Il «piccolo Ratzinger» ha già fatto le valigie. Arriverà a Roma dalla sua arcidiocesi di Toledo giovedì, il giorno in cui – si dice – dovrebbe essere dato l’annuncio della sua nomina a prefetto della congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti al posto del cardinale Francis Arinze.
Nato a Utiel, nell’arcidiocesi di Valencia, 63 anni fa, Antonio Canizares Llovera è consapevole delle voci d’oltre Tevere che leggono nel suo arrivo a Roma la volontà del cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone di mettere in pratica una sorta di Ostpolitik nei confronti del premier spagnolo José Luis Zapatero: togliendo Canizares dalla Spagna, dicono alcuni, il Papa, su suggerimento di Bertone, farebbe involontariamente un favore a Zapatero la cui politica laicista ha avuto nel porporato spagnolo uno dei più acerrimi nemici. In realtà pare che Zapatero non possa cantare vittoria: Canizares, infatti, metterà senz’altro lo zampino sul nome del suo successore nella prestigiosa sede. E il nome non sarà di secondo piano.
Il soprannome «piccolo Ratzinger» è nato in curia romana. Dal 1985 al 1992 Canizares svolgeva per la conferenza episcopale spagnola lo stesso ruolo che Ratzinger svolgeva in Vaticano: si occupava del settore “dottrina della fede” della conferenza episcopale. Fu questo incarico, assieme alla particolare amicizia che aveva con Ratzinger, a far sì che gli uomini dell’ex Sant’Uffizio cominciassero bonariamente a soprannominarlo così.
L’amicizia con l’attuale Pontefice ha avuto un ruolo non secondario nel suo arrivo a Roma. Benedetto XVI si fida di lui. Sa che la liturgia è un settore determinante all’interno del suo pontificato e vuole essere certo che, a fronte del futuro addio di Malcolm Ranjith, attuale segretario della stessa congregazione (diverrà arcivescovo di Colombo e, successivamente, cardinale), ci sia nel dicastero un uomo che garantisca il proseguimento di una linea liturgica ben precisa: la liturgia è l’apice della vita di fede e, insieme, vive di continuità. E quindi: la Chiesa, nel nome di un progresso illuminato, procede e si rinnova senza perdere di vista le proprie radici e la propria viva tradizione.
Che alla liturgia arrivi un uomo che in passato ha masticato teologia non è cosa irrilevante. Servono le conoscenze teologiche e il «piccolo Ratzinger» ne ha. Grande studioso di Teresa d’Avila, vescovo di Avila dal 1992 al 1996 (fu la sua prima, e per lui indimenticata, sede vescovile), ha dimostrato l’amore per lo studio della teologia fondando, proprio ad Avila, l’Università Cattolica «Santa Teresa de Jesús». A conti fatti, sul suo curriculum, un’unica “pecca”: parla solo spagnolo.
Sarà subito dopo l’arrivo di Canizares che Benedetto XVI andrà a toccare altri settori cruciali della curia romana: il cardinale Walter Kasper dopo i funerali di Alessio II (oggi) e l’ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani (a inizio 2009) lascerà il dicastero che si occupa di ecumenismo. Più avanti lasceranno anche i prefetti di altri dicasteri, tutti prossimi ai 75 anni di età: Claudio Hummes, Giovanni Battista Re, Ivan Dias, Dario Castrillon Hoyos, Javier Lozano Barragan e Franc Rodé. L’esempio dovrebbe darlo Re: il prossimo 30 gennaio compirà 75 anni e potrebbe fare ciò che fece in passato il suo predecessore Lucas Neves Moreira. Si dimise proprio il giorno del compimento del suo settantacinquesimo compleanno: era il 16 settembre del 2000.
Fuori l’Italia fa molto parlare di sé il prossimo addio del già settantaseienne arcivescovo di Westminster, nonché presidente della conferenza episcopale d’Inghilterra e Galles, il cardinale Cormac Murphy-O’Connor. L’annuncio pare possa essere dato dal Pontefice il prossimo 2 gennaio. Considerato dai più un presule di posizioni liberal, sul nome del suo successore è bagarre aperta. C’è chi parla dell’arrivo (alquanto improbabile) del vescovo di Nottingham Malcom McMahon: questi poco tempo fa dichiarò al giornale britannico Sunday Telegraph che «non c’è alcuna ragione perché ai preti sia impedito di sposarsi». Altri pretendenti sono l’arcivescovo di Birmingham, Vincent Gerard Nichols, e l’arcivescovo di Cardiff, Peter Smith.
Lavorare nel mondo anglosassone non è facile. Le influenze del protestantesimo sul cattolicesimo sono pesanti. E guidare la Chiesa d’Inghilterra significa farne quotidianamente i conti. Insieme, significa confrontarsi con le crisi e le problematiche che attraversano oggi quel tipo di protestantesimo predominante in Gran Bretagna: l’anglicanesimo. Oggi diviso tra la parte conservatrice e quella più liberal, l’anglicanesimo vive una drammatica frattura al proprio interno. Gli anglicani conservatori degli Stati Uniti hanno annunciato la nascita della Common Cause Partnership, cioè una nuova ala della chiesa anglicana in America che, nelle intenzioni dei fondatori, andrà a sostituire la Chiesa episcopaliana. Un vero e proprio scisma, dunque, voluto per protesta contro l’ordinazione del vescovo gay Gene Robinson. Uno scisma che la Chiesa cattolica deve saper interpretare anche alla luce dei diversi vescovi e fedeli anglicani che, al posto di fondare un’altra Chiesa, preferiscono chiedere a Roma di essere ammessi nella Chiesa cattolica.
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