Intervista a monsignor Jean Sleiman: «Barack Obama non cambierà l’Iraq»

Nicosia. L’accordo di sicurezza che il governo iracheno ha stipulato con gli Stati Uniti – prevede il ritiro totale delle truppe americane entro la fine del 2011 – soddisfa l’arcivescovo latino di Baghdad, monsignor Jean Sleiman, che però avverte: «Il male è da cercarsi dentro il popolo iracheno, non fuori. La violenza fa parte del nostro paese da troppi anni e non c’entrano gli Stati Uniti. Siamo noi che dobbiamo cambiare mentalità e smetterla di accusare altri d’esser causa del nostro male. Recentemente abbiamo rischiato la guerra civile. E la colpa è stata solo nostra: in troppi in Iraq cercano il potere e usano la violenza per raggiungerlo. In questo modo le minoranze, a cominciare da quella cristiana, sono costrette alla fuga».
A Cipro in occasione del Meeting di religione e cultura promosso dalla Comunità di Sant’Egidio, Sleiman (62 anni, carmelitano libanese) parla del presente e del futuro dell’Iraq, ma non si fa illusioni. «Soprattutto – dice – non me ne faccio sull’elezione di Barack Obama. Come non se la fanno gli iracheni. Nel nostro paese non c’è stata, come da altre parti, una “Obama-mania”. Tutt’altro. Siamo consapevoli che la politica estera degli Stati Uniti non cambierà con Obama. La stessa cosa è successa con Bill Clinton e poi con George W. Bush che nel 2001 invase il paese. E crediamo che anche con Obama tutto andrà nella medesima maniera. Certo, l’accordo dell’altro giorno è importante e sono convinto che il Parlamento lo approverà. Ma la politica degli Usa sarà comunque la stessa di sempre».
E a proposito dell’invasione, Sleiman ha le idee chiare: «In Iraq – spiega con una battuta – si stava meglio quando si stava peggio. Ovvero: non si può dire che oggi si stia meglio rispetto a quando c’era Saddam Hussein. Allora, è vero, c’era la dittatura e non c’era libertà d’espressione, di opinione, libertà culturale. Ma, comunque, non c’era il disastro che c’è ora. Eppure la colpa non è solo di Bush. È anche di Clinton: questi attaccò Baghdad nel 1998 e diede l’abbrivio a quanto poi accadde nel 2001. Occorre non dimenticarlo. E la cosa dimostra come con qualsiasi presidente la zolfa sia sempre la stessa».
Sleiman racconta che l’unico che si illuse delle buone intenzioni di Clinton fu Saddam: «Quando Clinton venne eletto – dice l’arcivescovo – Saddam sparò in aria in segno di festa. Ben presto però si dovette accorgere che nulla era cambiato e che Clinton lo braccava».
Per il futuro Sleiman sogna un Stato democratico, con meno violenza e odio. Uno Stato dove anche i cristiani costretti alla fuga possano fare ritorno? «È giusto dire “tornare”. Perché almeno metà dei cristiani del paese, probabilmente 600-700 mila, sono stati costretti alla fuga, a lasciare l’Iraq senza volerlo perché oppressi. Ma il problema è tutto soltanto politico. Lo dimostra bene la decisione del consiglio di presidenza iracheno che ha recentemente ratificato la legge, approvata lunedì 3 novembre dal Parlamento con 106 voti su 150, che riserva una quota dei seggi alle minoranze, in vista delle elezioni per il rinnovo dei consigli provinciali, in programma dal 31 gennaio 2009. La normativa prevede la concessione di sei seggi su un totale di 440: tre ai cristiani, uno a testa agli yazidi e agli shabak a Ninive e l’ultimo ai sabei, nella capitale. Il presidente Jalal Talabani (curdo) e i vice-presidenti Tareq Al Hashemi (sunnita) e Adel Abdul-Mahdi (sciita) hanno trasformato il decreto in legge, nonostante l’opposizione della comunità cristiana che invocava il veto presidenziale. E il motivo è semplice: i cristiani, anche in Parlamento, sono soltanto una piccola merce di scambio. Niente più».
Ovviamente in Iraq non soffrono soltanto i cristiani. È, a ben vedere, tutta la popolazione che si trova in una situazione difficilissima. Anche economicamente: «Non credo – dice Sleminan – sia normale vivere in un paese dove per avere il pieno di benzina nella macchina occorra fare 10 ore di coda. Dove il gas costa 20 dollari al litro contro il dollaro che costava 5 o 6 anni fa. Dove si è continuamente umiliati: se un iracheno si presenta alla frontiera di un qualsiasi paese occidentale, deve stare in attesa per ore e ore perché si sospetta di lui. Ma, ripeto, la colpa è innanzitutto nostra. Siamo noi iracheni che dovremmo fare autocritica e cominciare noi a rigettare la violenza».

Tratto da:
Queste icone linkano i siti di social bookmarking sui quali i lettori possono condividere e trovare nuove pagine web.
  • E-mail this story to a friend!
  • Print this article!
  • Technorati
  • OKNotizie
  • Wikio IT
  • Segnalo
  • Diggita
  • ZicZac
  • Fai.Info
  • Kipapa
  • Reddit
  • TwitThis
  • BarraPunto
  • Facebook
  • NotizieFlash
  • Google
  • YahooMyWeb

Lascia un commento

XHTML: Questi tags sono abilitati: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>