Intervista a padre Sale: «Fini sconcertante, conosce poco la storia»
dic 17, 2008 IL RIFORMISTA (OLD)
Nella sede della Civiltà Cattolica a Roma le dichiarazioni del presidente della Camera Gianfranco Fini sulla Chiesa e le leggi razziali non scuotono più del dovuto il quotidiano lavoro. Tutto passa. E passerà pure l’ultima uscita di Fini la quale, a detta del massimo esperto gesuita del periodo delle leggi razziali, ovvero padre Giovanni Sale, è «sconcertante». «Credo che Fini – racconta padre Sale al Riformista – tirando fuori la storia che la Chiesa, al pari di parte della società italiana, si sia adeguata nel suo insieme alla legislazione antiebraica dimostri di conoscere poco la storia del nostro paese e l’aspra, direi asprissima, contrapposizione che contraddistinse i rapporti tra Benito Mussolini e Papa Pio XI». Padre Sale è consapevole che, spesso, chi ha in qualche modo fatto parte di una storia poi rinnegata, cerchi altri imputati: «E probabilmente Fini – spiega – è questo esercizio che ha messo in campo con le sue parole».
Il presidente della Camera non ha ritrattato le sue dichiarazioni. Anzi, ieri pomeriggio, ha voluto spiegarsi meglio dicendo di riferirsi al 1938 e non al 1942. Ma è proprio sul 1938 che padre Sale vuole snocciolare punti di vista che divergono dalle convinzioni di Fini: «Tutto – dice – accadde proprio nel 1938, esattamente nel giorno in cui il <+corsivo>Giornale d’Italia<+tondo> pubblicò il Manifesto che fissava la posizione del fascismo nei confronti della razza. A differenza della stampa cattolica e di buona parte delle gerarchie interessate a non scontrarsi con il Duce con il quale, dieci anni prima, si era sottoscritto un Concordato (c’era, dunque, una certa volontà di non estendere le occasioni di conflitto con il regime), Achille Ratti giudicò il Manifesto e tutte le iniziative che il governo stava organizzando per la tutela della razza in modo piuttosto severo. Pio XI ricevette in udienza le suore del Cenacolo, le fece partecipi di ciò che in quel momento angustiava il suo cuore di Padre, vale a dire le idee che venivano dappertutto affermate e diffuse in materia di nazionalismo estremo e di razzismo, e disse loro testualmente: “Siamo di fronte a una vera e propria apostasia”. E ancora: “Non è soltanto l’una o l’altra idea errata: è tutto lo spirito della dottrina che è contrario alla fede di Cristo”».
Padre Sale ricorda anche una lettera del gesuita statunitense padre John La Farge «il quale, il 22 giugno dello stesso anno, era stato incaricato da Pio XI in persona di scrivere un’enciclica contro il razzismo: Humani generis unitas. Come tutti sanno, questa enciclica non uscì mai, rimase allo stato di bozza perché fu ritenuta dal Generale dei gesuiti e da altri suoi collaboratori “non conforme alla mente del Papa” e poi la malattia, assieme alla successiva morte dello stesso Pontefice, impedirono che il testo venisse corretto, completato e pubblicato».
Insomma, se le parole di Fini hanno un fondo di verità, ce l’hanno se riferite ad alcuni collaboratori di Pio XI: «Sull’antisemitismo – spiega padre Sale – ci fu una certa prudenza della Segreteria di Stato perché si pensava che in tal modo si potesse ottenere qualcosa di concreto a vantaggio degli ebrei, in particolare di quelli convertiti al cattolicesimo». Parallelamente, anche alcuni vescovi italiani mostrarono prudenza perché «erano interessati a mantenere controllati i rapporti tra il Vaticano e il governo». Infatti, «a proposito di un discorso durissimo contro il razzismo che Pio XI tenne il 29 luglio del 1938 ricevendo gli studenti del collegio urbaniano di <+corsivo>Propaganda Fide<+tondo>, il vescovo di Cremona Giovanni Cazzani scrisse una lettera all’onorevole Roberto Farinacci (ras di Cremona) in cui spiegava che in realtà Ratti “non parlava contro un razzismo fascista, ma parendogli che una certa corrente di stampa fascista volesse promuovere e caldeggiare anche in Italia un razzismo alla hitleriana, ha voluto mettere l’avviso contro il pericolo di un tale razzismo, e perciò ha parlato di mutazione dai tedeschi».
Dunque, un conto fu Pio XI, un altro la gerarchia. Dice padre Sale: «Mentre la curia e la diplomazia lavorarono senza sosta per un accomodamento con il regime mussoliniano, in modo da contenere entro limiti accettabili la programmata legislazione antiebraica, così che questa non si discostasse troppo dai princìpi della morale cattolica e non violasse punti significativi degli accordi del Laterano, Pio XI continuò la sua lotta solitaria contro le “ideologie totalitarie”. Egli non sottopose a censura, come voleva il Duce, il suo pensiero e continuò sino alla fine dei suoi giorni a condannare le aberranti dottrine del “nazionalismo estremo” e soprattutto del cosiddetto “razzismo esagerato”, che considerava un’eresia in quanto contraddiceva il fondamentale principio sull’originale uguaglianza tra gli esseri umani». Pio XI – dice ancora padre Sale – «scrisse anche, il 13 novembre 1938, una Nota diplomatica di protesta all’ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede. Papa Ratti avrebbe voluto la pubblicazione integrale di quella Nota, ma la curia (segretario di Stato era allora il futuro Pio XII, Eugenio Pacelli), per ragioni prudenziali, preferì la pubblicazione di un testo meno compromettente».
La posizione tenuta da Pio XI fu inequivocabile. Quella della curia e delle gerarchie fu di gran lunga più prudente. E la linea di Pio XI venne confermata anche da alcune parole che il Duce riservò al Pontefice parlando con terze persone. Egli, conclude padre Sale, «ebbe a dire in privato che “quel Papa rappresentava una rovina per l’Italia e la Chiesa”». E ancora: «Fu anche la stampa internazionale a dare ampio spazio all’antagonismo esistente tra i due, fino addirittura a ipotizzare un possibile abbandono della Città Eterna e dell’Italia da parte del Papa». Una possibilità, quest’ultima, senz’altro enfatizzata dalla stampa ma che rende bene l’idea dell’acredine che, a scanso di equivoci, divideva allora Achille Ratti e Benito Mussolini.
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dicembre 17th, 2008 at 2:08 pm
I fatti stanno a zero.
Fondamentalmente dall’uscita dei vari regi decreti razzisti, la voce pubblica della Gerarchia Cattolica per indirizzare le coscienze dei cattolici, è venuta clamorosamente a mancare, quindi i cattolici sono andati in ordine sparso, ciascuno con il proprio senso buono o di buon antisemita come accadeva allora.
I discorsi privati del Papa con suore o seminaristi che siano, non sono realtà pubbliche al popolo cattolico.
Ergo, dalla Gerarchia non vi fu reazione alle leggi raziali che rimasero in vigore per quasi una decina di anni.
matteo
dicembre 17th, 2008 at 2:26 pm
Non mi stupisco più di nulla. Fini ha iniziato a tradire la nostra cultura accettando di omettere il richiamo alle radici cristiane nel preambolo della Costituzione Europea. Ora dimostra anche di non conoscere la storia.
dicembre 17th, 2008 at 4:20 pm
temo che fini stia giocando al colpo al cerchio colpo alla botte. fa il furbetto , il super partes . una volta definisce il fascismo male assoluto, per ben mostrarsi al pubblico come uomo nuovo, distante da un parentesi storica poco apprezzata dai piu. ora sembra voler mostrare una certa distanza dalla chiesa. vedo un obiettivo comune nelle due azioni, quello di mostrarsi al di sopra delle parti , scevro da chiusure mentali e clichés vari. povero illuso. fini non mi è mai piaciuto e se sto tipetto rappresentata il post-berlusconi, che Dio ci aiuti.
dicembre 17th, 2008 at 7:07 pm
Ricordo che Gianfranco Fini votò tre sì e un no ai referendum sulla fecondazione assistita, a costo di aprire nel suo partito una guerra intestina
dicembre 17th, 2008 at 7:10 pm
e aprì pure alle coppie di fatto…
dicembre 18th, 2008 at 5:03 pm
Ormai di Fini non mi stupisco più. Fortunatamente essendo presidente della Camera è abbastanza tagliato fuori da una successione a Berlusconi. Ruolo che credo e spero vada a Giulio Tremonti.
dicembre 18th, 2008 at 7:35 pm
Bravo Bento! Sono d’accordo con te, pienamente. Giulio Presidente!
dicembre 18th, 2008 at 9:49 pm
Non conosco le intenzioni di Fini, ma quel che ha detto risponde a verità.
Per ricostruire il ruolo svolto dal Vaticano nella genesi della legislazione razzista italiana, ad esempio, ci si può modestamente limitare a quanto è noto da lungo tempo, ossia a quanto pubblicato già nel 1961 da Renzo De Felice in appendice alla sua Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, (Einaudi), a pp. 561-566. Infatti da quei documenti traspare che le “leggi razziali”, firmate da Mussolini e da Vittorio Emanuele III il 10 novembre 1938, furono elaborate con la consulenza se non con la collaborazione di eminenti personalità del Vaticano.
Già un mese prima della loro promulgazione, quando la sostanza dei provvedimenti contro gli ebrei già era stata anticipata nella “Dichiarazione sulla razza” del 6 ottobre, Galeazzo Ciano annotava in una lettera (telespresso n. 00542/c del 12 ottobre 1938) inviata a Mussolini e al Governo: “Come ho già avuto l’onore di riferire, le recenti deliberazioni del Gran Consiglio in tema di difesa della razza non hanno trovato in complesso in Vaticano sfavorevoli accoglienze”. Citando poi il futuro Papa Paolo VI, Ciano specifica: “Da Monsignor Montini, sostituto per gli Affari Ordinari alla Segreteria di Stato, ho avuto conferma di tali impressioni e più particolarmente che le maggiori per non dire uniche preoccupazioni della Santa Sede si riferiscono al caso di matrimoni con ebrei convertiti”.
Come scrisse nella lettera indirizzata a Mussolini (il 9 novembre) il gesuita Padre Pietro Tacchi Venturi, capo della delegazione pontificia che trattò la materia con il Governo, i negoziatori vaticani non intendevano mettere in questione “il principio voluto dal legislatore, cioè che si tolgano i matrimoni misti” (unioni del resto da sempre avversate dalla Chiesa stessa) ma esigevano che si facessero delle eccezioni per gli ebrei convertiti e battezzati nella fede cattolica. Queste eccezioni, proseguiva Padre Venturi, non avrebbero riguardato neppure 100 matrimoni in un anno “una vera goccia d’acqua in mezzo al mare!”.
La restrizione del suo potere decisionale su quali matrimoni andavano permessi e quali negati è stata fortemente risentita in Vaticano come un “Vulnus” al Concordato lateranense del 1929. L’offesa era ritenuta molto grave, tanto da scatenare una reazione molto energica materializzatasi con uno scambio epistolare ad altissimo livello tra Pio XI, Vittorio Emanuele III e Mussolini.
Vista l’incapacità dei negoziatori vaticani di ottenere quanto desiderato, il 4 novembre, Papa Pio XI, al secolo Achille Ratti, prese carta e penna per scrivere al Duce. Dal tono della lettera nonché dall’appellativo “diletto figlio” e dal pronome “tu” si deduce che i rapporti tra i due uomini erano improntati ad affettuosa confidenza. Il Pontefice esordiva chiedendo a Mussolini di “adoperarTi efficacemente a sollevare l’animo Nostro gravato da penosissima cura” poiché “L’art. 7 del disegno di legge, che lunedì prossimo dovrà essere presentato all’approvazione del Consiglio dei Ministri, viene evidentemente a ledere quel solenne patto [il Concordato tra Stato e Chiesa NdA].” Per rimediare sarebbe bastato sostituire il “testo del predetto articolo pronto per l’approvazione”, con quello già sottoposto al governo in precedenza ma che, recriminava il Papa, “purtroppo non siamo stati consolati di veder accettato”. Ad ogni buon conto Pio XI si premurò di accludere alla lettera l’articolo compilato secondo le pretese vaticane.
Lo stesso allegato il Papa lo unì anche alla lettera che scrisse il giorno dopo a Re Vittorio Emanuele III. Da questa seconda missiva si apprende in modo più specifico che il Governo non aveva adottato integralmente il testo dell’Art. 7 che gli era stato trasmesso dai negoziatori capitanati da Padre Tacchi Venturi. Più precisamente, l’articolo era stato accettato sino alle parole “per legittimazione di prole” ma era stata soppressa la frase “o anche nel caso in cui ambedue i contraenti, sebbene di ‘razza diversa’ professano la religione cattolica”.
Tre giorni più tardi, il 7 novembre Mussolini scrisse al Re per autorizzarlo a rispondere al Papa e per esprimere il suo disappunto che, pur avendo egli “accettato due delle richieste pontificie,” il Vaticano “tiri alquanto la corda quando si tratta dell’Italia e molli completamente in altri casi.” Secondo lui accettando anche la terza richiesta sarebbe stata la legge a essere “vulnerata”.
La lettera, inviata lo stesso giorno da Vittorio Emanuele III a Pio XI, conteneva il messaggio suggerito da Mussolini: “Della lettera di Vostra Santità sarà tenuto il massimo conto ai fini di una soluzione conciliativa dei due punti di vista”.
Da questa corrispondenza si apprende che il Vaticano, di fronte al contenuto delle “leggi razziali italiane,” non si è dissociato né si è tenuto prudentemente distante per non esserne coinvolto e macchiato. Al contrario, ed al più alto livello, ossia nella persona stessa del Pontefice in carica, ha collaborato alla loro stesura addirittura proponendo emendamenti e formulando le frasi degli articoli (vedi l’Art. 7 ripetutamente citato da Pio XI nelle sue lettere). In questo modo ha dato implicitamente la sua approvazione al contenuto delle leggi ad eccezione del punto controverso sui matrimoni degli ebrei convertiti.
Questa ultima, d’altronde, è stata la sola obiezione nota della Santa Sede in margine a tutta la vicenda delle “leggi razziali”. Tanto le disposizioni che limitavano i diritti civili ed escludevano gli ebrei da tutte le scuole del regno, dai pubblici impieghi e dall’esercito, quanto le espulsioni di ebrei stranieri e la revoca della cittadinanza a quelli naturalizzati dopo il 1919 non furono mai deplorate dalla Chiesa, e neppure lo furono le limitazioni in campo economico imposte ai cittadini “non ariani” e il censimento degli ebrei del 22 agosto 1938. “Una vera goccia in mezzo al mare!”
dicembre 22nd, 2008 at 2:26 pm
Fini e Veltroni che si alleano contro la verità.
Mi rammentano Molotov e Ribentrop.
Allora fu tragedia.Oggi farsa, caricatura.
Quando i vescovi olandesi parlarono ,ci furono 20 mila persone -ebrei e cattolici- rastrellati.Se il Papa avesse parlato apertamente,in Italia ci sarebbe stata una tragedia ben più grave e non avremmo avuto i tanti ospitati e salvati nei monasteri , nei conventi e nelle chiese parrocchiali.
Prima ebrei,militari,uomini della resistenza ,antifascisti veri. Poi altri militari -tedeschi e italiani – e loro famiglie . Sempre perseguitati.Perchè questa è la Chiesa.
La resistenza non la si fa solo con le armi o con i proclami pubblici reboanti.
Spesso l’opera tacita , il passa parola riservato , il discorso morale ottengono risultati ben più importanti.
Sarebbe molto meglio per tutti se ciascuno ,prima di parlare , studiasse con l’umiltà di chi fa ricerca per trovare la verità e non le conferme ai propri comodi.
dicembre 25th, 2008 at 9:52 am
La storia e’ la maestra della vita ci narra che il Beatissimo Padre, tramite la segreteria dello stato diede ordine ai vescovi cattolici in Europa che i religiosi e le religiose dovevano con cautela dare la massima assistenza nei conventi, nei seminari, nei collegi i refugi per tutti ebrai.
Bisogna ragionare e prendere i panni della Curia Romana in quel momento di terrori e genocid di innocenti popoli che avevano la Spada di Democle sule loro teste.
Se il Vaticano avesse agito chiaramente, avrebbe rischiato di essere violato la famigerata legge fascista per la discriminazione razziale.
Sia Pio XI che il Suo Successore Pio XII che era il Suo segretario Generale della Santa Sede, emerito Nunzio Apostolici in Germania,fecero sotterfugio con tutta la forza di agire con cautela perche’ se il governo fascista avesse saputo the azioni di aiuto ed emergenza per salvare i salvabili ci sarebbero coinvolti moltissimi religiosi di ambo generi.
Pio XII accetto’ il piano Britannico di uccidere Hitler. In fatti la S.S. invio’ la notizia del complotto all’ allora arcivescovo di Cracovia, il predecessore del Papa Giovanni Paulo II,
La notizia venne notificata del Nunzio Apostolico in Polonia. Purtroppo, l’alto prelato brucio’ il dispacio diplomatico per non fare male ai suoi preti e suore che sempre avevano dato la salveza dei popoli che furono capreti espiatori .
Un’altra testimonianza tangible che la storia raconta e’ alcuni preti e suore sono stati fucilati sia in Italia, in Francia, in Olando, in Polonia.
Reverendo Padre Massilliano Maria Colpo, OfM Conv. fu arrestato per vaer aiutato ebrei. Durante il suo arresto , un prigioniere ebreo evase. Tutti i prigionieri furono radunati ed il capo della squadra calceralia dise loro se non ci fosse stato un volontario tra lorto di poter andare alla fucilazione al posto dell’ evaso, lui avrebbe preso tra loro 12 prigionieri. Il frate francescano minore disse che lui sarebbe nadato alla fucilazione al posto di altri 12 uomini. Lo spietato capo tedesco oso’ di chiedere al martire frate perche’ aveva lui scelto di essere fucilato, il martire rispose che lui era celibe e prete e gli altri erano padri e mariti .
Altresi’ questa narazione e’ anedottica . Prima di condannare i due Somi Pontefici Romani, direi di scartabellare le pagine delle storie che dicono i fatti verificati sotto il sole.
Moltisimi popoli che non avevano leto e riletto attentamente la storia, hanno confusione mentale degli eventi accaduti nel mondo.
Il Papa che gli ebrei condanano ingiustamente era Papa Benedetto XV,(1854-1922), predecesore di Pio XI Il Padre del zionismo internazionale scrisse un libro intitolato : Lo Stato Israele, nel 1896 . Teodor Herzl. He was an Austriac giornalista ed avvocato . Era il corrispondente di un quotidiano di Vienna. Fu il testimonio ocullare del processo di un capitano France-ebreo che era sotto processo per spionaggio. Una lettera scritta olograficamente fu trovato in un cestino al commando generale della forza tedesca in Germania che porto’ la’ notizie segrete militari.
Il giornalista si arabbio’ e returno’ in Vienna. Imediatamente, inizio’ di trattare con il governo russo affinche’ concedesse la Siberia come la terra degli ebrei. La Rusia rigetto’ il suo diabolico piano. Tento’ di chiedere il governo Britanico di aver Cipro , or Ugando, entrambe sotto il regime coloniale britannico. Il governo di Londra rifiuto’.
Gli rimasero due tentativi di aver dal regno italiano l’appoggio politico di ottenere la Palestina , abitata a quel momento in maggioranza palestinesi, ma c’eranoin minoranza di ebrei. L’altro fiasco che fece fu di contratare con SS Papa Benedetto XV che si destinasse la Palestina, la terra di ebrei. Il Sommo Pontefice Romano gli spiego’ che il suo piano era un’utopia irrealizzabile per le conseguenze deleterie del futuro in M.O. Era l’anno 1902. il Padre di Israele mori’ nel 1905 .
Alla fine del 2nda guerra mondiale, la Palestina faceva parte del’impero Osmano. La Turchia fu sconfitta ed il governo di Londro invase.
Sir James Belfour, allora ministro degli esteri del governo Conservativo, nonche’ emerito Primo Minister diede la Palestina come la terra dello Stato Ebreo, con la sua famigerata dichiarazine datata il novembre 02ndo , 1917, (Commemorazione dei Defunti).