Alessio II se ne va alla vigilia del disgelo
dic 6, 2008 IL RIFORMISTA (OLD)
Chi lo conosceva bene dice che non era del tutto vero quanto, soprattutto con l’avanzare dell’età e della malattia che lo teneva sospeso tra la vita e la morte, si ripeteva di lui: Alessio II, si diceva, al secolo Aleksej Mikhajlovic Ridiger, primo vescovo (ovvero patriarca) della Chiesa ortodossa, quando parlava lo faceva per conto d’altri. Nella fattispecie, oggi per conto della Federazione Russa di Dmitrij Anatolevic Medvedev, prima per quella di Vladimir Vladimirovic Putin.
Le cose non stavano proprio così, dicevano alcuni: Alessio aveva una sua indipendenza. Ma, in realtà, nonostante lo stesso patriarca ci tenesse a mostrare un’autonomia dallo Stato, il legame con il governo della madre patria non è mai venuto meno. Lo dimostra quanto avvenne nel 1993: nel pieno della crisi che opponeva il soviet al primo presidente della Russia post-sovietica Boris Yeltsin, Alessio si schierò col Cremlino. E lo dimostra il fatto che oggi, poche ore dopo la sua dipartita avvenuta ieri mattina all’età di 79 anni, a riunirsi per decidere il nome di colui che guiderà la Chiesa durante la sede vacante, sarà il Santo Sinodo: un’istituzione voluta nel 1721 dallo Zar Pietro I. Il legame Santo Sinodo-Zar non è mai venuto meno. Fino a oggi, nonstante al posto dello Zar vi sia un presidente e nonostante il patriarca di Mosca abbia cercato di offrire un’immagine di sé autonoma e indipendente.
Alessio era un uomo fiero. Estone, era arrivato a guidare la Chiesa di Russia (fu il quindicesimo patriarca) in contemporanea con il crollo dell’Urss, nel 1990. Ha traghettato la sua Chiesa fuori dall’ideologia comunista mantenendola unita, lontana dai pericoli di scisma, e ben strutturata. In proposito, c’è chi ricorda con ammirazione una delle sue azioni più significative: riuscì a riunificare la Chiesa russa alla Chiesa ortodossa fuori dalla Russia, in sostanza una falange formatasi in risposta alla politica repressiva sovietica nei confronti della religione dopo la presa del potere a seguito della Rivoluzione del 1917.
Tra le due fazioni interne alla Chiesa, quella favorevole a un ecumenismo mondiale che nel tempo avrebbe portato a un’apertura significativa nei confronti di Roma e quella più arroccata su se stessa nel nome del ritorno ai tempi che furono, a uno slavismo volto a riconquistare i territori perduti (dall’Ucraina in su), Alessio probabilmente si sarebbe dichiarato più vicino a quest’ultima. La forza della Chiesa russa, per lui, stava nella tradizione fatta anche di un territorio da difendere contro i nemici interni (secolarismo e ateismo) e quelli esterni (infedeli di altre religioni e missionari di altre chiese cristiane).
Con Wojtyla i rapporti non potevano che essere complicati e diffidenti. E non soltanto per le diatribe che distanziano da tempo russi e polacchi. Ma anche per il fatto che la Chiesa di Giovanni Paolo II era troppo missionaria, gagliarda, attiva sulle questioni sociali e, almeno in apparenza, poco aperta al cielo, al trascendente. E, dunque, in grado di fare presa sulle masse le quali, spesso, sono più preoccupate del pane che di Dio. Insomma, Wojtyla era un pericolo per un patriarca che voleva a tutti i costi difendere il proprio territorio dal rischio del proselitismo. Memorabile, in questo senso, la diffidenza con la quale Alessio nel 2002 apprese la decisione di Wojtyla di creare quattro diocesi cattoliche sul suolo russo. Come memorabile fu la risposta vaticana: per ovviare al risentimento ortodosso, alla diocesi di Mosca venne dato un nome slegato da ogni riferimento al territorio. La si chiamò, semplicemente, diocesi della Madre di Dio.
Con Ratzinger i rapporti si erano ribaltati. Tanto che si dice che se Alessio fosse vissuto ancora qualche mese, si sarebbe assistito allo storico incontro tra i due. Di Benedetto XVI, Alessio non ammirava soltanto l’intelligenza politica: grazie all’arguzia del nunzio apostolico Antonio Mennini, Ratzinger ha portato a Mosca un vescovo italiano, Paolo Pezzi, spostando altrove il polacco Tadeusz Kondrusiewicz. Ma ne ammirava anche l’attaccamento alla tradizione, alla liturgia, al sacro: Alessio era uno dei pochi pastori russi che poteva sostenere l’intera liturgia solenne senza aver bisogno di leggere i testi da recitare e da cantare.
Il Santo Sinodo si riunisce quest’oggi a Mosca per decidere chi svolgerà nei prossimi sei mesi (fino all’elezione del successore di Alessio) il ruolo di locum tenens. La nomina del reggente offrirà un’indicazione su quale sarà l’indirizzo predominante all’interno del patriarcato. Se prevarrà, insomma, l’ala più tradizionalista oppure se quella più aperta all’ecumenismo mondiale. I successori “papabili” sono parecchi. Tra questi: il metropolita Kirill di Smolensk, capo del dipartimento per le relazioni esterne del patriarcato, il vescovo Kliment, metropolita di Kaluga e Borovsk e cancelliere del Patriarcato. Ma anche un outsider: il metropolita di Minsk e Sluck, Filaret.
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dicembre 6th, 2008 at 3:59 pm
Nell’efficace descrizione del funzionamento del Santo Sinodo e dei suoi inevitabili legami col potere politico statale c’è un’ottima spiegazione del perchè la Chiesa cattolica deve mantenere ben centralizzate e “romane” le decisioni finali sulle nomine dei vescovi diocesani.
Più una chiesa è territorializzata, più il decentramento delle scelte la espone alle pressioni politiche, lobbistiche, corporative delle autorità del posto.
Pressioni che si hanno anche sul centro, sia chiaro.
Dove però tutto viene mediato e incassato con forza assai maggiore.
Speriamo bene, comunque, per la comunione con gli ortodossi.
Anche se, a mio avviso, si può valutare assieme tutt’al più la forma di esercizio del primato petrino, come dice Ut unum sint, non il primato come tale.
dicembre 8th, 2008 at 6:48 pm
We hope that you will be able to post on three up-coming Latin Masses in Ireland:
http://catholicheritage.blogspot.com/2008/11/holy-year-of-saint-paul.html
We also hope that you will put our blog on your list of blogs.
God bless you!
St. Conleth’s Catholic Heritage Association
dicembre 14th, 2008 at 12:05 am
Un sacerdote ortodosso russo (non del patriarcato di Mosca, peró)finisce cosí un loro articolo: speriamo che in cielo lo accolgano meglio di quanto lui a accolto ai sacerdoti stranieri che sono veniti in Russia.