I cardinali volano a Mosca. Un po’ troppi?

Una domanda mi pongo in questi giorni. E riguarda i ripetuti, continui, frequenti viaggi di svariati porporati in quel di Mosca. Ci è andato recentemente più volte il cardinale Walter Kasper. Quindi il cardinale Dionigi Tettamanzi. Ancora il cardinale Crescenzio Sepe. E presto vi andrà il cardinale André Vingt-Trois.
Ufficialmente le visite hanno carattere ecumenico: i porporati vogliono incontrare il patriarca ortodosso Alessio II per dare il proprio contributo sulla strada delle buone relazioni tra ortodossi e cattolici. Ma, mi domando, non è troppo? C’è davvero bisogno di tutte queste visite (ne ho elencate solo alcune) per testimoniare la volontà della Chiesa cattolica di arrivare a una buona soluzione della secolare controversia che separa cattolici e ortodossi? Oppure c’è sotto dell’altro? Oppure il giorno dell’incontro tra Alessio II e Benedetto XVI è vicino e i suddetti (e altri) porporati cercano di far sì che il campo neutro nel quale questo incontro deve avvenire (perché di campo neutro si parla) sia casa loro?


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La conversione di Betori, dalla Juventus alla Fiorentina

Non sappiamo se monsignor Giuseppe Betori sia a conoscenza della storica rivalità esistente tra tifosi della Juventus e tifosi della Fiorentina. Fatto sta che la prima uscita da neo arcivescovo di Firenze ha spiazzato tutti, tifosi compresi. Intervistato da una radio locale, Betori ha spiegato come, in seguito alla nomina papale, abbia deciso di lasciare il proprio «sentimento juventino per la Fiorentina». Insomma, sia passato dai bianconeri ai viola. Parole senz’altro coraggiose ma difficilmente apprezzabili a Firenze. Perché va bene tutto: ma juventini si nasce. E, anche se tifosi viola a un certo punto si diventa, la macchia passata resta indelebile.
Betori ha giustificato il cambiamento di squadra cosi: «Mi sembra che il mio immedesimarmi con la città di Firenze chieda anche qualche sacrificio – ha detto dialogando con lo speaker in radio -. E siccome in questo caso non significa sacrificare la fede, ma quello che lei giustamente ha definito un sentimento, lo si sacrifica molto volentieri». E qui sta il punto che forse Betori non ha colto: per un tifoso, la propria squadra, non è un sentimento, ma una fede. E abbandonare la propria fede, nel calcio come nella Chiesa, non va bene.
Ma Betori non si è fermato qui. Nel giustificare ancora il proprio «sacrificio» ha detto che, come in passato diversi giocatori viola sono passati alla Juve e viceversa, anche un tifoso è legittimato a fare la stessa cosa. Già. Ma Betori non ricorda come, per un tifoso, simili cambiamenti non siano tollerabili. Il tifoso viola ha mai perdonato Roby Baggio che lasciò Firenze per la Juve? No. E mai lo perdonerà.
A conti fatti, le parole di Betori mostrano un dato: a parte rare eccezioni, gli uomini di Chiesa, quando parlano di calcio, si muovono come elefanti tra cristalli. O, comunque, si muovono in modo bizzarro. Tutti a Roma conoscono il simpatico cardinale portoghese (lavora nella curia romana) José Saraiva Martins. Questi ha dichiarato di tifare Lazio. «Perché?», gli hanno chiesto alcuni. Perché, arrivato anni fa a Roma, la maglia della Lazio gli ricordava – non così la maglia della Roma – quella della sua squadra del cuore: lo Sporting Lisbona.
E ancora: a parte Wojtyla il quale, per il sol fatto che si dichiarò contento del secondo scudetto della Roma, venne etichettato come tifoso giallorosso (in realtà seguiva soltanto la nazionale polacca), c’è il caso del segretario di Stato Vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone. Questi, tifoso juventino, oltre a distinguersi per avere commentato in diretta, l’11 gennaio 2004, la partita Sampdoria-Juventus su un’emittente radio locale di Genova, lo si ricorda anche per una storica frase. Era il 18 dicembre 2006 quando disse: «Non escludo che il Vaticano possa allestire in futuro una squadra di calcio di grandissimo valore che possa essere all’altezza di Roma, Inter, Milan, Genoa e Sampdoria». Ma come? E la Juve?

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Il canadese di fiducia di Benedetto XVI: Così il card. Ouellet guida il Sinodo sulla Parola

Il Sinodo dei vescovi, in corso in questi giorni in Vaticano attorno alla Parola di Dio, è arrivato al suo giro di boa. E, a conti fatti, sono due, finora, i personaggi che l’hanno fatta da padroni: il cardinale Marc Ouellet, arcivescovo di Québec e primate del Canada, e Papa Benedetto XVI. Entrambi, il primo in qualità di relatore dei lavori, il secondo in qualità di “presidente” – così l’ha presentato tre giorni fa ai presuli riuniti il segretario generale dello stesso Sinodo, l’arcivescovo Nikola Eterovich – hanno raccolto dagli interventi dei padri sinodali spunti di riflessioni incentrati attorno a un leitmotiv: per comprendere la Bibbia non basta il metodo storico-critico, ma serve la fede. Ovvero: leggere la Bibbia è entrare in dialogo con Dio, un dialogo che presuppone la fede. Altrimenti si cade in un’esegesi positivista dove il divino scompare con conseguenze nefaste, per la Chiesa, quali la negazione della risurrezione di Cristo e della fondazione dell’eucaristia da parte del Figlio di Dio.
Ma andiamo con ordine. Ouellet ha detto la sua nella relazione introduttiva dei lavori (lunedì 6 ottobre) e nella relazione di metà percorso (l’altro ieri). Il Papa ha parlato durante la messa inaugurale (domenica 5 ottobre) e poi tre giorni fa, intervenendo a sorpresa durante i lavori.
In tutti e quattro gli interventi c’è stato, nel sottofondo, un accenno alla corretta esegesi biblica. Evidentemente, dunque, il tema è centrale nella vita della fede: senza una corretta esegesi dei testi non ci può essere un corretto annuncio.
Non è un caso che Benedetto XVI abbia affidato a Ouellet il compito di relatore del Sinodo. Egli è un porporato di grande prestigio – una delle migliori teste pensanti del collegio cardinalizio – ma vive in un paese, il Quebec, in cui la Chiesa attraversa una profonda crisi d’identità; la nomina a relatore è un segno importante sia per il suo paese sia per tutti quei paesi (anche europei) dove la Chiesa avanza smarrita, quasi dimentica della sua forza profetica e di cambiamento.
La situazione del Quebec è forse la peggiore, tra i paesi occidentali, in cui la Chiesa si possa trovare a vivere. La crisi di vocazioni è spaventosa. Il clero è spesso smarrito. E, insieme, c’è un governo della cosa pubblica che non lesina colpi bassi. Su tutti quello inferto all’insegnamento della religione cattolica. Questa, non solo è stata negata in tutte le scuole statali, ma anche in quelle private.
Ecco allora l’importanza di avere Ouellet come relatore del Sinodo. Un segno che chiede al Quebec il coraggio di tornare agli antichi splendori (fino alla metà del secolo scorso era un focolaio di nuove comunità cattoliche) e, seguendo il suo Primate, di tornare ad annunciare il Vangelo correttamente. Un segno che dal Quebec può significare qualcosa per i tanti altri paesi (anche europei) nei quali – questa la preoccupazione del Papa – non si annuncia il vero volto di Gesù. E non lo si fa anche per colpa di una scorretta esegesi del testo biblico. È un’esegesi che non riconosce come l’identità divina di Gesù emerga dai testi sacri e che sembra non sapere che, per far propria questa identità e per comunicarla, occorre uno sguardo di fede. Serve, insomma, un’esegesi che innervi di fede il cosiddetto metodo storico-critico. I rischi sono quelli esposti a braccio, martedì scorso, dal Papa quando ha parlato per otto minuti davanti ai padri sinodali. Il Pontefice parlava tenendo in mano alcuni fogli di appunti. Secondo una sintesi pubblicata sull’Osservatore Romano, il Papa – riprendendo una preoccupazione già espressa nel suo Gesù di Nazaret – ha detto che «il metodo storico-critico è positivo, ma ha bisogno di essere completato». Necessita, cioè, anche della fede: «Se scompare l’ermeneutica della fede, al suo posto si afferma l’ermeneutica positivista o secolarista, secondo la quale il divino non appare nella storia». L’accusa, esplicita, del Papa è rivolta all’esegesi soprattutto tedesca «che nega la risurrezione di Cristo e la fondazione dell’eucaristia da parte del Figlio di Dio». Un’esegesi alla quale la Chiesa vuole porre rimedio.

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Retromarce: la crisi dei mercati blocca l’enciclica del Papa

Più volte annunciata, continuamente rimandata, l’attesa enciclica sociale di Benedetto XVI non si sa con esattezza quando uscirà. Sembra che le bozze necessitino ancora di interventi da parte del Papa il quale non sarebbe del tutto soddisfatto del lavoro svolto. Non solo, in questi giorni ci si è messa pure la tempesta dei mercati a complicare le cose. La crisi, in sostanza, ha causato un ulteriore stop ai lavori perché, né è convinto il Pontefice, occorre apportare nuove riflessioni e valutare bene i risvolti etici che l’attuale situazione dell’economia mondiale comporta. Del resto, non potrebbe che essere così: un’enciclica dedicata ai temi sociali o risponde a sfide attuali o difficilmente risponde a qualcosa. E, in effetti, lo scopo dell’enciclica non è soltanto quello di riattualizzare le tematiche già sviluppate nella Centesimus Annus del 1991 ma anche di dedicare ampio spazio ai problemi dell’oggi.
In Vaticano c’è chi non esclude che possa ripetersi quanto accaduto circa un anno fa. Era il 20 novembre. Si parlava di un enciclica sociale di imminente uscita e, invece, il Pontefice diede alla luce la Spe salvi, dedicata alla speranza cristiana. Anche quest’anno, dunque, al posto dell’uscita di un’enciclica sociale ne potrebbe uscire un’altra dedicata alla fede e che completerebbe il trittico ratzingeriano dedicato alle virtù teologali: iniziò nel 2005 con la Deus caritas est (carità) e continuò nel 2007 con l’enciclica sulla speranza.
A scompaginare ancora di più le carte ci si è messa una settimana fa una delle migliori teste pensanti dell’attuale collegio cardinalizio: il cardinale Marc Ouellet, arcivescovo di Québec. Egli, tenendo la relazione iniziale del Sinodo dei vescovi, ha lanciato una sua proposta: la richiesta al Papa di scrivere un’enciclica dedicata all’interpretazione della sacra scrittura. Di per sé Benedetto XVI non dovrebbe avere particolari problemi a stendere un simile testo. Anche ieri, tra l’altro, intervenendo a sorpresa al Sinodo, ha dedicato parole all’argomento. E, inoltre, molto del suo lavoro dedicato alla stesura dei due volumi su Gesù di Nazaret potrebbe facilmente confluire in questa enciclica che, se realizzata, darebbe abbrivio a un’idea che non dispiace oltre il Tevere: al posto di chiudere il Sinodo con un’esortazione apostolica, più utile e di maggior pregio sarebbe che il Papa stendesse direttamente un’enciclica.
In questi giorni, in Vaticano, si parla anche di altri testi papali: pare sia imminente l’uscita del secondo volume dedicato alla figura di Gesù di Nazaret, basato sull’infanzia di Gesù e sul mistero della sua morte e risurrezione. Il Papa l’ha portato avanti durante le vacanze estive. Come imminente è l’uscita di una riedizione curata dalla Libreria Editrice Vaticana, con tanto di figure, del primo libro di Ratzinger dedicato a Gesù. La cosa singolare è che il libro presenta una prefazione di monsignor Gianfranco Ravasi, presidente del pontificio consiglio della Cultura. Quindi, curiosamente, il libro esce con due prefazioni: quella di Ravasi che precede quella preesistente dello stesso Pontefice.

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Culto DIvino: Il Papa ama il latino, ma governa da tedesco

Che la Chiesa consideri la liturgia come l’acme di tutta la sua vita è cosa risaputa. Del resto lo ha detto pure il Concilio Vaticano II che la liturgia è «fonte e culmine della vita della Chiesa». E che le cose stiano in questo modo lo si capisce bene anche dall’attenzione tutta particolare che Benedetto XVI sta dedicando al “ministero” della curia romana che, appunto, di liturgia si occupa: la congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. Tanto che proprio qui, nelle prossime settimane (si dice entro il 2008), per volere del Pontefice avverrà un doppio cambio al vertice: in un sol colpo, probabilmente distanziati di qualche settimana, cambieranno sia il prefetto, il cardinale nigeriano Francis Arinze, che il segretario, il cingalese Malcolm Ranjith.
L’addio di Arinze non fa parlare più di tanto. È un addio previsto: il porporato, infatti, lascerà per motivi di età. Al suo posto si parla con insistenza dell’arrivo a Roma del cardinale spagnolo Antonio Cañizares Llovera, arcivescovo di Toledo. Questi, oltre a dirigere una diocesi piccola ma prestigiosa tanto che gli vale la qualifica di primate di Spagna, è porporato che ha sempre contrapposto alla politica laicista del premier Zapatero una linea dura e, soprattutto, consumata a colpi di manifestazioni sul campo, tra la gente, in piazza. E, infatti, per Zapatero, l’eventuale partenza di Cañizares non sarebbe una brutta notizia.
Molto, invece, fa parlare la partenza di Ranjith. Benedetto XVI, una volta divenuto Pontefice, dimostrò di stimare a tal punto il presule cingalese da chiamarlo subito al Culto Divino: dopo l’arrivo di William Joseph Levada a prefetto della congregazione per la Dottrina della Fede, quella di Ranjith fu la seconda nomina di rilievo effettuata dal Papa. Fu un segnale: in sostanza, Ranjith si insediava a Roma come uno di quelli della cerchia degli stretti collaboratori personalmente scelti dal Papa.
Benedetto XVI mise Ranjith al posto di monsignor Domenico Sorrentino, promosso vescovo di Assisi, le cui idee probabilmente non erano, liturgicamente parlando, consone con quelle del Pontefice. A Ranjith, infatti, il Papa chiedeva anzitutto una cosa: aiuto nell’attuazione e comprensione del motu proprio Summorum Pontificum dedicato alla messa in latino secondo il rito antico. Ma poi qualcosa è cambiato. Ranjith, in effetti, si è dato da fare più volte contro la cosiddetta “ribellione” di alcuni episcopati mondiali restii ad attuare nelle proprie diocesi una corretta applicazione del motu proprio. Ma c’è chi sostiene che questa continua denunzia sia stata portata avanti con troppa enfasi tanto da far sembrare che, dietro la promulgazione del Summorum Pontificum, vi fosse la volontà di screditare ciò che, dopo l’antico rito, c’è stato: la riforma liturgica del post Concilio e quindi il novus ordo. Di qui, sempre secondo alcuni, l’allontanamento di Ranjith che in qualche modo potrebbe dare spago a coloro che, nella Chiesa, non amano il motu proprio e il conseguente ritorno dell’antico rito. Ma, in realtà, pare che le cose stiano anche in un altro modo. Benedetto XVI è parecchio preoccupato per le sorti dei cristiani in Asia e in particolare nel sud est asiatico. Lo Sri Lanka, come l’India, è teatro di violenze portate avanti dai buddisti tradizionalisti contro i cristiani colpevoli di rovinare «la millenaria armonia del paese». E l’invio di Ranjith in una diocesi prestigiosa come quella di Colombo – potrebbe garantirgli anche la berretta cardinalizia – è un modo per rispondere a questa offensiva. Alla liturgia e all’antica messa in latino ormai liberalizzata – per il Papa il rito è uno solo ma ci sono due modi, l’antico e il nuovo, per celebrarlo – ci penserà qualcun’altro.

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Soprese: Al Maliki decide di difendere i cristiani

Sarà stato il deciso appello lanciato domenica mattina dal Papa dopo la preghiera dell’angelus recitata in piazza San Pietro: «Preghiamo per i cristiani perseguitati in Iraq e in India», ha detto Benedetto XVI. Sarà stato che, negli ultimi giorni, anche i quotidiani arabi ci hanno dato dentro parecchio col ricordare le violenze subite quotidianamente dai cristiani in Iraq e, soprattutto, a Mosul, dove ieri una serie di autobombe ha causato la morte di 20 persone: nelle ultime ore circa un migliaio di famiglie (tremila persone almeno) ha lasciato la città situata sulla sponda occidentale del fiume Tigri a causa di attacchi che, dal 28 settembre, hanno portato alla morte di circa quindici cristiani (l’ultimo proprio ieri). Fatto sta che per, la prima volta, il governo iracheno ha preso una decisione che in qualche modo è destinata a lasciare traccia. Ha deciso, in sostanza, di impiegare circa un migliaio di agenti della polizia del paese col preciso scopo di proteggere i cristiani perseguitati a Mosul. Mai successo prima d’ora. Un evento nuovo e da annotare, soprattutto perché preso a tutela di una parte piccola, piccolissima, dell’intera popolazione: la comunità cristiana irachena non è altro che il 3 per cento dei 26 milioni di cittadini che abitano il paese ma, nonostante l’esiguità numerica, è continuamente vittima di attacchi perpetrati da estremisti islamici.
Dunque, proprio a Mosul, e cioè in quello che è come un bastione di Al Qaeda nel nord del paese, comincia la controffensiva governativa a difesa dei cristiani iracheni. Qui il governo ha deciso di inviare due brigate appartenenti alla polizia nazionale. E, come ha spiegato un portavoce del ministero dell’Interno, Abdul Karim Khalaf, anche «due squadre investigative sono state inviate sul posto per chiarire la natura degli incidenti che si sono verificati».
La situazione a Mosul, comunque, resta difficilissima. Il bilancio fornito giusto ieri dal governatore della provincia irachena di Nineve, Duraid Mohammed Kashmoula, è drammatico. Da tempo contro i cristiani si scagliano gruppi armati di fondamentalisti islamici con lo scopo di farli fuggire dalle proprie abitazioni. Le violenze vengono mirate soprattutto contro quei cristiani che svolgono attività economiche redditizie, come se si volesse azzerare la loro stessa possibilità di sostentamento: tra i colpiti ci sono soprattutto farmacisti e proprietari di negozi e di spacci alimentari.
Intanto i media arabi danno quotidianamente conto della situazione. A parte Al Jazeera che ha dato peso alle parole dell’arcivescovo di Kirkuk, monsignor Louis Sako, secondo il quale i cristiani sono di fronte ad una campagna di «liquidazione», ci sono da registrare le uscite del Middle East Times (riporta l’affermazione del primo ministro Nuri Al Maliki di voler «prendere immediate misure per risolvere i problemi»), del The Daily Star che titola «Maliki rafforza la sicurezza per proteggere i cristiani», di Al Bawaba che spiega come «500 famiglie siano state costrette la scorsa settimana a lasciare le case», del libanese L’Orient Le Jour che ricorda come sono 250 mila i cristiani che hanno lasciato l’Iraq fino a oggi. Forse tante parole scritte non serviranno a molto, ma è già qualcosa dopo mesi nei quali della diaspora dei cristiani iracheni non parlava praticamente nessuno.

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Maranatha.it e la Messa in latino di Sestri Levante

Apro maranatha.it – per me, il miglior sito cattolico esistente sul web: riesce a unire tecnologia e liturgia in modo unico e irripetibile – e vi trovo una bella notizia della quale voglio rendervi partecipi.
Grazie a monsignor Alberto Tanasini, vescovo di Chiavari, si è celebrata nella Chiesa di San Pietro in Vincoli, nel borgo antico di Sestri Levante, la Messa in latino secondo il Messale Romano nella sua forma Straordinaria.
Sestri Levante si aggiunge così alle altre città della diocesi – Chiavari, Rapallo e Zoagli – dove si celebra da tempo la Santa Messa in latino secondo la forma Straordinaria del Messale Romano.
È la prima volta da 40 anni che la Messa Tridentina viene celebrata a Sestri. E la cosa continuerà ancora in futuro.
Merito di questa bella iniziativa è anche dei due ideatori e curatori di marantaha.it: i fratelli Paolo e Luigi Gandolfo Lambruschini.


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Ratzinger e Mieli, fine alla «leggenda nera»

Come scrive giustamente Agostino Giovagnoli nella prefazione al libro di Alessandro Persico “Il caso Pio XII. Mezzo secolo di dibattito su Eugenio Pacelli” (Guerini e Associati), il predecessore di Giovanni XXIII «è il Papa più controverso del Novecento». E lo è suo malgrado. Pio XII non ha preso decisioni sconvolgenti. Non aveva un carattere particolarmente forte come quello di Pio XI o di Benedetto XV. Non si è distinto, all’interno della Chiesa, per decisioni eclatanti. Eppure di lui, come di nessun altro Pontefice, si continua a parlare. Senza sosta. Senza soluzione di continuità.
La raffica di parole intorno a Pacelli iniziò con la rappresentazione teatrale di Rolf Honchhuth, “Il Vicario”. Da quel giorno iniziò quella «leggenda nera» che è arrivata a rappresentare Pio XII come «il Papa di Hitler». A causa di Honchhuth, insomma, Pacelli è diventato il Pontefice del «silenzio» sul genocidio ebraico. E ben poco ha potuto fare quella rilettura del suo pontificato che, portata avanti con dispendio di energie diverse dai suoi successori, ha cercato di ripresentare il volto che Pio XII aveva fino al 20 febbraio 1963, fino al giorno, appunto, della messa in scena a Berlino de “Il Vicario”.
Ultimo in questo tentativo di ridare a Pio XII quanto gli spetta, è Benedetto XVI. Oggi egli darà una prova importante di questo sforzo con la messa celebrata nella basilica di San Pietro in occasione del cinquantesimo della morte di Pacelli. Solitamente, le messe per ricordare i Pontefici defunti avvengono nelle grotte vaticane, innanzi alle tombe che ne conservano le spoglie. Ma questa volta no. Questa volta c’è un segnale in più da dare. C’è da dire – e Benedetto XVI, nella sua omelia, pare non intenda lesinare nulla in questo senso – che Pio XII non è il Papa del «silenzio» sul genocidio ebraico. E c’è da dirlo senza tentennamenti. Davanti al mondo e a una basilica che si presenterà piena di molti di coloro i quali, di Pacelli, conservano ancora oggi nella memoria il volto migliore.
Oggi il mondo ebraico è meno critico nei confronti del pontificato pacelliano. È vero, c’è ancora chi, come ha dimostrato durante il Sinodo dei vescovi il rabbino di Haifa, Shear-Yashuv Cohen (la cosa ha dato parecchio fastidio oltre il Tevere), non si dà pace. Ma, in generale, la posizione di Pio XII gode di maggiore stima nel mondo ebraico, tanto che anche una eventuale sua prossima beatificazione non viene vista negativamente. Lo dimostra bene anche il recente convegno promosso a Roma da un gruppo di ebrei statunitensi, la Pave the Way Foundation (Ptwf) di New York, che ha dichiaratamente affermato di riconoscere l’assistenza che Pio XII rese agli ebrei ai tempi del nazismo. Ed è probabilmente anche grazie a questo nuovo vento che si respira in parte del mondo ebraico che il Papa, a breve, si deciderà a porre la propria firma sul decreto che sancisce «l’eroicità delle virtù» di Pacelli, tappa decisiva in vista di una possibile beatificazione.
Nei giorni scorsi è stato l’Osservatore Romano, mettendo nero su bianco le dichiarazioni di tre pezzi da novanta, a mostrare come Benedetto XVI voglia “sfruttare” il cinquantesimo di morte di Pio XII per dire un parola importante intorno al suo predecessore. Dopo le parole scritte sul quotidiano vaticano da monsignor Rino Fisichella, l’altro ieri è stata la volta del segretario di Stato Tarcisio Bertone a dire che «fu proprio attraverso un approccio prudente che Pio XII protesse ebrei e rifugiati». E ieri, invece, è stato «uno storico autorevole, di origine ebraica, che dirige il più importante quotidiano italiano, il Corriere della Sera» – così l’Osservatore ha presentato Paolo Mieli -, a parlare in merito. A suo dire, «le prime valutazioni di esponenti delle comunità ebraiche di tutto il mondo» nei confronti di Pio XII «non furono solo caute, ma addirittura calde». Mieli descrive un Pontefice «anticomunista», capace di criticare «l’apatia della Chiesa francese sotto la dominazione nazista nella Francia di Vichy, di criticare «l’antisemitismo, quello sì evidente, del monsignore slovacco Josef Tiso», capace ancora, a Roma, di salvare migliaia di ebrei. E, quanto all’accusa rivolta a Pacelli di essere stato addirittura complice del Führer nazista, Mieli ha commentato: «Una cosa pazzesca».

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Leggere la Bibbia sembra facile, Benigni non c’è riuscito

Saper leggere i testi sacri non è cosa da tutti. Non a caso, nella Chiesa cattolica, una tappa della formazione sacerdotale si chiama “lettorato”. Chi vi accede è ritenuto degno di leggere in Chiesa durante una celebrazione liturgica. Solo le cosiddette letture, però. Per il Vangelo occorre aspettare il diaconato. Dunque, leggere il testo sacro, almeno nella Chiesa cattolica, è qualcosa di importante e necessita, se non altro per coloro che intendono accedere al sacerdozio, di un cammino formativo.
Domenica sera l’esempio di come si legge la Scrittura l’ha fornito Benedetto XVI. Aprendo la maratona tv organizzata dalla Rai nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme nella quale, fino a sabato 11, sono più di 1.200 le persone chiamate a leggere l’intera Bibbia (per la verità, nel programma ufficiale visibile su labibbiagiornoenotte.rai.it, risultano iscritti 500 lettori) il Papa ha dato lezione: tono piatto, i versetti pronunciati senza alcuna enfasi, pause brevi tra un periodo e l’altro. Nessuna accelerazione. Nessun rallentamento. Insomma, una lettura piana che ha messo al centro della scena non tanto il lettore (in questo caso il Papa) quando la lettura (in questo caso la Bibbia). E così chi ascolta è aiutato a entrare dentro il testo. E così dovrebbe essere sempre quando in ballo ci sono passaggi biblici. Televisivamente parlando, forse, un controsenso. Ma portare la Bibbia in tv è anche questo: rinunciare alla teatralità del gesto per adeguarsi alla sobrietà che la lettura dell’Antico e del Nuovo Testamento deve comportare. E la cosa pare sia piaciuta al pubblico: quasi quattro milioni di telespettatori hanno seguito la serata di domenica sera.
Senz’altro, nel successo di pubblico, ha giocato una sua parte l’effetto novità: mai prima d’ora un Pontefice era apparso in tv in un programma siffatto. E poi c’erano quelli che potremmo chiamare i big, tutti appositamente concentrati nella diretta di domenica sera. A scorrere l’elenco dei lettori, infatti, colpiscono i nomi di quelli intervenuti immediatamente dopo il Papa: il vescovo ortodosso Ilarion (inviato a Roma da Mosca dal patriarca Alessio II) il quale ha mantenuto, in perfetto italiano, un tono sobrio, come il Papa. Del resto, la scuola liturgica ortodossa non ha nulla da invidiare a quella cattolica. Anzi. Poi il pastore evangelico Domenico Maselli, anch’egli in grado di «fare un passo indietro» rispetto al testo sacro.
Poi sono arrivati Roberto Benigni, il direttore dell’Osservatore Romano Gian Maria Vian, i cardinali Odilo Pedro Scherer e Walter Kasper. E quindi Giulio Andreotti, Enrica Bonaccorti,Ferruccio De Bortoli, Gad Lerner e altri.
Tutti, a ben vedere, hanno cercato di mantenere uno stile sobrio, adeguato allo scopo, in scia insomma alla strada tracciata da Ratzinger. Ci sono riusciti gli uomini di Chiesa, un po’ meno gli altri. Ma nessuno, a conti fatti, ha steccato. Forse soltanto Benigni, con quel continuo gesticolare della mano destra quasi a voler liberare il proprio corpo costretto a stare staticamente dietro il leggio. L’attore toscano, in fondo, ha letto la Bibbia come legge solitamente la Divina Commedia. La differenza, appunto, l’ha fatta il leggio che lo costringeva a non muoversi. Benigni ha letto calcando sulle parole, con una sua enfasi che, a conti fatti, poco si addice a questo tipo di lettura. Perché il pubblico viene portato a porre la propria attenzione su di lui, e non sul testo. Meglio è andato Giulio Andreotti. Lui, che prima della lettura si era dichiarato «eccitato perché questo non è il lavoro che faccio tutti i giorni», non ha fatto parlare di sé per una lettura sopra le righe.

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I cattolici a Milano si mettono assieme e insegnano la politica

È stato Benedetto XVI, recentemente durante una visita in Sardegna, a invocare la nascita di una nuova classe dirigente politica che avesse nei dettami della dottrina sociale della Chiesa un proprio punto di riferimento. Una predica, quella papale, che sembrava destinata a riversarsi nel deserto. Ovvero in un vuoto che sembra permeare la società italiana dalla fine della Democrazia Cristiana in poi. Ma le cose non stanno in questo modo. E lo dimostra la città di Milano. O meglio, la diocesi meneghina la quale, circa venti anni dopo un medesimo tentativo portato avanti dall’allora arcivescovo Carlo Maria Martini, torna a riproporre una scuola di formazione politica per giovani dai 18 ai 35 anni. Proprio così. E la notizia da annotare è che il tutto è nato dal basso. Ovvero, dall’intuizione di un imprenditore milanese, Enrico Marcora, il quale promuovendo in alcuni licei milanesi, assieme a Formiche, lo studio del testo costituzionale ha notato come nei giovani ci fosse il desiderio di fare di più. Di mettersi dietro ai banchi per imparare la politica. Marcora ne ha parlato in diocesi e la scuola, con l’adesione di tutto il mondo dell’associazionismo cattolico milanese (altra annotazione notevole), è partita.

Il primo fu Martini
In principio, dunque, fu “Farsi prossimo”. Ovvero un convegno che, nel novembre 1986, vide il cardinale Martini impegnato a rilanciare l’esperienza dei cattolici nella società e nella politica. E, sempre in principio, vi erano analoghe esperienze in altre parti d’Italia. Su tutte quella di Palermo dove padre Bartolomeo Sorge, gesuita come Martini, già parlava di politica all’istituto Pedro Arrupe. Poi niente più. Fino a oggi. Fino alla scuola di formazione sociale e politica per i giovani di Milano. Il senso della scuola è presto spiegato: «Fare formazione socio-politica per giovani – dicono gli organizzatori – non significa semplicemente un’attività tesa a comunicare nozioni, ma a costituire, tramite un percorso comune, personalità dotate di competenze, di criteri di giudizio, di orientamenti che le mettano in grado di affrontare con sufficiente maturità le principali questioni etico-sociali odierne e di relazionarsi consapevolmente con quanti, sotto diversi profili, se ne occupano. Il tutto, allo scopo di lasciare un mondo migliore di quello che abbiamo trovato».

La novità
La novità, come detto, risiede principalmente nella genesi della scuola. È vero: il cardinale Dionigi Tettamanzi assieme a uno dei suoi più stretti collaboratori, ovvero monsignor Eros Monti, vicario episcopale per la vita sociale, ci ha voluto, giustamente, mettere sopra il cappello. Ma lo sprone principale è venuto dai giovani che, dopo aver seguito il corso dedicato alla Costituzione, hanno voluto proseguire una propria formazione politica. E, insieme, è venuto dalle associazioni. Spiega monsignor Monti: «La nostra Chiesa di Milano si riconosce arricchita dalla presenza di molti soggetti che dicono la sua storia. Uno dei tentativi sviluppati da questo corso, di là degli immediati intenti formativi, è proprio quello di attivare una sempre maggiore circolarità tra i numerosi enti, associazioni, movimenti, fondazioni che a esso hanno contribuito, così che le diverse identità possano sempre più “lavorare in rete”, mettendo in comune quel patrimonio straordinario di valori, di testimonianze, di operosità e gratuità di cui sono testimoni e di cui la nostra società ha bisogno». Lavorare in rete, dunque. Come hanno deciso di fare movimenti e associazioni davvero eterogenee. Tra gli organizzatori ci sono l’Azione Cattolica, le Acli, Sant’Egidio, l’Associazione Dossetti, i Focolari, il Mcl, la Fondazione Europa Civiltà e ancora tanti altri.

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