Intervista a Camillo Ruini, la sua nuova vita e un libro per Mondadori: «Così diventai prete»

Nel suo appartamento appena fuori le mura vaticane, il cardinale Camillo Ruini si gode la pensione, dopo gli anni intensi trascorsi alla guida della Cei e del vicariato di Roma. Tuttavia, non passa ore inoperose. Come sempre segue le vicende italiane e mondiali dai giornali. «Già quando ero piccolissimo – dice al Riformista – leggevo il Corriere della Sera e ancora oggi lo leggo. Mi piacciono le pagine di sport perché parlano di tutti gli sport, non solo del calcio».
Ruini è a conoscenza del lancio del Riformista. Ci spiega del suo lavoro oggi alla guida del comitato per il progetto culturale della Cei, degli anni passati alla guida dell’episcopato italiano e del vicariato di Roma. E anche di quando, da giovanissimo, scelse di dedicarsi «professionalmente» a Dio. Insomma, è un Ruini inedito che rivela anche un progetto per l’immediato futuro: l’uscita di un libro scritto a quattro mani con Ernesto Galli della Loggia. Il sottotitolo: «Dialogo su cattolicesimo e mondo contemporaneo».
Nel libro il cardinale Ruini affronterà cinque temi: «Chiesa e illuminismo», «Chiesa e politica in Italia», «Il riemergere delle grandi religioni», «Scienza e fede» e «Laicità». Il titolo, invece, «lo deciderà la Mondadori».
Mi hanno anche chiesto – spiega – di scrivere una sorta di diario della mia vita. Ma non lo farò. Mi dedicherò, invece, a un altro libro incentrato su Dio e sul nostro rapporto con Dio».
Un rapporto, per Lei, suggellato anni fa quando divenne sacerdote. Come decise di farsi prete?
Ho deciso in modo repentino. Nei mesi tra la fine dei miei diciassette e l’inizio dei miei diciotto anni di età. L’incontro fu quello con la realtà della Chiesa. Nel concreto, della parrocchia di San Giorgio a Sassuolo. In particolare con il sacerdote che seguiva i giovani: si chiamava don Dino Carretti. E con qualcuno di questi giovani. Ero da sempre credente. E avevo letto i Vangeli nel latino della Vulgata che mi era stata regalata da un altro sacerdote quando avevo tredici anni. Ma poi ho avvertito che Dio stava davvero al centro della realtà. E allora ho pensato che la via più ovvia per metterlo al centro della mia vita era dedicarmi a lui per così dire anche “professionalmente”. Poi tutto è proseguito ed è avvenuto in modo molto naturale, in un modo che ancora adesso mi sorprende.
Oggi lei guida il comitato per il progetto culturale della Cei. In cosa consiste questo lavoro?
Consiste nel presiedere – che poi significa lavorare insieme – un comitato di tredici persone di cultura cattoliche, di competenza e estrazione diverse e farlo in stretta relazione con il servizio per il progetto culturale che nella Cei esiste già da tempo. Abbiamo due obiettivi principali: il primo è incrementare la presenza della cultura cattolica all’esterno. Il secondo obiettivo è quello di andare al cuore dei problemi nella linea indicata da Benedetto XVI con la formula «allargare gli spazi della razionalità». Questo vale non solo a proposito, ad esempio, del grande problema dell’emergenza educativa, ma vorrei fare anche un esempio meno legato apparentemente alla vita quotidiana: cioè il tema di Dio e il nostro rapporto complessivo con Dio. Tema che nella cultura di oggi sembra spesso periferico ma che, in realtà, è centrale e decisivo perché in base al nostro rapporto con Dio, e più concretamente in base alla convinzione che Dio esista o non esista, cambia tutta la prospettiva della nostra vita personale e sociale.
Parliamo dell’impegno dei cattolici in politica. Anche il Papa ha detto parole in merito recentemente in Sardegna. Come dovrebbe dispiegarsi questo impegno?
Con la libertà e la responsabilità proprie che appartengono ai credenti laici, ai cristiani laici. E con una coraggiosa fedeltà ai contenuti sostanziali di quella concezione della persona e della società che è messa in luce dalla fede ma che rispecchia e interpreta la realtà profonda dell’uomo riconoscibile dalla ragione. Di questi laici abbiamo davvero molto bisogno in Italia, ma anche in tutto l’Occidente e direi nel mondo.
Se dovesse dire a cosa ha puntato maggiormente in questi anni di lavoro intenso per il Papa a Roma e per la Chiesa italiana alla Cei, cosa risponderebbe?
Ho puntato sull’evangelizzazione. Anzi sulla missione, per essere più chiari. In due modi diversi. A Roma dove, in aiuto al Papa, avevo il compito del vescovo, ho lavorato perché le parrocchie, le case religiose, le associazione e i movimenti fossero concretamente missionari. E questo si è concretizzato nella “missione cittadina”. Alla Cei non ci può essere questo contatto diretto con la gente dato che la Cei non può essere sostitutiva delle diocesi. Ma abbiamo puntato all’evangelizzazione della cultura e alla presenza cristiana nella società. Tutto ciò si è concretizzato nel progetto culturale, nell’impegno sulle grandi frontiere dell’etica e dell’antropologia. Sempre alla Cei però abbiamo anche sviluppato una riflessione comune sulle linee portanti dell’evangelizzazione oggi, ad esempio sulla parrocchia in un mondo che cambia.
Quale era l’intenzione del Papa riguardo alla Cei?
L’intenzione di Giovanni Paolo II era che la Chiesa italiana divenisse più coraggiosa riguardo al ruolo della fede per dare senso e direzione alla vita personale e alla vita collettiva.
Poi venne la diocesi di Roma…
Le indicazioni del Papa riguardavano due grandi direttrici. La prima: configurare la diocesi di Roma sulla base dell’ecclesiologia del Concilio Vaticano II, un’ecclesiologia di comunione. E anche far emergere il ruolo che questa diocesi ha in quanto diocesi del Papa. E questo si è concretizzato nel Sinodo diocesano di Roma, iniziato già dal cardinale Ugo Poletti il quale, devo dire, ha avuto un ruolo fondamentale per far assumere una più precisa coscienza diocesana a Roma. La seconda direttiva fu quella di dare alla diocesi uno slancio missionario, di evangelizzazione. Tutto questo si può riassumere con le parole di Giovanni Paolo II: «Parrocchia cerca e trova te stessa fuori di te stessa».
Nell’ultima prolusione al consiglio permanente della Cei, il presidente Angelo Bagnasco ha insistito sul fatto che oggi in Italia occorre rispondere al bisogno educativo dei giovani. Perché la Chiesa parla così tanto di emergenza educativa?
È stato lo stesso Benedetto XVI a lanciare questo tema rivolgendosi alla diocesi di Roma già a partire dal convegno diocesano del giugno 2006. E poi il messaggio è stato ripetuto più volte fino alla lettera indirizzata dal Papa ai cristiani di Roma in febbraio e all’ultimo convegno del giungo 2008. L’educazione è questione cruciale per la crisi in atto, ma soprattutto perché si tratta della formazione dell’uomo. Farsi carico anzitutto noi adulti di questa responsabilità è qualcosa di irrinunciabile. È una responsabilità in cui è coinvolta la Chiesa come la società tutta, oltre alla famiglia, alla scuola e alle altre realtà dedicate più specificatamente all’educazione. È quindi una responsabilità di cui la società deve diventare consapevole. Alla radice del problema però c’è la questione dell’uomo. Non si può educare l’uomo se non si ha fiducia nel valore dell’uomo stesso: nella sua unicità, nella sua libertà, intelligenza, capacità di essere responsabile. Quindi se manca nella società e nella cultura una chiara e autentica visione dell’uomo, l’educazione per forza di cose entra in crisi.
Lei disse che il discorso che il Papa fece alla curia romana il 22 dicembre del 2005 nel quale mise l’attenzione sulla corretta ermeneutica che occorre dare ai lavori del Concilio Vaticano II fu uno dei discorsi destinati a lasciare il segno… Secondo lei oggi la Chiesa ancora deve apprendere compiutamente cosa rappresentò il Concilio?
C’è sicuramente ancora bisogno di un grande lavoro di assimilazione del Concilio, lavoro che non è certo finito. Ma questo lavoro va fatto secondo due linee fondamentali. La prima è quella indicata dal Papa: la linea dell’ermeneutica della riforma e della continuità, non della rottura. La seconda linea riguarda la consapevolezza che dal Concilio a oggi il contesto socio culturale mondiale è cambiato profondamente. È un conteso nuovo. E quindi gli orientamenti fondamentali del Vaticano II vanno rielaborati in rapporto a questo nuovo contesto. Su questa base diventa possibile l’incontro con il mondo di oggi: incontro positivo e anche critico. Cioè l’evangelizzazione del mondo contemporaneo, che è poi il grande obiettivo del Vaticano II come aveva scritto Paolo VI all’inizio dell’Evangelii Nunziandi.

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  1. Francesco73 ha scritto il 20 ottobre 2008 alle 10:20 pm:

    Complimenti per l’intervista. Bella, anche se il titolo ingannava un pò, perchè alla fine non sei riuscito a cavargli fuori un racconto davvero biografico.
    Ma non mi sono stupito, seguo Ruini da sempre e so che nella comunicazione pubblica non è mai molto personale, non si racconta granchè.
    Comunque bel lavoro lo stesso, e Don Camillo si è rivelato lucido ed efficace come sempre.
    In bocca al lupo anche per il nuovo Riformista.


  2. Paolo Rodari ha scritto il 21 ottobre 2008 alle 10:45 am:

    Per Francesco: in effetti è difficile impostare la conversazione con lui tutta sul “personale”. Ruini vuole le domande prima, si scrive le risposte e poi te le legge. E poprio per questo, quando uno come lui concede, come ha fatto a me, anche solo qualche breve accenno “personale”, è da anotare e secondo me segnificativo. Comunque è stato bello incontrarlo. Dopo l’intervista anbiamo chicchierato a lungo e, se avessi potuto, avrei dovuto pubblicare quella conversazione: libera e davvero personale.