sopprimendo il continuo riferimento a Dio della prece eucaristica, non vi è piú distinzione alcuna tra sacrificio divino e umano.
Eliminando la chiave di volta bisogna costruire delle impalcature; sopprimendo le finalità reali se ne devono inventare di fittizie. Ed ecco i gesti che dovrebbero sottolineare l’unione tra sacerdote e fedeli, tra fedeli e fedeli; ecco la sovrapposizione, che immediatamente crollerà nel ridicolo, delle offerte per i poveri e per la chiesa all’offerta dell’Ostia da immolare. L’unicità primordiale di questa verrà del tutto obliterata: la partecipazione all’immolazione della Vittima diverrà una riunione di filantropi e un banchetto di beneficenza.
IV
Passiamo all’essenza del Sacrificio.
Il mistero della Croce non vi è piú espresso esplicitamente, ma in modo oscuro, velato, impercepibile dal popolo (9). Eccone le ragioni:
1) Il senso dato nel Novus Ordo alla cosiddetta «Prex eucharistica» è: «ut tota congregatio fidelium se cum Christo coniungat in confessione magnalium Dei et in oblatione sacrificii». (n. 54, fine).
Di quale sacrificio si tratta? Chi è l’offerente? Nessuna risposta a questi interrogativi.
La definizione in limine della «Prex eucharistica» è questa: «Nunc centrum et culmen totius celebrationis initium habet, ipsa nempe Prex eucharistica, prex scilicet gratiarum actionis et sanctificationis» (n. 54, pr.).
Gli effetti sono dunque sostituiti alle cause, di cui non si dice una sola parola. La menzione esplicita del fine dell’offerta, che era nel Suscipe, non è sostituita da nulla. Il mutamento di formulazione rivela il mutamento di dottrina.
2) La causa di questa non-esplicitazione del Sacrificio è, né piú né meno, la soppressione del ruolo centrale della Presenza Reale, cosí lampante prima nella liturgia eucaristica. Ve ne è una sola menzione – unica citazione, in nota, dal Concilio di Trento – ed è quella che si riferisce alla Presenza Reale come nutrimento (n. 241, nota 63). Alla Presenza Reale e permanente di Cristo in Corpo, Sangue, Anima e Divinità nelle Specie transustanziate non si allude mai. La stessa parola transustanziazione è totalmente ignorata.
La soppressione della invocazione alla terza Persona della SS.ma Trinità (Veni sanctificator), onde scendesse sopra le oblate come già discese nel grembo della Vergine a compiervi il miracolo della Divina Presenza, si inserisce in questo sistema di tacite negazioni, di degradazioni a catena della Presenza Reale.
L’eliminazione poi:
- delle genuflessioni (non ne restano che tre del sacerdote e una, con eccezioni, del popolo, alla
Consacrazione);
- della purificazione delle dita del sacerdote nel calice;
- della preservazione delle stesse dita da ogni contatto profano dopo la Consacrazione;
- della purificazione dei vasi, che può essere non immediata, e non fatta sul corporale;
- della palla a protezione del calice;
- della doratura interna dei vasi sacri;
- della consacrazione dell’altare mobile;
- della pietra sacra e delle reliquie nell’altare mobile e sulla «mensa», quando la celebrazione non avvenga in
luogo sacro (la distinzione ci porta diritti alle «cene eucaristiche» in case private);
- delle tre tovaglie d’altare, ridotte a una sola;
- del ringraziamento in ginocchio (sostituito da un grottesco ringraziamento di preti e fedeli seduti, in cui la
Comunione in piedi ha il suo aberrante compimento);
- di tutte le antiche prescrizioni nel caso di caduta dell’Ostia consacrata, ridotte a un quasi sarcastico
«reverenter accipiatur» (n. 239);
tutto ciò non fa che ribadire in modo oltraggioso l’implicito ripudio della fede nel dogma della Presenza Reale.
3) La funzione assegnata all’altare (n. 262).
L’altare è quasi costantemente chiamato mensa (10). «Altare, seu mensa dominica, quæ centrum est totius liturgiæ eucharisticæ» n. 49, (cfr. 262). Si specifica che l’altare deve essere staccato dalle pareti perché vi si possa girare intorno e la celebrazione possa farsi verso il popolo (n. 262); si precisa che esso deve essere il centro della congregazione dei fedeli cosí che l’attenzione si volga spontaneamente ad esso (ibid.).
Ma il confronto fra i nn. 262 e 276 sembra escludere nettamente che il SS.mo Sacramento possa essere conservato su questo altare. Ciò segnerà una dicotomia irreparabile tra la presenza, nel celebrante, del Sommo ed Eterno Sacerdote e quella stessa Presenza realizzata sacramentalmente. Prima esse erano un’unica presenza (11).
Ora si raccomanda di conservare il SS.mo in un luogo appartato, ove possa esplicarsi la devozione privata dei fedeli, quasi si trattasse di una qualsiasi reliquia, sicché entrando in chiesa non sarà piú il Tabernacolo ad attirare immediatamente gli sguardi ma una mensa spoglia e nuda. Si oppone ancora una volta pietà privata a pietà liturgica, si drizza altare contro altare.
Nella raccomandazione insistente di distribuire nella comunione le Specie Consacrate nella stessa Messa, anzi di consacrare un pane di grandi dimensioni (12), cosí che il sacerdote possa dividerlo con una parte almeno dei fedeli, è ribadito lo sprezzante atteggiamento verso il Tabernacolo come verso tutta la pietà eucaristica fuori della Messa: altro strappo violento alla fede nella Presenza Reale sinché durino le Specie consacrate (13).
4) Le formule consacratorie.
L’antica formula della Consacrazione era una formula propriamente sacramentale, e non narrativa, indicata soprattutto da tre cose:
a) il testo della Scrittura, non ripreso alla lettera; l’inserto paolino «mysterium fidei» era una confessione immediata di fede del sacerdote nel mistero realizzato dalla Chiesa per mezzo del suo sacerdozio gerarchico;
b) la punteggiatura e il carattere tipografico; vale a dire il punto fermo e daccapo, che segnava il passaggio dal modo narrativo al modo sacramentale e affermativo, e le parole sacramentali in carattere piú grande, al centro della pagina e spesso di diverso colore, nettamente staccate dal contesto storico. Il tutto dava sapientemente alla formula un valore proprio, un valore autonomo;
c) l’anamnesi («Haec quotiescumque feceritis in mei memoriam facietis», che in greco suona: «eis ten emou anamnesin» – «volti alla mia memoria»). Essa si riferiva al Cristo operante e non alla semplice memoria di lui o dell’evento: un invito a ricordare ciò che Egli fece («hæc… in mei memoriam facietis») e come Egli lo fece, e non soltanto la sua persona o la cena.
La formula paolina oggi sostituita all’antica («Hoc facite in meam commemorationem») – proclamata come sarà quotidianamente nelle lingue volgari – sposterà irrimediabilmente, nella mente degli ascoltatori, l’accento sulla memoria del Cristo come termine dell’azione eucaristica, mentre essa ne è il principio. L’idea finale di commemorazione prenderà ben presto il posto dell’idea di azione sacramentale (14).
Il modo narrativo è ora sottolineato dalla formula: «narratio institutionis» (n. 55d), e ribadito dalla definizione della anamnesi, dove si dice che «Ecclesia memoriam ipsius Christi agit» (n. 55c).
In breve: la teoria proposta per l’epiclesi, la modificazione delle parole della Consacrazione e dell’anamnesi, hanno come effetto di modificare il modus significandi delle parole della Consacrazione. Le formule consacratorie sono ora pronunciate dal sacerdote come costituenti una narrazione storica e non piú enunciate come esprimenti un giudizio categorico e affermativo proferito da Colui nella cui persona egli agisce: «Hoc est Corpus meum» (e non: «Hoc est Corpus Christi») (15).
L’acclamazione, poi, assegnata al popolo subito dopo la Consacrazione: («Mortem tuam annuntiamus, Domine, etc.… donec venias») introduce, travestita di escatologismo, l’ennesima ambiguità sulla Presenza Reale. Si proclama, senza soluzione di continuità, l’attesa della venuta seconda del Cristo alla fine dei tempi proprio nel momento in cui Egli è sostanzialmente presente sull’altare: quasi che quella, e non questa, fosse la vera venuta.
Ciò è ancor piú accentuato nella formula di acclamazione facoltativa n. 2 (Appendix): «Quotiescumque manducamus panem hunc, et calicem bibimus, mortem tuam annuntiamus, Domine, donec venias»; dove le diverse realtà di immolazione e manducazione, e quelle di Presenza Reale e secondo avvento del Cristo, raggiungono il massimo di ambiguità (16).
V
Veniamo ora alla realizzazione del Sacrificio.
I quattro elementi di esso erano, nell’ordine:
1) il Cristo.
2) il sacerdote;
3) la Chiesa;
4) i fedeli.
1) Nel Novus Ordo, la posizione attribuita ai fedeli è autonoma (ab-soluta), quindi totalmente falsa: dalla definizione iniziale: «Missa est sacra synaxis seu congregatio populi», al saluto del sacerdote al popolo, che esprimerebbe alla comunità riunita la «presenza» del Signore (n. 28): «Qua salutatione et populi responsione manifestatur ecclesiæ congregatæ mysterium».
Dunque vera presenza di Cristo, ma solo spirituale, e mistero della Chiesa, ma come pura assemblea che manifesta e sollecita tale presenza.
Ciò si ripete ovunque:
- il carattere comunitario della Messa ossessivamente ribadito (nn. 74-152);
- l’inaudita distinzione tra «Missa cum populo» e «Missa sine populo» (nn. 203-231);
- la definizione della «oratio universalis seu fidelium» (n. 45), ove si sottolinea ancora una volta
l’«ufficio sacerdotale» del popolo («populus sui sacerdotii munus exercens») presentato in
modo equivoco perché ne viene taciuta la subordinazione a quello del sacerdote; tanto piú che questi si fa
interprete, nella sua qualità di mediatore consacrato, di tutte le intenzioni del popolo nel Te igitur e nei
due Memento.
Nella «Prex eucharistica III» («Vere sanctus», p. 123) è addirittura detto al Signore: «populum tibi congregare non desinis, ut a solis ortu usque ad occasum oblatio munda offeratur nomini tuo»: ove l’affinché fa pensare che l’elemento indispensabile alla celebrazione sia il popolo anziché il sacerdote; e poiché non è precisato neppure qui chi sia l’offerente (17) il popolo stesso appare investito di poteri sacerdotali autonomi.
Di questo passo non stupirebbe l’autorizzazione al popolo, tra qualche tempo, di congiungersi al sacerdote nella pronuncia delle formule consacratorie (ciò che del resto sembra già accada, qua e là).
2) La posizione del sacerdote è minimizzata, alterata, falsata.
Prima in funzione del popolo di cui egli è caratterizzato per lo piú come mero presidente o fratello anziché come ministro consacrato che celebra in persona Christi.
Poi in funzione della Chiesa come un «quidam de populo». Nella definizione della epiclesi (n. 55c) le invocazioni sono attribuite anonimamente alla Chiesa: il ruolo del sacerdote è dissolto.
Nel Confiteor divenuto collettivo egli non è piú giudice, testimone e intercessore presso Dio; è logico dunque che non gli sia piú dato di impartire l’assoluzione, che è stata infatti soppressa. Egli è «integrato» ai fratres. Persino il chierichetto lo chiama cosí nel Confiteor della «Missa sine populo».
Già prima di quest’ultima riforma era stata soppressa la significativa distinzione tra la Comunione del sacerdote – il momento in cui, per cosí dire, il Sommo ed Eterno Sacerdote e colui che agiva in sua persona si fondevano in intimissima unione (nella quale era il compimento del Sacrificio) – e quella dei fedeli.
Non piú una parola ormai sul suo potere di sacrificatore, sul suo atto consacratorio, sulla realizzazione per suo mezzo della Presenza eucaristica. Egli appare nulla piú che un ministro protestante.
La sparizione o l’uso facoltativo di molti paramenti (in certi casi alba e stola bastano – n. 298) vanificano ancor piú l’originale conformazione al Cristo: il sacerdote non è piú rivestito di tutte le virtú di Lui; egli è un semplice «graduato» che uno o due segni distinguono appena dalla massa (18): («un po’ piú uomo degli altri» per citare la formula involontariamente umoristica di un moderno predicatore[19]).
Di nuovo, come nella opposizione degli altari, si separa ciò che Dio ha unito: l’unico Sacerdozio del Verbo di Dio.
3) Infine la posizione della Chiesa di fronte al Cristo.
In un solo caso, quello della «Missa sine populo» ci si degna di ammettere che la Messa è «Actio Christi et Ecclesiæ» (n. 4, cfr. Presb. Ord. n. 13), mentre nel caso della «Missa cum populo» non si accenna che allo scopo di «far memoria di Cristo» e santificare i presenti. «Presbyter celebrans… populum… sibi sociat in offerendo sacrificio per Christum in Spiritu Sancto Deo Patri» (n. 60), anziché associare il popolo a Cristo che offre sé stesso «per Spiritum Sanctum Deo Patri».
S’inseriscono in questo contesto:
- la gravissima omissione delle clausole «Per Christum Dominum nostrum», garanzia di esaudimento data alla Chiesa di
tutti i tempi (Io. 14, 13-14,. 15, 16; 16, 23-24);
- l’ossessivo «paschalismo»: quasi che la comunicazione della grazia non presentasse altri aspetti altrettanto importanti;
- l’escatologismo dubbio e maniaco, in cui la comunicazione di una realtà, la grazia, che è permanente ed eterna, è ricondotta
alla dimensione del tempo: popolo in marcia, chiesa peregrinante – non piú militante, si badi, contro la Potestas
tenebrarum – verso un futuro che non è piú vincolato all’eterno (quindi anche all’eterno presente) ma a un vero e proprio
avvenire temporale.
La Chiesa – Una, Santa, Cattolica, Apostolica – è umiliata come tale nella formula che, nella «Prex eucharistica IV», ha sostituito la preghiera del Canone romano «pro omnibus orthodoxis atque catholicæ et apostolicæ fidei cultoribus». Ora essi sono, né piú né meno: «omnium qui te quærunt corde sincero».
Cosí, nel Memento dei morti, questi non sono piú trapassati «cum signo fidei et dormiunt in somno pacis» ma semplicemente «obierunt in pace Christi tui»; ad essi si aggiunge, con nuovo e patente scapito del concetto di unitarietà e visibilità, la turba di «omnium defunctorum quorum fidem tu solus cognovisti».
In nessuna delle tre nuove preci, poi, vi è il minimo cenno, come già si è detto, allo stato di sofferenza dei trapassati, in nessuna la possibilità di un Memento particolare: il che, ancora una volta, snerva la fede nella natura propiziatoria e redentiva del Sacrificio (20).
Omissioni dissacranti avviliscono ovunque il Mistero della Chiesa.
- Esso è misconosciuto innanzi tutto come gerarchia sacra: Angeli e Santi sono ridotti all’anonimato nella seconda parte del Confiteor collettivo: sono scomparsi come testimoni e giudici, nella persona di Michele, dalla prima (21).
- Scomparse anche le varie Gerarchie Angeliche (e ciò è senza precedenti) dal nuovo Prefazio della «Prex II».
- Soppressa nel Communicantes la memoria dei Pontefici e dei Santi Martiri su cui la Chiesa di Roma è fondata, che furono
senza dubbio i trasmettitori delle tradizioni apostoliche e le completarono in ciò che divenne, con S. Gregorio, la Messa
romana.
- Soppressa, nel Libera nos, la menzione della B. Vergine, degli Apostoli e di tutti i Santi: la sua e loro intercessione non è
quindi piú chiesta neppure nel momento del pericolo.
- L’unità della Chiesa è compromessa fino all’intollerabile omissione, nell’intero Ordo, comprese le tre nuove «Preces» (e
con la sola eccezione del Communicantes del Canone romano), dei nomi degli Apostoli Pietro e Paolo, fondatori della
Chiesa di Roma, nonché dei nomi degli altri Apostoli, fondamento e segno della Chiesa unica e universale.
- Chiaro attentato al dogma della Comunione dei Santi: la soppressione, quando il sacerdote celebri senza inserviente, di tutte
le salutationes e della benedizione finale; dell’Ite Missa est (22), poi, persino nella messa celebrata con l’inserviente.
- Il doppio Confiteor mostrava come il prete, in veste di ministro di Cristo e in profonda inclinazione, riconoscendosi
indegno dell’alta missione, del «tremendum mysterium» che andava a celebrare, e addirittura (nell’Aufer a nobis) di
entrare nel Santo dei Santi, invocava ad intercessione (nell’Oramus te, Domine) i meriti dei martiri di cui l’altare
racchiudeva le reliquie. Entrambe le preghiere sono state soppresse. Vale qui ciò che già è stato detto per il doppio
Confiteor e la doppia Comunione.
- Sono profanate le condizioni del Sacrificio come segno di una cosa sacra: vedi ad esempio la celebrazione fuori del luogo
sacro nel qual caso l’altare può essere sostituito da una semplice «mensa» senza pietra consacrata né reliquie, con una sola
tovaglia (nn. 260, 265). Anche qui vale quanto già detto a proposito della Presenza Reale: dissociazione del «convivium» e
sacrificio della cena, dalla stessa Presenza Reale.
La desacralizzazione è perfezionata grazie alle nuove, grottesche modalità dell’offerta;
- l’accenno al pane anziché all’azimo;
- la facoltà, data persino ai chierichetti (nonché ai laici nella comunione sub utraque specie) di toccare i vasi sacri (n. 244d);
- la inverosimile atmosfera che si creerà nella chiesa ove si alterneranno senza tregua sacerdote, diacono, suddiacono, salmista,
commentatore (il sacerdote stesso par divenuto tale, continuamente incoraggiato com’è a «spiegare» ciò che sta per
compiere), lettori (uomini e donne) chierici o laici che accolgono i fedeli alla porta e li accompagnano ai loro posti, fanno la
colletta, portano e smistano offerte;
- e, in tanto delirio scritturistico, la presenza antiveterotestamentaria, antipaolina della «mulier idonea» che, per la prima
volta nella tradizione della Chiesa, sarà autorizzata a leggere le lezioni e adempiere anche ad altri «ministeria quae extra
presbyterium peraguntur» (n. 70).
- Infine la mania concelebratoria, che finirà di distruggere la pietà eucaristica del sacerdote e di obnubilare la figura centrale del
Cristo, unico Sacerdote e Vittima, e dissolverla nella presenza collettiva dei concelebranti (23).
VI
Ci siamo limitati ad un sommario esame del Novus Ordo, nelle sue deviazioni piú gravi dalla teologia della Messa cattolica. Le osservazioni fatte sono soltanto quelle che hanno un carattere tipico. Una valutazione completa delle insidie, dei pericoli, degli elementi spiritualmente e psicologicamente distruttivi che il documento contiene, sia nei testi come nelle rubriche e nelle istruzioni, richiederebbe ben altra mole di lavoro.
Poiché furono criticati ripetutamente e autorevolmente nella loro forma e sostanza, abbiamo sorvolato sui nuovi canoni, di cui il secondo(24) ha immediatamente scandalizzato i fedeli per la sua brevità. Di esso si è potuto scrivere, tra molte altre cose, che può essere celebrato in piena tranquillità di coscienza da un prete che non creda piú né alla transustanziazione né alla natura sacrificale della Messa, e che quindi si presterebbe benissimo anche alla celebrazione da parte di un ministro protestante.
Il nuovo Messale fu presentato a Roma come «ampio materiale pastorale», «testo piú pastorale che giuridico» su cui le Conferenze Episcopali avrebbero potuto operare secondo le circostanze e il genio dei vari popoli. Del resto, la I sezione della nuova Congregazione per il Culto Divino sarà responsabile «dell’edizione e della costante revisione dei libri liturgici».
Scrive l’ultimo bollettino ufficiale degli Istituti Liturgici di Germania, Svizzera, Austria (25):
«i testi latini dovranno ora esser tradotti nelle lingue dei vari popoli; lo stile “romano” dovrà essere adattato all’individualità delle Chiese locali; ciò che fu concepito al di fuori del tempo deve essere trasposto nel mutevole contesto di situazioni concrete, nel flusso costante della Chiesa universale e delle sue miriadi di congregazioni».
La Costituzione Apostolica stessa dà il colpo di grazia alla lingua universale (in contrasto con la volontà espressa nel Concilio Vaticano II) affermando senza equivoci che «in tot varietate linguarum una (?) eademque cunctorum precatio… quovis ture fragrantior ascendat».
La morte del latino è data dunque per scontata; quella del gregoriano, che pure il Concilio riconobbe «liturgiæ romanæ proprium» (Sacros. Conc. n. 116), ordinando che «principem locum obtineat» (ibid.), ne consegue logicamente, con la libera scelta, tra l’altro, dei testi dell’Introito e del Graduale.
Il nuovo rito è dato quindi in partenza come pluralistico e sperimentale, legato al tempo e al luogo.
Spezzata cosí per sempre l’unità di culto, in che cosa consisterà ormai quell’unità di fede che ne conseguiva e di cui sempre si parla come della sostanza da difendere senza compromissioni?
È evidente che il Novus Ordo non vuole piú rappresentare la fede di Trento.
A questa fede, nondimeno, la coscienza cattolica è vincolata in eterno.
Il vero cattolico è dunque posto, dalla promulgazione del Novus Ordo, in una tragica necessità di opzione.
VII
La Costituzione accenna esplicitamente a una ricchezza di pietà e di dottrina mutuata nel Novus Ordo dalle Chiese di Oriente. Il risultato appare tale da respingere inorridito il fedele di rito orientale, tanto lo spirito ne è, piú che remoto, addirittura opposto.
A che si riducono queste scelte ecumeniche?
In sostanza
- alla molteplicità delle anafore (non certo alla loro bellezza e complessità),
- alla presenza del diacono e alla comunione sub utraque specie.
Per contro, pare si sia voluto eliminare deliberatamente tutto quanto, nella liturgia romana, era piú prossimo all’orientale (26) e, rinnegando l’inconfondibile ed immemorabile carattere romano, abdicare a ciò che piú gli era proprio e spiritualmente prezioso. Lo si è sostituito con elementi che soltanto a certi riti riformati (e nemmeno a quelli piú prossimi al cattolicesimo) lo avvicinano degradandolo, mentre vieppiú ne allontaneranno l’Oriente, come l’hanno già allontanato le ultime riforme.
In compenso, esso piacerà sommamente a tutti quei gruppi, vicini alla apostasia, che devastano la Chiesa inquinandone l’organismo, intaccandone l’unità dottrinale, liturgica, morale e disciplinare in una crisi spirituale senza precedenti.
VIII
S. Pio V curò l’edizione del Missale romanum affinché (come la stessa Costituzione ricorda) fosse strumento di unità tra i cattolici. In conformità alle prescrizioni del Concilio Tridentino esso doveva escludere ogni pericolo, nel culto, di errori contro la fede, insidiata allora dalla Riforma protestante.
Cosí gravi erano i motivi del Santo Pontefice che mai come in questo caso appare giustificata, quasi profetica, la sacra formula che chiude la Bolla di promulgazione del suo Messale:
«Si quis autem hoc attentare praesumpserit, indignationem Omnipotenti Dei ac beatorum Petri et Pauli Apostolorum eius se noverit incursurum» (Quo primum, 19 luglio 1570)(27).
Si è avuto l’ardire di affermare, presentando ufficialmente il Novus Ordo alla Sala Stampa del Vaticano, che le ragioni del Tridentino non sussistono piú. Non solo esse sussistono ancora, ma ne esistono oggi, non esitiamo a dirlo, di infinitamente piú gravi. Proprio facendo fronte alle insidie che minacciavano di secolo in secolo la purezza del deposito ricevuto («depositum custodi, devitans profanas vocum novitates», I Tim. 6, 20), la Chiesa dovette erigergli intorno le difese ispirate delle sue definizioni dogmatiche e dei suoi pronunciamenti dottrinali. Essi ebbero ripercussione immediata nel culto, che divenne il monumento piú completo della sua fede.
Volere ad ogni costo riportare questo culto all’antico, rifacendo freddamente, in vitro, quel che in antico ebbe la grazia della spontaneità primigenia, secondo quell’«insano archeologismo» cosí tempestivamente e lucidamente condannato da Pio XII (28), significa – come purtroppo si è visto – smantellarlo di tutte le sue difese teologiche oltre che di tutte le bellezze accumulate nei secoli(29), e proprio in uno dei momenti piú critici, forse il piú critico che la storia della Chiesa ricordi.
Oggi, non piú all’esterno, ma all’interno stesso della cattolicità l’esistenza di divisioni e scismi è ufficialmente riconosciuta(30); l’unità della Chiesa è non piú soltanto minacciata ma già tragicamente compromessa(31) e gli errori contro la fede s’impongono, piú che insinuarsi, attraverso abusi ed aberrazioni liturgiche ugualmente riconosciute(32).
L’abbandono di una tradizione liturgica che fu per quattro secoli segno e pegno di unità di culto (per sostituirla con un’altra, che non potrà non essere segno di divisione per le licenze innumerevoli che implicitamente autorizza, e che pullula essa stessa di insinuazioni o di errori palesi contro la purezza della fede cattolica) appare, volendo definirlo nel modo piú mite, un incalcolabile errore.
Corpus Domini 1969
(1) – «Le preghiere del nostro Canone si trovano nel trattato De Sacramentis (fine del IV-V secolo) … La nostra Messa
risale, senza mutamento essenziale, all’epoca in cui si sviluppava per la prima volta dalla piú antica liturgia comune.
Essa serba ancora il profumo di quella liturgia primitiva, nei giorni in cui Cesare governava il mondo e sperava di poter
spegnere la fede cristiana; i giorni in cui i nostri padri si riunivano avanti l’aurora per cantare un inno a Cristo come a
loro Dio [cfr. Pl. jr., Ep. 96] … . Non vi è, in tutta la cristianità, rito altrettanto venerabile quanto la Messa romana»
(A. Fortescue).
«Il Canone romano risale, tale e quale è oggi, a San Gregorio Magno. Non vi è, in Oriente come in Occidente, nessuna
preghiera eucaristica che, rimasta in uso fino ai nostri giorni, possa vantare una tale antichità! Agli occhi non solo degli
ortodossi, ma degli anglicani e persino dei protestanti che hanno ancora in qualche misura il senso della tradizione,
gettarlo a mare equivarrebbe, da parte della Chiesa Romana, a rinnegare ogni pretesa di rappresentare mai piú la vera
Chiesa Cattolica » (P. Louis Bouyer).
(2) – In nota, per una tale definizione, si rimanda a due testi del Concilio Vaticano II. Ma a leggere quei due testi non si
trova nulla che giustifichi tale definizione.
Il primo testo (decreto Presbyterorum Ordinis, n. 5) suona cosí: « …I presbiteri sono consacrati a Dio mediante il
ministero del vescovo, in modo che… nelle sacre celebrazioni agiscano come ministri di Colui che ininterrottamente
esercita la funzione sacerdotale in favore nostro nella Liturgia… E soprattutto con la celebrazione della Messa offrono
sacramentalmente il Sacrificio di Cristo».
Ed ecco l’altro testo cui si rimanda (Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 33): «Nella Liturgia Dio parla al suo
popolo. Cristo annunzia ancora il suo Vangelo. Il popolo a sua volta risponde a Dio con i canti e con la preghiera. Anzi,
le preghiere rivolte a Dio dal sacerdote che presiede l’assemblea nella persona di Cristo vengono dette a nome di tutto il
popolo santo e di tutti gli astanti».
Non si spiega come da tali testi si sia potuto trarre la suddetta definizione.
Notiamo poi l’alterazione radicale, in questa definizione della Messa, di quella del Vaticano II (Presbyterorum Ordinis,
1254): «Est ergo Eucharistica Synaxis centrum congregationis fidelium…». Fatto sparire fraudolentemente
il centrum, nel Novus Ordo la congregatio stessa ne ha usurpato il posto.
(3) – Cosí il Tridentino sancisce la Presenza Reale: «Principio docet Sancta Synodus et aperte et simpliciter
profitetur in almo Sanctæ Eucharestiæ sacramento post panis et vini consacrationem Dominum
nostrum Iesum Christum verum Deum atque hominem vere, realiter ac substantialiter [can. 1] sub
specie illarum rerum sensibilium contineri». (DB, 874). Nella Sessione XXII, che ci interessa qui direttamente
(De sanctissimo Missæ Sacrificio), la dottrina sancita (DB, nn. 937a fino a 956) e chiaramente sintetizzata in nove
canoni:
1. La Messa è vero, visibile sacrificio – non simbolica rappresentazione – «quo cruentum illud semel in cruce peragendum repræsentaretur atque illius salutaris virtus in remissionem eorum, quæ a nobis quotidie committuntur peccatorum applicaretur» (DB, 938).
2. Gesú Cristo Nostro Signore «sacerdotem secundum ordinem Mechisedech se in æternum [Ps. 109, 4] constitutum declarans, corpus et sanguinem suum sub specibus panis et vini Deo Patri obtulit ac sub earundem rerum symbolis Apostolis (quos tunc Novi Testamenti sacerdotes constituebat), ut sumerent, tradidit, et eisdem eorumque in sacerdotio successoribus, ut offerent, præcepit per hæc verba: “Hoc facite in meam commemorationem” [Lc. 22, 19; I Cor. 11, 24] uti semper catholica Ecclesia intellexit et docuit». (DB, ibid.).
Il celebrante, l’offerente, il sacrificatore è il sacerdote, a ciò consacrato, non il popolo di Dio, l’assemblea. «Si quis dixerit, illis verbis: “Hoc facite” etc. Christum non instituisse Apostolos sacerdotes, aut non ordinasse, ut ipsi aliique sacerdotes offerent corpus et sanguinem suum: anathema sit» (Can. 2; DB, 949).
3. Il Sacrificio della Messa è un vero sacrificio propiziatorio e NON una «nuda commemorazione del sacrificio compiuto sulla croce». «Si quis dixerit; Missæ sacrificium tantum esse laudis et gratiarum actiones aut nudam commemorationem sacrificii in cruce peracti, non autem propitiatorium; vel soli prodesse sumenti, neque pro vivis et defunctis, pro peccatis, pœnis, satisfactionibus et aliis necessitatibus offeri debere, a.s.» (Can. 3; DB, 950).
Si ricorda inoltre il can. 6: «Si quis dixerit Canon Missæ errores continere ideoque abrogandum esse, a.s.»; (DB, 953) e il canone 8: «Si quis dixerit Missæ, in quibus solus sacerdos sacramentaliter communicat, illicitas esse, ideoque abrogandas, a.s.» (DB, 955).
(4) – Ora è superfluo asserire che, se venisse negato un solo dogma definito, crollerebbero ipso facto tutti i dogmi, in quanto
crollerebbe il principio stesso della infallibilità del supremo solenne Magistero Gerarchico, papale o conciliare che sia.
(5) – Si dovrebbe aggiungere anche l’Ascensione ove si volesse riprendere l’Unde et memores, che d’altronde non
accomuna ma nettamente e finemente distingue: …«tam beatæ Passioni, nec non ab inferis Resurrectionis,
sed et in cœlum gloriosæ Ascensionis».
(6) – Tale spostamento di accento è riscontrabile anche nella sorprendente eliminazione, nei tre nuovi canoni, del Memento
dei morti e della menzione della sofferenza delle anime purganti, alle quali il Sacrificio satisfattorio era applicato.
(7) – Cfr. Mysterium Fidei, ove Paolo VI condanna sia gli errori del simbolismo che le nuove teorie della «transignificazione»
e «transfinalizzazione». «…aut ratione signi… ita instare quasi symbolismus, qui nullo diffitente
sanctissimæ Eucharistiæ certissime inest, totam exprimat et exhauriat rationem presentiæ Christi in
hoc Sacramento… aut de transubstantiationis mysterio disserere quin de mirabili conversione totius
substantiæ panis in corpus et totius substantiæ vini in sanguinem Christi, de qua lonquitur
Concilium Tridentinum, mentio fiat, ita ut in sola “transignificatione” et “transfinalizatione”, ut
aiunt, consistant» (A.A.S. LVII, 1965, p. 755).
(8) – L’introduzione di nuove formule, o di espressioni che, pur ricorrendo nei testi dei Padri e dei Concili e nei documenti del
Magistero, vengono usate in senso univoco, non subordinato alla dottrina sostanziale con cui formano una inscindibile
unità (p. es. «spiritualis alimonia», «cibus spiritualis», «potus spiritualis», ecc.) è ampiamente denunciata e
condannata nella Mysterium Fidei. Paolo VI premette che: «servata Fidei integritate, aptus quoque modus
loquendi servetur oportet, ne indisciplinatis verbis utentibus nobis falsæ, quod absit, de Fide
altissimarum rerum suboriantur opiniones»; cita Sant’Agostino: «Nobis tamen ad certam regulam loqui
fas est, ne verborum licentia etiam de rebus, quæ significantur impiam gignant opinionem» (De Civ.
Dei, X, 23. PL, 41, 300); continua: «Regula ergo loquendi, quem Ecclesia longo sæculorum labore non
sine Spiritus Sancti munimine induxit et Conciliorum auctoritate firmavit, quæque non semel tessera
et vexillum Fidei orthodoxæ facta est, sancte servetur, neque eam quisquam pro lubitu vel prætextu
novæ scientiæ immutare præsumat… Eodem modo ferendus non est quisquis formulis, quibus
Concilium Tridentinum Mysterium Eucharisticum ad credendum proposuit, suo marte derogare velit»
(A. A. S. LVII, 1965, p. 758).
(9) – In netta contraddizione con quanto prescrive (Sacros. Conc., n. 48) il Vaticano II.
(10) – Una volta (n. 259) è riconosciuta la sua funzione primaria: «Altare, in quo sacrificium crucis sub signis
sacramentalibus præsens efficitur». Non sembra molto per eliminare gli equivoci dell’altra costante
denominazione.
(11) – «Separare il Tabernacolo dall’altare equivale a separare due cose che in forza della loro natura debbono restare unite»
(Pio XII, Allocuzione al Congresso Internazionale di Liturgia, Assisi – Roma 18-23 settembre 1956). Cfr. anche
Mediator Dei, I, 5.
(12) – Raramente è usata, nel Novus Ordo, la parola «hostia», tradizionale nei libri liturgici con il suo preciso significato di
«vittima». Ciò rientra nel sistema inteso a mettere in evidenza esclusivamente gli aspetti di «cena» e di «cibo».
(13) – Per il consueto fenomeno di sostituzione e di scambio di una cosa per l’altra, la Presenza Reale viene equiparata alla
presenza nella parola (n. 7, 54). Ma questa è in verità di tutt’altra natura perché non ha realtà che in usu, mentre quella
è, in modo stabile, obbiettivamente, indipendentemente dalla comunicazione che se ne fa nel Sacramento.
Tipicamente protestanti le formule: «Deus populum suum alloquitur… Christus per verbum suum in
medio fidelium præsens adest» (n. 33, , cfr. Sacros. Conc., nn. 33 e 7), cosa che, strettamente parlando, non
ha senso perché la presenza di Dio nella parola è mediata, legata a un atto dello spirito, alla condizione spirituale
dell’individuo e limitata nel tempo.
L’errore non è senza la piú tragica conseguenza: l’affermazione, o l’insinuazione, che la Presenza Reale sia legata
all’usus e finisca insieme con esso.
(14) – L’azione sacramentale della istituzione è puntualizzata come avvenuta nel dare Gesú agli Apostoli «a mangiare» il suo
Corpo e Sangue sotto le specie del pane e del vino, e non nella azione della consacrazione e nella mistica separazione in
essa compiuta del Corpo e del Sangue, essenza del Sacrificio eucaristico (cfr. l’intero capitolo I della Parte II – «Il Culto
Eucaristico» – della Mediator Dei).
(15) – Le parole della Consacrazione, quali sono inserite nel contesto del Novus Ordo, possono essere valide in virtú
dell’intenzione del ministro. Possono non esserlo perché non lo sono piú ex vi verborum o piú precisamente in virtú
del modus significandi che avevano finora nella Messa. I sacerdoti, che, in un prossimo avvenire, non avranno
ricevuto la formazione tradizionale e che si affideranno al Novus Ordo al fine di «fare ciò che fa la Chiesa»
consacreranno validamente? È lecito dubitarne.
(16) – Non si dica, secondo il noto procedimento della critica protestante, che queste espressioni appartengono a quello stesso
contesto scritturistico. La Chiesa ne ha sempre evitato la giustapposizione e sovrapposizione per rimuovere appunto la
confusione delle diverse realtà che detti testi esprimono.
(17) – Di contro a luterani e calvinisti che affermavano come tutti i cristiani siano sacerdoti e perciò offerenti della cena v. A.
Tanquerey: Synopsis theologiæ dogmaticæ, t. III, Desclee 1930: «Omnes et soli sacerdotes sunt, proprie
loquendo, ministri secundarii sacrificii missæ. Christus est quidem principalis minister. Fideles
mediate, non autem sensu stricto, per sacerdotes offerunt ». (Cfr. Cons. Trid. Sess. XXII, Can. 2).
(18) – Notiamo una innovazione impensabile e che sarà psicologicamente disastrosa: il Venerdí Santo in paramenti rossi
anziché neri (n. 308b): la commemorazione cioè di un qualsiasi martire anziché il lutto della Chiesa tutta per il suo
Fondatore. Cfr. Mediator Dei, I, 5 (v. p. 36, nota 28).
(19) – P. Roquet, O.P., alle Domenicane di Betania a Plesschenet.
(20) – In alcune traduzioni del Canone romano, il «locus refrigerii, lucis et pacis» veniva reso come un semplice stato
(«beatitudine, luce, pace»). Che dire, ora, della sparizione di ogni esplicito accenno alla Chiesa purgante?
(21) – In tanta febbre di decurtazione, un solo arricchimento: l’omissione, menzionata nell’accusa dei peccati al Confiteor…
(22) – Alla conferenza stampa in cui fu presentato l’Ordo, il P. Lecuyer, in una professione di pura fede razionalistica, parlò
di convertire in «Dominus tecum», «Ora, frater», etc. le salutationes nella «Missa sine populo», «…perché
non vi sia nulla che non corrisponda a verità ».
(23) – A questo proposito noteremo marginalmente che appare lecito, ai sacerdoti che siano costretti a celebrare da soli prima o
dopo la concelebrazione, di comunicarsi di nuovo sub utraque specie durante questa.
(24) – Che si è voluto presentare come «canone di Ippolito» mentre di quel canone serba appena qualche reminiscenza
verbale.
(25) – Gottesdienst, n. 9, 14 maggio 1969.
(26) – Si pensi, per ricordare solo la bizantina, alle preghiere penitenziali, lunghissime, istanti, ripetute; ai solenni riti di
vestizione del celebrante e del diacono; alla preparazione, che è già un rito completo in sé stessa, delle offerte alla
proscomidia; alla presenza costante, nelle orazioni e persino nelle offerte, della Beata Vergine, dei Santi e delle
Gerarchie Angeliche (che, nell’Entrata col Vangelo sono addirittura evocate come invisibilmente concelebranti e con le
quali si identifica il coro nel Cherubicon); alla iconostasi che nettamente separa santuario da tempio, clero da popolo;
alla consacrazione celata, evidente simbolo dell’Inconoscibile a cui l’intera Liturgia allude; alla posizione del celebrante
versus ad Deum e mai versus ad populum; alla comunione amministrata sempre e solo dal celebrante; ai continui e
profondi segni di adorazione di cui sono fatte segno le Specie; all’atteggiamento essenzialmente contemplativo del
popolo.
Il fatto che tali liturgie, anche nelle forme meno solenni, durino piú di un’ora, e le costanti definizioni che vi si trovano
(«tremenda e inenarrabile liturgia», «tremendi, celesti, vivificanti misteri », ecc.) bastino a dir tutto.
Notiamo infine, sia nella Divina Liturgia di San Giovanni Crisostomo che in quella di San Basilio, come il concetto di
«cena» o di «banchetto» appaia chiaramente subordinato a quello di sacrificio, cosí come lo era nella Messa romana.
(27) – Nella Sessione XIII (decreto sulla SS.ma Eucarestia), il Concilio di Trento manifesta la sua intenzione «ut stirpitus
convelleret zizania execrabilium errorum et schismatum, quæ inimicus homo… in doctrina fidei
usu et cultu Sacrosanctæ Eucharestiæ superseminavit (Mt. 13, 25 ss.)… quam alioqui Salvator
noster in Ecclesia sua tamquam symbolum reliquit eius unitatis et caritatis, qua Christianos omnes
inter se coniunctos et copulatos, esse voluit» (DB, 873).
(28) – «Ad sacræ liturgiæ fontes mente animoque redire sapiens perfecto ac laudabilissima res est, cum
disciplinæ huius studium, ad eius origines remigrans, haud parum conferat ad festorum dierum
significationem et ad formularum, quæ usurpantur, sacrarumque cæremoniarum sententiam altius
dividentiusque pervestigandam: non sapiens tamen, non laudabile est omnia ad antiquitatem quovis
modo reducere. Itaque, ut exemplis utamur, is ex recto aberret itinere, qui priscam altari velit
mensæ formam restituere; qui liturgicas vestes velit nigro semper carere colore; qui sacras
imagines ac statuas e templis prohibeat; qui divini Redemptoris in Crucem acti effigies ita
conformari iubeat, ut corpus eius acerrimos non referat, quos passus est, cruciatus… Hæc enim
cogitandi agendique ratio nimiam illam reviscere iubet atque insanam antiquitatum cupidinem,
quam illegitimum excitavit Pistoriense concilium, itemque multiplices illos restituere enititur
errores, qui in causa fuere, cur conciliabulum idem cogeretur, quique inde non sine magno
animorum detrimento consecuti sunt, quosque Ecclesia, cum evigilans semper evistat “fidei
depositi” custos sibi a Divino Conditore concrediti, iure meritoque reprobavit» (Mediator Dei, I, 5).
(29) – «…Non ci illuda il criterio di ridurre l’edificio della Chiesa, diventato largo e maestoso per la gloria di Dio, come un suo
tempio magnifico, alle sue iniziali e minime proporzioni, quasi che quelle siano solo le vere, solo le buone…» (Paolo
VI, Ecclesiam suam).
(30) – «Un fermento praticamente scismatico divide, suddivide, spezza la Chiesa» (Paolo VI, Omelia in Cena Domini, 1969).
(31) – «Vi sono anche tra noi quegli «schismata», quelle «scissuræ» che la prima lettera ai Corinzi di San Paolo, oggi nostra
ammaestrante lettura, dolorosamente denuncia» (cfr. Paolo VI, ibid.).
(32) – È noto a tutti come il Concilio Vaticano II venga oggi rinnegato proprio da coloro che si vantarono di esserne i padri;
coloro che – mentre il Sommo Pontefice, chiudendolo, dichiarava non aver esso mutato nulla – ne partirono decisi a
«farne esplodere» il contenuto in sede di applicazione. Purtroppo la Santa Sede, con una fretta che ai piú parve
inesplicabile, ha consentito e quasi incoraggiato, attraverso il Consilium ad exequendam Constitutionem de
Sacra Liturgia, una sempre crescente infedeltà al Concilio; che va dagli aspetti solo apparentemente formali (latino,
gregoriano, soppressione di riti venerandi, ecc.) a quelli sostanziali consacrati dal Novus Ordo. Le terribili
conseguenze, che abbiamo tentato di illustrare, si sono ripercosse, in modo psicologicamente forse ancora piú
catastrofico, nei campi della disciplina e del magistero ecclesiastico, scuotendo paurosamente, insieme con il prestigio,
la docilità dovuta alla Sede Apostolica.
Rispondo a Saverio: Si è mio fratello in Cristo…ci pensi.
Don Marco: non si preoccupi il citarLa è stato il pretesto per sfogare la mia avversione verso coloro i quali parlano parlano e compiono atti meschini quali parlar male solo per invidia o semplice stupidità di persone per bene e che compiono il magistero non solo sacerdotale in modo trasparente e serio…di fatto se fosse ordinato Vescovo lo ucciderebbero nell’anima poichè la sua vita è l’esaltazione della parola attraverso la musica per la gloria del Padre. Un abbraccio Don Marco.
Markus: non c’è bisogno di scaldarsi, la mia era una battuta e mi auguro che la Sua intelligenza l’abbia intesa come tale. Non è necessario sfogarsi con delle filippiche che risultano superflue e sproporzionate.
A Paolo – molto interessante e documentato. Di questo passo la prossima volta posterai l’enciclopedia Treccani?;-)
Grazie Saverio del consiglio. prometto è stata la prima volta e.. l’ultima! Ma non potevo non postare le osservazioni del Cardinale Ottaviani. Io sono per la tradizione nella continuità.
Mi fa molto male assistere ad alcune messe nella nostra parrocchia, specie nei giorni festivi dove si fanno all’altare molti seri abusi dai ministri straordinari della comunione che si sostituiscono in alcune circostanze al sacerdote compiacente. Uno di questi ha affermato: “Ma non lo sai che ogni Parrocchia ha diritto ad avere il il suo proprio?”. Come vedi abbiamo fatto passi da giganti verso il protestantesimo.
Ci hanno lasciati per quaranta anni nel deserto, ma ho la fondata speranza che stiamo uscendo da questo esodo. Grazie a Papa Benedetto XVI lentamente riusciamo a capire la ragione di quel malessere che abbiamo sempre avuto nell’assistere a queste Messe dove al centro del’altare hanno rimosso Cristo nostro Signore con sacerdoti egocentrici e protagonisti e… politicizzati.
Sono perfettamente d’accordo con te, caro Paolo. Non aggiungo una parola perchè sei stato eccellente.
Grazie Saverio, un abbraccio nel Signore, e un caro saluto a tutti, pur con le nostre differenze dobbiamo restare uniti in Cristo e obbedienti al suo Vicario che con l’aiuto dello Spirito Santo sta illuminando la nostra Chiesa. Il Signore dia lunga vita e salute al nostro Papa, coraggio e forza!
Praticità:
Momento della Comunione. Chiesa dei Cappuccini, ci son ben 4 frati.
Nessuno presente se non il celebrante. La Comunione viene distribuita da una catechista, forse ministro straordinario.
Altro che calvinisti e luterani siamo arrivati al ridicolo.
Praticità:
Momento della Comunione. Chiesa dei Cappuccini, ci son ben 4 frati.
Nessuno presente se non il celebrante. La Comunione viene distribuita da una catechista, forse ministro straordinario.
Altro che calvinisti e luterani siamo arrivati al ridicolo.
Praticità 1: (norma generale nella mia parrochia nelle domeniche e giorni festivi).
Prima della comunione. Il ministro straordinario della comunione apre il tabernacolo come se fosse un frigorifero, prende la piside e la trasferiscee sull’altare.
Praticita 2: (un passo in avanti accaduto nella stessa parrocchia in questo tempo di Natale)
Alla consacrazione.
Il ministro straordinario versa lui stesso il vino e.. l’acqua nel calice!
Praticita 3: (in un’altra parrocchia adiacente alla nostra).
Prima della distribuzione della comunione.
Il Parroco distribuisce la comunione sia ai ministri straordinari della comunione che ai ragazzi(e) “animatori” presenti all’altare e consegna ad ogni uno nelle loro mani il calice da cui bevono il sangue di nostro Signore.
Praticita 4.
Non c’è più un minimo di silenzio durante la Messa dovuto ad una continua e freneticà attività di molteplici e competitivi attori laici e di sacerdoti molto creativi in ambienti assembleari…
Altri esemp:
Giovedì santo -Altare della reposizione.
Dentro una croce di cartapesta o materiale similare, è appoggiata pisside, maturalmente il buco creato dentro la croce sembra un nido da picchi , illumnato con luce calda quasi rossastra. Al posto del “conopeo” è posta uan specie di plastica che significherebbe il Velo del santo dei santi.
Canto del Santo:
“Quando il cielo si riversa sulla terra” battimani a non finire, tamburelli, alcuni ondeggiano, il tutto mentre il chitarista, sentendosi a Castrocaro Terme o in qualche altro festivalbar da le spalle all’altare;
Preghiera del padre nostro:
Bisogna darsi necessariamente le mani, se ti rifiuti vengono giù occhiate da ucciderti e ti tolgono alla fine della messa il saluto. Via vai di ragazzini, suore catechiste .
Scambio della pace
Neanche il tempo di sistemare i ragazzial proprio posto che inizia un’altro spostamento, sull’altare, ai lati davanti dietro, baranonda generale di grandi e piccini, saluti , sorrisi, battute, scambi affettuosi e segnali per un risentisi a dopo la messa, canto di shalom con tamburelli, tam-tam , chitarre axssordanti, mentre il sacerdote contento recita tra la confusione più totale “l’Agnello di Dio”.
Si arriva alla Comunione:
TUTTI COMODAMENTE SEDUTI, si canta Giosy cento, canto stereotipato, perchè sencondo le nuove direttive dell’Ufficio Liturgico tutti debbono cantare e quindi non bisogna cantare canti approrpiati al tempo ma canti che sanno tutti.
Alla fine
ite missa est.
salutoni a tutti e pronto per nuovi aggiornamenti sulla celebrazione della “cena” del Signore alla “mensa”.
Caro Natan, quanto hai ragione! Su questi aspetti segnalo diversi editoriali di Rino Cammilleri, che più volte ha lamentato la “volgarizzazione” della liturgia.
Per Paolo Rodari,
suggerisco di aprire una serena “discussione” su tutti gli abusi liturgici , credo che riempiremo un’intero libro da inviare al nuovo Prefetto del Culto Divino.
cui prodest?
mi immaginavo che il nostro don marco avrebbe risposto così,a dimostrazione del fatto di come tanti sacerdoti concepiscano oggi la liturgia..e poi si lamentano che le chiese sono vuote,certo..con certe comparsate che ti vuoi pretendere..
Abbi pazienza SAVERIO
……
LA MESSA CLANDESTINA
Giovannino Guareschi
«Questo non significa niente d’anormale,» affermò il signor Bianchi. «Anzi è la riprova di un dato di fatto universalmente risaputo: il popolo emiliano e romagnolo è generoso, passionale e di sanissimi principi morali.»
Gypo, come al solito, sghignazzò.
Il tema della discussione era stato fornito, quella settimana, dalla conclusione del famoso processo di Bologna, che la signora Bianchi aveva trovato insoddisfacente sia perché era rimasto semplicemente indiziario, sia per la feroce e furibonda ostilità dimostrata dai bolognesi nei riguardi dell’imputato.
«Mi meraviglio, Maria,» aveva osservato il signor Bianchi. «Tu, moglie e madre, parteggi per un uomo che ha assassinato la madre dei suoi figli.»
«Io parteggio per la verità,» aveva replicato la signora Bianchi. «Se io fossi stata nella giuria popolare, avrei votato senza esitare per la non colpevolezza. E non mi sarei certo impaurita come è successo a quella donna-giurato che, all’udienza finale, è stata sostituita.»
«Nigrisoli è un tipo tremendamente antipatico!» affermò la Giusy.
«Sì,» ammise la signora Bianchi. «Questa era una delle sue più gravi colpe. L’altra, gravissima, era quella d’aver scelto come difensore un avvocato come Delitala che viene chiamato il ‘‘professore’’ proprio perché è in grado di impartire lezioni di Diritto a tutti. E non perde occasione per farlo, approfittando della sua grande cultura specifica e della sua eccezionale abilità dialettica. Ci sono dei processi nei quali il principale obiettivo è quello di battere l’avvocato difensore. E chi ci rimette è l’imputato. In quanto alla generosità del nobile popolo bolognese, basta l’episodio finale del bravo dozziano che, alle 22,15, appena conosciuta la sentenza, telefona alla madre del Nigrisoli: ‘‘Ho il piacere di annunciarle che suo figlio è stato condannato all’ergastolo’’. Non parliamo poi della generosa dozziana che ha dato una pedata in uno stinco a quella Azzali.»
«Maria, spero che non ti metterai dalla parte d’una ragazza che pratica un uomo sposato!» urlò il signor Bianchi. «Questa è immoralità.»
«Non si tratta né d’immoralità né di moralità, ma di semplice moralismo,» precisò la signora Bianchi. «Se tutte le bolognesi che hanno praticato o praticano un uomo sposato dovessero ricevere una pedata in uno stinco, Bologna non si chiamerebbe più ‘‘la Dotta’’, ma ‘‘la Zoppa’’.»
«E poi,» aggiunse la Giusy, «una ragazza che pratica un uomo sposato dimostra saggezza e prudenza perché non corre il rischio di rimanere sposata.»
«Giusy,» approvò sospirando la signora Bianchi, «nella tua ingenua, candida stupidità, hai sfiorato una verità profonda. Comunque io dico che il processo avrebbe avuto un finale adeguato all’atmosfera in cui s’è svolto solo se, dopo la sentenza, il Nigrisoli fosse stato buttato su una carretta, quindi trasportato nella piazza principale di Bologna, illuminata da torce a vento. Qui, confortato dal Cardinale Lercaro in persona coadiuvato da un funzionario della federazione comunista, il Nigrisoli doveva essere ghigliottinato con presentazione della testa recisa al popolo festante.»
Gypo sghignazzò divertito: «Più bello ancora se, invece di Lercaro, avesse accompagnato il condannato al patibolo l’onorevole Nenni vestito da Cardinale. Nenni è meno marxista del cardinale Lercaro, però è più popolare perché è romagnolo ed è stato fra i fondatori del Fascio di Bologna. Inoltre, dopo essere stato inviato a New York a commentare l’Enciclica Pacem in terris, Nenni è oggi una colonna della Chiesa cattolico-marxista costruita sulla pietra del nuovo Pietro, adesso che l’altro Pietro è andato in soffitta assieme al Tu es Petrus e alle altre anticaglie latine.»
Il signor Bianchi insorse: «Non permetterò che si trattino con sì deplorevole leggerezza argomenti gravi come questo! Ricordati che Nenni è vicepresidente del Consiglio e che ora, assieme a U Thant, sta risolvendo importantissimi problemi mondiali.»
«U Thant,» ridacchiò Gypo. «Quello che ha normalizzato la situazione del Congo. Adesso, se ci si mette assieme a Nenni, sistema anche il Vietnam. Comunque, a me l’idea di Nenni che va in America a illustrare un’Enciclica, con tanto di benedizione papale, non mi va giù. E tanto perché tu lo sappia, papà, domenica io non ci vengo alla Mandata.»
«Quale Mandata?»
«La Messa in italiano.»
«Fino a quando sarò il capo di questa fino ad oggi rispettabile e onorata famiglia, cose del genere non accadranno mai. Tu domenica verrai a Messa con noi!»
«No, pater! Non voglio correre il pericolo di trovare sul pulpito un funzionario della Federazione Socialista. Io andrò a Messa sì, ma dove mi pare e piace. Io sono uno dei fondatori dell’ACP.»
«ACP?, che significa?»
«Associazione Cattolici Pacelliani. Ci siamo riuniti in trentatrè ragazzi, abbiamo diviso la zona attorno a Milano in settori e ognuno ha compiuto le sue ricerche. Così abbiamo trovato, in un paesino, un vecchio prete di quelli non riformati, che celebra la Messa in Latino, insegna che tutti gli uomini sono uguali davanti a Dio e, quindi, ci sono dei buoni non solo nel proletariato, ma anche fra i borghesi. E spiega che non basta essere brutti, stupidi e poveri per aver diritto al Regno dei Cieli, ma occorre anche essere buoni e onesti. E’ un vecchio parroco che crede ancora in Dio, nei Santi, nel Paradiso e nell’Inferno e, quando confessa le ragazze, non fa loro delle disquisizioni sessuali e, quando confessa noi ragazzi, non ci nega l’assoluzione se gli diciamo che siamo liberali, monarchici o missini. E’ un vecchio parroco che ritiene ancora valida la Scomunica del comunismo. E poi ha una chiesetta di quelle all’antica, con tanti fiori, tanti ceri accesi e, durante la Messa, c’è il coro che esegue gli antichi canti tradizionali. Uno può accendere un cero alla Madonna o a qualche Santo: lui non dice, come quel famoso parroco sociale che hanno fatto cardinale adesso, che i vassoi coi lumini accesi sono uno spettacolo da rosticceria. E come invece fa sempre quel parroco-cardinale, non fa quaranta milioni di debito per sistemare la parrocchia, dicendo poi ai creditori di farsi pagare dalla Divina Provvidenza. E non userebbe mai i quattrini dei parrocchiani per pagare la rata del motorino al povero compagno in modo che possa continuare a distribuire gli opuscoli di propaganda comunista. Quel povero vecchio parroco non lo faranno mai Cardinale, o Vescovo e nemmeno Monsignore. Sarà fortunato se non lo sospenderanno a divinis per filocattolicesimo antisociale. Abbiamo organizzato ogni cosa: quasi tutti hanno la macchina, si parte la mattina presto, prendendo strade diverse. Bisogna evitare di dare nell’occhio per non metter nei guai quel povero parroco. I montiniani hanno mezzi e, attraverso i preti-operai, sono collegati con le cellule comuniste che controllano tutto e tutti. Siamo già oltre settanta fra ragazzi, ragazze, padri e madri.»
«Ma,» si preoccupò la signora Bianchi, «vedendo tanti forestieri alla Messa, quelli del paese entreranno in allarme e faranno la spia.»
«No, mamma,» rispose Gypo; «sono tutti pacelliani e anticomunisti.»
Il signor Bianchi balzò in piedi: «Qui siamo in piena Vandea!» urlò inorridito.
«Gypo, fammi tenere il posto, vengo anch’io,» disse tranquillamente la signora Bianchi che, in fondo, aveva sempre fatto il tifo per la Vandea.
«Règolati come credi,» le disse asciutto il signor Bianchi. «Io continuerò ad andare alla solita chiesa.»
«Anch’io,» aggiunse la Giusy. «Mi eccitano un pozzo quei pretini giovani che ci fanno la predica e si scagliano contro gli industriali, i capitalisti, i liberali eccetera. Fanno venire in mente la rivoluzione francese, la presa della Bastiglia e via discorrendo. E poi, adesso, hanno incominciato a demistificare la chiesa. Era ora di finirla coi lumini puzzolenti, coi santi di gesso e con le Madonnine caramellate. Dovrà rimanere soltanto la Croce, nuda e cruda. Il simbolo, cioè, del Proletariato sfruttato e torturato dai ricchi.»
«E Cristo,» domandò la signora Bianchi, «l’hanno sfrattato anche lui?»
«Cristo rimane sempre, non di legno o di bronzo, ma vivo e operante nei Vangeli, specialmente in quello di Pasolini che è il più in gamba di tutti i Vangeli. Bisogna demistificare, capisci?»
«Certo che capisco,» rispose Gypo. «Occorre un lavoro di rigida revisione. Per esempio; adesso che s’è scoperto che gli ebrei non hanno nessuna responsabilità nel supplizio di Cristo, bisognerà sdrammatizzare anche l’episodio della Crocifissione. In fondo, si tratta di un normale caso di morte apparente. La Resurrezione…»
«Non bestemmiare!» urlò il signor Bianchi.
«Non bestemmio, papà: ragiono secondo la mentalità dei preti nuovi. Vedrai: quelli, durante la Messa faranno cantare Gaber, Maria Monti, la Ornella Vanoni e gli altri cantanti sociali. In fondo, adesso che ha ispirato le sublimi canzonette di Gino Paoli, il canto Gregoriano non ha più ragione di esistere.»
«Fate vobis,» disse con sarcasmo il signor Bianchi. «Io e la Giusy rimaniamo sulla strada giusta che è quella legale e porta alla Chiesa dell’avvenire.»
«Fate bene,» ridacchiò Gypo. «Oltre al resto, voi montiniani avete il vantaggio che, quando il confessore vi assegna una penitenza troppo pesante, potete sempre ricorrere alla CGIL. Giusy, se domenica alla Messa vi distribuiscono i santini benedetti con l’immagine di Nenni, portamene uno.»
Caro Paolo, è solo un piacere leggere il grande Giovannino. Dovrebbero leggerlo tutti obbligatoriamente dalle scuole elementari in poi! La Gelmini farebbe una grande cosa se lo introducesse, usciamo dal politicamente corretto filo-sinistroso che ha plasmato gli ultimi 50 anni arruginendo le menti argute dei pueri!
Cari amici,
diamoci allora una mossa.
Perchè Guareschi è un racconto. ma le realtà delle parrocchie sono quelle che sono.
Sono andato dal mio vescovo per dire che nella Chiesa dove abitualmente i bambini frequentano la messa domenicale con tanto di danze e teatri e sacchi di pasta , di zucchero, biscotti e canti alla Giosy, manca il Santissimo Sacramento.
Ho fatto presente che in quella Chiesa è necessario che vi sia il Santissimo, almeno quando i fedeli la domenica mattina arrivano per partecipare alla celebrazione eucaristica.
Faccio presente che la Chiesa è una rettoria e che la settimana è praticamente chiusa al culto.
risposta : Silenzio da parte del vescovo che alla fine mi consiglia di parlarne con il parroco, di cui già avevo accennato la cosa.
Così vado dal parroco che seraficamente mi dice.: basta il Crocifisso.
Scommetto che don Marco avrà subito la risposta pronta.
io non ho risposte pronte, carissimo Natan. Nella mia parrocchia c’è il Santissimo nel suo bel tabernacolo e non mi sognerei nemmeno lontanamente di toglierlo.
però è vero che in una rettoria, chiusa al culto tutta la settimana e aperta solo per la celebrazione eucaristica domenicale, forse le parole del tuo parroco non sono proprio fuoriluogo.
Perchè il parroco e il vescovo hanno sempre torto e tu sempre ragione?
Caro Guglielmo, a parte l’irrisione personale, aspettavo la risposta al mio “cui prodest”…
ciao
Si è fatto il nome di un certo Palombella: un dilettante allo sbaraglio di mia conoscenza! Spero il santo padre ponderi a lungo sulla scelta, e insista su Valentino Miserach.