È un giallo ancora non risolto in Vaticano la morte di don Albert (il nome è di fantasia, ndr). Era un giovane sacerdote di 30 anni, nativo dello Zimbabwe. Ed è stato trovato morto settimana scorsa nella stanza del collegio vaticano (a Roma, in via Torre Rossa 40) nel quale risiedeva. È stato trovato disteso sul proprio letto, al suo fianco per terra una bottiglia di vino vuota. Ma la notizia è soprattutto un’altra. Padre Albert era deceduto da almeno tre giorni, eppure nessuno dei suoi circa cento confratelli del collegio coi quali faceva vita in comune (preghiera, studio, pranzi e cene) se ne era accorto. Quando nel collegio si sono resi conto della sua prolungata assenza era oramai troppo tardi. L’hanno cercato senza esito finché non si sono avvicinati alla sua stanza. Da qui, nonostante la porta chiusa, pare uscisse una forte aria maleodorante, cosa che potrebbe far supporre che l’uomo sia morto più di tre giorni prima. I responsabili del collegio hanno fatto aprire la porta e ai presenti è apparso il corpo senza vita di padre Albert, disteso sul letto. Il collegio missionario internazionale San Paolo Apostolo è uno dei più prestigiosi d’oltre il Tevere. È un collegio dove la congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli dal 1977 accoglie i sacerdoti provenienti dalle diocesi sotto la sua giurisdizione che debbono specializzarsi nelle varie università ecclesiastiche romane in diverse facoltà di studio. Passano qualche anno al San Paolo e poi rientrano nei rispettivi paesi d’origine dove divengono formatori nei seminari locali o dove esercitano incarichi di lavoro pastorale. Il collegio è affidato a un rettore, oggi il polacco padre Jozef Kuc, a due vice rettori, a un padre spirituale e a un economo. Dal 1977 il collegio ha ospitato circa 2 mila sacerdoti provenienti dal mondo intero (principalmente dall’Africa, ma anche dagli altri continenti). Di questi, qualcuno è diventato cardinale mentre almeno un centinaio sono oggi vescovi di varie diocesi del mondo. Insomma, si tratta di un collegio importante e il cui funzionamento è garantito oggi anche dal prezioso lavoro di alcune suore provenienti dalla Congregation of the Carmelite Religious of Trivandum. Sono all’ordine del giorno le notizie che parlano di persone trovate morte dopo giorni, a volte dopo settimane, nel proprio appartamento e delle quali tutti si erano dimenticati. Ma mai prima d’ora una cosa simile era accaduta in Vaticano, per di più in un collegio nel quale si fa vita in comune. In un certo senso si tratta anche qui di una tragedia della solitudine, la solitudine di un giovane prete. E, in effetti, seppure se ne parli pochissimo, sono anche i preti, insieme agli anziani e agli emarginati, a portare avanti molto spesso una vita di solitudine. Padre Albert non ne è che un esempio clamoroso (era solo, in un collegio vaticano, dove si dovrebbe vivere tutti assieme) ma sono tanti quei sacerdoti che, una volta incardinati nelle rispettive diocesi, vengono spediti in parrocchie dove conducono una vita solitaria e con pochi contatti con la curia centrale. Tra l’altro, non è un mistero che la maggior parte delle cause di abbandono del sacerdozio risieda proprio nella solitudine nella quale i preti sono costretti a portare avanti i rispettivi ministeri. Servirebbe un’importante riflessione in merito da parte della Santa Sede. Anche se, prima, ci sarebbe da risolvere il giallo di padre Albert. Morto in un collegio di preti con una bottiglia di vino vuota al suo fianco.
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