Siri «contro i modernisti». Spuntano i nuovi inediti
12 dicembre 2008 -
In anni difficilissimi per la Chiesa, quelli del post Concilio Vaticano II, anni in cui scuole teologiche e svariati pastori nel nome di un’inusitata apertura al mondo presero strade impervie ed errate, brillò la luce del cardinale arcivescovo di Genova, nonché presidente della conferenza episcopale italiana, Giuseppe Siri. Una stella oggi ancora attuale tanto che, proprio ieri, è avvenuta la presentazione romana di un libro che raccoglie alcuni scritti inediti del porporato. Una presentazione a cui ha voluto partecipare, assieme a parecchi monsignori di curia romana, la créme della segreteria di Stato vaticana, dal responsabile dei rapporti con gli Stati monsignor Dominique Mamberti in giù. Tutti riuniti nella chiesa di San Benedetto in Piscinula per parlare del volume “Omelie per l’anno liturgico” (Fede e Cultura). Testi inediti e attuali soprattutto oggi, laddove la Chiesa è ancora chiamata a lavorare su se stessa e, in particolare, su quella interpretazione dei lavori conciliari che tanto fa parlare di sé. Se il Concilio Vaticano II fu rottura col passato la direzione che la Chiesa è chiamata a prendere è una, se il Concilio fu rinnovamento nella continuità (è l’esegesi ratzingeriana) la direzione è, all’opposto, un’altra.
La scelta della chiesa di San Benedetto non è stata a caso. Qui San Benedetto da Norcia soggiornò prima di partire per Subiaco. Qui comprese il significato profondo della propria vocazione: stare con Dio per arrivare a tutti gli uomini. Stare, dunque, e non cercare affannosamente la misura del mondo per essere più vicini al mondo. A conti fatti, se San Benedetto fosse vissuto oggi, avrebbe interpretato il Vaticano II in sintonia con l’esegesi di Benedetto XVI.
Fu anche dal San Benedetto conosciuto meglio grazie all’amicizia col cardinale Ildefonso Shuster coltivata negli anni di preparazione al sacerdozio, che Siri imparò «l’essenzialità e il rigore» nel pronunciare le proprie omelie. Sono parole dette ieri da monsignor Massimo Camisasca, superiore generale della Fraternità San Carlo, il quale ha spiegato come Siri, imitando i benedettini, faceva soprattutto una cosa: cercava Dio. Non andava in cerca delle mode del momento, non cercava di accattivare i fedeli con aperture improbabili. Anzi, egli, da protagonista dei tumultuosi anni Settanta che per la Chiesa significarono il primo tempo del post Concilio, «avvertì la posta in gioco nella battaglia e non si risparmiò». Egli, lo si evince bene dai testi presentati nel volume, «affermò il primato della verità». Sapeva bene, infatti, che perché qualcosa cambi occorre che il centro stia fermo. Perché si possa andare verso la gente, verso il popolo occorre che il sacerdote e la Chiesa «abbiano un senso vivo, concreto, della propria dignità, che viene dai doni santi loro affidati».
Siri di fronte alle sfide di una società post-moderna relativista e nichilista parlava del pericolo per il cristianesimo di ridursi a una devozione senza ragioni e per la Chiesa di rischiare di non essere più credibile di fronte alle sfide di una società post-moderna relativista e nichilista. Un Siri, questo, ben sviscerato ieri anche dal maestro delle cerimonie papali, monsignor Guido Marini. Questi, genovese, fu discepolo spirituale di Siri: «Un grande uomo – ha detto – perché tale davanti a Dio e non davanti al mondo».
Siri nei conclavi a cui aveva partecipato rischiò di diventare Papa. Non è un mistero. C’è chi sostiene addirittura che venne eletto ma che poi, a motivo della protesta di diversi cardinali “riformatori”, rifiutò. Le pagine più dense di quegli anni le ha scritte senz’altro Benny Lai in più libri. Benny Lai ha mirabilmente spiegato chi fosse il cardinal Siri: un vescovo che ebbe, verso il Concilio Vaticano II, lo stesso atteggiamento del giovanissimo perito conciliare Joseph Ratzinger il quale, di fronte alle fughe in avanti di chi voleva sganciare completamente la Chiesa dalla tradizione, in un attimo da progressista divenne conservatore.
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Siri fu un grande pastore, io l’ho conosciuto soprattutto grazie ai libri di B.Lai.
Ma temo che nella sua visione di Chiesa ci fosse anche qualcosa di fermo, di statico, un’idea di intangibilità delle forme e di immutabilità del rivestimeno delle cose che ammantava tutto di autorità, di prestigio, di dignità, in una forma un pò notabilare e non solo carismatica.
Oggi non sarebbe più concepibile un vescovo come lui, vero padre della città anche nelle cose politiche e civili, “sovrano” tra le istituzioni, potere assiso sopra e tra gli altri poteri.
Il tempo non muta il Vangelo, questo no.
Ma gli involucri cambiano eccome, e c’è differenza tra ermeneutica della continuità e nostalgismo museale.
Stiamoci attenti, chè i ratzingeriani non sono Ratzinger e i siriani non sono Siri.
Neoppure io condivido questa lettura di Siri e del Concilio. Il Concilio fu rinnovamento nella continuità, è vero; ma, diversamente da Paolo VI e dall’allora teologo Ratzinger, Siri guardava indietro, non avanti. La sua coerenza granitica va rispettata, ma il suo modo di intendere la teologia e la pastorale è criticabile (nel suo libro “La teologia al Getsemani” egli attaccò persino Maritain, De Lubac. Balthasar, che non erano certo pericolosi ultraprogressisti…). Ed esaltarne oggi la figura in termini acritici non aiuta la Chiesa ad affrontare le sfide dell’oggi.
Ok, allora vorra dire che d’ora in poi avremo una vasta scelta fra:
A) Esaltare la figura di Siri in modo critico ;
B) Criticare la figura di Siri in modo acritico .
Tertium non datur.
No, il Tertium è dato eccome.
Riconoscere le sue virtù di uomo, sacerdote e vescovo, trattenere tutto il (tanto) buono della sua esperienza e del suo ministero.
Ma non farne un parametro ermeneutico sul Concilio e sulle riforme più o meno necessarie oggi.
Per lo meno non l’unico.
Ok, Grazie.
Concordo con Francesco.
[Requiescat in pace.
http://www.youtube.com/watch?v=hh48PKCwG1Y ]
A proposito della “Tradizione”….
Dalle «Catechesi» di san Cirillo di Gerusalemme, vescovo
(Catech. 5 sulla fede e il simbolo, 12-13; PG 33, 519-523)
Il simbolo della fede
Nell’apprendere e professare la fede, abbraccia e ritieni soltanto quella che ora ti viene proposta dalla Chiesa ed è garantita da tutte le Scritture. Ma non tutti sono in grado di leggere le Scritture. Alcuni ne sono impediti da incapacità, altri da occupazioni varie. Ecco perché, ad impedire che l’anima riceva danno da questa ignoranza, tutto il dogma della nostra fede viene sintetizzato in poche frasi.
Io ti consiglio di portare questa fede con te come provvista da viaggio per tutti i giorni di tua vita e non prenderne mai altra fuori di essa, anche se noi stessi, cambiando idea, dovessimo insegnare il contrario di quel che insegniamo ora, oppure anche se un angelo del male, cambiandosi in angelo di luce, tentasse di indurti in errore. Così «se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un Vangelo diverso da quello che abbiamo predicato, sia anàtema!» (Gal 1, 8).
Cerca di ritenere bene a memoria il simbolo della fede. Esso non è stato fatto secondo capricci umani, ma è il risultato di una scelta dei punti più importanti di tutta la Scrittura. Essi compongono e formano l’unica dottrina della fede. E come un granellino di senapa, pur nella sua piccolezza, contiene in germe tutti i ramoscelli, così il simbolo della fede contiene, nelle sue brevi formule, tutta la somma di dottrina che si trova tanto nell’Antico quanto nel Nuovo Testamento.
Perciò, fratelli, conservate con ogni impegno la tradizione che vi viene trasmessa e scrivetene gli insegnamenti nel più profondo del cuore.
Vigilate attentamente perché il nemico non vi trovi indolenti e pigri e così vi derubi di questo tesoro. State in guardia perché nessun eretico stravolga le verità che vi sono state insegnate. Ricordate che aver fede significa far fruttare la moneta che è stata posta nelle vostre mani. E non dimenticate che Dio vi chiederà conto di Ciò che vi è stato donato.
«Vi scongiuro», come dice l’Apostolo, «al cospetto di Dio che dà vita a tutte le cose, e di Cristo Gesù, che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato» (1 Tm 6, 13), conservare intatta fino al ritorno del Signore nostro Gesù Cristo questa fede che vi è stata insegnata.
Ti è stato affidato il tesoro della vita, e il Signore ti richiederà questo deposito nel giorno della sua venuta «che al tempo stabilito sarà a noi rivelata dal beato e unico sovrano, il re dei regnanti e Signore dei signori; il solo che possiede l’immortalità, che abita una luce inaccessibile, che nessuno fra gli uomini ha mai visto né può vedere» (1 Tm 6, 15-16). Al quale sia gloria, onore ed impero per i secoli eterni. Amen.