Chi vuole e chi no (dentro la Chiesa) che Pio XII diventi beato
set 20, 2008 IL RIFORMISTA (OLD)
La battaglia è aperta. Ed è plateale, come è giusto che sia quando la resa dei conti è agli sgoccioli. A un’analisi superficiale potrebbe sembrare che la partita riguardi semplicemente gli ebrei e una loro ipotetica reazione negativa a seguito della possibile beatificazione del Pastor Angelicus, quel Pio XII che per molta storiografia – oggi in parte sconfessata – nei confronti delle persecuzioni ebraiche si mostrò troppo reticente. Se Benedetto XVI, in sostanza, dovesse decidere (come sembra sia intenzionato a fare a breve) di decretare «l’eroicità delle virtù» di Pacelli così come ha sancito più di un anno fa la plenaria dei cardinali e dei vescovi della congregazione per le cause dei santi, il processo di beatificazione farebbe un balzo in avanti importante ma, nel mondo ebraico, ci potrebbe essere qualcuno che la prenderebbe a male innescando polemiche che dopo così tanti anni (il processo di beatificazione e canonizzazione è aperto dal 18 ottobre del 1967) nessuno vuole. Ma, in realtà, a un’analisi più attenta, la battaglia si gioca a un livello più profondo e non riguarda direttamente gli ebrei: anche perché, oggi, gran parte del mondo ebraico non ha difficoltà a riconoscere le tante azioni meritevoli che Pio XII fece nei confronti del popolo eletto ai tempi del nazismo. Azioni, tra l’altro, ben dimostrate dall’apertura degli archivi segreti tedeschi dove si evince che, per il Terzo Reich, Pio XII era considerato come un nemico pericolosissimo.
I timori per una possibile beatificazione di Pacelli sarebbero, dunque, più profondi e si potrebbero definire intra ecclesiali. Lo dimostrano le rimostranze gesuitiche avanzate l’altro ieri sulla Civiltà Cattolica per l’atteggiamento della Santa Sede al momento del varo delle leggi razziali da parte di Benito Mussolini. Lo dimostrano le ricostruzioni storiche uscite ieri sul Corriere secondo le quali, sempre secondo fonti gesuitiche peraltro già conosciute, Pio XI avrebbe protestato contro l’allora segretario di Stato vaticano Pacelli perché questi nascose una sua nota anti razzista.
In Vaticano non sono pochi i prelati che parlano di timori intra ecclesiali. Ma, nel farlo, non si riferiscono esclusivamente al mondo gesuitico. Seppure anche in questa storia, come in altre vicende delicate per la Chiesa dai tempi di Ignazio di Loyola in poi, i gesuiti c’entrino parecchio. Infatti, vedere uscire nel giro di poche ore due affondi così pesanti contro l’operato di Pio XII – e della Chiesa al tempo di Pio XII – non può non far pensare che sotto-sotto gatta ci covi. Anche perché il fatto che il postulatore della causa di beatificazione e canonizzazione di Pacelli sia un gesuita, ovvero padre Peter Gumpel, non può essere semplicemente un caso: in sostanza, se si volesse esercitare una qualche pressione nei confronti di un gesuita insignito di un alto incarico, come è quello di Gumpel, non si potrebbe fare niente di meglio che affidarsi ad altri gesuiti influenti. E così, probabilmente, è accaduto con le due uscite sulla Civiltà Cattolica e sul Corriere.
Cosa temono coloro che nella Chiesa non vedono bene un’accelerata del processo di beatificazione di Pacelli è presto detto. Accelerare significherebbe dare linfa a quella linea intra ecclesiale che ritiene fermamente che gran parte di quella enorme opera di rinnovamento nella Chiesa che fu il Concilio Vaticano II trovò ispirazione nel magistero di Pio XII. Sono i risultati a cui, tra l’altro, proprio nei prossimi giorni vuole arrivare, in occasione del cinquantesimo anniversario della morte di Pacelli (il 9 ottobre) un convegno che, con il placet di Benedetto XVI, organizzano le università Gregoriana e Lateranense. Un convegno che altro non potrà fare altro che evidenziare l’influsso enorme di Pio XII sul Concilio se è vero, come è vero, che nessuno è tanto citato nei testi conciliari come lo stesso Pacelli.
Accelerare oggi sul processo di beatificazione di Pacelli significherebbe, dunque, elevare ancora di più la figura di un Pontefice che aveva una visione di Chiesa ben precisa, un Pontefice il cui magistero, proprio perché “usato” a man bassa dai padri conciliari, dimostra come il Concilio non fu una rottura col passato quanto un evento consumato in continuità. È anche l’ermeneutica conciliare proposta nel mirabile discorso che Benedetto XVI ha tenuto alla curia romana il 22 dicembre del 2005, discorso non a caso ritenuto determinante nell’economia del pontificato ratzingeriano.
Per farla breve, ebrei a parte, alcuni di coloro nella Chiesa temono la beatificazione di Pio XII sono gli stessi che vogliono che la visione di Ratzinger sul Vaticano II non prenda piede. Sono coloro che quando parlano del Concilio usano il termine “rottura” al posto di “continuità”, “strappo” al posto di “rinnovamento”. E questi, ovviamente, non sono soltanto una parte dei gesuiti. Sono una parte della stessa Chiesa evidentemente ancora ben attiva e combattiva.
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settembre 21st, 2008 at 10:49 pm
Paolo,
chiarissimo, al solito.
Per la verità, io, però (è un pensiero a voce alta), non trovo così inconciliabile la considerazione del carattere, per certi versi (come negarlo ?), “rivoluzionario” del Concilio Vaticano II con la piena valutazione (parlare di ri-valutazione mi sembra improprio) della figura di Pio XII che, appunto, ha, per vari aspetti, anticipato questa – chiamiamola così – “rivoluzione” (perchè così è stata percepita da tantissimi credenti).
Buona notte ai “PalazziApostolici” !
Roberto