Ettore Gotti Tedeschi e Massimo Cacciari commentano il Papa che “ripudia” i soldi

La Santa Sede si avvale, in materia economica, di alcuni dei migliori consulenti disponibili sul mercato. Lo dimostra quanto riportato dal settimanale britannico Tablet: già nel 2007 il Vaticano, evidentemente ben consigliato, ha pensato bene di trasformare i propri investimenti azionari in lingotti d’oro, oltre che in obbligazioni e contanti. Ora anche lo stesso Pontefice dimostra di sapere dire la sua in merito di finanza. Anzi, c’è chi sostiene che il Papa ne abbia capito «mille volte di più di coloro che hanno messo in piedi il piano di salvataggio per l’economia statunitense».
Lo dice al Riformista Ettore Gotti Tedeschi, presidente per l’Italia di una grande banca internazionale e, da qualche mese, editorialista economico dell’Osservatore Romano. È di ieri, infatti, un’uscita papale sulla situazione attuale dei mercati mondiali. Aprendo i lavori del Sinodo dei vescovi dedicato alla Parola di Dio, Benedetto XVI ha commentato il Salmo 118. E parlando della «roccia» degli insegnamenti della Bibbia e del suo effimero contrario, il Papa ne ha spiegato il senso confrontandolo con uno degli scenari della più stretta cronaca internazionale. Secondo il Pontefice, vedere «nel crollo delle grandi banche che i soldi scompaiono» fa comprendere come i soldi «sono niente, e tutte queste cose che sembrano vere in realtà sono di secondo ordine». Quindi «chi costruisce solo sulle cose visibili, come il successo, la carriera e i soldi rischia poi di perdere tutto». Mentre «solo la parola di Dio è fondamento della realtà e cambia il nostro concetto di realismo: realista è chi riconosce la realtà nella parola di Dio». Le parole hanno stupito molti, perché pronunciate all’interno di un incontro prettamente ecclesiale. Eppure dimostrano come il Pontefice sia informato delle cose del mondo e come non voglia mancare di offrire il proprio punto di vista. Dice Gotti Tedeschi: «La mia opinione in merito al piano di risanamento statunitense è che si sia creato un Pil finanziario artificiale per sopperire alla crescita del Pil reale. Il tutto con il consenso del governo. Invece il Pontefice ha affrontato la questione in un’altra maniera. Da maestro d’etica qual è, ha voluto distinguere tra fini e mezzi. La crescita del Pil e gli investimenti finanziari sono solo dei mezzi che debbono essere usati coerentemente per sviluppare il vero capitale, che è l’uomo. Mentre c’è chi ha idolatrato i mezzi dimenticando il fine. E per questo ha sbagliato». Nelle parole del Papa, Gotti Tedeschi ci vede pure una rilettura della parabola dei talenti, quella che racconta di un uomo che parte per un viaggio e affida i suoi beni ai propri servi. A un servo affida cinque talenti, a un secondo due talenti e a un terzo un talento. I primi due, sfruttando la somma ricevuta, riescono a raddoppiarne l’importo; il terzo, invece, va a nascondere il talento ricevuto. Il padrone ritorna e apprezza l’operato dei primi due servi mentre condanna il comportamento dell’ultimo. «Il Papa – dice Gotti Tedeschi – ha aggiunto alla parabola un quarto servo: quello che investe in future. Anche questo quarto servo è stolto perché perde tutto. Invece occorre tornare a investire sulle cose visibili, sull’economia reale, sul capitalismo umano per non perdere i propri investimenti e per non andare dietro a idoli che non lasciano nulla in mano».
Sull’argomento dice la sua al Riformista anche il filosofo e sindaco di Venezia Massimo Cacciari. Il suo giudizio è più critico: «Quanto ha detto il Papa mi sembra una banalità, o meglio un’ovvietà. Lo sanno tutti: se uno punta solo sui soldi sta fresco. Nello stesso tempo, però, non sono certo io a pensare che il Pontefice sia uno sprovveduto. Anche lui sa benissimo che i soldi servono. Semplicemente dice che non sono tutto». Cacciari, si sa, non è credente. E non ritiene, dunque, di dover fondare la propria esistenza sulla Parola di Dio, come ha suggerito il Papa: «La mia vita – dice – poggia sullo studio, sulla lettura, sui viaggi, insomma su altro. Ma so bene che i soldi non sono tutto. Seppure servano, eccome. Servono anche al mio Comune che non ne ha e che continua ad averne sempre meno. Mi hanno addirittura “fottuto” l’Ici. Va sempre peggio. Lo sappiamo da tempo».

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Il Papa in tv e i rapporti col colle: tira un’aria nuova in Vaticano

Con l’incontro di due giorni fa tra il Papa e Napolitano al Quirinale sono iniziati giorni particolari per la Santa Sede. Giorni che sembrano mostrare come qualcosa, oltre il Tevere, sia cambiato. Giorni che culmineranno giovedì con l’omelia che Ratzinger dedicherà a Pio XII nel cinquantesimo anniversario della morte.

C’è il Papa in tv
Partiamo da ieri sera. Ti sintonizzi su Rai Uno e ti accorgi che c’è il Papa in tv. È la maratona nella quale, per diversi giorni, svariate personalità leggono per intero la Bibbia. Al Papa è toccato aprire lo show leggendo l’inizio della Genesi. «Avvenimento incredibile», ha detto Giuseppe De Carli all’inizio della diretta. «Clima elettrico», ha proseguito il vaticanista Rai, nonostante il Papa leggesse la sua parte in differita. Ha registrato la lettura nei giorni scorsi. La registrazione mostra il Papa che si avvicina al leggio. Apre il testo sacro, inforca gli occhiali e, senza commenti, inizia a leggere in italiano. Nessun tentennamento, nessuna emozione. Al centro della scena c’è il testo sacro, non il Papa. Al termine della lettura il Pontefice si siede e sembra voler ascoltare le successive letture. Ma poi l’immagine scema: il Papa, appunto, era in differita. Resta comunque la prima di un Papa che “apre” un programma tv. Poi altri lettori, fino a Roberto Benigni. Il suo stile è più teatrale. Spesso gesticola. Come legge la Divina Commedia, legge la Bibbia. Al centro della scena c’è lui. L’opposto, insomma, della sobrietà papale.

L’allarme del Sinodo
Ancora ieri. In mattinata c’è stata la Messa inaugurale del Sinodo dei vescovi. Leggendo le parole che Benedetto XVI ha detto nell’omelia ci si accorge di quanto il Pontefice non intenda che le riflessioni che per un mese i presuli di tutto il mondo dedicheranno al messaggio di Dio nelle Sacre scritture siano tempo perso. Il Papa, infatti, ha ricordato un dramma che attraversa le nazioni oggi: quelle che «un tempo erano ricche di fede» – ha detto – adesso stanno «smarrendo la propria identità sotto l’influenza deleteria e distruttiva di una certa cultura moderna». Il rischio, insomma, è che si faccia la fine di quelle «comunità cristiane inizialmente fiorenti» e che «sono poi scomparse e sono oggi ricordate solo nei libri di storia». Vengono in mente le antiche comunità cristiane del Nord Africa e del Medio Oriente. Ma vengono in mente anche le nazioni d’oggi: «Non potrebbe avvenire la stessa cosa in questa nostra epoca?», si è chiesto il Papa. Certamente sì, verrebbe da rispondere. A meno che la Chiesa – quale occasione più propizia del Sinodo – non trovi nuove risposte efficaci al proprio interno.

Novità tra Stato e Chiesa
Un giorno diverso per la Santa Sede è stato anche quello di sabato. Rileggendo i discorsi pronunciati da Benedetto XVI e da Giorgio Napolitano si comprende che qualcosa, nei rapporti Chiesa e Stato, sta cambiando. La strategia di entrambi rispetto a qualche anno fa, rispetto ad esempio all’ultima visita di Ratzinger al Quirinale, sembra nuova. Allora – era il 24 giugno 2005 -, Benedetto XVI si presentò al presidente Carlo Azeglio Ciampi dopo i mesi infuocati del referendum sulla fecondazione assistita che sembravano aver diviso irrimediabilmente il paese in due fazioni. E parecchio delle differenti posizioni echeggiò nelle parole dei due. L’altroieri, invece, si è percepito qualcosa di diverso. Il paese non vive uno dei suoi momenti migliori. E per fronteggiare le difficoltà occorrono «risposte comuni». L’ha detto subito Napolitano: è utile rivolgere «quotidiana attenzione» agli impulsi che vengono dal magistero del Papa, perché questi sono «per la ricerca di risposte comuni ai problemi del nostro tempo». Che tradotto significa: c’è preoccupazione intorno ai problemi del mondo e soprattutto dell’Italia ma a questi problemi Stato e Chiesa possono cercare di rispondervi assieme. Basta, dunque, contrapposizioni tra laici e credenti. Strada libera a una serena e proficua collaborazione. Anche il Papa ha voluto dire la sua in merito ricordando come i due «colli» non si «ignorano» ma «sono pronti a cooperare insieme per promuovere e servire il bene integrale della persona umana e il pacifico svolgimento della convivenza civile». Sullo sfondo alcune questioni urgenti messe sul tavolo dal presidente: i «motivi di allarme» in un mondo «pur ricco di risorse e di potenzialità di progresso», il «consolidamento della pace», il «rispetto della dignità umana in tutte le sue forme e luoghi», ma anche il «superamento del razzismo». Questioni sovente richiamate dal Papa e ai quali Stato e Chiesa possono fare fronte comune.

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Il Papa sale al Quirinale e a Napolitano ricorda che è anche casa sua

In un’Italia ancora capace di litigare intorno alla Breccia di Porta Pia, suoneranno come singolari alcune delle parole che Benedetto XVI rivolgerà quest’oggi al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione della sua seconda visita (la settima volta di un Papa dal 1939 a oggi) al Quirinale. Stando ad alcune indiscrezioni, infatti, Benedetto XVI, seppur garbato e cortese nei modi, non mancherà di ricordare chi abitava un tempo il Quirinale, o meglio, il palazzo di Monte Cavallo: fu, per circa tre secoli, la casa dei Papi, da Paolo IV Carafa, il primo Pontefice che vi abitò stabilmente, fino a Pio IX che vide nel 1870, con l’annessione di Roma al Regno d’Italia, la residenza occupata dalla famiglia reale.
Benedetto XVI, più volte, ha mostrato come sia importante per lui fare sempre bene i conti con la storia. E, dunque, non tradire la storia stessa. Quello che è stato è stato, insomma, ma è bene ricordarlo. E nelle parole che quest’oggi rivolgerà a Napolitano nel Salone delle Feste, è anche questo esercizio di memoria storica che metterà in campo. La Chiesa è sempre stata parte integrante della vita della società italiana. E la residenza del Pontefice situata per tanti anni nel cuore di Roma, lo attesta.
Ratzinger e Napolitano pronunceranno i rispettivi discorsi pubblici nel Salone delle Feste. Sarà una preziosa occasione per comprendere lo stato dei rapporti tra i due paesi. Da mesi si parla di relazioni cordiali, per nulla tese, insomma di collaborazione. E senz’altro i due discorsi è questa particolare sintonia che avranno nel sottofondo. Niente a che vedere, insomma, con quanto accadde qualche anno fa. Presidente della Repubblica era Oscar Luigi Scafaro. Questi, di fronte a Giovanni Paolo II, si esibì in una difesa un po’ sopra le righe della scelta (parecchio discussa oltre il Tevere) di Massimo D’Alema come premier.
La visita odierna non a caso avviene nel giorno di san Francesco d’Assisi, patrono d’Italia. Per la Chiesa, oltre che un grande santo, fu un illustre italiano. Anche il segretario di Stato Tarcisio Bertone, intervenendo recentemente all’Aspen Institute di Roma, ha parlato di san Francesco. E lo ha fatto ricordando che, come il santo di Asissi ha testimoniato col suo vivere che l’uomo non può fare a meno della trascendenza, di Dio insomma, allo stesso modo sono le società odierne che debbono restare aperte al divino o, almeno, a quanto le diverse espressioni religiose fanno e dicono. Perché, secondo Bertone, è proprio nelle odierne società, soprattutto nel continente europeo, che la religione può costituire un importante fattore di coesione. E la religione cristiana, in particolare, con il suo universalismo, invita all’apertura, al dialogo e all’armoniosa collaborazione. Sono tematiche che senz’altro verranno riproposte anche da Benedetto XVI quest’oggi.
Non c’è acredine tra il Papa e Napolitano. Anzi, fu proprio in occasione della visita che nel novembre del 2006 Napolitano fece in Vaticano, che i due stipularono una sorta di patto: una «collaborazione» – dissero -, dentro la vasta intesa sancita dal Concordato, «per il bene del paese» e nell’ovvio rispetto della «reciproca autonomia e responsabilità». Allora Napolitano riconobbe la missione educativa della Chiesa nella società e, quindi, la necessità della sua libera espressione pubblica.
Ratzinger e Napolitano avranno anche un colloquio privato. Parallelamente, sarà Bertone a incontrare il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Dicono che il segretario di Stato giudichi nel complesso positivamente questo inizio di legislatura. E, tra tutti i ministri, abbia scoperto un particolare feeling (il discorso al convegno all’Aspen lo dice chiaramente) con Giulio Tremonti e la sua idea di società di mazziniana memoria: aperta a Dio, alla patria e alla famiglia.

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Esordi: Papa Ratzinger fa il provino per la sua prima tv

Dicono nei sacri palazzi che, per il grande evento, il Papa abbia voluto fare anche una prova. Già, perché non capita tutti i giorni di andare davanti a delle telecamere a leggere la Bibbia. Anzi, a nessun Pontefice prima di Benedetto XVI era mai successo. E, dunque, occorre prepararsi bene, provare i microfoni, valutare postura e tono della voce. E così Ratzinger ha fatto. All’interno del palazzo apostolico, in piedi dietro un leggio, zucchetto in testa e occhiali ben inforcati, Benedetto XVI ha provato a leggere per intero il testo che, domenica sera, aprirà la maratona televisiva organizzata dalla Rai (fino all’11 ottobre) nella quale il testo sacro (dalla Genesi all’Apocalisse) verrà letto da svariate personalità collegate via video dalla basilica di Santa Croce in Gerusalemme. Al Papa è toccato il primo e il secondo capitolo (fino alla prima parte del quarto versetto) della Genesi. Lo leggerà in italiano, a eccezione di poche parole che saranno pronunciate in ebraico.
Al Pontefice non serviranno né trucchi né maquillage. Casomai, al massimo sarà il suo fidato segretario particolare don Georg Gaenswein, ad aggiustargli lo zucchetto prima delle riprese qualora ve ne fosse bisogno. La lettura del testo biblico durerà soltanto pochi minuti e, subito dopo, in perfetto ecumenical style, saranno il vescovo ortodosso del patriarcato di Mosca, Hilarion Alfeev, e Maria Bonafede, moderatrice della Tavola valdese, a continuare.
A differenza degli altri lettori il Papa non leggerà in diretta. Il suo intervento verrà registrato in una stanza del palazzo apostolico dal Centro televisivo vaticano che invierà poi il nastro alla Rai. Sono state le udienze da concedere ai tanti vescovi che domenica arriveranno in Vaticano per l’apertura del Sinodo dedicato alla Parola di Dio a non permettere la diretta.
Un Papa in tv a leggere la Bibbia è un evento che non ha precedenti. Quando la televisione arrivò in Italia, Pio XII era alla fine del suo pontificato. Probabilmente lui e tre dei suoi cinque successori (Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo I) mai avrebbero accettato di apparire in una maratona televisiva la quale, seppure abbia al proprio centro il testo sacro, resta pur sempre una non-stop-tv. Pacelli, Roncalli, Montini e chissà, forse anche Luciani, difficilmente avrebbero accettato di perdere quel carattere ieratico e sacro che contraddistingueva il proprio pubblico apparire. Non così Ratzinger, che sta smentendo ogni giorno di più l’immagine cucitagli addosso di freddo professore tedesco. Proseguendo, in questo senso, nella strada aperta da Papa Wojtyla. Fu lui a rompere gli schemi. A far diventare ordinario ciò che non lo era. A far fruttare in ogni suo pubblico apparire le esperienze teatrali intraprese in gioventù. Fino a Luciani – che pure, nelle poche occasioni che ebbe, ruppe il protocollo – il Papa in pubblico doveva, nel limite del possibile, nascondere i propri sentimenti. Da Wojtyla in poi, no. Ratzinger si è adattato a questa rottura protocollare wojtyliana. Fino ad arrivare a leggere in tv la parola di Dio all’interno di un evento del tutto sganciato da ogni azione sacramentale. Una lettura che i più non avrebbero detto nel suo stile. Ma è anche vero che nessuno avrebbe osate immaginare Benedetto XVI assorto in una moschea di Istanbul.

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