Quelli che in Italia ostacolano la messa in latino e quelli che, invece, «sono dei tradizionalisti insaziabili»
16 settembre 2008 -
Il Segretario della Commissione Ecclesia Dei, monsignor Camille Perl, nel corso del convegno dal titolo “Il motu proprio Summorum Pontificum di Sua Santità Benedetto XVI – Una ricchezza spirituale per tutta la Chiesa un anno dopo”, ha ricordato una cosa importante: «In Italia la maggioranza dei vescovi, con poche ammirevoli eccezioni, hanno posto ostacoli all’applicazione del motu proprio sulla messa in latino. Lo stesso bisogna dire di molti superiori generali che vietano ai loro sacerdoti di celebrare la messa secondo il rito antico».
Ma, nel corso dei lavori, ha detto una cosa altrettanto importante il presidente dell’organismo vaticano, il cardinale Dario Castrillon Hoyos: in merito all’applicazione del motu proprio ci sono alcuni tradizionalisti che sono «insaziabili». Castrillon ha addirittura detto che sono arrivate richieste per «dedicare la basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, in modo esclusivo al rito antico». «Insaziabile, incredibile», ha commentato il porporato in proposito. Santa Maria Maggiore è una delle quattro basiliche patriarcali della capitale. Il cardinale ha anche spiegato che coloro che parlano di «vittoria» quando il Papa dà la comunione ai fedeli in ginocchio, tornando cioè a una modalità più tradizionale, sbagliano e non aiutano il progetto di Benedetto XVI.
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Due vescovi chiedono al vice “cattolico” di Obama fatti e non parole
16 settembre 2008 -
L’ex-arcivescovo di Saint Louis, monsignor Raymond Burke, da poco chiamato a guidare il tribunale vaticano della Signatura Apostolica, lo aveva detto a chiare lettere lo scorso agosto, in un’intervista rilasciata a Radici Cristiane, che i politici favorevoli all’aborto dovrebbero essere esclusi dall’eucaristia: «Il politico o l’ufficiale pubblico, se è cattolico – ha detto -, è tenuto a seguire la legge divina anche nella sfera pubblica. Se non lo fa, deve essere ammonito dal suo pastore».
Ed è in scia al suo intervento che, nei giorni scorsi, il vescovo di Madison Robert C. Morlino e l’arcivescovo di Denver Charles J. Caput sono intervenuti a gamba tesa contro le posizioni del candidato democratico alla vicepresidenza, il cattolico ma “pro choice” Joe Biden. Per entrambi, il giudizio su Biden è netto: fa male il compagno di viaggio scelto da Barack Obama nella corsa alla Casa Bianca, molto male, a dirsi cattolico. Perché dirsi tale e poi propugnare l’aborto è una contraddizione da rilevare e da “punire”. E, nel suo caso, il castigo si chiama divieto di accostarsi all’eucaristia.
Particolarmente dure le parole di Caput: «Appoggiare il “diritto” all’aborto – ha detto – è una grave colpa pubblica». E ha aggiunto: «Penso che per coerenza egli debba astenersi dal presentarsi a ricevere la comunione». Anche monsignor Saltarelli, vescovo della diocesi a cui Biden appartiene, ha affermato che, anche qualora diventasse vice presidente degli Stati Uniti, non gli permetterebbe di tenere conferenze nelle scuole cattoliche poiché, pur dichiarandosi contrario all’aborto, afferma che non imporrà agli altri la sua fede, appoggiando di fatto il diritto d’aborto.
Anche se la Santa Sede, come pure la conferenza episcopale statunitense, non danno indicazioni di voto per l’una o l’altra parte in vista delle prossime presidenziali, la presa di posizione dei due presuli americani resta un segnale significativo. Come un altro segnale è il fatto che, lo scorso 12 agosto, sia stato l’Osservatore Romano a recensire l’ultimo lavoro di Caput intitolato Render Unto Caesar. Serving the Nation by Living Our Catholic Beliefs in Political Life. Qui si sostiene la necessità di manifestare, anche nell’azione politica, la propria fede cattolica. Appunto il medesimo segnale lanciato da Caput al cattolico Biden e, dunque, all’elettorato.
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Cari vescovi, non benedite le unioni illegittime…
15 settembre 2008 -
Occorreva aspettare l’incontro di ieri pomeriggio a porte chiuse tra Benedetto XVI e i vescovi francesi (era la prima volta che un Papa li incontrava tutti assieme) per comprendere fino in fondo quale sia la situazione in cui vessa la Chiesa transalpina e quali le soluzione che il Pontefice intende suggerirle. Più che una serie di moniti, più che una tirata d’orecchie, il Papa ha voluto rivolgere ai vescovi di Francia alcune indicazioni per il futuro, insieme ad alcuni accorgimenti per non deviare dalla retta dottrina. Del resto, dopo che nelle settimane passate era stato direttamente l’arcivescovo di Parigi, il cardinale André Vingt-Trois, a scendere a Roma per chiedere allo stesso Pontefice che, coi vescovi, usasse non tanto la spada quanto il fioretto a motivo della situazione già fin troppo difficile in cui vessa una comunità cattolica che non brilla certo per vocazioni e seguito, da Benedetto XVI altro non si poteva attendere.
Il Papa, allora, pur con la delicatezza e la fermezza che lo contraddistinguono, non ha mancato di entrare in medias res, ovvero nei due nodi più controversi oggi per la Chiesa in Francia, per le sue gerarchie e il suo popolo. Il primo riguarda la messa in latino secondo l’antico rito e il motu proprio Summorum Pontificum che, per disposizione papale, la liberalizza: è soprattutto oltralpe, infatti, che questa liberalizzazione è stata osteggiata da un episcopato che ha visto, in essa, invece che un gesto d’amore verso coloro che mai hanno saputo e voluto rinunciare all’antico rito, una minaccia verso una possibile ripresa di forze non soltanto degli scismatici lefebvriani, ma anche delle innumerevoli comunità cattoliche più tradizionaliste e anch’esse “amanti” dell’antica liturgia, comunità capaci di aggregare e fare proseliti con numeri da non sottovalutare. Il secondo nodo toccato dal Papa riguarda una pratica per Roma non consona alla dottrina: è da un po’ di tempo, infatti, che in alcune diocesi di Francia è invalso l’uso di dedicare alcune celebrazioni («benedizioni» le ha chiamate il Papa) a quelle coppie unite in modo illegittimo, separati e divorziati. È come se la Chiesa di Francia avesse voluto in qualche modo trattare il loro status vivendi in modo diverso – quasi condiscendente – rispetto a quanto, per prassi consolidata, la dottrina cattolica prevede.
Capita spesso che i discorsi del Papa indirizzati ai vescovi e al clero tocchino prassi fondamentali per la Chiesa ma sulle quali, soprattutto nei difficili anni del post Concilio, non ovunque si è agito in modo corretto. Liturgia e pastorale, liturgia e morale, sono alcuni di questi campi sui quali Benedetto XVI ha fatto chiaramente capire che occorre fare chiarezza, ricordando anche cosa una corretta esegesi dello stesso Vaticano II dovrebbe prevedere. Questa esegesi spetta innanzitutto ai vescovi e ai sacerdoti perché è attraverso di loro che la vita di fede viene proposta al popolo. Sicché, stando a quanto ha detto ieri Ratzinger, occorre che i vescovi favoriscano le vocazioni sacerdotali perché «i sacerdoti sono un dono di Dio per la Chiesa» ed essi «non possono delegare le loro funzioni ai fedeli in ciò che concerne i loro propri compiti». Spetta insomma ai sacerdoti istruire il popolo e proporre una vita di fede consona alla dottrina.
E quanto alle divisioni che, soprattutto in Francia, sono causate da un episcopato restio ad applicare come si dovrebbe il Summorum Pontificum, il Papa ha detto che pur misurando «le difficoltà che voi incontrate», spera si possa giungere, «in tempi ragionevoli, a soluzioni soddisfacenti per tutti, così che la tunica senza cuciture del Cristo non si strappi ulteriormente». «Nessuno – ha precisato il Papa – è di troppo nella Chiesa: ciascuno, senza eccezioni, in essa deve potersi sentire “a casa sua”, e mai rifiutato».
Quanto invece alla «questione particolarmente dolorosa dei divorziati risposati, la Chiesa che non può opporsi alla volontà di Cristo – ha detto il Papa davanti a un episcopato che vive in un paese dove le unioni civili sono legalizzate dal 1999 -, conserva con fedeltà il principio dell’indissolubilità del matrimonio, pur circondando del più grande affetto gli uomini e le donne che, per ragioni diverse, non giungono a rispettarlo». Ed è per questo motivo che «non si possono ammettere le iniziative che mirano a benedire le unioni illegittime».
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Cosa ha detto il Papa a Parigi? Due discorsi al cuore dell’Europa dimentica di sé
13 settembre 2008 -
Nella laicissima Francia, nel paese che, da Voltaire in giù, è per il mondo intero la “patria dei Lumi”, Benedetto XVI ha vestito, nella mattinata di venerdì in occasione della sua visita a Parigi (poi seguirà quella a Lourdes), davanti alle autorità del paese adunate all’Eliseo, i panni del professore di storia che spiega come attorno al concetto di «laicità positiva» Chiesa e Francia, lui e il presidente Sarkozy, possano viaggiare su binari mai così vicini e sintonici.
Un tema, questo, secondo un diverso accento affrontato anche nell’attesissimo discorso del pomeriggio, quello tenuto dal Pontefice al College des Bernardins davanti a oltre 600 rappresentanti del mondo della cultura francese. Anche qui, il Papa, ha voluto vestire i panni del professore di storia per indagare sulla genesi delle cosiddette radici cristiane dell’Europa, la genesi insomma di un continente dove oggi «per molti – ha detto – Dio è diventato veramente il grande Sconosciuto».
Un discorso, insomma, che non ha voluto spiegare all’intellighenzia transalpina quali siano i valori a cui un continente cristiano dovrebbe richiamarsi, quanto l’origine della sua stessa identità cristiana: il monachesimo che nel Medioevo seppe creare dei luoghi di aggregazione culturale dove non soltanto la teologia (fede) ma anche le scienze (ragione) vennero indagate e poterono progredire senza frizioni e separazioni.
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Benedetto XVI vola a Parigi: meno parole, più fatti
12 settembre 2008 -
«Fatti e non parole» ha chiesto alla Francia il segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone in un’intervista a La Croix. Parlando del viaggio del Papa a Parigi e Lourdes, Bertone è intervenuto in merito al concetto di “laicità aperta” che Benedetto XVI andrà ad esporre oggi davanti ad oltre 600 intellettuali francesi e ha fatto capire come in Vaticano si parli ancora molto di quanto, nel 2004 quando era ministro dell’Interno, Sarkozy scrisse in un libro-intervista dal titolo “La République, les religions, l’espérance”.
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L’enigma del numero 2: Bagnasco cerca il sostituto di Betori
9 settembre 2008 -
Chi sostituirà Betori alla segreteria generale della Cei? L’enigma verrà risolto senz’altro non prima del 20 settembre.
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Intervista con Gian Maria Vian: «È il mio editore che vuole un Osservatore libero e di idee»
5 settembre 2008 -
Pubblico di seguito l’incipt dell’intervista al direttore dell’Osservatore Romano che ho fatto uscire quest’oggi sul Riformista. Si spiega cos’è il nuovo Osservatore e come il suo editore – ovvero il Papa – lo vuole. È un’intervista utile anche per capire l’uscita della Scaraffia sulla Osservatore dell’altro ieri e, insieme, l’indubbia vivacità culturale del giornale papale.
Benedetto XVI glielo scrisse esplicitamente meno di un anno fa, il 27 ottobre 2007: il Papa auspicava che l’Osservatore Romano, «cercando e creando occasioni di confronto», divenisse sempre di più il luogo di «incontro tra fede e ragione», grazie al quale «si rende possibile una cordiale collaborazione tra credenti e non credenti». E lui – Gian Maria Vian, nominato il 29 settembre dello scorso anno alla guida del giornale vaticano e insediatosi appunto il 27 ottobre successivo – è proprio questo confronto che intende mettere in campo. Affinché l’Osservatore diventi sempre più ciò che il Papa desidera, in continuità, tra l’altro, con quanto scrisse nel 1961, per il centenario del giornale, in un mirabile articolo intitolato Le difficoltà dell’Osservatore, il cardinale Montini. Quando cioè colui che due anni dopo sarebbe divenuto Paolo VI – il Papa forse con le maggiori doti giornalistiche mai esistito (suo padre era stato direttore del Cittadino di Brescia e lui stesso scrisse con passione centinaia di articoli) – definì L’Osservatore Romano un «giornale di idee».
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Il Papa (ex) donatore e un convegno in Vaticano rispondono implicitamente a Lucetta Scaraffia
4 settembre 2008 -
L’altro ieri in prima pagina sull’Osservatore Romano, Lucetta Scaraffia chiedeva che fosse riaperto il dibattito attorno alla definizione di morte cerebrale, che è la condizione in cui un trapianto può avvenire: a suo dire, la validità della morte cerebrale sarebbe da mettere in discussione e, di conseguenza, pure la legittimità del trapianto degli organi.
La notizia ha provocato sdegnate reazioni da parte della comunità scientifica. Come pure in Vaticano (vedi smentite di Lombardi e Lozano Barragan), dove forse si ricordavano la ponderosa letteratura papale in merito: il cardinale Ratzinger lo disse pubblicamente il 3 febbraio 1999: «È lecito aderire, spontaneamente e in piena coscienza, alla cultura dei trapianti e della donazione degli organi». E lui stesso, quando era cardinale (ora che è divenuto Pontefice l’iscrizione non può più comportargli eventuali espianti), aderì a questa cultura con tanto di iscrizione all’associazione dei donatori: «Io – disse – sono iscritto da anni all’associazione dei donatori e porto sempre con me questo documento dove è scritto che sono disponibile a offrire i miei organi a chi ne avesse bisogno: è un atto d’amore».
Oltre all’iscrizione di Ratzinger all’associazione dei donatori, c’è un’altra notizia che alla luce della prima pagina di ieri dell’Osservatore resta significativa perché sembra andare in senso opposto: nel mese di novembre avrà luogo, proprio in Vaticano, un convengo organizzato dalla pontificia accademia per la vita, dalla federazione internazionale delle associazioni dei medici cattolici e dal centro italiano dei trapianti, tutto dedicato al trapianto d’organi. E in quell’occasione sarà anche Benedetto XVI a parlare esponendo il proprio punto di vista.
Ma notizia la fanno pure i precedenti papali: Pio XII che già nel 1956 si espresse a favore degli xenotrapianti. Giovanni Paolo II che, nel corso del Giubileo del 2000, incontrò la Società dei trapianti e disse: «I trapianti sono una grande conquista della scienza a servizio dell’uomo e non sono pochi coloro che ai nostri giorni sopravvivono grazie al trapianto di un organo». Concetto, peraltro, confermato dalla Evangelium vitae laddove si legge che, «tra i gesti che concorrono ad alimentare un’autentica cultura della vita, merita un particolare apprezzamento la donazione di organi».
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Come si fa teologia lo si impara a Castelgandolfo
3 settembre 2008 -
Benedetto XVI a Castelgandolfo, in occasione dell’annuale seminario coi suoi ex alunni, ha rinunciato a discutere di Lutero e ha “ripiegato” su Gesù di Nazaret. Ma non ha rinunciato a sentir parlare due esegeti evangelici già precedentemente invitati,
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“Ratzinger Schülerkreis” di Castelgandolfo: ecco perché Benedetto XVI ha preferito Gesù a Lutero
2 settembre 2008 -
Negli ultimi appuntamenti del “Ratzinger Schülerkreis” svoltisi a Castelgandolfo, gli ex alunni di Ratzinger avevano discusso col Pontefice di islam, di creazionismo e della teoria dell’evoluzione di Charles Darwin.
Questo fine agosto Benedetto XVI avrebbe voluto soffermarsi sul luteranesimo,
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