Il “vero” Pio XII in mostra: portava scarpe bucate

Portava un paio di scarpe rosse di cuoio, parecchio logore, con addirittura due buchi sul davanti. E anche la vestaglia da lavoro, uno spolverino bianco con due file di bottoni che usava indossare nel suo ufficio, non era dei migliori. Nel suo appartamento privato, all’ultimo piano del palazzo apostolico, conduceva una vita molto parca. Negli anni della guerra non voleva che si accendesse il riscaldamento per sentirsi più vicino alla gente. Pranzava e cenava sempre da solo, liberando, mentre era a tavola, dei canarini. Erano l’unico suo svago. Spesso, per non sprecare carta, scriveva i suoi appunti sul retro delle buste contenenti la corrispondenza che gli arrivava dalla segreteria di Stato. Fin dal 1936, quando durante il viaggio negli Stati Uniti gliene regalarono uno, era solito farsi la barba con il rasoio elettrico, un Remington oggi ancora ben conservato. Il Remington e l’illustre personaggio che lo usava, vennero anche “celebrati” il 4 maggio 1952 da una copertina della <+corsivo>Domenica del Corriere<+tondo> che li ritraeva (entrambi) davanti a uno specchio: nella raffigurazione compariva anche un canarino. Dirà a proposito del Remington l’illustre personaggio: «Sia resa lode all’inventore del rasoio elettrico che mi permette ogni giorno di dedicare cinque minuti in meno alla mia barba e cinque minuti in più al sacrificio divino».

Sono aneddoti e immagini, a tratti sconosciuti, sui quali la Santa Sede, grazie allo sforzo del pontificio comitato di scienze storiche, ha voluto “lavorare” per portare a compimento una mostra tutta dedicata a uno dei Pontefici meno compresi del ’900 in occasione dei cinquant’anni dalla morte: Pio XII. Una mostra aperta al Braccio di Carlo Magno da oggi fino al 6 gennaio prossimo e nella quale è un Eugenio Pacelli che va al di là dell’immagine ufficiale, come pure al di là di alcune interpretazioni stereotipate, che viene presentato. A conti fatti, si tratta di una risposta nuova che il Vaticano ha deciso di dare alle tante polemiche che da anni, ma anche nelle ultime settimane complici le voci di un possibile sblocco del processo di beatificazione e canonizzazione, sono insorte soprattutto all’interno di ambienti ebraici intorno alla figura di colui che resta l’ultimo Papa romano. Per molti di questi ambienti, infatti, Pio XII fu in qualche modo troppo silente (e quindi connivente) col Terzo Reich durante l’Olocausto.
Benedetto XVI, ovviamente, non ha intenzione di farsi intimidire. Anzi, secondo indiscrezioni, pare che con l’inizio del nuovo anno (entro gennaio) firmerà il decreto sulle virtù eroiche – scalino necessario verso la beatificazione – fermo da più di un anno e mezzo nelle mani dello stesso Pontefice. Non lo farà tanto contro le interpretazioni (a modo di vedere della Santa Sede del tutto erronee) ebraiche. Ma, come si evince dalla mostra, lo farà per Pacelli: la presunta “santità” di Pio XII, infatti, non è soltanto dal comportamento tenuto con gli ebrei che la si può o meno evincere. È tutta la sua vita che la deve dimostrare.

Per la Santa Sede, insomma, l’agenda del processo di beatificazione e canonizzazione di Pacelli non deve essere dettata dall’esterno. Perché altrimenti, se così fosse, per ogni Pontefice, come per ogni candidato alla santità, ci si dovrebbe fermare alle interpretazioni più in voga. Se così fosse, insomma, Pio IX sarebbe stato semplicemente il Papa antirisorgimentale. Pio X quello antimodernista. E Pio XII, appunto, quello del silenzio sull’Olocausto.

La mostra è un insieme di immagini e reperti conosciuti e non del Papa: vi si trovano minute, lettere al fratello Francesco e ai familiari, fotografie e ricordi. Come pure oggetti personali che ne mostrano la semplicità di vita come anche il regime di povertà al quale si sottoponeva volontariamente. Sul periodo della seconda guerra mondiale, vengono riportati i documenti che testimoniano l’azione svolta, tramite l’apertura di conventi, case religiose e pure dello stesso Vaticano, per salvare 8500 dei 9600 ebrei presenti a Roma. Poi il forno fatto installare sempre in Vaticano per rifornire gratuitamente di pane la città. E, ancora, l’azione svolta per salvare una parte rilevante, almeno il 50% , del patrimonio artistico italiano, “ricoverato” in Vaticano assieme ad alcune delle biblioteche più significative.

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Elezioni americane: Obama o McCain? La Chiesa batte un colpo

Dire chi sceglieranno i cattolici tra Obama e McCain non è cosa facile. Ma una fotografia e, i fatti seguiti dopo lo scatto, possono aiutare.
La fotografia è del 16 ottobre. Ci sono Obama e McCain seduti all’Alfred Smith Dinner con in mezzo a loro l’organizzatore della tradizionale cena di gala che, in perfetto stile bipartisan, avviene sempre durante le campagne presidenziali: il cardinale arcivescovo di New York Edward Michael Egan.
I fatti che sono seguiti riguardano l’ambìto premio “Fordham-Stein Ethics” che il 29 ottobre la Fordham University del Bronx (università cattolica) ha dato al giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti, Stephen Breyer.
Le cose sono andate così. Il cardinale Egan, pochi giorni dopo la foto in cui veniva ritratto assieme ai due candidati, non ci ha pensato su due volte a far comprende per chi lui avrebbe gradito i cattolici votassero. Egan, infatti, saputo del conferimento del premio a Breyer, ha preso letteralmente a picconate la nota università cattolica: «Uno sbaglio simile non deve accadere più», ha detto. E il motivo delle picconate risiede nel fatto che il giudice Breyer è pro-choice. E fa niente se c’è chi ha voluto ricordare a Egan – tra questi George Weigel – che, come Breyer, anche altri cinque giudici premiati negli anni dalla facoltà di diritto della Fordham lo erano. E che, dunque, la sua uscita, a pochi giorni dalle elezioni, con un candidato (Obama) dichiaratamente pro-choice, avrebbe corso il rischio d’essere interpretata come un’ingerenza di difficile digestione.
E, ancora, fa niente se è stato lo stesso portavoce del cardinale, Joseph Zwilling, a dire che era la prima volta che Egan protestava contro l’assegnazione del premio specificatamente per la questione dell’aborto. Era la prima volta ma, dicono in molti, mai prima d’ora l’assegnazione del premio a un pro-choice avveniva a pochi giorni dalle elezioni.
E per rincarare la dose, Egan ha “usato” anche del giornale Catholic New York per picchiare giù duro sull’argomento aborto. Ha fatto pubblicare in prima pagina una grande foto di un feto e sotto vi ha scritto un editoriale in cui chiedeva: «E tu non la chiameresti vita?». Chissà cosa sarebbe successo se la medesima cosa l’avesse fatta un qualche cardinale in Italia. Intanto, grazie a Egan, negli Usa i cattolici sanno per chi votare.

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Un gesuita egiziano e un musulmano svizzero-francofono anticipano il dibattito dei 138 in Vaticano. Sul Riformista dicono la loro sulle “vere” radici dell’Europa Samir Khalil Samir e Tariq Ramadan

Venerdì 31 ottobre è uscito un articolo del musulmano Tariq Ramadan sul Riformista in cui l’intellettuale musulmano spiegava cosa avrebbe detto al Papa il 6 novembre al termine del primo Forum islamo-cristiano in corso in Vaticano. Ieri, sempre sul Riformista, ho intervistato padre Samir che gli risponde. Ecco di seguito l’intervento di Ramadan, poi l’intervista a Samir.

di Tariq Ramadan
Dopo aver provocato un’ondata di shock, le parole di Papa Benedetto XVI pronunciate a Ratisbona due anni fa avranno avuto senza dubbio conseguenze più positive che negative nel lungo termine. Aldilà della polemica, questa conferenza ha provocato una presa di coscienza generale sulla natura delle rispettive responsabilità sia dei cristiani che dei musulmani in occidente. Poco importa se si tratta di un gesto maldestro o di una presa di posizione di principio da parte del più alto rappresentante della Chiesa cattolica; ciò che conta ormai è determinare i settori nei quali è necessario un dibattito di fondo tra cattolicesimo e islam. I riferimenti alla jihad e alla violenza dell’islam nel discorso del Papa hanno scioccato i musulmani, sebbene si trattasse di una citazione dell’imperatore bizantino Manuele II il Paleologo.
Riteniamo dunque sia necessario aprire un dibattito sui fondamenti teologici rispettivi e il substrato comune delle due religioni. L’appello degli eruditi musulmani attraverso il mondo intorno alla “Parola comune” andava esattamente in questa direzione: le nostre tradizioni hanno la stessa origine, uno stesso unico Dio, che ci chiama a rispettare la dignità e le libertà umane.
Rimettono in questione allo stesso modo le finalità dell’agire umano ed esigono che noi rispettiamo un’etica. In un mondo che sta attraversando una crisi economica mondiale senza precedenti, in cui la politica, la finanza, il rapporto verso l’uomo e l’ambiente mancano in maniera crudele di coscienza e di etica, è impellente che il dialogo crsitiano-musulmano si interessi ai fondamenti teologici ed alle questioni dei valori e dei fini.
Non si tratta di creare una nuova alleanza tra religioni contro l’ordine “secolarizzato” o “immorale”, ma piuttosto di contribuire in maniera costruttiva ai dibattiti in modo che le logiche economiche o di guerra non distruggano ciò che resta di umanità negli esseri umani. Il nostro dialogo costruttivo riguardo ai valori e le finalità comuni è molto più importante e imperativo delle nostre rivalità sul numero di fedeli, il proselitismo e la competizione sterile sul possesso esclusivo della Verità.
Gli spiriti dogmatici che in entrambe le religioni, si accaparrano la verità lavorano a conti fatti contro gli interessi delle loro rispettive religioni. Chiunque affermi di essere l’unico depositario della verità e che «la menzogna sono gli altri»… sta già errando. Il nostro dialogo deve lottare contro le tentazioni dogmatiche avvalendosi di un dialogo profondo, critico e sempre rispettoso. Un dialogo la cui serietà ci impone umiltà.
Bisogna altresì tuffarsi nella Storia e iniziare un dialogo sulle civiltà. La paura del presente a volte ci fa interpretare il passato con una prospettiva falsato: il Papa aveva sorprendentemente affermato che le radici dell’Europa erano greche e cristiane quasi a voler scongiurare la minaccia attuale della presenza musulmana in Europa. Come ho detto dopo la sua conferenza a Ratisbona, le sue parole sono riduttive e bisogna ritornare ai fatti del passato così come alla storia delle idee.
Ci si rende conto allora che questa contrapposizione tra islam e occidente è una pura proiezione, quasi uno strumento ideologico, destinato a creare delle entità che mettiamo in opposizione o che invitiamo a dialogare. Eppure vi è molto islam in occidente e molto occidente nell’Islam ed è importante che si apra una riflessione interna e critica: occidente ed Europa devono aprire un dibattito dall’interno come devono farlo l’islam e i musulmani in modo da riconciliarsi con la diversità e la pluralità del loro rispettivo passato.
Questo dovere di memoria è imperativo per la coscienza collettiva che vuole evitare le polarizzazioni emotive e vuole considerare come si deve la pluralità intellettuale e filosofica che la costituisce. Ci si rende conto allora che il dibattito sulla ragione e la fede e la verità della razionalità, ha attraversato le civiltà e non è una specificità greca o cristiana o ancora una prerogativa dei Lumière. I propositi del Papa a Ratisbona hanno quindi aperto dei cantieri che bisogna esplorare e sfruttare positivamente in modo da costruire dei ponti e impegnarci tutti insieme nel contributo comune alle questioni sociali, culturali ed economiche dei nostri tempi.
È con questo spirito che parteciperò a tali dibattiti i prossimi 4, 5 e 6 novembre a Roma e all’incontro con il Papa previsto per il 6. Si tratta di affrontare le nostre rispettive e condivise responsabilità e di impegnarci insieme per rendere il nostro universo più giusto nel rispetto delle credenze e delle libertà. Bisognerà dunque anche parlare della libertà di coscienza, dei luoghi di preghiera e dell’“argomento della reciprocità”: tutte le questioni devono essere abbordate in un’atmosfera di fiducia e rispetto.
Tuttavia è importante che ognuno si sieda attorno al tavolo con umiltà, che consiste nel non pensare che soltanto egli sia il depositario della verità: il rispetto che impone l’ascolto dell’altro e di riconoscere la propria differenza e infine la coerenza che richiama ognuno di noi ad avere spirito critico riconoscendo le contraddizioni che possono esistere tra gli ideali dei messaggi e la messa in pratica dei fedeli.
Umiltà, rispetto e preoccuparsi della coerenza sono le condizioni per il successo.

Ed ecco l’intervista a padre Samir.
«Non sono d’accordo con Tariq Ramadan quando dice che l’affermazione del Papa secondo la quale le radici dell’Europa sono greche e cristiane viaggia su una prospettiva falsata. Secondo Ramadan sono parole riduttive. Io credo che abbia ragione il Papa. Se si parla di radici, per l’Europa sono cristiane e greche. Non islamiche. Greche nel senso di pre-cristiane (Platone e Aristotele), di un sapere razionale. Anche nel mondo arabo il nostro Rinascimento (IX e X secolo), si verificò soltanto quando iniziò un movimento intellettuale tra musulmani e cristiani basato sulla ragione. Comunque, secondo me, le radici europee sono cristiane e pre-cristiane, e in questo senso greche; il che non significa che non ci sono stati “influssi” musulmani sull’occidente a partire dal XII secolo, ma non sono “radici”».
Così il gesuita Samir Khalil Samir, egiziano di origine, nato al Cairo nel 1938, tra i massimi esperti di islam e di mondo arabo. Oggi insegna all’Université Saint Joseph di Beirut e al pontificio Istituto Orientale. Dal Libano offre il proprio punto di vista intorno all’articolo di Tariq Ramadan uscito ieri sul Riformista e nel quale l’intellettuale musulmano, spiegando cosa andrà a dire al Papa il 6 novembre al termine del primo incontro del Forum islamo-cristiano, mette i propri paletti sul dialogo tra islam e occidente.
È sempre intorno all’Europa e all’occidente che Samir non condivide Ramadan: «Ramadan dice che “vi è molto islam in occidente e molto occidente nell’islam”. E che è importante “si apra una riflessione interna e critica: occidente ed Europa devono aprire un dibattito dall’interno come devono farlo l’islam e i musulmani”. Dicendo così Ramadan identifica L’Europa e l’occidente con il cristianesimo, riconoscendone implicitamente le radici cristiane. Ma, secondo me, è anche riduttivo identificare oggi l’Europa con il cristianesimo. Perché l’Europa non è necessariamente cristiana: lo sono le sue radici».
Infine la questione della verità. «Per Ramadan si deve avere l’umiltà di non pensare di essere i soli depositari della verità e che gli altri siano menzogneri. Vorrei ricordare che la Chiesa cattolica ritiene di essere depositaria della verità, ma non riconosce gli altri come menzogneri. Anzi, sostiene che ovunque vi siano dei semi di verità. Ritenere gli altri menzogneri è un atteggiamento fondamentalista».

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