Il Papa presto in Terra Santa. E Israele studia di cambiare la didascalia su Pio XII
28 novembre 2008 -
L’impossibile potrebbe presto divenire possibile. Non solo, infatti, è di ieri la notizia, diffusa dal sito web del quotidiano israeliano Haaretz, e poi in parte confermata dal portavoce vaticano padre Federico Lombardi, che presto (probabilmente il prossimo mese di maggio) Benedetto XVI si recherà in visita in Israele e Betlemme. Cosa, di per sé, non così difficile a realizzarsi. Ma, addirittura – ed è qui che l’impossibile potrebbe non esserlo più -, secondo quanto hanno comunicato ieri al Riformista fonti vaticane, pare che in uno dei campi dove maggiormente Santa Sede e Israele hanno le maggiori divergenze, ovvero Pio XII e i suoi presunti silenzi sulla Shoah, possa a breve essere messa in campo un’azione significativa da parte di Israele. Il Museo dell’Olocausto Yad va-Shem, in sostanza, pare stia studiando la possibilità di modificare la didascalia nella quale si critica pesantemente la condotta tenuta da Pacelli sull’Olocausto: «Nel 1942 – riporta la didascalia -, il Papa non si associò alla condanna espressa dagli alleati per l’uccisione degli ebrei».
Un cambiamento che permetterebbe a Benedetto XVI, dopo le dure critiche mosse in merito dal Vaticano, di visitare l’intero Museo durante la sua permanenza in Terra Santa. E, insieme, segnerebbe una svolta concreta dopo gli anni di risentimenti ebraici cominciati con la rappresentazione teatrale di Rolf Honchhuth Il Vicario nella quale Pacelli in altro modo non venne presentato se non come il Papa di Hitler.
Ieri padre Lombardi ha soltanto confermato l’esistenza di «contatti» tra le due parti in vista del viaggio. Ma non ha smentito la ricostruzione pubblicata da Haaretz secondo la quale è stato il presidente israeliano Shimon Peres, due settimane fa, ad aver avuto un incontro con il nunzio apostolico Antonio Franco il quale avrebbe annunciato una risposta positiva qualora Benedetto XVI avesse ricevuto un invito ufficiale. «E l’invito è stato inviato», ha svelato ieri il quotidiano israeliano.
Nelle scorse settimane, a ridosso del cinquantesimo anniversario della morte di Pacelli celebrato sontuosamente dalla Santa Sede (un convegno e una mostra al Braccio di Carlo Magno), le voci di un possibile e imminente sblocco del processo di beatificazione e canonizzazione del Pontefice grazie alla firma del decreto sulle virtù eroiche già approvato dalla plenaria della congregazione per le cause dei santi, avevano parecchio allarmato alcuni esponenti del mondo ebraico. «È inaccettabile», aveva detto il ministro degli Affari sociali israeliano Isaac Herzog. «La beatificazione è un affare interno della Chiesa cattolica e le parole di Herzog sono un’ingerenza», aveva replicato il postulatore della causa di beatificazione di papa Pacelli, padre Paolo Molinari.
Al centro dei dissidi, appunto, anche la didascalia del Museo dell’Olocausto. Didascalia non secondaria nel viaggio del Papa in Terra Santa. Tanto che, sempre nelle scorse settimane, era stato il gesuita Peter Gumpel a dire che Benedetto XVI non avrebbe visitato Israele finché non fosse stata cambiata la didascalia che accompagna le immagini di Pio XII.
E a conferma del risentimento vaticano per la didascalia, c’erano state la scorsa estate le parole durissime del rettore della Lateranense monsignor Rino Fisichella. Il presule, in pellegrinaggio in Terra Santa assieme a un gruppo di parlamentari italiani, aveva visitato lo Yad va-Shem. E, uscendo, non aveva resistito: «A Yad Vashem c’è una lettura politica della figura di Pio XII, e non storiografica». E ancora: «I fatti storici sono più complicati di quello che sembra, e non possono essere liquidati in due parole. Gli atti di Pio XII sono tutti pubblici, ci sono state commissioni di storici, ebrei e non, che li hanno valutati. Che la Chiesa sia stata contro gli ebrei è un luogo comune. L’Associazione Pave di New York, fatta da ebrei, ha tirato fuori molte testimonianze di persone di religione ebraica che durante la deportazione del ghetto sono state aiutate a fuggire da Roma, e quindi a salvarsi, proprio da Pio XII. Che vengano tirati in ballo, tutte le volte, i silenzi di Pio XII mi sembra triste, soprattutto in un periodo nel quale invece si dovrebbe aspirare a essere solidali e amici. Non possiamo stare sempre a giustificarci ».
Oggi però, pare che l’“ostacolo didascalia” possa essere finalmente rimosso tramite, appunto, lo studio di un nuovo testo, meno critico verso Pio XII e più consono alla sconfinata storiografia che testimonia le attenzioni avute da Pacelli nei confronti degli ebrei durante la persecuzione nazista. Se così sarà, Benedetto XVI arrivando in Terra Santa entrerà anche nello Yad Vashem. La sua visita sarebbe la terza di un Papa in Israele. Prima di lui vi andarono Paolo VI nel 1964 e Giovanni Paolo II nel 2000.
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L’Osservatore sbatte in prima pagina Galileo. E il Vaticano non ha i soldi per fargli una statua
27 novembre 2008 -
La pace definitiva (nonostante le ferite restino) tra la Chiesa cattolica e Galielo Galilei avverrà nel corso del 2009, l’anno nel quale l’Onu ha deciso di celebrare il quattrocentesimo anniversario delle prime osservazioni astronomiche che Galileo realizzò nel 1609 puntando il suo cannocchiale verso il cielo. Certo, c’erano stati in passato una serie di mea culpa di Wojtyla in merito. Ma è anche vero che alla Chiesa, nel tempo del pontificato di Joseph Ratzinger, più che i mea culpa interessa una corretta revisione del tempo che fu. E, nel merito del caso Galileo, una pacificazione che riconsoca gli errori della Chiesa senza però accollarsi colpe che non ci sono.
Nel 2009, dunque, questa operazione pace/verità sarà sancita a suon di incontri, approfondimenti e, pure, come ha detto due giorni fa monsignor Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio consiglio per la cultura, da una ripubblicazione degli atti del processo allo scienziato pisano, con quella sentenza di condanna che, secondo quanto ha detto il presule confermando che non ci può essere riappacificazione senza verità, mai fu firmata dal Pontefice anche a motivo del fatto che i cardinali non raggiunsero un accordo in merito. Una pace che, per dovere di cronaca, nonostante le anticipazioni di diversi organi di stampa nei mesi scorsi, non vedrà il posizionamento di una statua dello scienziato in Vaticano: dicono oltre il Tevere che il progetto che doveva vedere Finmeccanica donare la statua alla Santa Sede sia tramontato per problemi economici. La Santa Sede, in sostanza, avrebbe dovuto accollarsi gran parte della spesa ma la spesa, purtroppo, sarebbe stata troppo onerosa.
Oggi, significativamente, è l’Osservatore Romano a pubblicare in prima pagina un articolo di padre Josè Gabriel Funes, direttore della Specola Vaticana, con un titolo che soltanto qualche anno addietro sarebbe stato impossibile: «Grazie, Galileo». Grazie per l’impegno a favore del copernicanesimo e della Chiesa stessa (nonostante il drammatico scontro di alcuni uomini di Chiesa con lo scienziato abbia lasciato delle ferite ancora oggi aperte). E grazie perché, se è vero che senza la Chiesa cattolica non ci sarebbe stato Galileo, è altrettanto vero – sono parole di padre Funes – «che forse non ci sarebbe stata una Specola Vaticana senza Galileo».
Ieri, in questa lunga strada verso la pace/verità, è stato il giorno del cardinale Tarcisio Bertone. In un importante convegno promosso dal “ministero” vaticano della cultura diretto da Ravasi e da Finmeccanica, il segretario di Stato vaticano è andato in qualche modo oltre i precedenti <+corsivo>mea culpa<+tondo> wojtyliani. E anche qui, per dare il tono della cosa, occorre rifarsi al titolo che dà l’Osservatore quest’oggi all’intervento del porporato pubblicato (in parte) a pagine cinque: “Due ali per volare verso la verità”. Che sta a significare: scienza e fede non sono nemiche, come le sofferenze patite da Galileo potrebbero far desumere, ma sono due ali che assieme possono portare l’uomo ad avvicinarsi alla verità delle cose. Lo stesso Galileo – ha detto Bertone – era un uomo che ha vissuto tenendo assieme le due cose: «Uomo di scienza, ha pure coltivato con amore la sua fede e le sue profonde convinzioni religiose». E gli errore commessi nei suoi confronti, furono dovuti principalmente «alla mentalità dell’epoca».
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Revisioni: «Gramsci trovò la fede». La versione di due suore
26 novembre 2008 -
Monsignor Luigi De Magistris, già pro-penitenziere maggiore del Vaticano (dicastero preposto alle indulgenze, ai perdoni e a controversie interne) ha parlato basandosi sulle rivelazioni di una religiosa svizzera, suor Gertrude, e di una religiosa sarda, suor Pinna. Entrambe prestavano servizio nella clinica «Quisisana» di Roma al tempo in cui Antonio Gramsci era ricoverato. È in base, infatti, a quanto le due hanno rivelato tempo addietro al fratello di suor Pinna, monsignor Giovanni Maria, ex segretario del tribunale della segnatura apostolica, che De Magistris ha potuto affermare ieri mattina nel corso di una conferenza stampa di presentazione del primo catalogo internazionale dei Santini che Antonio Gramsci, ideologo del Partito Comunista italiano, si convertì in punto di morte. Proprio così. Gramsci venne seppellito nel cimitero acattolico di Roma. Eppure, poco prima di morire, volle ricevere i sacramenti: confessione ed eucaristia insieme.
La rivelazione di De Magistris, in sostanza, conferma direttamente e autorevolmente quanto già era stato ipotizzato, seppur più velatamente, da Emilio Cavaterra in un editoriale apparso dieci anni fa sul Giornale diretto da Mario Cervi. Una rivelazione che conferma anche le ipotesi avanzate anni addietro da una serie di indicazioni contenute nel libro di un insegnante sassarese, Luigi Nieddu, pubblicato in Sardegna ma scarsamente conosciuto, sull’«altro Gramsci».
Le rivelazioni delle due suore riguardano il periodo di permanenza dell’esponente comunista nella clinica «Quisisana» di Roma. Gramsci venne ricoverato 24 agosto del 1935. Suor Gertrude rivelò che l’anno in cui Gramsci morì, il 1937, nella camera numero 26 della clinica c’era una piccola immagine di santa Teresa del Bambino Gesù «verso la quale Gramsci sembrava nutrire una simpatia umana», tant’è che «non volle che fosse tolta e nemmeno spostata e l’affermò quasi per giustificare quello che poteva sembrare, dato il tipo, soltanto un momento di debolezza».
Ma il Gramsci malato fece di più. Secondo quanto disse suor Pinna qualche anno fa a un gruppo di sacerdoti in occasione della celebrazione di una Messa in suffragio del fratello nella chiesa di San Lorenzo in Damaso a Roma (tra questi, c’erano De Magistris e monsignor Sebastiano Masala, allora giudice della Sacra Rota), fu sempre nel ’37 che le religiose della clinica riproposero una pia tradizione per i malati: quella di portare, durante le festività natalizie, di stanza in stanza, «offrendola al bacio di quelli che vi si trovavano», una statua di Gesù Bambino. Tutti i ricoverati ricevettero quella singolare visita a eccezione di Gramsci il quale, saputa la cosa, ne chiese spiegazione alle suore. Queste si scusarono, dicendo di aver voluto evitargli qualsiasi fastidio. Al che, continuò suor Pinna, «il signor Gramsci disse di voler vedere quella statuetta e quando l’ebbe di fronte la baciò con evidenti segni di commozione».
Sulla conversione di Gramsci già c’è chi, tempo addietro, si è espresso in modo critico. C’è, ad esempio, Fabio Giovannini che su La Rinascita della Sinistra dello scorso ottobre ha citato una lettera del 12 maggio 1937 di Tatiana Schucht, cognata di Gramsci e assiduamente presente al suo capezzale, a Piero Sraffa. Qui la Schucht offre un’altra versione della morte di Gramsci: la sera del 25 aprile 1937 questi venne colto da emorragia cerebrale mentre si trova al gabinetto. Chiese aiuto. Venne soccorso, ma perse la sensibilità e la mobilità del lato sinistro del corpo. Per due giorni lottò con la morte. E a Tatiana toccò protestare perché «preti e suore lo lasciassero tranquillo».
Per Beppe Vacca, invece, filosofo, ex parlamentare comunista e presidente della Fondazione Istituto Gramsci, non solo le lettere di Tatiana a Sraffa non parlano della conversione, ma non ne parla nemmeno una del fratello Carlo a Togliatti: qui si legge della volontà di Gramsci di essere cremato. Cosa che inizialmente trovò qualche ostacolo perché, si dice, non era credente.
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Il Papa scrive a Pera ma sul dialogo interreligioso non cambia linea
25 novembre 2008 -
Sta facendo molto discutere la lettera che Benedetto XVI ha scritto a Marcello Pera (pubblicata integralmente domenica dal Corriere della Sera) e che fa da prefazione al suo nuovo libro Perché dobbiamo dirci cristiani.
Sta facendo discutere perché Benedetto XVI da una parte sostiene l’impossibilità di mettere in campo un pieno dialogo interreligioso, dall’altra rilancia la necessità di un dialogo tra le culture. Ieri, anche il New York Times ne ha parlato perché sembra ai più che l’intento del Pontefice sia quello di sconfessare quel dialogo interreligioso del quale anche la Santa Sede si fa portatrice nel mondo attraverso un pontificio consiglio a esso interamente dedicato.
Secondo me, invece, le parole del Papa vanno in scia proprio a quanto il pontificio consiglio per il dialogo interreligioso sta facendo. E in scia all’idea di dialogo propria del cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del pontificio consiglio. Questi, incontrando i 138 musulmani estensori della famosa lettera al Papa e ad altri leader cristiani, ha insitito molto non tanto sugli aspetti teologici del dialogo, bensì sulle tematiche più concrete, tematiche che sovente sono trattate in modo troppo eterogeneo all’interno delle diverse comunità musulmane.
Insomma le parole che il Papa ha scritto a Pera non fanno altro che confermare come per il Papa, ciò che conta nella messa in campo del dialogo interreligioso – e soprattutto del dialogo con l’islam – siano le cose pratiche prima che teologiche: oggi soprattutto i comandamenti della legge naturale, la necessità di non usare il nome di Dio per compiere violenze, la questione del riconoscimento della parità tra uomo e donna e il tema della libertà religiosa. Quindi il dialogo interreligioso non è sconfessato, semplicemente deve essere “usato” partendo dal basso.
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Intervista a Francesco Cossiga: «Sul testamento biologico oggi la Chiesa perderebbe»
22 novembre 2008 -
«Il ministro dell’economia Giulio Tremonti, dicendo di avere come propria “ideologia” la triade “Dio, patria e famiglia”, non ha fatto altro che offrire un messaggio immediatamente comprensibile a tutti: ci sono valori a cui occorre aggrapparsi soprattutto di questi tempi».
Presidente Cossiga, ma non sono gli stessi valori fatti propri dal fascismo?
«Sono i valori propri dei cattolici intransigenti francesi di fine Ottocento, coloro ai quali Leone XIII chiese di aderire alla Repubblica. Sono valori nei quali tutti vi si possono riconoscere. La Chiesa lo sa e per questo insiste».
Valori cattolici?
«Valori, come dice Ratzinger, “non negoziabili”: anche la patria, infatti, è qui intesa come un insieme di valori formanti una certa identità, non tanto come il territorio in cui si vive. Valori che anche un laico come Tremonti può apprezzare e fare propri. E, infatti, il ministro dell’economia ci ha “lavorato sopra”, si è andato a trovare un testo del cardinale Joseph Ratzinger del 1985 e, come ha spiegato nella prolusione all’università cattolica di Milano dell’altro ieri, l’ha fatto proprio».
Perché tra i valori non negoziabili non si cita praticamente mai la pace nel mondo, l’accoglienza degli immigrati, la carità, ma principalmente questioni etiche?
«C’è una gerarchia di valori che occorre comprendere bene. La linea l’ha offerta il cardinale Ratzinger nel 2004, nel memorandum per la conferenza episcopale degli Stati Uniti occasionato dalla candidatura alle elezioni di politici cattolici che fanno campagna sistematica per l’aborto. Ratzinger, chiedendo di rifiutare la comunione ai politici pro aborto, diede in sostanza una gerarchia di valori. Sulle questioni attinenti la vita non si transige. Il resto viene dopo».
È per questo motivo che la conferenza episcopale statunitense si è dimostrata preoccupata per l’elezione di Barack Obama?
«Sì. Ma non c’è solo la conferenza episcopale statunitense. Ci sono anche i vescovi americani in curia romana. Tra questi vorrei ricordare il cardinale James Francis Stafford. Questi, in qualità di presidente del tribunale della penitenzieria apostolica (in sostanza il foro interno della curia romana) ha sferrato un attacco durissimo contro Obama: “È aggressivo, distruttivo, apocalittico”, ha detto. E ancora: “La Chiesa statunitense si appresta a vivere un periodo di agonia degno di quello passato da Gesù Cristo nell’orto del Getsemani”. Per ricordare un’uscita del Vaticano simile occorre andare indietro negli anni fino ad arrivare all’enciclica di Pio XI “Mit Brennender Sorge”, con cui il Pontefice prendeva le distanze dal regime nazista. Ma, pare, che la maggioranza del popolo abbia comunque scelto Obama: evidentemente non tutti ritengono doveroso obbedire ai propri pastori».
Anche in Italia la Chiesa sui valori non transige. Come dovrebbe muoversi oggi che si profila una legge sul testamento biologico? I cattolici secondo lei sono così intransigenti in merito?
«Ho una mia idea. Una cosa è assodata: i cattolici che io definisco “infanti”, ovvero il contrario di “adulti” che sovente sui valori sembrano favorevoli a una mediazione con le istanze del mondo, nella maggioranza come nell’opposizione sono pochissimi. Sono irrilevanti. E per questo la Chiesa credo non debba mettere in campo una battaglia politica per portare questa legge verso le proprie convinzioni. Perché una battaglia oggi la Chiesa la perderebbe. In Parlamento i cattolici sono una minoranza e se si andasse a un referendum non credo che la gente comprenderebbe fino in fondo le ragioni della Chiesa. Per questo ritengo che la conferenza episcopale italiana debba fare una sola cosa: uscire con una nota in cui ricorda il valore inestimabile della vita e il suo no a qualsiasi forma di eutanasia. E niente più. Altro non deve fare perché sennò fa la fine del divorzio e dell’aborto. Allora l’unica sconfitta fu la Chiesa. Oggi occorre cercare il male minore e non andare allo scontro».
Secondo lei alcuni deputati cattolici potrebbero discostarsi dalle linee della Chiesa sul testamento biologico?
«Sui Dico lo fecero. La conferenza episcopale italiana tramite Avvenire espresse il suo Non possumus. E diversi cattolici cosiddetti democratici, ricordo su tutti Dario Franceschini, contestarono la posizione della Chiesa. Oggi potrebbe ripresentarsi la stessa spaccatura. E dentro questa spaccatura potrebbero levarsi le voci di tanti vescovi anch’essi disobbedienti. Sarebbe un patatrac. Ripeto: i cattolici “infanti”, ovvero profondamente “antidemocratici”, sono una minoranza. Nel Pd sono soltanto Paola Binetti, Enzo Carra, Gigi Bobba e pochi altri: contano troppo poco. Altri cattolici, invece, come ad esempio due ex presidenti della Fuci, ovvero quell’organizzazione che dovrebbe portare avanti una collaborazione dei laici all’apostolato della Chiesa, sono su posizioni diverse. Stefano Ceccanti e Giorgio Tonini, in particolare, altro non sono che cattolici “adulti”: basti ricordare che erano contro il conflitto d’attribuzione sollevato da me e da Gaetano Quagliarello contro la Cassazione sul caso Eluana Englaro. E quindi contare sui di loro sul testamento biologico credo sia difficile. Insomma, al di là del mondo laico, è il mondo cosiddetto cattolico che potrebbe non seguire la Chiesa in caso di scontro politico sul testamento biologico».
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Tremonti, il ministro di Dio
20 novembre 2008 -
Un vecchio testo dell’allora cardinale Joseph Ratzinger pubblicato nel 1985 sulla rivista conservatrice cattolica Communio, Church and Economy in Dialogue. Lo ha citato ieri il ministro dell’economia Giulio Tremonti inaugurando l’anno accademico dell’Università Cattolica a Milano. «Un laico ratzingeriano». Così al Riformista Francesco Cossiga dice che definirebbe oggi Giulio Tremonti. «Un uomo sinceramente affascinato dal pensiero del Papa. Affascinato dal concetto di laicità positiva esposta da Benedetto XVI in Francia: la religione è una risorsa per la società, non un freno». Una definizione, quella di Cossiga, non smentita oltre il Tevere. Qui si dice che la svolta filo ratzingeriana del ministro dell’economia sia sincera. Non si tratterebbe, banalmente, del tentativo di mostrarsi vicino ai princìpi cattolici in vista di una possibile successione a Silvio Berlusconi. In ballo ci sarebbe più che altro una sua personale convinzione: la visione di Ratzinger sulla società – economia inclusa – è la più corretta per l’oggi. Con dei princìpi morali a cui riferirsi, infatti, si governa meglio. La religiosità, se sinceramente vissuta, spinge a fare bene, in politica come in economia. È come una fonte d’ispirazione che porta a intraprendere, a non cedere il passo a quella passività di stampo marxista che frutti amari ha portato nel mondo.
Tremonti ha incontrato Benedetto XVI soltanto due volte: fugacemente due estati fa a Lorenzago di Cadore. Poi, con maggiore calma la scorsa estate, assieme a Cossiga, in una sala dell’arcivescovado di Bressanone, una domenica dopo la recita dell’Angelus. E il fastidio con cui Tremonti ha risposto alla ricostruzione di Francesco Verderami che sul “Corriere della Sera” di domenica scorsa parlava di diversi colloqui riservati tra lui il Papa risiederebbe proprio qui: non è vero che gli incontri siano stati molteplici.
Tremonti ha avuto una sola volta la possibilità di colloquiare con Ratzinger. E il suo interessamento per il Pontefice non avrebbe secondi fini, ma muoverebbe da una sua personale convinzione maturata dopo aver letto con attenzione i suoi scritti e aver ascoltato i suoi discorsi.
Ieri, nella prolusione tenuta alla Cattolica, Tremonti ha citato come profetico in materia economica il testo di Ratzinger del 1985, Church and Economy in Dialogue. L’economia, sostiene Ratzinger, non può essere scissa dall’etica. Il rischio è il collasso del sistema, arrivato vent’anni dopo. Chi ha suggerito il testo a Tremonti? In Vaticano non lo sanno. Pare sia stato lo stesso Tremonti a rintracciarlo.
A conti fatti, la svolta ratzingeriana del «socialista scandinavo» Tremonti – è anche questa una definizione di Cossiga – colpisce. I prodromi c’erano già nel libro “La paura e la speranza”. È stato a partire da questo libro che alla Cattolica hanno pensato di invitare Tremonti all’inaugurazione. Poi venne il Meeting di Rimini di Cl, lo scorso agosto. Fu qui la prima volta in cui Tremonti dichiarò di essersi convertito alla triade Dio, patria e famiglia. «È la mia ideologia», disse poi a un convegno di Azione Giovani. Un’ideologia esposta anche a un convegno con Massimo D’Alema e il segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone. In sostanza, al fallimento delle ideologie del Novecento (fascismo, comunismo, socialismo, liberismo mercatista), Tremonti propose il trittico caro alle anime più conservatrici del mondo post-ideologizzato. Un balzo in avanti che, assicurano in Vaticano, ha una caratteristica: la sincerità.
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Intervista a monsignor Jean Sleiman: «Barack Obama non cambierà l’Iraq»
19 novembre 2008 -
Nicosia. L’accordo di sicurezza che il governo iracheno ha stipulato con gli Stati Uniti – prevede il ritiro totale delle truppe americane entro la fine del 2011 – soddisfa l’arcivescovo latino di Baghdad, monsignor Jean Sleiman, che però avverte: «Il male è da cercarsi dentro il popolo iracheno, non fuori. La violenza fa parte del nostro paese da troppi anni e non c’entrano gli Stati Uniti. Siamo noi che dobbiamo cambiare mentalità e smetterla di accusare altri d’esser causa del nostro male. Recentemente abbiamo rischiato la guerra civile. E la colpa è stata solo nostra: in troppi in Iraq cercano il potere e usano la violenza per raggiungerlo. In questo modo le minoranze, a cominciare da quella cristiana, sono costrette alla fuga».
A Cipro in occasione del Meeting di religione e cultura promosso dalla Comunità di Sant’Egidio, Sleiman (62 anni, carmelitano libanese) parla del presente e del futuro dell’Iraq, ma non si fa illusioni. «Soprattutto – dice – non me ne faccio sull’elezione di Barack Obama. Come non se la fanno gli iracheni. Nel nostro paese non c’è stata, come da altre parti, una “Obama-mania”. Tutt’altro. Siamo consapevoli che la politica estera degli Stati Uniti non cambierà con Obama. La stessa cosa è successa con Bill Clinton e poi con George W. Bush che nel 2001 invase il paese. E crediamo che anche con Obama tutto andrà nella medesima maniera. Certo, l’accordo dell’altro giorno è importante e sono convinto che il Parlamento lo approverà. Ma la politica degli Usa sarà comunque la stessa di sempre».
E a proposito dell’invasione, Sleiman ha le idee chiare: «In Iraq – spiega con una battuta – si stava meglio quando si stava peggio. Ovvero: non si può dire che oggi si stia meglio rispetto a quando c’era Saddam Hussein. Allora, è vero, c’era la dittatura e non c’era libertà d’espressione, di opinione, libertà culturale. Ma, comunque, non c’era il disastro che c’è ora. Eppure la colpa non è solo di Bush. È anche di Clinton: questi attaccò Baghdad nel 1998 e diede l’abbrivio a quanto poi accadde nel 2001. Occorre non dimenticarlo. E la cosa dimostra come con qualsiasi presidente la zolfa sia sempre la stessa».
Sleiman racconta che l’unico che si illuse delle buone intenzioni di Clinton fu Saddam: «Quando Clinton venne eletto – dice l’arcivescovo – Saddam sparò in aria in segno di festa. Ben presto però si dovette accorgere che nulla era cambiato e che Clinton lo braccava».
Per il futuro Sleiman sogna un Stato democratico, con meno violenza e odio. Uno Stato dove anche i cristiani costretti alla fuga possano fare ritorno? «È giusto dire “tornare”. Perché almeno metà dei cristiani del paese, probabilmente 600-700 mila, sono stati costretti alla fuga, a lasciare l’Iraq senza volerlo perché oppressi. Ma il problema è tutto soltanto politico. Lo dimostra bene la decisione del consiglio di presidenza iracheno che ha recentemente ratificato la legge, approvata lunedì 3 novembre dal Parlamento con 106 voti su 150, che riserva una quota dei seggi alle minoranze, in vista delle elezioni per il rinnovo dei consigli provinciali, in programma dal 31 gennaio 2009. La normativa prevede la concessione di sei seggi su un totale di 440: tre ai cristiani, uno a testa agli yazidi e agli shabak a Ninive e l’ultimo ai sabei, nella capitale. Il presidente Jalal Talabani (curdo) e i vice-presidenti Tareq Al Hashemi (sunnita) e Adel Abdul-Mahdi (sciita) hanno trasformato il decreto in legge, nonostante l’opposizione della comunità cristiana che invocava il veto presidenziale. E il motivo è semplice: i cristiani, anche in Parlamento, sono soltanto una piccola merce di scambio. Niente più».
Ovviamente in Iraq non soffrono soltanto i cristiani. È, a ben vedere, tutta la popolazione che si trova in una situazione difficilissima. Anche economicamente: «Non credo – dice Sleminan – sia normale vivere in un paese dove per avere il pieno di benzina nella macchina occorra fare 10 ore di coda. Dove il gas costa 20 dollari al litro contro il dollaro che costava 5 o 6 anni fa. Dove si è continuamente umiliati: se un iracheno si presenta alla frontiera di un qualsiasi paese occidentale, deve stare in attesa per ore e ore perché si sospetta di lui. Ma, ripeto, la colpa è innanzitutto nostra. Siamo noi iracheni che dovremmo fare autocritica e cominciare noi a rigettare la violenza».
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Gli insulti sul blog e un chiarimento su don Gallo
18 novembre 2008 -
Mi trovo sempre a Cipro.
Questo pomeriggio ripartirtò per Roma.
Ieri ho intervistato l’arcivescovo dei latini di Baghdad Sleiman. Ma oggi, al posto della sua intervista, preferisco pubblicare questo breve avviso. Riguarda questo blog. Sono contento che qui si esprimano voci differenti. Credo però che queste voci meritino tutte rispetto. Insomma, occorre lasciare a casa gli insulti altrimenti qui non si può scrivere. Molti post purtroppo escono senza la mia moderazione perché il sistema dopo un po’ che uno scrive e viene pubblicato lo riconosce come affidabile e pubblica i suoi post in automatico. Io, quindi, non posso moderare tutto.
Quindi chiedo davvero rispetto per tutti. Si può dire ciò che si pensa senza insultarsi, no? Anzi, se non ci si insulta può anche darsi che chi la pensa diversamente comprenda meglio il punto di vista dell’altro.
A riguardo del mio post su Don Gallo voglio ribadire quanto segue: non ce l’ho con le trans (ho imparato che si dice così). Ce l’ho nel merito con Don Gallo perché a mio avviso è assurdo che un prete proponga un calendario simile. Un prete dovrebbe dare altri esempi. Altrimenti vale tutto. Altrimenti si dà l’idea che per la Chiesa tutto sia lecito. Invece non è così. Esistono dei valori che la Chiesa non può ledere per il bene delle persone. Ma questo è un discorso troppo lungo e non voglio farlo ora.
Quello che voglio dire è che non giudico le trans, come qualcuno mi ha detto. Non apporovo che ci si prostituisca come fanno alcune di loro a Genova, ma questo è un altro discorso. Col mio post volevo semplicemente giudicare il comportamento di Don Gallo. Lo ritengo deprecabile. Un prete deve voler bene a tutti. E deve voler bene alle trans che vivono nel suo quartiere tanto quanto vuole bene alla vecchietta che va tutti i giorni in chiesa. Ma ciò non significa che per volere loro bene debba pubblicizzare un loro calendario. Questo è un modo di voler bene sbagliato, secondo me. Soprattutto per un prete.
Spero i commenti cerchino di tornare al merito delle questioni abbandonando gli insulti.
Grazie a tutti, Paolo.
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A Cipro si dialoga ma la Turchia rimane appostata
17 novembre 2008 -
Mi trovo a Cipro per l’incontro interreligioso promosso dalla Comunità di Sant’Egidio. Ieri, quaranta leader di tutte le religioni hanno attraversato il muro che divide la Cipro greca da quella occupata indebitamente dai turchi nel 1974.
Dal 1974, infatti, l’isola di Cipro è divisa in due: la parte nord invasa dalla Turchia e tuttora riconosciuta solo da Ankara come autoproclamata Repubblica del nord; e la parte sud abitata dai dei greco-ciprioti.
Prima del 1974, invece, Cipro era una cosa sola. Vi abitavano greco ciprioti e turco ciprioti assieme: erano un solo popolo. Oggi, invece, nella parte Nord, la Turchia ha portato tantissimi coloni (che nulla hanno a che vedere con la cultura e la tradizione dell’isola) che hanno occupato terre non loro: tutte le abitazioni dei greco ciprioti.
Il gesto della delegazione dei 40 leader appartenenti a varie religioni è stato molto significativo. Il corteo multicolore ha attraversato il bazar che si trova subito oltre il check-point della zona nord di Nicosia e si è diretto alla Moschea Selymie, l’antica Cattedrale Cattolica di Santa Sophia, uno degli esempi più importanti dell’arte gotica a Cipro.
Nonostante la bella iniziativa credo che il futuro per Cipro non sia roseo. In merito alle difficoltà del negoziato, l’arcivescovo di Cipro ha sottolineato che “Ankara vuole conservare il diritto di mantenere le sue truppe a Cipro, anche dopo una soluzione, con diritto d’intervento”. Inoltre c’è il problema dei coloni: chi avrà il diritto di abitare le case? I vecchi proprietari o i coloni? Anche questa è la Turchia che si vuole entri in Europa.
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L’ultima trovata di don Gallo: calendario trans per Natale
15 novembre 2008 -
C’è chi nella curia genovese diretta dal cardinale Angelo Bagnasco – la curia che fu dell’indimenticato cardinale Giuseppe Siri, ritenuto tra i più conservatori dei porporati del secolo scorso, animo nobile, fierezza liturgica, senso della Chiesa e del cosiddetto popolo di Dio – ritiene che questa volta sia troppo. Che il limite sia stato superato. Che è ora di dire a don Andrea Gallo e alle sue derive stile liberal, che la deve finire. Basta, insomma. Ma, c’è da scommetterci, don Gallo non la finirà e continuerà per la sua strada.
L’argine del consentito e del lecito (magistero della Chiesa alla mano) il prete no-global don Gallo l’ha superato per l’ennesima volta in vista del prossimo Natale. E a questo giro l’ha fatto in modo clamoroso. Al posto di strenne natalizie diciamo normali, al posto delle statuine per il presepio o di immaginette raffiguranti Gesù Bambino, questi venderà il Calendario “Princese-Le Muse del Poeta”. In sostanza dodici scatti in cui posano alcuni transessuali genovesi. C’è Ursula con le tette di fuori. C’è Valentina inginocchiata sul letto. C’è Ulla che non si può dire che faccia abbia. C’è Alessia che ammicca e Sara che si tocca le parti intime. E poi ci sono Anna e Pamela che ridono mezze nude sguaiatamente. E, ancora, ecco Rossela pensosa, Sandra vogliosa, Claudia, Veronica e Genny che ve le raccomando. Dodici straordinarie e davvero imperdibili foto: una per ogni mese dell’anno.
La scusa è sempre la solita: i transessuali hanno diritto di cittadinanza come tutti (e ci mancherebbe). E, allora, siccome il Comune di Genova li vuole cacciare dai bassi del ghetto dove vivono e si prostituiscono (per un minimo di decoro, mica per altro), ecco che don Gallo va in loro soccorso e promuove la realizzazione del calendario in vista delle festività del Natale. Promuove la realizzazione, don Gallo, e ne incassa i proventi per la sua comunità San Benedetto la quale, manco a dirlo, si occupa di accogliere «tutti coloro che si trovano in situazione di disagio, con particolare attenzione al mondo della tossicodipendenza da sostanze illegali, da alcool e del disagio psichico». Insomma, cosa si vuole di più? I trans hanno diritto di prostituirsi, no? Don Gallo è un prete e, dunque, deve aiutare le pecorelle smarrite in difficoltà, o no? Oltretutto i proventi vanno per un’opera pia. Cosa volete di più?
La curia vorrebbe molto di più, davvero, ma pare che arginare don Gallo sia impresa titanica. E così, fuori dalla sua parrocchia, magari al termine della Messa della notte di Natale, don Gallo distribuirà a grandi e piccini (perché ai piccini no? È per un’opera di bene) il calendario trans.
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