Il Papa: «Malati incurabili? Medici, non cadete in tentazione»
21 ottobre 2008 -
Non ha mai citato il termine “testamento biologico”. Né ha parlato di legge sul “fine vita”. Eppure tutto il dibattito delle scorse settimane intorno al testamento biologico, alle aperture (o presunte tali) dei vescovi italiani non tanto sul testamento biologico, quanto verso una legge sul fine vita che non sia una forma mascherata di eutanasia, stavano nel sottofondo di quanto Benedetto XVI ha voluto dire ieri mattina ai partecipanti a un congresso della Società italiana di chirurgia. Stavano nel sottofondo seppure la posizione della Chiesa, e quindi del Papa, in merito al testamento biologico non sia nella sostanza mutata: il testamento biologico è sempre inammissibile. Diverso è, invece, il caso di una legge sul fine vita: questa potrebbe anche andare, ma a determinate condizioni.
In sostanza il Papa ha parlato ieri di una di queste condizioni. Ovvero quella secondo la quale, qualunque sia la legislazione vigente, non deve essere mai eliminata l’«alleanza», il rapporto di fiducia, «medico-paziente». I medici – ha infatti detto ieri Benedetto XVI – non devono cedere alla tentazione di «abbandonare il paziente nel momento in cui si avverte l’impossibilità di ottenere risultati apprezzabili». Quindi, più che abbandonare il paziente inguaribile, occorre adoperarsi per umanizzare la medicina rispettando la dignità del malato e favorendo con lui un«alleanza terapeutica».
Ovvero: anche se la guarigione di un malato non è più prospettabile, anche se risultati positivi sembrano impossibili, il medico deve fare di tutto per alleviarne la sofferenza, migliorandone in quanto possibile la qualità della vita.
Ma – ed è qui un passaggio significativo del discorso di ieri – seppure ogni tentativo di intromissione tra medico e paziente vada guardato con sospetto, «è innegabile che si debba rispettare l’autodeterminazione del paziente». Certo, «senza dimenticare che l’esaltazione individualistica dell’autonomia finisce per portare a una lettura non realistica, e certamente impoverita, della realtà umana».
Insomma, una certa autodeterminazione del paziente va salvaguardata, purché questa avvenga, appunto, dentro un rapporto di fiducia – «alleanza» è il termine usato da Ratzinger – grazie al quale il paziente non sia in qualche misura «cosificato» e, per colpa delle esigenze della scienza, della tecnica e dell’organizzazione dell’assistenza sanitaria, «il suo abituale stile di vita risulti stravolto».
L’attacco del Pontefice non è stato contro il testamento biologico (questi, a differenza di una legislazione che regoli il fine vita, è sempre rifiutato per principio dalla Chiesa) quanto contro una idea di medicina nella quale le misure da prendere nei confronti dei malati terminali vengano assunte fuori da un rapporto di fiducia (e quindi di responsabilità) tra medico e paziente.
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