Svolta di Ratzinger: psicologi nei seminari

Tredici anni non sono pochi per l’uscita di un documento vaticano. E non lo sono nemmeno per il documento uscito ieri, anche perché l’argomento di cui parla non è dei più facili. S’intitola “Orientamenti per l’utilizzo delle competenze psicologiche nell’ammissione e nella formazione dei candidati al sacerdozio” ed è stato curato dal ministero della Santa Sede che si occupa dell’educazione cattolica, con delega, appunto, ai seminari. In sostanza, un pamphlet di sole 18 pagine che spiega come, in quali casi e perché, sia opportuno l’uso di psicologi (anche tramite test) per valutare eventuali patologie e «ferite» psichiche dei candidati al sacerdozio.
Perché una così lunga gestazione? La colpa - per molti il merito - pare sia di Ratzinger: fu lui, da cardinale, a rispedire indietro più volte il documento al quale il Vaticano iniziò a lavorare nel 1995. È stato lui a controllarne i contenuti una volta divenuto Pontefice. Il motivo? Il testo era troppo sbilanciato sulla scienza. Ovvero sugli psicologi. Si insisteva troppo sulla psicologia come scienza utile a discernere la giustezza delle vocazioni e troppo poco, invece, sul piano spirituale ovvero sul fatto che ogni vocazione è per la Chiesa, in ultima analisi, una grazia. E, dunque, su come l’ultima decisione in merito alle vocazioni sacerdotali spetti a coloro che guidano i vari seminari e non agli psicologi e alla psicologia.
Ma gli psicologi, si sa, aiutano. E sono importanti soprattutto di questi tempi, come i ripetuti casi di pedofilia scoppiati nelle diocesi del Nord America dimostrano. E Benedetto XVI ne è consapevole tanto che finalmente, dopo 13 anni, ha permesso l’uscita di questo importante documento. Non un testo destinato soltanto ai casi di omosessualità nei seminari (di questi già aveva parlato un testo del 2005 uscito dalla congregazione per la dottrina della fede), quanto una riflessione sull’aiuto che la psicologia può dare a quei seminaristi che non manifestino una piena e cosciente maturità sessuale. Per costoro, qualora il sostegno dello psicologo o la psicoterapia non causasse miglioramenti, il cammino verso il sacerdozio può essere legittimamente interrotto. Per il bene degli stessi seminaristi ma pure per il bene della Chiesa.
Il documento non manca di elencare le immaturità che si possono manifestare nei candidati al sacerdozio: forti dipendenze affettive, notevole mancanza di libertà nelle relazioni, eccessiva rigidità di carattere, mancanza di lealtà, identità sessuale incerta, tendenze omosessuali fortemente radicate. In questo senso, hanno spiegato ieri il cardinale Zenon Grocholewski e monsignor Jean-Louis Bruguès, rispettivamente prefetto e segretario dell’educazione cattolica (l’uscita del documento si deve anche all’arrivo in congregazione di quest’ultimo), coloro che manifestano «tendenze omosessuali fortemente radicate» o un’identità sessuale «incerta» non possono entrare in seminario e diventare preti.

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Parla Giulio Andreotti: «Basta polemiche politiche. Pio XII fu un sant’uomo»

Giulio Andreotti ha conosciuto personalmente Pio XII. E al Riformista dice la sua sul processo di beatificazione in corso e sulle polemiche avanzate anche negli ultimi giorni da diversi esponenti ebraici: «Non credo - dice - che sia oggi il caso di fare della beatificazione e canonizzazione di Pacelli una battaglia politica».

Non bisogna parlarne?
Non insisterei troppo. Tanto le polemiche lasciano il tempo che trovano. E passeranno. Al di là delle idee dei diversi settori ebraici, il processo canonico farà il suo corso e dimostrerà quanto chi ha frequentato Pacelli sa da sempre: era un sant’uomo.

Le opinioni degli ebrei non rischiano di bloccare il processo?
Ma no. Si figuri che quando finì lo Stato Pontificio tutti pensavano che le polemiche non si sarebbero mai placate. E invece….

Pacelli aiutò gli ebrei?
Sì. Ricordo un aneddoto. Ne fece rifugiare alcuni nella basilica di San Paolo Fuori le Mura. L’abate, perché non dessero nell’occhio, li fece vestire da monaci. Un giorno uno di questi scese in basilica. Una donna gli chiese: “Padre, mi può confessare?”. “Non posso, non sono digiuno”, rispose. Questo scambio di battute fece il giro di Roma tanto che la polizia, nonostante l’extraterritorialità, si recò in basilica per indagare se vi fossero dei finti monaci. Insomma, è soltanto un ricordo ma che ben testimonia come, nonostante i rischi, Pacelli si adoperava per salvare più vite possibili.

Chi era Pio XII?
Ho di lui un ricordo molto vivo e intenso. Ciò che mi colpiva di più di lui erano gli occhi elettrici e profondi che sprigionavano luce.

Metteva soggezione?
Un po’. Era ieratico. Trasmetteva austerità ma anche regalità. Era insieme sacerdote e sovrano. Non credo che amasse molto i preamboli nelle conversazioni. E poi voleva sempre risposte molto precise.

Dove vi siete conosciuti?
In casa di sua sorella Elisabetta, sposata Rossignani. Abitavamo vicini in via dei Prefetti. Pacelli vi portava del cioccolato per le nipoti. E me lo offriva pure a me sul loro terrazzo. Per la verità, l’allora monsignor Eugenio mi diceva poco. Nella zona di via dei Prefetti ero molto più interessato ai giocatori della Roma che mangiavano da sora Emma.

Oggi si dibatte dell’influsso di Pio XII sul Concilio Vaticano II. L’assise si svolse in continuità con il suo magistero oppure no?
Il Concilio “era” Pio XII. Lo sapeva bene anche Roncalli. Pio XII era un Papa innovatore, seppure attaccato alla tradizione. Per lui la tradizione era una forza a cui aggrapparsi. Insieme non amava le devianze.

Ad esempio?
Una devianza che combatté con forza fu quella dei comunisti cattolici di Franco Rodano. Un giorno la polizia fascista arrestò Rodano perché anti-fascista. Poco tempo dopo Pio XII dovette fare un discorso rivolto agli operai. Gli scrissi: “Per favore, non parli di Rodano. È in prigione e la considererebbe una pugnalata alle spalle”. E, infatti, Pio XII, non ne parlò. Qualche giorno dopo andai col consiglio superiore della Fuci dal Papa. Mi guardò con occhi severi e mi chiese: “Andava bene il discorso?”.

Cosa può dire del predecessore di Pacelli, Pio XI?
A dodici anni mi trovai in un’udienza nell’aula concistoriale. Quando lo vidi rimasi di stucco. Gridava e si mise pure a piangere. Ero atterrito tanto che svenni e finii dietro una tenda bianca. Piangeva perché tutti lo accusavano di aver sbagliato a fare il concordato con Mussolini tanto che, nonostante l’accordo, i circoli cattolici erano ancora perseguitati.

Giovanni XXIII?
Un giorno ci incontrammo a Venezia. Mi trattenne a colazione e mi disse: “Riposati un po’. Ti faccio fare la pennichella nel letto di Pio X”. E così fu.

Paolo VI?
Montini era stato nostro assistente alla Fuci. E, dunque, c’era una certa solidarietà. Ricordo un discorso al Campidoglio in cui disse che fu una provvidenza per la Chiesa la caduta dello Stato Pontificio: piovvero critiche inverosimili.

Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II?
Il primo non feci a tempo a conoscerlo. Wojtyla lo conobbi bene. Quando compii ottant’anni mi chiamò. Pensai fosse lo scherzo di qualcuno e invece era lui. Mi disse: “Non dica ottanta ma dica che è entrato nel nono decennio di vita”.

Infine Ratzinger…
Quando era cardinale venne al Senato. Alla fine tutti dissero: “Abbiamo ascoltato il cardinale Pera e il presidente Ratzinger”. Fece, infatti, un discorso di alta politica. L’ho visto recentemente e mi ha detto: “Lei non invecchia mai”.

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Europee: contro le liste bloccate ci saranno anche i vescovi

Non ci sono soltanto tutte le opposizioni a scagliarsi contro la riforma della legge elettorale per le europee arrivata ieri in aula alla Camera: il testo è stato precedentemente licenziato in commissione affari costituzionali coi soli voti di Pdl e Lega.

Non c’è soltanto un comitato promotore varato ai massimi livelli da Udc, Pd e Idv (insieme a un esponente dell’Mpa) a lanciare l’idea di una “ritirata sull’Aventino”: domani, alle 13, nella Sala della Regina a Montecitorio, quindici parlamentari firmeranno - a conti fatti è la prima presa di posizione unitaria di Udc, Idv e Pd - un documento comune. E nemmeno ci sono semplicemente le uscite stizzite dei vari rappresentanti dell’opposizione come Massimo D’Alema il quale ha detto che «la pretesa di imporre a maggioranza una legge elettorale che stravolge il sistema elettorale europeo, piegata a interessi di parte, da parte di una maggioranza che non rappresenta la maggioranza degli italiani, che legittimamente governa ma non dispone delle regole che dovrebbero invece essere condivise, è un atteggiamento gravemente antidemocratico». Come Franco Marini: «Il Pd deve dare battaglia». Come Paolo Ferrero: «La legge è una porcheria». Come Arturo Parisi: «Una porcata bis».

No, a conti fatti, a ricordare per bene i vari proclami lanciati durante la campagna elettorale, una grana fastidiosa per il governo potrebbe arrivare dalla Chiesa e, in particolare, dalla dirigenza della conferenza episcopale italiana. Proprio così. Una grana vera, non semplicemente delle boutade come, di fatto, sono state le critiche di singoli vescovi verso la maggioranza in tema di immigrazione. E, ancora, come sono le uscite di ieri di Famiglia Cristiana prima, del presidente della Commissione per l’educazione cattolica della Cei, ovvero monsignor Diego Coletti, poi, contro il decreto Gelmini.

Basta andarsi a leggere quanto disse monsignor Giuseppe Betori - allora segretario generale della Cei - il 18 marzo 2008 al termine del direttivo nel quale i vescovi guidati dal cardinale Angelo Bagnasco stilarono una lista delle urgenze alle quali chi avrebbe governato avrebbe dovuto in qualche modo guardare, per rendersi conto di come, in materia di legge elettorale, la Chiesa potrebbe rivelarsi una spina nel fianco importante per l’attuale governo. Forte anche di un impegno (oggi disatteso) che presero a bocce ferme (prima delle elezioni) entrambi gli schieramenti intorno alla necessità di scrivere assieme la nuova legge elettorale, Betori sostenne, a nome dei vescovi italiani, che il sistema del voto andava cambiato al più presto in modo da tornare «a dare più democrazia a questo paese». E ancora: secondo Betori era necessario che il prossimo Parlamento modificasse la legge elettorale, «tornando a dare al cittadino la possibilità di scegliere i suoi rappresentanti: sarebbe auspicabile - disse - che il prossimo parlamento cambi il sistema elettorale e restituisca così democrazia perché l’attuale sistema rappresenta un potere oligarchico». Oligarchia: ovvero ciò che secondo le opposizioni diventerebbe oggi il paese con l’approvazione della legge elettorale arrivata ieri alla Camera.

È vero: ieri a gettare acqua sul fuoco è stato Roberto Calderoli secondo il quale il governo si riserva di accogliere modifiche alla legge. Ma le grane, per la maggioranza, potrebbero venire anche direttamente dal suo interno. Sono tanti, infatti, i parlamentari di area cattolica oggi nel Pdl che più di un anno fa firmarono una petizione popolare pro preferenza. Si chiamava “Un Parlamento di cittadini. Liberi di partecipare, liberi di preferire”.

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Giardini vaticani: il Papa buono ci giocava. Ratzinger si è fatto l’orto

Vuoi conoscere i segreti dei Papi? Fatti un giro nei giardini vaticani e ne scoprirai parecchi. Quelli dei Pontefici del passato e quelli dei Papi degli ultimi decenni. Fino a Benedetto XVI, non più semplicemente Papa «teologo». Non più soltanto professor Ratzinger. Ma anche Papa «botanico» ed «ecologista». Proprio così. Sono i giardini vaticani a dirlo. Ed è, in particolare, un piccolo appezzamento di terreno situato accanto al monastero Mater Ecclesiae a svelarlo: qui c’è l’orto di Ratzinger. Vi si coltiva verdura e frutta. Prodotti tutti naturali al cento per cento e destinati alla tavola papale: non sono ammessi ortaggi trattati chimicamente, ma soltanto quelli cresciuti con concime organico. Non solo: l’acqua usata per innaffiare, come tutta l’acqua usata per abbeverare le 300 specie vegetali e i 6.500 esemplari di piante dei giardini, proviene direttamente dal lago di Bracciano. Insomma, pura Acqua Paola dell’antico acquedotto traiano, poi restaurato da Paolo VI. Acqua distribuita grazie a un impianto elettrico che funziona la notte, da mezzanotte alle sei del mattino: costa meno.
Dunque, Ratzinger ha un orto. La notizia è stata confermata ieri dal primo capotecnico dei giardini vaticani, Elio Cortellessa, in un’intervista uscita sull’Osservatore Romano. Parole che svelano stili di vita e “manie” dei Papi del tutto (o quasi) sconosciute. Già, perché se è vero che, come diceva Bacone, «il giardino rappresenta il più puro dei piaceri umani», è altrettanto vero che, per sapere come i Pontefici hanno interpretato questo piacere, sono i giardini vaticani che occorre frequentare. Per chi, come Cortellessa, è un habitué dei sacri giardini non è difficile sapere di Pio XII che amava abbandonare ogni giorno il palazzo apostolico per scendere nel polmone verde vaticano. Col sole o con la pioggia, passeggiava un’ora esatta sempre lungo lo stesso muro. Lì dove oggi vivono indisturbate le due piante più vecchie del Vaticano: due ulivi di quasi mille anni.
Se Pio XII era “maniacale” nella passeggiata nei giardini (non cambiava mai percorso), Paolo VI si comportava in altro modo. Lui, nei giardini, non vi scendeva mai. Pio XI, invece, faceva come ha sempre fatto Giulio Andreotti in giro per Roma: si muoveva esclusivamente in macchina tanto che fu lui a far asfaltare i viali dei giardini. Prima di lui ci fu Leone XIII. Questi, i giardini, li trasformò in zoo: daini, gazzelle e caprioli giunti dall’Africa.
In tempi più recenti venne Giovanni Paolo II. Lui, fino a prima dell’attentato del 1981, percorrereva i giardini a piedi, si dice di buona lena. Ma, a conti fatti, il primato della stravaganza spetta a Giovanni XXIII. Non si sa se la passione per le bocce l’abbia imparata a Sotto il Monte, il paesino in provincia di Bergamo dove nacque. Fatto sta che il «Papa buono», nei giardini del Vaticano, giocava a bocce. Nella zona detta della Galea, lì dove oggi ci sono parcheggi e altre strutture, c’era un campo da bocce contornato da degli stupendi esemplari di pompelmi. Ma se giocasse da solo o con il suo fedele segretario Loris Francesco Capovilla non è dato saperlo.
Infine, ancora, Benedetto XVI. Orto a parte, Ratzinger si concede lunghe passeggiate nei giardini. Soltanto in estate, quando la calura è troppa, passeggia la sera sul terrazzo del palazzo apostolico. Lo zoo di Leone XIII non c’è più ma anche Benedetto XVI, nei giardini, s’imbatte in diverse specie di animali. Oggi bazzicano uccelli comuni e più rari, soprattutto picchi e upupe. Poi pappagalli, i parrocchetti monaco. Quindi rane, rospi e bisce. A volte capita di vedere qualche scoiattolo e volpino. E ancora i ricci. Fino agli animali in assoluto più diffusi oltre il Tevere: i gatti.

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Cattolici e centri sociali in lotta: a Verona è una questione di odio metafisico

Questa volta il sindaco di Verona Flavio Tosi non c’entra direttamente. E nemmeno c’entra la sentenza della Corte d’Appello di Venezia che, l’altro ieri, l’ha condannato a due mesi con l’accusa di «propaganda di idee razziste». Questa volta c’entra soltanto Verona, la città dove l’odio, di fatto «metafisico», tra gruppi di diverse fazioni politiche sembra sempre pronto a manifestarsi.
Tutto è cominciato qualche giorno fa. Da una parte il centro sociale La Chimica. Dall’altra uno dei gruppi cattolici più tradizionalisti esistenti in Italia: la sezione veronese Una Voce, quelli che tempo addietro, quando ancora il motu proprio del Papa che ha liberalizzato l’antico rito (diciamo la messa in latino) non era in vigore, per protesta andavano a dire il Rosario sul sagrato del Duomo. Quelli che, mesi fa, hanno appoggiato la protesta dei fedeli della parrocchia di San Pietro Martire che la curia decise di affidare agli «eretici» luterani.
Tra i due gruppi le diatribe si susseguono da tempo. Per quelli del centro sociale, Verona è troppo di destra, leghista e razzista. E, per questi motivi, un gruppo di fedeli cattolici tradizionalisti (e dunque, secondo loro, “di destra”) come Una Voce è da combattere. Per Una Voce, invece, le polemiche di quelli del centro sociale esprimono una deriva «cattocomunista» alla quale, spesso, anche la diocesi veronese governata da monsignor Giuseppe Zenti non sa rispondere adeguatamente.
L’ultimo scontro, rimasto verbale soltanto grazie alla discesa in strada dei carabinieri e della Digos, è avvenuto domenica scorsa. Una Voce aveva organizzato, col consenso della diocesi, una messa pontificale in rito latino in onore del beato imperatore Carlo d’Asburgo nella chiesa di Santa Toscana. La messa doveva essere celebrata da un vescovo argentino, monsignor Juan Rodolfo Laise. «Tre giorni prima del pontificale il quotidiano L’Arena - si legge in un comunicato di Una Voce -, per la penna di Enrico Santi, già corrispondente dell’agenzia cattocomunista Adista, intraprende una feroce campagna diffamatoria contro il vescovo Laise: mescolando fonti indirette, inverificate e parziali». In sostanza, L’Arena ha accusato Laise (secondo Una Voce senza prove) di legami con i militari argentini, al tempo in cui i montoneros insanguinavano il paese. I centri sociali hanno cavalcato la polemica e la diocesi ha fatto retrofront inviando un altro vescovo alla messa.
E domenica, per l’ennesima volta i due gruppi si sono affrontati in piazza. Fuori dalla chiesa, separati dai carabinieri, quelli di Una Voce festeggiavano le cresime. Quelli della Chimica li guardavano con striscioni di questo tenore: «Tradizione uguale sangue».

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Il Papa: «Malati incurabili? Medici, non cadete in tentazione»

Non ha mai citato il termine “testamento biologico”. Né ha parlato di legge sul “fine vita”. Eppure tutto il dibattito delle scorse settimane intorno al testamento biologico, alle aperture (o presunte tali) dei vescovi italiani non tanto sul testamento biologico, quanto verso una legge sul fine vita che non sia una forma mascherata di eutanasia, stavano nel sottofondo di quanto Benedetto XVI ha voluto dire ieri mattina ai partecipanti a un congresso della Società italiana di chirurgia. Stavano nel sottofondo seppure la posizione della Chiesa, e quindi del Papa, in merito al testamento biologico non sia nella sostanza mutata: il testamento biologico è sempre inammissibile. Diverso è, invece, il caso di una legge sul fine vita: questa potrebbe anche andare, ma a determinate condizioni.
In sostanza il Papa ha parlato ieri di una di queste condizioni. Ovvero quella secondo la quale, qualunque sia la legislazione vigente, non deve essere mai eliminata l’«alleanza», il rapporto di fiducia, «medico-paziente». I medici - ha infatti detto ieri Benedetto XVI - non devono cedere alla tentazione di «abbandonare il paziente nel momento in cui si avverte l’impossibilità di ottenere risultati apprezzabili». Quindi, più che abbandonare il paziente inguaribile, occorre adoperarsi per umanizzare la medicina rispettando la dignità del malato e favorendo con lui un«alleanza terapeutica».
Ovvero: anche se la guarigione di un malato non è più prospettabile, anche se risultati positivi sembrano impossibili, il medico deve fare di tutto per alleviarne la sofferenza, migliorandone in quanto possibile la qualità della vita.
Ma - ed è qui un passaggio significativo del discorso di ieri - seppure ogni tentativo di intromissione tra medico e paziente vada guardato con sospetto, «è innegabile che si debba rispettare l’autodeterminazione del paziente». Certo, «senza dimenticare che l’esaltazione individualistica dell’autonomia finisce per portare a una lettura non realistica, e certamente impoverita, della realtà umana».
Insomma, una certa autodeterminazione del paziente va salvaguardata, purché questa avvenga, appunto, dentro un rapporto di fiducia - «alleanza» è il termine usato da Ratzinger - grazie al quale il paziente non sia in qualche misura «cosificato» e, per colpa delle esigenze della scienza, della tecnica e dell’organizzazione dell’assistenza sanitaria, «il suo abituale stile di vita risulti stravolto».
L’attacco del Pontefice non è stato contro il testamento biologico (questi, a differenza di una legislazione che regoli il fine vita, è sempre rifiutato per principio dalla Chiesa) quanto contro una idea di medicina nella quale le misure da prendere nei confronti dei malati terminali vengano assunte fuori da un rapporto di fiducia (e quindi di responsabilità) tra medico e paziente.

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Intervista a Camillo Ruini, la sua nuova vita e un libro per Mondadori: «Così diventai prete»

Nel suo appartamento appena fuori le mura vaticane, il cardinale Camillo Ruini si gode la pensione, dopo gli anni intensi trascorsi alla guida della Cei e del vicariato di Roma. Tuttavia, non passa ore inoperose. Come sempre segue le vicende italiane e mondiali dai giornali. «Già quando ero piccolissimo - dice al Riformista - leggevo il Corriere della Sera e ancora oggi lo leggo. Mi piacciono le pagine di sport perché parlano di tutti gli sport, non solo del calcio».
Ruini è a conoscenza del lancio del Riformista. Ci spiega del suo lavoro oggi alla guida del comitato per il progetto culturale della Cei, degli anni passati alla guida dell’episcopato italiano e del vicariato di Roma. E anche di quando, da giovanissimo, scelse di dedicarsi «professionalmente» a Dio. Insomma, è un Ruini inedito che rivela anche un progetto per l’immediato futuro: l’uscita di un libro scritto a quattro mani con Ernesto Galli della Loggia. Il sottotitolo: «Dialogo su cattolicesimo e mondo contemporaneo».
Nel libro il cardinale Ruini affronterà cinque temi: «Chiesa e illuminismo», «Chiesa e politica in Italia», «Il riemergere delle grandi religioni», «Scienza e fede» e «Laicità». Il titolo, invece, «lo deciderà la Mondadori».
Mi hanno anche chiesto - spiega - di scrivere una sorta di diario della mia vita. Ma non lo farò. Mi dedicherò, invece, a un altro libro incentrato su Dio e sul nostro rapporto con Dio».
Un rapporto, per Lei, suggellato anni fa quando divenne sacerdote. Come decise di farsi prete?
Ho deciso in modo repentino. Nei mesi tra la fine dei miei diciassette e l’inizio dei miei diciotto anni di età. L’incontro fu quello con la realtà della Chiesa. Nel concreto, della parrocchia di San Giorgio a Sassuolo. In particolare con il sacerdote che seguiva i giovani: si chiamava don Dino Carretti. E con qualcuno di questi giovani. Ero da sempre credente. E avevo letto i Vangeli nel latino della Vulgata che mi era stata regalata da un altro sacerdote quando avevo tredici anni. Ma poi ho avvertito che Dio stava davvero al centro della realtà. E allora ho pensato che la via più ovvia per metterlo al centro della mia vita era dedicarmi a lui per così dire anche “professionalmente”. Poi tutto è proseguito ed è avvenuto in modo molto naturale, in un modo che ancora adesso mi sorprende.
Oggi lei guida il comitato per il progetto culturale della Cei. In cosa consiste questo lavoro?
Consiste nel presiedere - che poi significa lavorare insieme - un comitato di tredici persone di cultura cattoliche, di competenza e estrazione diverse e farlo in stretta relazione con il servizio per il progetto culturale che nella Cei esiste già da tempo. Abbiamo due obiettivi principali: il primo è incrementare la presenza della cultura cattolica all’esterno. Il secondo obiettivo è quello di andare al cuore dei problemi nella linea indicata da Benedetto XVI con la formula «allargare gli spazi della razionalità». Questo vale non solo a proposito, ad esempio, del grande problema dell’emergenza educativa, ma vorrei fare anche un esempio meno legato apparentemente alla vita quotidiana: cioè il tema di Dio e il nostro rapporto complessivo con Dio. Tema che nella cultura di oggi sembra spesso periferico ma che, in realtà, è centrale e decisivo perché in base al nostro rapporto con Dio, e più concretamente in base alla convinzione che Dio esista o non esista, cambia tutta la prospettiva della nostra vita personale e sociale.
Parliamo dell’impegno dei cattolici in politica. Anche il Papa ha detto parole in merito recentemente in Sardegna. Come dovrebbe dispiegarsi questo impegno?
Con la libertà e la responsabilità proprie che appartengono ai credenti laici, ai cristiani laici. E con una coraggiosa fedeltà ai contenuti sostanziali di quella concezione della persona e della società che è messa in luce dalla fede ma che rispecchia e interpreta la realtà profonda dell’uomo riconoscibile dalla ragione. Di questi laici abbiamo davvero molto bisogno in Italia, ma anche in tutto l’Occidente e direi nel mondo.
Se dovesse dire a cosa ha puntato maggiormente in questi anni di lavoro intenso per il Papa a Roma e per la Chiesa italiana alla Cei, cosa risponderebbe?
Ho puntato sull’evangelizzazione. Anzi sulla missione, per essere più chiari. In due modi diversi. A Roma dove, in aiuto al Papa, avevo il compito del vescovo, ho lavorato perché le parrocchie, le case religiose, le associazione e i movimenti fossero concretamente missionari. E questo si è concretizzato nella “missione cittadina”. Alla Cei non ci può essere questo contatto diretto con la gente dato che la Cei non può essere sostitutiva delle diocesi. Ma abbiamo puntato all’evangelizzazione della cultura e alla presenza cristiana nella società. Tutto ciò si è concretizzato nel progetto culturale, nell’impegno sulle grandi frontiere dell’etica e dell’antropologia. Sempre alla Cei però abbiamo anche sviluppato una riflessione comune sulle linee portanti dell’evangelizzazione oggi, ad esempio sulla parrocchia in un mondo che cambia.
Quale era l’intenzione del Papa riguardo alla Cei?
L’intenzione di Giovanni Paolo II era che la Chiesa italiana divenisse più coraggiosa riguardo al ruolo della fede per dare senso e direzione alla vita personale e alla vita collettiva.
Poi venne la diocesi di Roma…
Le indicazioni del Papa riguardavano due grandi direttrici. La prima: configurare la diocesi di Roma sulla base dell’ecclesiologia del Concilio Vaticano II, un’ecclesiologia di comunione. E anche far emergere il ruolo che questa diocesi ha in quanto diocesi del Papa. E questo si è concretizzato nel Sinodo diocesano di Roma, iniziato già dal cardinale Ugo Poletti il quale, devo dire, ha avuto un ruolo fondamentale per far assumere una più precisa coscienza diocesana a Roma. La seconda direttiva fu quella di dare alla diocesi uno slancio missionario, di evangelizzazione. Tutto questo si può riassumere con le parole di Giovanni Paolo II: «Parrocchia cerca e trova te stessa fuori di te stessa».
Nell’ultima prolusione al consiglio permanente della Cei, il presidente Angelo Bagnasco ha insistito sul fatto che oggi in Italia occorre rispondere al bisogno educativo dei giovani. Perché la Chiesa parla così tanto di emergenza educativa?
È stato lo stesso Benedetto XVI a lanciare questo tema rivolgendosi alla diocesi di Roma già a partire dal convegno diocesano del giugno 2006. E poi il messaggio è stato ripetuto più volte fino alla lettera indirizzata dal Papa ai cristiani di Roma in febbraio e all’ultimo convegno del giungo 2008. L’educazione è questione cruciale per la crisi in atto, ma soprattutto perché si tratta della formazione dell’uomo. Farsi carico anzitutto noi adulti di questa responsabilità è qualcosa di irrinunciabile. È una responsabilità in cui è coinvolta la Chiesa come la società tutta, oltre alla famiglia, alla scuola e alle altre realtà dedicate più specificatamente all’educazione. È quindi una responsabilità di cui la società deve diventare consapevole. Alla radice del problema però c’è la questione dell’uomo. Non si può educare l’uomo se non si ha fiducia nel valore dell’uomo stesso: nella sua unicità, nella sua libertà, intelligenza, capacità di essere responsabile. Quindi se manca nella società e nella cultura una chiara e autentica visione dell’uomo, l’educazione per forza di cose entra in crisi.
Lei disse che il discorso che il Papa fece alla curia romana il 22 dicembre del 2005 nel quale mise l’attenzione sulla corretta ermeneutica che occorre dare ai lavori del Concilio Vaticano II fu uno dei discorsi destinati a lasciare il segno… Secondo lei oggi la Chiesa ancora deve apprendere compiutamente cosa rappresentò il Concilio?
C’è sicuramente ancora bisogno di un grande lavoro di assimilazione del Concilio, lavoro che non è certo finito. Ma questo lavoro va fatto secondo due linee fondamentali. La prima è quella indicata dal Papa: la linea dell’ermeneutica della riforma e della continuità, non della rottura. La seconda linea riguarda la consapevolezza che dal Concilio a oggi il contesto socio culturale mondiale è cambiato profondamente. È un conteso nuovo. E quindi gli orientamenti fondamentali del Vaticano II vanno rielaborati in rapporto a questo nuovo contesto. Su questa base diventa possibile l’incontro con il mondo di oggi: incontro positivo e anche critico. Cioè l’evangelizzazione del mondo contemporaneo, che è poi il grande obiettivo del Vaticano II come aveva scritto Paolo VI all’inizio dell’Evangelii Nunziandi.

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Se non “usi” la fede a poco ti serve leggere la Bibbia

Ne ho scritto pochi giorni fa sul Riformista (trovate l’articolo in un post qui sotto) di un discorso del Papa pronunciato a braccio durante il Sinodo dei vescovi nel quale insisteva sul fatto che una corretta interpretazione della Bibbia non deve tenere conto solo dell’analisi storica ma anche della fede.

E oggi, finalmente, l’Osservatore Romano pubblica per intero questo discorso. Lo trovate anche qui sotto: da leggere.

Esegesi non solo storica ma teologica per il futuro della fede

Cari fratelli e sorelle, il lavoro per il mio libro su Gesù offre ampiamente l’occasione per vedere tutto il bene che ci viene dall’esegesi moderna, ma anche per riconoscerne i problemi e i rischi. La Dei Verbum 12 offre due indicazioni metodologiche per un adeguato lavoro esegetico. In primo luogo, conferma la necessità dell’uso del metodo storico-critico, di cui descrive brevemente gli elementi essenziali. Questa necessità è la conseguenza del principio cristiano formulato in Gv 1, 14 Verbum caro factum est. Il fatto storico è una dimensione costitutiva della fede cristiana. La storia della salvezza non è una mitologia, ma una vera storia ed è perciò da studiare con i metodi della seria ricerca storica.
Tuttavia, questa storia ha un’altra dimensione, quella dell’azione divina. Di conseguenza la Dei Verbum parla di un secondo livello metodologico necessario per una interpretazione giusta delle parole, che sono nello stesso tempo parole umane e Parola divina. Il Concilio dice, seguendo una regola fondamentale di ogni interpretazione di un testo letterario, che la Scrittura è da interpretare nello stesso spirito nel quale è stata scritta ed indica di conseguenza tre elementi metodologici fondamentali al fine di tener conto della dimensione divina, pneumatologica della Bibbia: si deve cioè 1) interpretare il testo tenendo presente l’unità di tutta la Scrittura; questo oggi si chiama esegesi canonica; al tempo del Concilio questo termine non era stato ancora creato, ma il Concilio dice la stessa cosa: occorre tener presente l’unità di tutta la Scrittura; 2) si deve poi tener presente la viva tradizione di tutta la Chiesa, e finalmente 3) bisogna osservare l’analogia della fede. Solo dove i due livelli metodologici, quello storico-critico e quello teologico, sono osservati, si può parlare di una esegesi teologica - di una esegesi adeguata a questo Libro. Mentre circa il primo livello l’attuale esegesi accademica lavora ad un altissimo livello e ci dona realmente aiuto, la stessa cosa non si può dire circa l’altro livello. Spesso questo secondo livello, il livello costituito dai tre elementi teologici indicati dalla Dei Verbum, appare quasi assente. E questo ha conseguenze piuttosto gravi.
La prima conseguenza dell’assenza di questo secondo livello metodologico è che la Bibbia diventa un libro solo del passato. Si possono trarre da esso conseguenze morali, si può imparare la storia, ma il Libro come tale parla solo del passato e l’esegesi non è più realmente teologica, ma diventa pura storiografia, storia della letteratura. Questa è la prima conseguenza: la Bibbia resta nel passato, parla solo del passato. C’è anche una seconda conseguenza ancora più grave: dove scompare l’ermeneutica della fede indicata dalla Dei Verbum, appare necessariamente un altro tipo di ermeneutica, un’ermeneutica secolarizzata, positivista, la cui chiave fondamentale è la convinzione che il Divino non appare nella storia umana. Secondo tale ermeneutica, quando sembra che vi sia un elemento divino, si deve spiegare da dove viene tale impressione e ridurre tutto all’elemento umano. Di conseguenza, si propongono interpretazioni che negano la storicità degli elementi divini. Oggi il cosiddetto mainstream dell’esegesi in Germania nega, per esempio, che il Signore abbia istituito la Santa Eucaristia e dice che la salma di Gesù sarebbe rimasta nella tomba. La Resurrezione non sarebbe un avvenimento storico, ma una visione teologica. Questo avviene perché manca un’ermeneutica della fede: si afferma allora un’ermeneutica filosofica profana, che nega la possibilità dell’ingresso e della presenza reale del Divino nella storia. La conseguenza dell’assenza del secondo livello metodologico è che si è creato un profondo fossato tra esegesi scientifica e Lectio divina. Proprio di qui scaturisce a volte una forma di perplessità anche nella preparazione delle omelie. Dove l’esegesi non è teologia, la Scrittura non può essere l’anima della teologia e, viceversa, dove la teologia non è essenzialmente interpretazione della Scrittura nella Chiesa, questa teologia non ha più fondamento.
Perciò per la vita e per la missione della Chiesa, per il futuro della fede, è assolutamente necessario superare questo dualismo tra esegesi e teologia. La teologia biblica e la teologia sistematica sono due dimensioni di un’unica realtà, che chiamiamo teologia. Di conseguenza, mi sembra auspicabile che in una delle proposizioni si parli della necessità di tener presenti nell’esegesi i due livelli metodologici indicati dalla Dei Verbum 12, dove si parla della necessità di sviluppare una esegesi non solo storica, ma anche teologica. Sarà quindi necessario allargare la formazione dei futuri esegeti in questo senso, per aprire realmente i tesori della Scrittura al mondo di oggi e a tutti noi.

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