La Cei ha un nuovo segretario generale: monsignor Crociata
Set 26, 2008 il Riformista
Alla fine, come anticipato dal Riformista due giorni fa, la scelta del Papa per il successore di Giuseppe Betori alla segreteria generale della Cei è caduta su un monsignore del Sud, il siciliano Mariano Crociata, vescovo di Noto. È stato proposto al Pontefice dal cardinale Angelo Bagnasco sentito il parere del cardinale Camillo Ruini. Crociata ha 55 anni ed è vescovo solo da un anno. È studioso di islam ed esperto di dialogo interreligioso. Durante il consiglio permanete della Cei i vescovi presenti hanno espresso a Bagnasco i propri pareri in merito, ma la scelta è avvenuta senza una successiva discussione.
| Tratto da: |
Binetti vuole la legge ma non quella del Pd: «Sulla nutrizione condivido la linea Ruini»
Set 26, 2008 il Riformista
Usciti ieri dalla sala del Mappamondo dove il Pd aveva organizzato un seminario dedicato al testamento biologico, Anna Finocchiaro e Antonello Soro erano fiduciosi intorno alla possibilità che all’interno del partito si potesse arrivare a un testo comune in materia. «Al di là di marginalissime posizioni che sono delle eccezioni - ha detto la Finocchiaro - mi sembra che due anni di lavori comuni in commissione Sanità abbiano dato un grande risultato, cioè sia emersa un’esigenza condivisa di fare una legge sul testamento biologico».
Già, eppure queste eccezioni non sono di poco conto perché dicono cosa il Pd vuole essere o non essere: un partito dove su certi temi si lascia libertà di coscienza, oppure una compagine capace di fare sintesi nonostante le divergenze. Un partito, insomma, in cui il ddl del capogruppo del Pd in commissione Sanità, Ignazio Marino, viene presentato e votato col sostegno di tutti oppure no.
Paola Binetti era presente ieri al seminario e, in merito a un disegno di legge sul testamento biologico, o meglio, per usare la dizione oggi cara ai più, sul ddl in materia di dichiarazioni anticipate di trattamento, ha le idee chiare e le espone così al <+cors>Riformista<+tondo>: «Il punto più pernicioso in merito a una legge riguarda la nutrizione e l’idratazione. Nella legislatura precedente, a onor del vero, avevamo trovato un accordo sull’idratazione. Tutti, infatti, dicevamo sì alle cure palliative e concordavamo sul fatto che l’idratazione rientrasse in questo campo. Sulla nutrizione, invece, c’erano e ci sono divergenze. E qui, a mio avviso, servono paletti. Sono gli stessi paletti richiesti ieri su <+cors>Avvenire<+tondo> dal cardinale Camillo Ruini e che mi sento di condividere. Questi, insomma, riguardano principalmente la nutrizione che non può essere intesa come un trattamento medico bensì come un sostegno vitale. Senza nutrizione si muore e tutti sappiamo che c’è un diritto alla vita ma non alla morte. E qui vorrei ricordare Norberto Bobbio che si diceva stupito che i laici lasciassero ai credenti il privilegio e l’onore di affermare il diritto alla vita».
Secondo la Binetti c’è del buono nel dibattito in corso in questi giorni anche nel centrosinistra: «Finalmente - dice - non si parla più di testamento biologico ma di dichiarazione anticipata di trattamento e questo dà spazio a una mediazione culturale in cui si chiede al medico e al fiduciario di contestualizzare quella dichiarazione anche perché, rispetto al momento nel quale è stata sottoscritta, possono essere subentrati nuovi strumenti tecnici di cui prima non si era a disposizione». Ma quanto al ddl Marino spiega: «Così com’è non può essere accettato perché non è stato oggetto di un dibattito interno vero e proprio. Vogliamo, in questo senso, decisioni in stile più democratico».
Nelle scorse ore si sono levate voci critiche a proposito di quella che è stata definita un’apertura dei vescovi sulla materia: «I vescovi - dice la Binetti - hanno semplicemente preso atto del fatto che con le recenti sentenze relative al caso Englaro i magistrati si erano sostituiti al parlamento. Per questo motivo occorre colmare un vuoto legislativo pericoloso. Talmente pericoloso che, all’opposto, oggi ci sono i radicali che dicono che di una legge non c’è bisogno. E, in effetti, si capisce bene come una legge seria e che metta paletti possa provocare loro qualche timore». Insomma, quella della Chiesa è una scelta opportunistica? «È - conclude la Binetti - la scelta non tanto del male minore quanto del maggiore bene possibile».
Di testamento biologico i teodem parleranno anche il prossimo lunedì quando presenteranno un manifesto sulla laicità e quindi le iniziative della nuova associazione “PeR. Persone e Reti”: «È un’associazione che cerca il confronto con tutti e su tutti i temi - spiega la Binetti - Noi teodem non vogliamo essere tirati in ballo solo sulle questioni cosiddette eticamente sensibili, ma anche sul resto».
Il dibattito sul testamento biologico è aperto non soltanto nella politica ma pure nella Chiesa. Ieri è stata Scienza & Vita ad approvare la linea Bagnasco. L’associazione ha anche respinto le dimissioni di Adriano Pessina che si era dichiarato contrario a qualsiasi apertura circa una legge sul testamento biologico. Le dimissioni sono state respinte ma è difficile che Pessina faccia passi indietro sull’apertura dei vescovi.
| Tratto da: |
Testamento biologico: Scienza & Vita fa i conti col “nuovo” Bagnasco
Set 25, 2008 il Riformista
Quest’oggi, al palazzo romano dei “cento preti”, è il giorno della resa dei conti. Il consiglio di Scienza & Vita, infatti - 14 delegati con diritto di voto -, tirano le fila di un’estate difficile, iniziata con l’addio all’associazione dell’allora vice presidente Lucetta Scaraffia per dissidi interni relativi al metodo di lavoro a suo dire troppo succube di un «catechismo imposto» - in sostanza delle istanze portate avanti dalle gerarchie ecclesiastiche -, continuata con l’addio di Adriano Pessina, direttore del centro di bioetica dell’università Cattolica, critico sulla possibilità che anche l’associazione, seguendo le indicazioni della Cei, passasse «dal rifiuto della legge sul testamento biologico a una chiara apertura», e terminata con la prolusione di tre giorni fa del cardinale Angelo Bagnasco il quale, durante il consiglio permeante della Cei, confermava nella sostanza che l’apertura a una legge è un fatto reale, che piaccia o no. Oggi, dunque, ai “cento preti” è il giorno in cui dire o non dire il proprio sì alla linea Bagnasco: dentro o fuori, chi ci sta bene. Chi non ci sta arrivederci.
Bagnasco e i vertici della Cei ci hanno ragionato su durante l’estate. Anche grazie alla mediazione di monsignor Rino Fisichella (rettore della Lateranense ma anche attivo e capace cappellano di Montecitorio) hanno trovato una sponda nell’attuale governo che ha assicurato, in merito, ascolto e nessuna volontà di superare quei limiti che tanto spaventano Chiesa e credenti. E il metodo che la Cei ha scelto per affrontare la spinosa questione è il medesimo adottato in occasione del referendum sulla fecondazione assistita: meglio, dunque, legiferare affinché il principio sovente adottato nella Chiesa del “male minore” possa prevalere.
La decisione è stata partorita a seguito di quando accaduto il 16 ottobre del 2007. Allora, la Corte di Cassazione, rovesciando un consolidato orientamento giurisprudenziale, consentì che la Corte d’Appello di Milano potesse dare il proprio benestare al distacco del sondino che tiene in vita Eluana Englaro. Secondo la Cei, la Corte d’Appello ha nella sostanza legiferato laddove la legge è carente e, visto che non è escluso che la medesima cosa si possa ripetere in altre parti d’Italia dove risiedono quei duemila pazienti costretti in coma vegetativo, occorre intervenire e cercare di scongiurare il peggio.
Alla Cei non piace il termine testamento biologico. Piuttosto, preferisce parlare di una legge sulla fine della vita. Ha detto, infatti, ieri alla Radio Vaticana Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificia accademia della vita: «Non si è accolta l’idea del cosiddetto “testamento di vita”, perchè questa parola non figura nelle dichiarazioni del cardinal Bagnasco. Il concetto di “testamento di vita” comprende il diritto di rifiutare il sostegno vitale finale e, quindi, anche l’alimentazione e l’idratazione. Il cardinal Bagnasco ha detto, invece, che l’alimentazione e l’idratazione non devono essere sottratti mai al paziente».
Il metodo del “male minore” non piace a tutti. Secondo alcuni, infatti, assomiglia troppo a una mediazione verso una cultura relativista che tutto annacqua e tutto degrada. Ne ha parlato più o meno in questi termini il Foglio in questi giorni. Ha contro risposto, ieri, difendendo la posizione esposta da Bagnasco, il quotidiano della Cei Avvenire. E oggi tocca a Scienza & Vita trovare una linea comune in merito. Una linea che potrà essere adottata anche tramite votazione, nel caso non vi fosse una posizione unanimemente condivisa. Ma, a conti fatti, sembra difficile che la strada tracciata da Bagnasco tre giorni fa possa essere rinnegata.
Il dibattito in merito all’uscita di Bagnasco coinvolge ovviamente anche il mondo politico. Tra i politici cattolici il consenso a Bagnasco sembra oggi trasversale e coinvolge anche gli ex teodem che nel Pd cercano un proprio spazio e una propria visibilità. Paola Binetti e Luigi Bobba, promuovendo il prossimo lunedì la loro “PeR. Persone e Reti’ - una nuova associazione che dal Pd guarda al mondo del volontariato e dell’associazionismo cattolico, pronta al confronto con aree cattoliche di altre forze politiche, a partire dall’ Udc - presentano il “Manifesto per una moderna laicità” che, come spiega al Riformista Bobba, «tratterà anche dei temi bioetica e su questi cercherà un confronto». In merito a Bagnasco e alla sua prolusione Bobba ha le idee chiare: «Sui princìpi essenziali - dice -, quanto ha esposto Bagnasco non porta cambiamenti sostanziali rispetto a ciò che la Chiesa ha sempre sostenuto in merito. Personalmente condivido il fatto che si legiferi in proposito, evitando in questo modo che si legiferi “per sentenze”».
| Tratto da: |
Cei: Bagnasco si sta orientando verso un vice del Sud
Set 24, 2008 il Riformista
Scegliere il proprio numero due, il consigliere fidato col quale portare avanti scopi e indirizzi di un progetto comune, non è facile per nessuno. Tanto meno lo è per il presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Angelo Bagnasco, impegnato già da ieri assieme a coloro che formano l’ufficio di presidenza della Cei (i vescovi Giuseppe Chiaretti, Agostino Superbo, Luciano Monari e Giuseppe Betori), e assieme a tutto il consiglio permanente riunito a Roma, a trovare il nome giusto da proporre al giudizio di Benedetto XVI (la decisione ultima spetta al Papa) per sostituire appunto Betori, divenuto da poche settimane arcivescovo di Firenze al posto del cardinale Ennio Antonelli. Nella giornata di ieri i vescovi hanno vagliato vari nomi e, nelle prossime ore, una scelta definitiva dovrebbe essere comunicata.
Bagnasco, in queste settimane, si è dovuto confrontare con le diverse anime dell’episcopato, ascoltare i pareri di tutti, farsi un’idea propria e portarla avanti. E sembra che, dopo l’ipotesi suggestiva di scegliere un vescovo toscano anche a mo’ di risarcimento dovuto al clero della regione che al posto di Betori avrebbe voluto a Firenze un presule già residente sul proprio territorio, il presidente della Cei si sia indirizzato su un presule del Sud e precisamente sul vescovo di Noto, Mariano Crociata. Certo, l’ipotesi di portare alla segreteria generale il vescovo di Pistoia Mansueto Bianchi, uomo fedele al Papa e di sana dottrina, rimane ancora in piedi, seppure il nome di Crociata sembri godere oggi di qualche chance in più.
Crociata non è un uomo dell’apparato centrale della Cei come alcuni, per motivi di praticità, avrebbero desiderato fosse il nuovo segretario generale, ma il suo profilo è in grado di soddisfare diversi esponenti dell’episcopato italiano e, tra questi, l’ex presidente Camillo Ruini il quale, come è giusto che sia, viene parecchio tenuto in considerazione da Bagnasco in questa delicata scelta.
Ad analizzare il profilo di Crociata risalta il fatto che sia stato scelto per guidare la diocesi di Noto soltanto pochi mesi fa, il 16 luglio del 2007. Solitamente, a meno di gravi motivi, si lascia passare almeno un biennio prima di ipotizzare un nuovo incarico. Ma in questo caso Bagnasco potrebbe ritenere opportuno fare uno strappo alla regola.
Senz’altro, a giocare in favore di Crociata, ci sono la sua formazione e una particolare amicizia. Quanto alla formazione c’è chi non manca di ricordare come l’attuale vescovo di Noto provenga dall’Almo Collegio Capranica, lo stesso collegio frequentato da giovane seminarista da Ruini. La sua, dunque, è una formazione similare a quella dell’ex presidente della Cei.
Quanto, invece, alla particolare amicizia, c’è chi ricorda l’affetto che il prematuramente defunto arcivescovo di Monreale Cataldo Naro (è mancato all’improvviso nel 2006 a soli 55 anni) aveva per lui. Si sa che Cataldo Naro era, nei progetti di Ruini quando questi era ancora a capo dei vescovi italiani, l’uomo giusto per sostituire Betori nel ruolo di segretario generale.Tutto ciò, forse, potrebbe giocare in queste ore a favore di Crociata.
Di per sé, restano ancora in piedi anche le altre ipotesi che nelle scorse settimane sono state vagliate. Nomi che senz’altro, ancora oggi, verranno discussi dalla presidenza della Cei. Si tratta del vescovo di Mazara del Vallo Domenico Mogavero, del vescovo di Albano Marcello Semeraro e del vescovo di Macerata Claudio Giuliodori.
L’episcopato italiano segue con particolare attenzione l’evolversi della situazione. Non sfugge a nessuno, infatti, l’importanza che, per forza di cose, assumerà all’interno della Cei il nuovo segretario generale. Quando il 7 marzo 2007, infatti, Benedetto XVI scelse Angelo Bagnasco quale nuovo presidente della Cei, volle che contestualmente continuasse a guidare la prestigiosa arcidiocesi di Genova. Un incarico, quest’ultimo, che costringe Bagnasco a passare parecchio tempo lontano da Roma, in Liguria, e che, inevitabilmente, concede al suo numero due in Cei maggiore responsabilità e libertà di manovra. E la cosa, con la parziale uscita di scena di Ruini, non è secondaria, soprattutto per il delicato ruolo che la leadership della Cei gioca nei rapporti con la politica del paese.
| Tratto da: |
Bagnasco apre “il direttivo” Cei e lavora per scegliere il successore di Betori
Set 23, 2008 il Riformista
Si è aperto ieri pomeriggio, con la prolusione del cardinale Angelo Bagnasco, il consiglio permanente della conferenza episcopale italiana, in sostanza il direttivo della Chiesa italiana, con monsignor Giuseppe Betori per l’ultima volta nel ruolo di segretario generale: alla chiusura dei lavori partirà per Firenze dove è stato nominato da Benedetto XVI arcivescovo al posto del cardinale Ennio Antonelli. E, sempre a fine lavori - il consiglio si chiuderà giovedì -, si dovrebbe conoscere il nome del suo successore: la presidenza della Cei, infatti, composta da Bagnasco, da tre vicepresidenti e dallo stesso Betori, dovrà decidere a chi assegnare il ruolo di segretario generale basandosi su una rosa che pare variegata. C’è il vescovo di Pistoia Mansueto Bianchi, ben voluto dallo stesso Bagnasco. E ci sono i nomi di quattro vescovi più vicini all’ex presidente della Cei Camillo Ruini. Per tre di loro, tuttavia - si tratta del vescovo di Mazara del Vallo Domenico Mogavero, del vescovo di Noto Mariano Crociata e del vescovo di Macerata Claudio Giuliodori -, sembra pesare il fatto di aver ricevuto l’ordinazione episcopale in tempi recentissimi, nel 2007. Mentre il quarto (il vescovo di Albano Marcello Semeraro) sembra più probabile possa succedere a breve al vescovo di Lecce Cosmo Francesco Ruppi oppure, in alternativa, al vicegerente della diocesi romana Luigi Moretti.
La prolusione di Bagnasco - come tutte quelle che aprono, circa tre volte all’anno, i lavori del consiglio - aveva lo scopo di fare il punto sulla situazione della Chiesa in Italia, sulle urgenze pastorali più importanti per i vescovi del paese e, quindi, su quei nodi che attraversano la società civile e sui quali si ritiene opportuno i vescovi esternino una propria posizione.
Così il cardinale presidente della Cei e arcivescovo di Genova ha voluto parlare di alcuni dei temi di più stretta attualità, glissando sulla notizia del momento, ovvero la crisi dell’Alitalia, ma intervenendo sul caso Eluana Englaro. Bagnasco ne ha parlato mostrandosi in qualche modo possibilista circa una legge dedicata al testamento biologico seppure senza lasciare alcuna concessione all’«abbandono terapeutico» o a «forme mascherate di eutanasia». Non si deve legittimare in alcun modo né «eutanasia» né «abbandono terapeutico», ha detto il porporato: è questa una «salvaguardia indispensabile» se non si vuole «aprire il varco a esiti agghiaccianti».
Bagnasco, in linea con le parole che Benedetto XVI aveva tenuto la scorsa primavera innanzi all’assemblea della conferenza episcopale italiana laddove aveva parlato dell’esistenza di «un clima nuovo, più fiducioso e costruttivo» tra le forze politiche italiane, non ha evidenziato particolari mancanze nell’azione svolta dall’esecutivo Berlusconi dall’insediamento a oggi: l’Italia - ha detto - «non è un paese da incubo» e lo dimostrano quelle riforme del governo più riuscite: dalla giustizia alla scuola, fino al federalismo fiscale. Ma permangono due settori dove la preoccupazione della Chiesa resta alta: l’immigrazione e la povertà che investe la società, soprattutto le famiglie monoreddito.
Quanto all’immigrazione, Bagnasco ha spiegato come resti «uno degli ambiti più critici della nostra vita nazionale». E ancora: «Nell’ultimo periodo stanno emergendo qua e là dei segnali di contrapposizione anche violenta che sarà bene da parte della collettività ai vari livelli non sottovalutare». L’auspicio è che non si tratti «già di una regressione culturale in atto, ma motivi di preoccupazione ce ne sono, e talora anche allarmi», e questo di fronte anche all’«incessante arrivo di nuovi irregolari, sempre nostri fratelli, che a prezzo della vita si accostano alle rive italiane, interrogando la nostra coscienza e inevitabilmente sfidando ogni volta le nostre potenzialità d’accoglienza».
Per il presidente della Cei il rapporto della Chiesa con la politica non è ancora risolto. E parlando del «problema aperto di un certo sguardo laico sulla Chiesa», Bagnasco ha ricordato come i cattolici in Italia rappresentino «un popolo vero, che chiede il rispetto della propria dignità agli occhi del mondo». Dai laicisti, ha detto, arrivano «pre-comprensioni così ossificate che solo il tempo e, quanto a noi, gli spazi per un’ulteriore coerente testimonianza potranno allentare». Di qui, l’appello a creare una nuova generazione di politici cattolici e quello per una nuova mobilitazione da parte degli intellettuali e dell’opinione pubblica in difesa della libertà religiosa quale «caposaldo della civiltà dei diritti dell’uomo, e come garanzia di autentico pluralismo e vera democrazia».
| Tratto da: |
Segreteria Cei, chi decide?
Set 21, 2008 il Riformista
La successione di Betori, neo arcivescovo di Firenze, alla segreteria generale della Cei agita parecchie acque in Vaticano. Anche perché dopo che oggi, come è riportato nel registro delle visite papali custodito in segreteria di Stato, il cardinale Bagnasco avrà incontrato il Papa, qualcosa di più sul nuovo numero due dei vescovi italiani si saprà. E si saprà se il nuovo segretario generale sarà un uomo in tutto e per tutto scelto da Bagnasco, oppure se una qualche influenza sulla decisione finale l’avrà avuta ancora Ruini.
Di certo, se il nome col quale Bagnasco uscirà dal colloquio col Papa sarà quello del vescovo di Mazara del Vallo, Mogavero, oppure quello di Macerata, Giuliodori, si evidenzierà come una certa influenza di Ruini la Cei la debba registrare ancora. Invece, se il nome che uscirà sarà quello di un vescovo proveniente dalla conferenza episcopale toscana, magari uno tra il vescovo di Pistoia, Bianchi, e quello di Arezzo, Bassetti (sarebbe anche un modo per “risarcire” il clero della regione che a Firenze, al posto di Betori, avrebbe voluto un “proprio” uomo), allora sarà più chiara l’indipendenza nella scelta operata dallo stesso Bagnasco.
| Tratto da: |
Chi vuole e chi no (dentro la Chiesa) che Pio XII diventi beato
Set 20, 2008 il Riformista
La battaglia è aperta. Ed è plateale, come è giusto che sia quando la resa dei conti è agli sgoccioli. A un’analisi superficiale potrebbe sembrare che la partita riguardi semplicemente gli ebrei e una loro ipotetica reazione negativa a seguito della possibile beatificazione del Pastor Angelicus, quel Pio XII che per molta storiografia - oggi in parte sconfessata - nei confronti delle persecuzioni ebraiche si mostrò troppo reticente. Se Benedetto XVI, in sostanza, dovesse decidere (come sembra sia intenzionato a fare a breve) di decretare «l’eroicità delle virtù» di Pacelli così come ha sancito più di un anno fa la plenaria dei cardinali e dei vescovi della congregazione per le cause dei santi, il processo di beatificazione farebbe un balzo in avanti importante ma, nel mondo ebraico, ci potrebbe essere qualcuno che la prenderebbe a male innescando polemiche che dopo così tanti anni (il processo di beatificazione e canonizzazione è aperto dal 18 ottobre del 1967) nessuno vuole. Ma, in realtà, a un’analisi più attenta, la battaglia si gioca a un livello più profondo e non riguarda direttamente gli ebrei: anche perché, oggi, gran parte del mondo ebraico non ha difficoltà a riconoscere le tante azioni meritevoli che Pio XII fece nei confronti del popolo eletto ai tempi del nazismo. Azioni, tra l’altro, ben dimostrate dall’apertura degli archivi segreti tedeschi dove si evince che, per il Terzo Reich, Pio XII era considerato come un nemico pericolosissimo.
I timori per una possibile beatificazione di Pacelli sarebbero, dunque, più profondi e si potrebbero definire intra ecclesiali. Lo dimostrano le rimostranze gesuitiche avanzate l’altro ieri sulla Civiltà Cattolica per l’atteggiamento della Santa Sede al momento del varo delle leggi razziali da parte di Benito Mussolini. Lo dimostrano le ricostruzioni storiche uscite ieri sul Corriere secondo le quali, sempre secondo fonti gesuitiche peraltro già conosciute, Pio XI avrebbe protestato contro l’allora segretario di Stato vaticano Pacelli perché questi nascose una sua nota anti razzista.
In Vaticano non sono pochi i prelati che parlano di timori intra ecclesiali. Ma, nel farlo, non si riferiscono esclusivamente al mondo gesuitico. Seppure anche in questa storia, come in altre vicende delicate per la Chiesa dai tempi di Ignazio di Loyola in poi, i gesuiti c’entrino parecchio. Infatti, vedere uscire nel giro di poche ore due affondi così pesanti contro l’operato di Pio XII - e della Chiesa al tempo di Pio XII - non può non far pensare che sotto-sotto gatta ci covi. Anche perché il fatto che il postulatore della causa di beatificazione e canonizzazione di Pacelli sia un gesuita, ovvero padre Peter Gumpel, non può essere semplicemente un caso: in sostanza, se si volesse esercitare una qualche pressione nei confronti di un gesuita insignito di un alto incarico, come è quello di Gumpel, non si potrebbe fare niente di meglio che affidarsi ad altri gesuiti influenti. E così, probabilmente, è accaduto con le due uscite sulla Civiltà Cattolica e sul Corriere.
Cosa temono coloro che nella Chiesa non vedono bene un’accelerata del processo di beatificazione di Pacelli è presto detto. Accelerare significherebbe dare linfa a quella linea intra ecclesiale che ritiene fermamente che gran parte di quella enorme opera di rinnovamento nella Chiesa che fu il Concilio Vaticano II trovò ispirazione nel magistero di Pio XII. Sono i risultati a cui, tra l’altro, proprio nei prossimi giorni vuole arrivare, in occasione del cinquantesimo anniversario della morte di Pacelli (il 9 ottobre) un convegno che, con il placet di Benedetto XVI, organizzano le università Gregoriana e Lateranense. Un convegno che altro non potrà fare altro che evidenziare l’influsso enorme di Pio XII sul Concilio se è vero, come è vero, che nessuno è tanto citato nei testi conciliari come lo stesso Pacelli.
Accelerare oggi sul processo di beatificazione di Pacelli significherebbe, dunque, elevare ancora di più la figura di un Pontefice che aveva una visione di Chiesa ben precisa, un Pontefice il cui magistero, proprio perché “usato” a man bassa dai padri conciliari, dimostra come il Concilio non fu una rottura col passato quanto un evento consumato in continuità. È anche l’ermeneutica conciliare proposta nel mirabile discorso che Benedetto XVI ha tenuto alla curia romana il 22 dicembre del 2005, discorso non a caso ritenuto determinante nell’economia del pontificato ratzingeriano.
Per farla breve, ebrei a parte, alcuni di coloro nella Chiesa temono la beatificazione di Pio XII sono gli stessi che vogliono che la visione di Ratzinger sul Vaticano II non prenda piede. Sono coloro che quando parlano del Concilio usano il termine “rottura” al posto di “continuità”, “strappo” al posto di “rinnovamento”. E questi, ovviamente, non sono soltanto una parte dei gesuiti. Sono una parte della stessa Chiesa evidentemente ancora ben attiva e combattiva.
| Tratto da: |
Il Papa difende Pio XII, i gesuiti no
Set 19, 2008 Pensieri sparsi
Anche la prima pagina dell’Osservatore Romano di oggi è dedicata all’importante discorso che Benedetto XVI ha tenuto ieri ricevendo in Vaticano i partecipanti a un Simposio dedicato a Pio XII e promosso dall’associazione ebraica newyorkese “Pave the Way Foundation”.
Il titolo del quotidiano vaticano rende onore a quanto il Papa ha voluto dire: «Pio XII e gli ebrei. Verità storica senza pregiudizi». In sostanza, Benedetto XVI ha invitato a riconoscere, dopo anni che un Pontefice non si esprimeva con questa forza in merito, l’azione umanitaria di Pacelli durante la persecuzione nazista e fascista: «Con paterna e coraggiosa dedizione - ha detto il Papa -, Pio XII evitò il peggio e salvò numerosi ebrei».
Il discorso di Benedetto XVI è significativo perché manifesta, con un’enfasi che non si registrava addirittura dal lontano 1964 quando Paolo VI si recò in Terra Santa, l’intenzione della Chiesa di arrivare a mettere la parole fine intorno alle accuse di reticenza e di silenzio mantenuti da Pacelli nei confronti delle persecuzioni ebraiche ai tempi del nazismo. Ciò che sullo sfondo resta ancora aperto, tuttavia, è se questa parola fine comprenda o meno lo sblocco definitivo della causa di beatificazione dello stesso Pio XII. Spetta a Benedetto XVI, infatti, decretare «l’eroicità delle virtù» di Pacelli così come ha già sancito, più di un anno fa, la riunione plenaria dei cardinali e dei vescovi della congregazione per le cause dei santi. Se il Papa prenderà a breve questa importante decisione, ancora non è dato saperlo. Le resistenze fuori dalla Chiesa sono tante, come tante sono quelle interne.
Lo dimostra l’uscita di ieri della Civiltà Cattolica, la prestigiosa rivista dei gesuiti super visionata dalla segreteria di Stato vaticana. Con un tempismo forse non voluto ma che testimonia una certa confusione nel governo vaticano, la Civiltà Cattolica ha voluto proprio ieri non nascondere l’«imbarazzo» per l’atteggiamento della Santa Sede al momento del varo delle leggi razziali da parte di Benito Mussolini. Allora, scrive la rivista dei gesuiti, il Vaticano «scelse di agire con mezzi discreti e puntando sull’efficacia della propria diplomazia domestica», finalizzando la propria azione «a mettere in salvo prima di tutto gli ebrei italiani convertiti al cattolicesimo». Insomma, parole differenti per contenuti e toni da quelle pronunciate sempre ieri dal Papa.
Benedetto XVI in difesa del Pastor Angelicus
Set 18, 2008 Pensieri sparsi
Si è chiusa da pochi minuti, nella Sala degli Svizzeri del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, l’udienza che Benedetto XVI ha concesso ai partecipanti al Simposio promosso dalla “Pave the Way Foundation”. A loro il Papa ha rivolto un discorso notevole (ne avevo parlato due gironi fa sul Riformista, trovate l’articolo nel post precedente), tutto dedicato a Pio XII e alla sua opera importante portata avanti nei confronti degli ebrei durante le persecuzioni naziste.
Ecco il discorso del Papa:
Gentili Signore e Signori,
è per me un vero piacere incontrarvi al termine dell’importante simposio promosso dalla Pave the Way Foundation, che ha visto la partecipazione di eminenti studiosi per riflettere insieme sull’opera generosa compiuta dal mio venerato Predecessore, il Servo di Dio Pio XII, durante il difficile periodo del secolo scorso, che ruota attorno al secondo conflitto mondiale. A ciascuno di voi rivolgo il mio più cordiale benvenuto. Saluto in modo particolare il Sig. Gary Krupp, Presidente della Fondazione, e gli sono grato per i sentimenti espressi a nome di tutti i presenti. Gli sono inoltre riconoscente per le informazioni che mi ha dato su come si sono svolti i vostri lavori in questo vostro simposio, in cui avete analizzato senza preconcetti gli eventi della storia, unicamente preoccupati di ricercare la verità. Il mio saluto si estende a quanti si sono a voi uniti in questa vostra visita, e colgo volentieri l’occasione per inviare il mio cordiale pensiero ai vostri familiari e alle persone a voi care.
Durante questi giorni la vostra attenzione si è rivolta alla figura e all’infaticabile azione pastorale e umanitaria di Pio XII, Pastor Angelicus. È passato mezzo secolo dal suo pio transito, avvenuto qui, a Castel Gandolfo nelle prime ore del 9 ottobre 1958, dopo una malattia che ne ridusse gradualmente il vigore fisico. Questo anniversario costituisce una importante opportunità per approfondirne la conoscenza, per meditarne il ricco insegnamento e per analizzare compiutamente il suo operato. Tanto si è scritto e detto di lui in questi cinque decenni e non sempre sono stati posti nella giusta luce i veri aspetti della sua multiforme azione pastorale. Scopo del vostro simposio è proprio quello di colmare alcune di tali lacune, conducendo una attenta e documentata analisi su molti suoi interventi, soprattutto su quelli a favore degli ebrei che in quegli anni venivano colpiti ovunque in Europa, in ossequio al disegno criminoso di chi voleva eliminarli dalla faccia della terra. Quando ci si accosta senza pregiudizi ideologici alla nobile figura di questo Papa, oltre ad essere colpiti dal suo alto profilo umano e spirituale, si rimane conquistati dall’esemplarità della sua vita e dalla straordinaria ricchezza del suo insegnamento. Si apprezza la saggezza umana e la tensione pastorale che lo hanno guidato nel suo lungo ministero e in modo particolare nell’organizzazione degli aiuti al popolo ebraico.
Grazie a un vasto materiale documentario da voi raccolto, arricchito da molteplici e autorevoli testimonianze, il vostro simposio offre alla pubblica opinione la possibilità di conoscere meglio e più compiutamente ciò che Pio XII ha promosso e compiuto a favore degli ebrei perseguitati dai regimi nazista e fascista. Si apprende allora che non risparmiò sforzi, ovunque fosse possibile, per intervenire direttamente oppure attraverso istruzioni impartite a singoli o ad istituzioni della Chiesa cattolica in loro favore. Nei lavori del vostro convegno sono stati anche evidenziati i non pochi interventi da lui compiuti in modo segreto e silenzioso proprio perché, tenendo conto delle concrete situazioni di quel complesso momento storico, solo in tale maniera era possibile evitare il peggio e salvare il più gran numero possibile di ebrei. Questa sua coraggiosa e paterna dedizione è stata del resto riconosciuta ed apprezzata durante e dopo il tremendo conflitto mondiale da comunità e personalità ebraiche che non mancarono di manifestare la loro gratitudine per quanto il Papa aveva fatto per loro. Basta ricordare l’incontro che Pio XII ebbe, il 29 novembre del 1945, con gli 80 delegati dei campi di concentramento tedeschi, i quali in una speciale udienza loro concessa in Vaticano, vollero ringraziarlo personalmente per la generosità dal Papa dimostrata verso di loro, perseguitati durante il terribile periodo del nazifascismo.
Gentili Signori e Signore, grazie per questa vostra visita e per il lavoro di ricerca che state compiendo. Grazie alla Pave the Way Foundation per la costante azione che dispiega nel favorire i rapporti e il dialogo tra le varie Religioni, in modo che esse offrano una testimonianza di pace, di carità e di riconciliazione. E’ mio vivo auspicio infine che quest’anno, che ci ricorda il 50° della morte di questo mio venerato Predecessore, offra l’opportunità di promuovere studi più approfonditi sui vari aspetti della sua persona e della sua attività, per giungere insieme a conoscere la verità storica, superando così ogni restante pregiudizio. Con tali sentimenti invoco sulle vostre persone e sui lavori del vostro simposio la benedizione di Dio.



Loading ...