Ratzinger vuole più gregoriano e pensa a un nuovo maestro alla Sistina
31 dicembre 2008 -
Fu all’incirca un anno dopo l’elezione al soglio di Pietro che Joseph Ratzinger diede un segnale importante ai palati più fine d’oltre Tevere quanto a musica liturgica. A sorpresa – era il 24 giugno 2006 – Benedetto XVI chiamò a dirigere un concerto nella Cappella Sistina monsignor Domenico Bartolucci, ovvero colui che, fino al “golpe” del ’97, era direttore “perpetuo” (e cioè a vita) dell’omonimo coro polifonico incaricato di accompagnare musicalmente le liturgie papali.
Nel 1997, l’allora maestro delle cerimonie papali, monsignor Piero Marini, riuscì a inserire al posto di Bartolucci il più giovane Giuseppe Liberto. L’avvicendamento fece epoca: la polifonia e il canto gregoriano scomparsero dalle cerimonie papali, in onore della messa in pratica di quella riforma del post Concilio Vaticano II che, quanto a liturgia, si è spesso caratterizzata come intra-mondana.
Nel concerto del 2006 c’è chi vi lesse l’intenzione del Pontefice non tanto di ridare a Bartolucci ciò che gli era stato tolto, quanto, in scia a quella “riforma nella riforma” tante volte auspicata da Ratzinger, di restituire alla Sistina il prestigio di secoli di musica liturgica che niente hanno mai avuto a che vedere con quella più “popolare” proposta da Liberto. E, insieme, il segnale che presto Liberto sarebbe stato promosso vescovo e, dunque, dirottato su altri lidi.
E, invece, niente. Almeno fino a oggi. Anche se, con le celebrazioni natalizie di quest’anno, un altro segnale è stato dato, tanto che non è escluso che, con la prossima quaresima, Liberto divenga vescovo in una qualche diocesi italiana e al suo posto arrivi un maestro più affine alla sensibilità musicale del Pontefice.
Il segnale è arrivato nelle celebrazioni natalizie di quest’anno. Per la prima volta, su indicazione dell’ufficio delle cerimonie liturgiche diretto dal successore di Piero Marini, ovvero Guido Marini, ogni celebrazione è stata preceduta da qualche minuto di ascolto di musica e letture, sì da «disporre l’animo dei fedeli al clima di preghiera e di raccoglimento». Un segnale importante che potrebbe comportare anche il ritorno dell’uso dell’organo prima e durante le cerimonie papali.
Al posto di Liberto si dice arrivi colui che viene visto come l’unico possibile erede: il catalano monsignor Valentìn Miserachs Grau, presidente del Pontificio istituto di musica sacra. A suo favore parla il fatto di avere la medesima sensibilità musicale di Ratzinger. A suo sfavore l’essersi troppo contrapposto a Liberto in questi anni. Spesso Benedetto XVI, tra due contendenti, ne sceglie un terzo, che sia possibilmente lontano dalle beghe di palazzo.
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Canterbury fa le donne vescovo ed evita lo scisma
31 dicembre 2008 -
Se le due fazioni interne all’anglicanesimo – quella più liberal e progressista per la quale con sempre maggiore convinzione è il mondo a dover essere eletto quale proprio luogo teologico e quella invece più conservatrice e dunque arroccata attorno a certi princìpi e consuetudini – siano del tutto soddisfatte non è dato saperlo. Fatto sta che l’accordo è stato trovato e per il centoquattresimo arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, resta una buona notizia. Una di quelle notizie alle quali aggrapparsi dopo mesi di dissidi, minacce di scisma e spaccature insanabili: su uno dei punti più controversi all’interno dell’anglicanesimo, ovvero sulla possibilità che anche le donne ricevano l’ordinazione episcopale, c’è infatti l’ok di tutta la comunione anglicana. O meglio, c’è l’ok su una bozza di accordo che però presto, senz’altro non oltre il Sinodo del prossimo febbraio, dovrebbe essere accettata e dunque divenire prassi. Se così fosse, se davvero anche i più conservatori tra gli appartenenti alla Chiesa d’Inghilterra decidessero di piegarsi alla novità a lungo osteggiata, entro tre anni l’anglicanesimo dovrebbe conoscere il nome della prima donna ordinata vescovo della propria storia. Davvero una novità in grado di segnare un’epoca.
Williams ha lavorato sodo per andare incontro alle istanze dei conservatori. E, infatti, la bozza di accordo prevede che, in quelle parrocchie più tradizionaliste che non fossero in grado di accettarne l’autorità, la donna vescovo venga affiancata nell’esercizio del proprio ministero da un collega maschio. E se poi fosse la donna vescovo a non accettare l’affiancamento di un collega maschio, allora dovrebbero essere i parrocchiani a ricorrere alla corte di giustizia per risolvere la questione. Ma questo è un altro paio di maniche.
Per Williams, dunque, la bozza rappresenta un ottimo traguardo. Soprattutto perché, dopo lo scisma consumatosi un mese fa all’interno degli anglicani d’America – gli episcopali – a motivo dell’ordinazione di un vescovo dichiaratamente gay, una spaccatura anche sul fronte europeo dell’anglicanesimo sarebbe stata probabilmente troppo. Lo scorso luglio, nella conferenza di Lambeth, allo scisma pareva inevitabile arrivare. E, invece, non è stato così. Williams, infatti, giocò d’astuzia. Al posto di assemblee plenarie in cui si votava a favore o contro una serie di risoluzioni, optò per una serie di assise più ristrette che permisero a ogni voce di farsi sentire e di porre l’accento sui punti in comune, oltre che sulle differenze. I punti chiave delle riflessioni vennero poi riassunte in un testo unico che, invece di fornire una sintesi unitaria, cercò di offrire un resoconto onesto di ciò che venne discusso e sostenuto nei gruppi. Un metodo apprezzato da tutti e che, tra i diversi risultati, ha avuto anche quello di favorire la stesura della bozza sulle donne vescovo.
A cosa porterà, in termini di dialogo ecumenico, l’ordinazione di vescovi donna è difficile dirlo. Ma una riflessione la si può fare. Questa estate fu The Independent a spiegare che la Santa Sede era pronta a sostenere ogni sforzo di Williams per scongiurare lo scisma. Tanto che a Canterbury vennero spediti in missione speciale tre cardinali: Ivan Dias, capo dell’evangelizzazione dei popoli; Walter Kasper, presidente del dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani; e Cormac Murphy O’Connor, capo della Chiesa cattolica in Inghilterra e Galles. In sostanza, per la Santa Sede, nonostante la dottrina cattolica non possa ammettere l’ordinazione di vescovi (e di preti) donna, era ed è meglio una Chiesa anglicana unita piuttosto che più Chiese divise. Poi, certo: per quegli anglicani più conservatori per i quali le novità messe in campo da Willimas erano e sono inaccettabili, Roma ha sempre avuto e ha tutt’oggi le proprie porte completamente aperte.
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Grande attesa in Vaticano per le cinque fatiche natalizie del Papa
24 dicembre 2008 -
C’è grande attesa nei sacri palazzi per le cinque fatiche natalizie di Benedetto XVI. Perché dalla Messa di mezzanotte di questa sera fino a quella dell’11 gennaio in cui verranno battezzati dei bambini figli di dipendenti vaticani (in mezzo ci sono le omelie del primo gennaio e dell’Epifania e, insieme, il messaggio al mondo a precedere la benedizione Urbi et Orbi di domani), quello che il Papa intende proporre ai fedeli è un vero e proprio inno alla vita.
Da qualche settimana il Papa non riceve più nessuno il martedì: in questi giorni, infatti, si dedica a scrivere la seconda parte del libro dedicato a Gesù di Nazaret e, insieme, lavora ai testi dei discorsi più importanti da pronunciare. In questi giorni, ovviamente, quelli del Natale.
Dicono in Vaticano che è normale che il Papa, parlando del Natale, parli della vita.Il Natale è festa della vita. Ma, insieme, dicono che il momento è particolare. La vita, anche in Italia, è sotto attacco. Pochi giorni fa c’è stato il via libera da parte dell’Agenzia italiana del farmaco all’utilizzo della pillola abortiva. E poi c’è Eluana Englaro. La ferita di due anni fa causata dalla morte, avvenuta a un passo dalle feste natalizie, di Piergiorgio Welby è ancora aperta. E quest’anno sono in molti a sperare che la vicenda di Eluana non abbia il suo tragico epilogo proprio sotto Natale: sarebbe una seconda ferita difficilmente rimarginabile per i cattolici.
Benedetto XVI, pur non essendo un teologo moralista non disdegna innestare nel suo dire fortemente ancorato sulla fede, passaggi pratici e, dunque, etici. E quando svolge questi innesti – l’ultimo due giorni fa dedicato al termine “gender” e, più in generale, a una sessualità non sganciata dai disegni del Creatore e, quindi, dall’atto unitivo di un uomo e di una donna per sua natura aperto al dono della vita – sovente vi ritorna sopra più volte, per spiegare quanto detto secondo nuovi fuochi. Così farà durante le prossime festività, quando parlerà del mistero del Natale, la festa della nascita di Dio, la festa della vita, della sua sacralità e inviolabilità.
Il mondo dell’associazionismo cattolico che fa riferimento a Scienza & Vita ha provato due giorni fa a esorcizzare la possibilità della scomparsa di Eluana Englaro. L’ha fatto “alla Testori”, ovvero con una serata teatrale che ha avuto luogo all’Auditorium di Roma. Un monologo di Davide Rondoni pronunciato da Luca Ward per dire che, come recitava il titolo della serata, «lieve, tenace è la vita». Poi la salita sul palco di Mario Melazzini, affetto da una grave patologia. Dice al Riformista Mimmo Delle Foglie, portavoce di Scienza & Vita: «Attraverso linguaggi diversi, come l’arte, la musica, il teatro, vogliamo essere più incisivi nell’educazione alla vita. L’evento dell’Auditorium, in questo senso, è stata una serata di teatro civile. Non so di cosa parlerà il Papa durante il Natale. Ma so che ogni suo affondo sulla vita è utile».
Ieri, intanto, è stato Avvenire a riportare le dichiarazioni del neurologo Giuliano Dolce, direttore dell’Istituo Sant’Anna di Crotone, secondo cui il decreto della Corte d’Appello non terrebbe conto del fatto che Eluana deglutisca e che per anni sia stata nutrita per bocca. Hanno spiegato da Scienza & Vita: «Ci chiediamo se questa circostanza non sia tale da dover indurre a un ulteriore ripensamento sul destino di Eluana».
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«Sono Benedetto, faccio il Pontefice non la pop star»
23 dicembre 2008 -
Le ha ideate con spirito pentecostale, nel 1985, Giovanni Paolo II. La prima si tenne a Roma, le successive in diversi parti del mondo: un anno a livello diocesano, l’anno successivo a livello internazionale. Sono le cosiddette Giornate Mondiali della Gioventù (Gmg), raduni oceanici in cui i giovani di tutto il mondo incontrano il Papa. Wojtyla, in questi raduni, in scia all’esplosione dei movimenti ecclesiali verificatasi sotto il suo Pontificato, ci credeva parecchio. Spinto dai segnali positivi che dai movimenti arrivavano al consiglio Pontificio per i laici (numeri oceanici di ragazzi si dichiaravano pronti a rispondere affermativamente agli inviti del Papa), Giovanni Paolo II sfruttò fino il fondo il carisma di trascinatore che aveva nel proprio dna e le Gmg furono un successo.
Anche Benedetto XVI ha dimostrato di credere in questi raduni se è vero che, una volta divenuto Pontefice, non li ha aboliti: anzi, il suo primo viaggio furori i confini italiani è stato proprio in occasione di una Gmg: Colonia, 18-21 agosto 2005. E il suo ultimo (Francia esclusa) è stato anch’esso per una Gmg: Sydney, 12-21 luglio scorsi.
Eppure, c’è un eppure. E lo ha spiegato ieri mattina lo stesso Benedetto XVI durante l’attesissimo discorso rivolto alla curia romana riunita nella Sala Clementina per i consueti auguri di Natale: è il discorso più importante dell’anno perché è qui che il Pontefice rilegge gli appuntamenti dei mesi trascorsi e, insieme, offre un’analisi delle sfide principali alle quali la Chiesa è chiamata a rispondere. Ricordando il viaggio a Sydney, Ratzinger ha affondato il colpo proprio sulle Gmg, per dire: queste «non sono una specie di festival rock modificati in senso ecclesiale con il Papa quale star». Queste, con buona pace di alcune «voci cattoliche» che valutano le Gmg come «un grande spettacolo, anche bello, ma di poco significato per la questione sulla fede» non sarebbero la medesima cosa se vi fosse o non vi fosse la fede. Queste sono semmai un’occasione per incontrare «Colui che sulla croce è morto per noi». E ancora: «Il Papa non è la star intorno alla quale gira tutto. Egli è solamente vicario. Rimanda all’Altro che sta in mezzo a noi».
Non che Wojtyla la pensasse diversamente. Non che il Papa polacco vivesse le Gmg come un evento nel quale, a mo’ di star, offrire il proprio spettacolo a una folla di fan adoranti. Più che una correzione a Wojtyla e alle sue Gmg, nelle parole di Ratzinger vi si legge un’accusa rivolta a un certo modo con cui, anche illustri esponenti della Chiesa, dicono debbano essere vissuti questi appuntamenti: occasioni di «festosa estasi che però, in fin dei conti, lascerebbero tutto come prima senza influire in modo più profondo sulla vita».
Nessuna differenza tra Wojtyla e Ratzinger, dunque. Ma, anche qui, c’è un ma. Si deve soprattutto a Benedetto XVI il fatto di aver voluto accentuare esplicitamente, e con maggiore forza del suo predecessore, questa carica spirituale che le Gmg debbono portare con sé. Fu, infatti, nel 2007 che si cambiò registro. La Gmg diocesana di quell’anno non fu più una festa con canti e balli da consumarsi sul sagrato di piazza San Pietro, quanto un momento penitenziale da svolgersi all’interno della basilica vaticana. Al centro dell’appuntamento, insomma, non c’erano più i balli e i girotondi dei boy scout, le canzoni tutte pop and faith di Gen Rosso e compagnia. Bensì le parole del Pontefice pronunciate dall’altare della basilica e, nelle navate laterali, i confessionali tutti appositamente “aperti” per ospitare i ragazzi desiderosi di penitenza, riconciliazione, privata confessione. Anche perché, canti, balli e momenti di evasione, i cosiddetti giovani hanno sempre saputo dove e come andarseli a cercare, senza bisogno della Chiesa.
Benedetto XVI è tutto il suo pontificato che insiste sulla natura vicaria del proprio magistero. Il Papa non è una star ma un vicario e cioè uno che in ogni cosa rimanda a un Altro. Di qui, ecco spiegate anche tutte le accortezze liturgiche da lui reintrodotte dopo che erano state abolite dalla riforma liturgica del post Concilio: non un ritorno all’antico mero a se stesso, ma la volontà – che il rito antico maggiormente salvaguardava – di dare più spazio al vero protagonista di ogni celebrazione. Queste accortezze verranno reintrodotte anche nelle celebrazioni natalizie. Su tutte una conferma: come accadde un anno fa, per la festa del Battesimo del Signore, il Papa celebrerà all’altare antico e, dunque, “spalle al popolo” a significare il corretto orientamento che ogni celebrazione liturgica deve avere. Un corretto orientamento che fa del celebrante non un protagonista, un primo attore, ma un vicario.
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L’ecologismo di Ratzinger è un inno all’Humanae vitae (e contro i “gender”)
23 dicembre 2008 -
Dicono i bene informati che il viaggio in Brasile di un anno e mezzo fa (maggio 2007) abbia segnato nel profondo Benedetto XVI. È qui che il Papa ha compreso con evidenza quanto oggi alla Chiesa spetti lottare per difendere l’uomo inteso come creatura nello stesso modo con cui lo difese l’indimenticata Humanae vitae di Paolo VI. I problemi profondi del Brasile e del Sud America, infatti, non risiedono innanzitutto nel pur deplorevole attacco all’ambiente (nello specifico alla foresta Amazzonica) ma, lì come in altre parti del mondo, nel fatto che vada sempre più smarrendosi la fede nella creazione nella quale risiede il fondamento della responsabilità dell’uomo verso lo stesso ambiente (Humanae vitae, docet).
Non è un caso che ieri mattina Benedetto XVI, affrontando il nodo principale del suo parlare – ovvero il richiamo al rispetto dell’ordine naturale della creazione che, se disatteso, porta all’autodistruzione -, abbia ricordato le foreste tropicali: queste – ha detto – «meritano, sì, la nostra protezione, ma non la merita meno l’uomo come creatura, nella quale è iscritto un messaggio che non significa contraddizione della nostra libertà, ma la sua condizione».
Il Papa ha riassunto bene quanto voleva dire con questo termine: «Ecologia dell’uomo». Rispettare l’uomo significa rispettarne la natura, ovvero l’essere creato come uomo e donna. Non rispettare questo ordine (vi sono svariati modi per farlo) porta all’autodistruzione. Vivere, insomma, emancipandosi da questo ordine è sbagliato. È qui che Benedetto XVI ha fatto l’esempio dei “gender”: «Ciò che viene espresso con questo termine – ha detto – si risolve in definitiva nella autoemancipazione dell’uomo dal creato e dal Creatore». In questo modo l’uomo «vuole farsi da solo» ma altro non fa che vivere «contro la verità», «contro lo Spirito creatore».
C’è molto Pio XII in questo discorso papale. Il Pontefice che, forse più di altri, ha parlato con costante frequenza del «sano ecologismo» al quale l’uomo dovrebbe rifarsi. C’è, ovviamente, l’Humanae vitae nella quale Giovanni Battista Montini voleva difendere l’amore contro la sessualità come consumo, la natura dell’uomo contro la sua manipolazione. E ci sono gli appunti che il Papa ha scritto di ritorno dal viaggio in Brasile: un bagno di folla, entusiasmo alle stelle, ma anche la sempre più diffusa incapacità dell’uomo a riconoscersi come «disegnato da Dio».
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Ecco monsignor Amato, gesuita cammuffato da salesiano che bacchetta Zapatero
19 dicembre 2008 -
«Questa volta voglio parlare chiaro», ha detto il pugliese monsignor Angelo Amato a Giuseppe Rusconi, direttore della rivista Consulente RE -, bimestrale, distribuito solo per posta a circa 3500 ecclesiastici e religiosi, è specializzato in servizi finanziari per uomini e istituzioni di Chiesa – che aveva fissato con lui un appuntamento per un’intervista a tutto tondo: situazione dei rapporti Stato-Chiesa in Italia, Europa e mondo. E così è stato. Contraddicendo il suo naturale aplomb e la sua proverbiale compostezza, Amato c’è andato giù pesante fino ad arrivare a disquisire di José Luis Zapatero dicendo: «In Spagna sta avanzando l’indottrinamento laico, la “statolatria”, cioè l’ingerenza dello Stato nella vita personale di ognuno».
In curia romana Amato è conosciuto per avere un altro stile: lontano, insomma, dalle uscite schiette e veraci del suo amico e segretario di Stato Tarcisio Bertone. Cordiale con tutti, a volte un po’ spigoloso, dicono di lui che più che un salesiano sembri un gesuita. Un gesuita, insomma, camuffato da salesiano. Di Bertone è parecchio amico, ma nel gruppetto più ristretto di salesiani che ruotano attorno al segretario di Stato (ci sono l’archivista e bibliotecario cardinale Raffaele Farina, il postulatore di più congregazioni monsignor Enrico Dal Covolo e il rettore dell’università salesiana Mario Toso) è quello che maggiormente se ne distanzia per temperamento. Dotato di cultura, cristologo, esperto di ecumenismo con gli orientali, ama stare coi piedi per terra, soprattutto quando in ballo ci sono questioni ecclesiali. E stare coi piedi per terra per lui significa saper mediare, saper dire sempre una parola in meno di quanto si potrebbe, saper stare fermo quanto tutto e tutti si aspetterebbero invece un qualche movimento.
È con questa sua particolare postura che Amato è arrivato il 9 luglio scorso alla guida di uno dei “ministeri” più importanti della curia romana (presto gli varrà anche la berretta cardinalizia): è prefetto della “fabbrica dei santi”, ovvero la congregazione che segue i processi di canonizzazione della Chiesa. Segretario della dottrina della fede dal 2002, amico personale del Papa, è arrivato a guidare la “fabbrica dei santi” quando tutti lo davano possibile successore del cardinale Francis Arinze alla liturgia. Ma Amato è fatto così: lascia che le voci facciano il loro corso senza mai perdere la calma e la certezza dei propri obiettivi.
L’intervista a Consulente Re è, dunque, atipica per uno come lui, che cose come quelle che ha dichiarato si sa che le pensa ma nessuno si aspetterebbe le dica. Partendo dalle cosiddette “leggi etiche” del governo Zapatero, Amato ha spiegato che a Roma (ovvero in Vaticano) sono informati di tutto. E ha detto che sicuramente, della cosa, ne parleranno anche i vescovi spagnoli. Perché occorre opporsi alla «biopolitica», cioè al fatto che «lo Stato entra sempre più nella vita personale di ognuno». Amato l’ha fatto per la prima volta in modo schietto, forse pensando di parlare soltanto agli abbonati di Consulente Re. E invece ha subito fatto notizia.
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E così andò a finire che su Fini calò il gelo del Vaticano
18 dicembre 2008 -
Ieri un editoriale del direttore Gian Maria Vian a fustigare «un diffuso quotidiano italiano» reo di aver offerto, a seguito dell’uscita dell’istruzione Dignitas personae firmata dalla congregazione per la dottrina della fede, l’immagine di un Papa (Benedetto XVI) «chiuso in raffinate elaborazioni intellettuali, intenzionato a ripetere sempre no, con spietatezza, sordo alla modernità, ostile alle altre religioni, capace solo di avere ripristinato la messa preconciliare in latino e riformato le uniformi della sua gendarmeria».
Oggi un fondo non firmato tutto dedicato a Gianfranco Fini e alla sua uscita sulle leggi razziali: Fini «sorprende e amareggia» perché lui, «uno degli eredi politici del fascismo che dell’infamia delle leggi razziali fu unico responsabile e dal quale pure da tempo egli vuole lodevolmente prendere le distanze», chiama oggi in causa «la Chiesa cattolica, dimostrando approssimazione storica e meschino opportunismo politico». E, sempre nel fondo non firmato, pure la lista dei “buoni” media che, alle parole di Fini, hanno dedicato uscite opportune: su Radio Vaticana gli interventi di Francesco Malgari e Andrea Riccardi; sul Corriere della Sera «un dettagliato articolo del vicedirettore Pierluigi Battista che mostra come intellettuali, senatori e antifascisti tacquero quasi tutti»; su Avvenire un pezzo «che critica anche il leader del Partito democratico, il quale nel pomeriggio di ieri aveva definito l’analisi di Fini «di una verità palmare».
È, in estrema sintesi, la due giorni con la quale l’Osservatore Romano da una parte, con l’agilità propria di un ufficio stampa, spiega come si debba scrivere di Vaticano, dall’altra fa capire come il suo editore (la Santa Sede) abbia deciso di far calare il gelo sulle dichiarazioni di una delle massime autorità istituzionali del paese e, quindi, sulle sue future ambizioni.
Raramente il giornale vaticano fustiga in questo modo illustri personaggi dello Stato italiano. Evidentemente, dopo i tre incondizionati sì (e un no) al referendum sulla legge 40, dopo l’apertura alle coppie di fatto a testimonianza di una posizione orgogliosamente laica in una coalizione che vuole essere, almeno a parole, vicina alla Chiesa e alle sue istanze, e ancora dopo la rivisitazione storica delle leggi razziali, Fini ha superato il limite. E oltre il Tevere hanno voluto farglielo sapere.
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Intervista a padre Sale: «Fini sconcertante, conosce poco la storia»
17 dicembre 2008 -
Nella sede della Civiltà Cattolica a Roma le dichiarazioni del presidente della Camera Gianfranco Fini sulla Chiesa e le leggi razziali non scuotono più del dovuto il quotidiano lavoro. Tutto passa. E passerà pure l’ultima uscita di Fini la quale, a detta del massimo esperto gesuita del periodo delle leggi razziali, ovvero padre Giovanni Sale, è «sconcertante». «Credo che Fini – racconta padre Sale al Riformista – tirando fuori la storia che la Chiesa, al pari di parte della società italiana, si sia adeguata nel suo insieme alla legislazione antiebraica dimostri di conoscere poco la storia del nostro paese e l’aspra, direi asprissima, contrapposizione che contraddistinse i rapporti tra Benito Mussolini e Papa Pio XI». Padre Sale è consapevole che, spesso, chi ha in qualche modo fatto parte di una storia poi rinnegata, cerchi altri imputati: «E probabilmente Fini – spiega – è questo esercizio che ha messo in campo con le sue parole».
Il presidente della Camera non ha ritrattato le sue dichiarazioni. Anzi, ieri pomeriggio, ha voluto spiegarsi meglio dicendo di riferirsi al 1938 e non al 1942. Ma è proprio sul 1938 che padre Sale vuole snocciolare punti di vista che divergono dalle convinzioni di Fini: «Tutto – dice – accadde proprio nel 1938, esattamente nel giorno in cui il <+corsivo>Giornale d’Italia<+tondo> pubblicò il Manifesto che fissava la posizione del fascismo nei confronti della razza. A differenza della stampa cattolica e di buona parte delle gerarchie interessate a non scontrarsi con il Duce con il quale, dieci anni prima, si era sottoscritto un Concordato (c’era, dunque, una certa volontà di non estendere le occasioni di conflitto con il regime), Achille Ratti giudicò il Manifesto e tutte le iniziative che il governo stava organizzando per la tutela della razza in modo piuttosto severo. Pio XI ricevette in udienza le suore del Cenacolo, le fece partecipi di ciò che in quel momento angustiava il suo cuore di Padre, vale a dire le idee che venivano dappertutto affermate e diffuse in materia di nazionalismo estremo e di razzismo, e disse loro testualmente: “Siamo di fronte a una vera e propria apostasia”. E ancora: “Non è soltanto l’una o l’altra idea errata: è tutto lo spirito della dottrina che è contrario alla fede di Cristo”».
Padre Sale ricorda anche una lettera del gesuita statunitense padre John La Farge «il quale, il 22 giugno dello stesso anno, era stato incaricato da Pio XI in persona di scrivere un’enciclica contro il razzismo: Humani generis unitas. Come tutti sanno, questa enciclica non uscì mai, rimase allo stato di bozza perché fu ritenuta dal Generale dei gesuiti e da altri suoi collaboratori “non conforme alla mente del Papa” e poi la malattia, assieme alla successiva morte dello stesso Pontefice, impedirono che il testo venisse corretto, completato e pubblicato».
Insomma, se le parole di Fini hanno un fondo di verità, ce l’hanno se riferite ad alcuni collaboratori di Pio XI: «Sull’antisemitismo – spiega padre Sale – ci fu una certa prudenza della Segreteria di Stato perché si pensava che in tal modo si potesse ottenere qualcosa di concreto a vantaggio degli ebrei, in particolare di quelli convertiti al cattolicesimo». Parallelamente, anche alcuni vescovi italiani mostrarono prudenza perché «erano interessati a mantenere controllati i rapporti tra il Vaticano e il governo». Infatti, «a proposito di un discorso durissimo contro il razzismo che Pio XI tenne il 29 luglio del 1938 ricevendo gli studenti del collegio urbaniano di <+corsivo>Propaganda Fide<+tondo>, il vescovo di Cremona Giovanni Cazzani scrisse una lettera all’onorevole Roberto Farinacci (ras di Cremona) in cui spiegava che in realtà Ratti “non parlava contro un razzismo fascista, ma parendogli che una certa corrente di stampa fascista volesse promuovere e caldeggiare anche in Italia un razzismo alla hitleriana, ha voluto mettere l’avviso contro il pericolo di un tale razzismo, e perciò ha parlato di mutazione dai tedeschi».
Dunque, un conto fu Pio XI, un altro la gerarchia. Dice padre Sale: «Mentre la curia e la diplomazia lavorarono senza sosta per un accomodamento con il regime mussoliniano, in modo da contenere entro limiti accettabili la programmata legislazione antiebraica, così che questa non si discostasse troppo dai princìpi della morale cattolica e non violasse punti significativi degli accordi del Laterano, Pio XI continuò la sua lotta solitaria contro le “ideologie totalitarie”. Egli non sottopose a censura, come voleva il Duce, il suo pensiero e continuò sino alla fine dei suoi giorni a condannare le aberranti dottrine del “nazionalismo estremo” e soprattutto del cosiddetto “razzismo esagerato”, che considerava un’eresia in quanto contraddiceva il fondamentale principio sull’originale uguaglianza tra gli esseri umani». Pio XI – dice ancora padre Sale – «scrisse anche, il 13 novembre 1938, una Nota diplomatica di protesta all’ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede. Papa Ratti avrebbe voluto la pubblicazione integrale di quella Nota, ma la curia (segretario di Stato era allora il futuro Pio XII, Eugenio Pacelli), per ragioni prudenziali, preferì la pubblicazione di un testo meno compromettente».
La posizione tenuta da Pio XI fu inequivocabile. Quella della curia e delle gerarchie fu di gran lunga più prudente. E la linea di Pio XI venne confermata anche da alcune parole che il Duce riservò al Pontefice parlando con terze persone. Egli, conclude padre Sale, «ebbe a dire in privato che “quel Papa rappresentava una rovina per l’Italia e la Chiesa”». E ancora: «Fu anche la stampa internazionale a dare ampio spazio all’antagonismo esistente tra i due, fino addirittura a ipotizzare un possibile abbandono della Città Eterna e dell’Italia da parte del Papa». Una possibilità, quest’ultima, senz’altro enfatizzata dalla stampa ma che rende bene l’idea dell’acredine che, a scanso di equivoci, divideva allora Achille Ratti e Benito Mussolini.
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Il Papa va in ambasciata e chiede lumi sul Trattato europeo
14 dicembre 2008 -
È stato ieri, durante il té di metà mattina, che Benedetto XVI si è informato sulle sorti del continente europeo. A Palazzo Borromeo, sede dell’ambasciata d’Italia dove si era recato in visita su invito dell’ambasciatore italiano presso la Santa Sede Antonio Zanardi Landi (è il quarto Pontefice a recarsi in visita in ambasciata: prima di lui soltanto Pio XII, Paolo VI e Giovanni Paolo II), Papa Ratzinger ha chiesto lumi attorno all’iter di ratifica del Trattato europeo che ancora deve compiersi in Polonia (manca solo la firma del presidente della Repubblica Lech Kaczynskie), in Irlanda (è stato trovato un compromesso che dovrebbe permetterne l’approvazione) e in Repubblica Ceca (nel 2009 inizierà a esprimersi in merito la Camera dei deputati). Benedetto XVI ha mostrato padronanza circa la situazione europea, euro scetticismo del presidente ceco Václav Klaus incluso. E, sempre intorno a Klaus, ha chiesto a Frattini ragguagli sull’imminente inizio del semestre di presidenza.
Al té mancava soltanto Silvio Berlusconi, impegnato nel matrimonio della figlia Marina. C’erano il segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone, il cardinale vescovo vicario di Roma Agostino Vallini, Zanardi Landi, i ministri Franco Frattini, Sandro Bondi e Altero Matteoli, i sottosegretari Gianni Letta e Paolo Bonaiuti, e il segretario generale di Palazzo Chigi Mauro Masi.
Alle tre “E” indicate come prioritarie dalla Repubblica Ceca per la sua presidenza (Economia, Energia e l’Europa in rapporto al mondo e soprattutto all’Est e ai Balcani), il Papa ha ricordato ieri la sua priorità, quella del rispetto dei diritti individuali: soprattutto in Europa sarebbe opportuno non inseguire astratti modelli di integrazione multiculturale a scapito, appunto, del rispetto dei diritti individuali che, per il Pontefice, sono un dato universale perché ascritti da Dio nella stessa natura dell’uomo. Una preoccupazione che Frattini ha dimostrato di aver fatto propria quando, uscendo dall’ambasciata, ha detto: «Dev’essere la promozione dei diritti individuali a forgiare oggi l’identità europea e a porsi come condizione per l’integrazione».
I rapporti bilaterali tra Santa Sede e Stato italiano sono oggi ottimi. Gianni Letta l’ha confermato spiegando che la presenza ieri di alcuni membri del governo «sta a significare non ufficialità, ma genuino e personale interesse per le relazioni con il Vaticano, nonchè altissimo rispetto e grande considerazione per la persona del Pontefice».
Insomma, la strada percorsa negli ottanta anni di vita del Trattato Lateranense e nei venticinque del nuovo Concordato, è contrassegnata da una più che soddisfacente evoluzione del rapporto bilaterale. Un rapporto che permette la netta separazione del potere spirituale da quello temporale: il Papa ha voluto «ribadire come la Chiesa sia ben consapevole che alla struttura fondamentale del cristianesimo appartiene la distinzione tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio, cioè la distinzione tra Stato e Chiesa». «Tale distinzione e tale autonomia – ha osservato – non solo la Chiesa le riconosce e rispetta, ma di esse si rallegra, come di un grande progresso dell’umanità e di una condizione fondamentale per la sua stessa libertà e l’adempimento della sua universale missione di salvezza tra tutti i popoli».
Benedetto XVI ha citato quanto già disse due mesi fa al Quirinale, ricordando che «nella città di Roma convivono pacificamente e collaborano fruttuosamente lo Stato Italiano e la Sede Apostolica». E come già aveva fatto al Quirinale, il Papa non si è dimenticato di ricordare che, all’interno di questa pacifica convivenza, compito della Chiesa è però quello «di risvegliare nella società le forze morali e spirituali, contribuendo ad aprire le volontà alle autentiche esigenze del bene».
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