In ricordo di Maurizio Di Giacomo, il vaticanista della strada

È bellissimo il ricordo che nell’edizione di domani l’Osservatore Romano dedica al collega Maurizio Di Giacomo, vaticanista scomparso martedì 29 luglio e che, negli ultimi anni, collaborava con l’Ansa, l’agenzia di stampa radicale e altri media.

Prima di farvelo leggere in tutta la sua lucidità e bellezza, voglio contribuire con un ricordo personale.

Contattai Di Giacomo due anni fa per telefono. Avevo letto una sua breve sull’agenzia di stampa radicale in merito a una nomina importante della quale volevo scrivere. Lui mi rispose molto gentilmente e mi disse di più di quanto mi sarei aspettato. Fu anche grazie alle sue notizie che riuscii a fare un piccolo scoop per me molto importante.

Dopo quella telefonata fu lui a chiamarmi più volte, per alcune settimane. In particolare si diceva convinto che quanto scrivevo sul Riformista in merito alla successione di Ruini alla Cei (allora insistevo coi nomi di Caffarra e Scola), fosse giusto. «Vedrai – mi disse – andrà a finire come dici tu». E fa niente se poi, per un soffio, le mie e le sue previsioni non si avverarono.

Dopo quelle settimane non lo sentii più per parecchio tempo. Finché un giorno, sempre sull’agenzia di stampa radicale, scrisse un articolo dedicato «a chi scrive di Vaticano sul Riformista», dicendo che non gli piaceva il fatto che io frequentassi poco la strada. Ovvero che mi facessi vedere poco in giro, agli incontri e alle conferenze in cui lui invece era sempre presente. A suo avviso, insomma, il mio era un giornalismo troppo pigro. Io me la presi e gli chiesi via mail spiegazioni. Anche perché non mi ritrovavo nella parole che mi aveva dedicato. Lui mi rispose che, per la verità, non aveva fatto il mio nome esplicitamente e che dunque non dovevo arrabbiarmi. Non gli risposi più ma, in fondo, capii che la sua critica – come tutte le critiche – aveva un fondo di verità.

Martedì la notizia della sua morte mi ha lasciato senza parole. E con parecchio rammarico per non averlo più cercato. Anche perché, ripensando al nostro rapporto, credo che quella critica che mi rivolse egli la intendesse più come uno sprone per un collega più giovane che forse stimava e del quale, dall’alto di tanti anni di esperienza, non aveva avuto paura di sottolinearne i difetti.

Ecco, comunque, quanto di lui scrive domani l’Osservatore:

Titolo: Ricordo del vaticanista Maurizio Di Giacomo. Un cacciatore di notizie sempre attento alle persone.
di Raffaele Alessandrini
Era un segugio, un cacciatore di notizie nato: notevole memoria, buone conoscenze nella sua materia, e soprattutto, grande onestà. Ma prima ancora era un uomo che avvertiva come radicalmente proprie le prerogative della verità anche quando vi siano da battere i percorsi più scomodi, politicamente meno corretti (e convenienti). Se essere fedeli alla verità infatti rende interiormente liberi, spesso condanna all’isolamento, e facilmente espone a diffidenze e a incomprensioni.
Del resto anche la coscienza più retta non è mai esente da errori e da impuntature che risultano inevitabilmente ingigantiti quando si hanno in dote un carattere personale emotivo e ipersensibile, unito a uno stile di vita attento alla sostanza, ma chiuso a ogni concessione all’apparenza.
Imbattersi in Maurizio Di Giacomo — esperienza prossima più al genere picaresco che al casual — all’inizio poteva sconcertare e far storcere il naso ai superficiali e ai troppo amanti delle forme. Se però l’interlocutore riusciva a guardare oltre l’abbigliamento improvvisato — e la barba lunga, minimo di un paio di giorni, nonché quel ciuffo perenne che copriva la fronte, ombreggiando il naso marcatamente aquilino — riusciva a cogliere il lampo di due occhi mobilissimi; acuti e mansueti. Il garbo e l’affabilità, la proprietà di linguaggio, il tono gradevole e confidenziale della voce contrastavano in modo stridente con l’aspetto e la mise. Pareva un transfuga della santa Russia ottocentesca dei poveri, e dei giusti, narrata da Nikolaj Ljèskov. Ma Di Giacomo era italianissimo.
Figlio primogenito di due fratelli maschi di una famiglia di estrazione contadina di Otricoli (Terni) trapiantata a Roma dopo la guerra — il padre prestava servizio nella guardia di finanza — Maurizio nacque il 31 ottobre 1949 nel quartiere popolarissimo di San Giovanni. E a Roma fece i suoi studi. Il liceo classico presso l’Augusto e poi gli anni dell’università alla Luiss, dove avrebbe conseguito la laurea in scienze politiche.
Il 1968 lo avrebbe visto seguire attivamente l’esperienza condotta dal sacerdote Roberto Sardelli tra i baraccati dell’Acquedotto Felice. In quel clima di profondo degrado e di ingiustizia sociale, si manifestò in Maurizio la vocazione al giornalismo. Una chiamata assistita da una fame di verità e di giustizia, di attenzione ai deboli e agli emarginati, al cui accrescimento aveva contribuito la conoscenza approfondita degli scritti di don Lorenzo Milani.
Ciò fu reso possibile grazie anche all’incontro decisivo con uno dei corrispondenti del priore di Barbiana, il giornalista de «L’Ora» di Palermo Mario Cartoni, del quale Maurizio avrebbe ereditato l’archivio milaniano. Fu quindi naturale per lui impostare la sua esistenza, umana e professionale, secondo i parametri dell’«essere» a scapito del «parere».
Maurizio ha sempre letto di tutto; s’interessava di tutto; rifuggendo dai canali più istituzionali e dalle scrivanie delle redazioni. Preferiva sempre andarsi ad accaparrare le notizie sul posto. Nei convegni e negli incontri culturali, anche i più obsoleti e trascurati dalla maggioranza dei colleghi, era attentissimo al contingente, agli interventi estemporanei del pubblico più che alle parti ufficiali. E anche dall’ambito più impensato, dal libro trovato sulla bancarella, al mucchio di carte più dimenticato sapeva trarre fuori la verifica, il riscontro storico, la notizia che nessun altro aveva.
Le sue doti furono apprezzate da Arrigo Benedetti direttore di «Paese Sera», giornale al quale il giovane cronista avrebbe collaborato da esterno per diversi anni. Ma Benedetti sarebbe morto troppo presto (1976) e quelle collaborazioni per Maurizio, non si tradussero mai in niente di più concreto e stabile.
Vennero altre occasioni, una in particolare; non relative solo alla carta stampata, ma anche al giornalismo televisivo. Di fronte all’eventualità di dover soggiacere professionalmente ai criteri e alle logiche della politica dei partiti egli però preferì mantenere intatta la propria autonomia di giudizio, imboccando consapevolmente la difficile via del «battitore libero».
E di fatto visse di collaborazioni prestando la sua opera alle più diverse testate: dal «Secolo xix» di Genova a «L’Ora» di Palermo, a una imprecisata miriade di periodici d’area cattolica e non, e agenzie d’informazione.
Maggiore stabilità in una vita peraltro mai facile, e non priva di strettezze, giunse per Di Giacomo con la collaborazione continuativa al servizio informazione religiosa dell’«Ansa».
E da menzionare sono anche i suoi libri, tra cui si possono ricordare i più recenti: Don Milani tra solitudine e Vangelo (2001); Ivan Illich, una voce fuori dal coro (2006); La vicenda di Aldo Moro oltre le mura vaticane (2008).
Non diremmo tutto però se non ricordassimo una sua caratteristica che si sviluppava parallela alla vita professionale: l’attenzione alle persone. Con chiunque egli entrasse in qualche confidenza per ragioni di lavoro egli sapeva dimostrarsi profondamente attento all’umanità dell’interlocutore cercandone il dialogo, dimostrandosi sensibile per il lavoro e le attività, distinguendosi nel tempo per piccoli segnali di attenzione e di generosità quali una lettera, una fotocopia di un articolo raro, una fotografia, un riferimento bibliografico che sapeva essere utile o gradito al suo prossimo.
E mentre lo ricordiamo ci sembra di vederlo ancora aggirarsi nei paraggi del Vaticano: trafelato, sudato e assorto con la sua borsa a tracolla tra via della Conciliazione e piazza del Risorgimento o con la sua indimenticabile sagoma curva sul tavolino di un bar mentre redige il pezzo da dettare per telefono su quattro foglietti ripiegati.



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  1. Ernest Rambler ha scritto il 31 luglio 2008 alle 7:49 pm:

    Allora quando mi dicevi dell’importanza di “essere nei posti” “essere sul posto” pensavi a lui. In bocca al lupo per domani:)


  2. waltraud di giacomo ha scritto il 12 agosto 2008 alle 5:55 pm:

    hier der deutsche nachruf, nur in äußerst schlechter übersetzung
    liebn gruß martina maria


  3. paolo cucchiarelli ha scritto il 3 ottobre 2008 alle 1:55 pm:

    Sento che tanti hanno ancora tanto da raccontare e condividere su Maurizio Di Giacomo, collega dell’Ansa che ho conosciuto solo negli ultimi anni. Sono rimasto spesso sorpreso della scintillante , curiosa, attenta capacità di cogliere la pietra scartata, l’angolo buio, il piccolo che Maurizio aveva.
    Credo che tanto ci sia da dire e che un po’ tutti gli dobbiamo una parola non detta, un gesto non fatto, un riconoscimento che la vita non gli ha dato e forse non gli poteva dare. Propongo, sotto l’egida di Quaderni Radicali o di Adista o comunque mettendo assieme gli amici e coloro che l’hanno conosciuto, di raccogliere le testimonianze, le lettere, gli articoli suoi e su di lui, gli episodi più belli, l’affetto che tutti noi abbiamo avuto e di dedicare noi un libro a lui.
    Ci sono oggi modi per stampare su internet, al solo costo del volume, e che chi vorrà potrà liberamente acquistare.
    Potrebbe essere questo il modo per dire grazie a un giornalista particolare la cui vita non può scomparire nel nulla perché qualcosa di particolare ha significato per tanti.

    paolo.cucchiarelli@yahoo.it
    paolo.cucchiarelli@ansa.it