ARTICOLO DELLA SETTIMANA. Intervista a monsignor Fisichella: «Non esiste un diritto alla morte»
Lug 20, 2008 il Riformista
Venerdì ho intervistato sul Riformista monsignor Fisichella a proposito di Eluana Englaro. Buona lettura.
È cappellano di Montecitorio, rettore della pontificia università lateranense, membro della dottrina della fede e, da qualche settimana, responsabile della pontificia accademia per la vita, il ministero vaticano che si occupa di promuovere e difendere la vita umana. Monsignor Rino Fisichella parla col Riformista delle vicende che riguardano Eluana Englaro e spiega che, se oggi incontrasse Beppino, il padre di Eluana, probabilmente non direbbe «nulla».
Starebbe zitto?
«Penso che non direi nulla. Vorrei soltanto stringergli molto forte le mani. Nessuno, infatti, può mettersi nei suoi panni in questo momento. Lui sta portando avanti una sua convinzione, che è quella di far rispettare un desiderio di libertà della figlia. Io credo che, più che il rispetto di questo desiderio di libertà, debba esserci il profondo senso di amore per la vita della figlia. Ma mi rendo conto che ci vuole una sorta di eroismo per sostenere una simile posizione. Un eroismo che può essere realizzato con un sostegno molto forte. In questo caso, il sostegno della fede è determinante».
Insomma, innanzitutto ci vuole rispetto per la posizione del padre di Eluana?
«Ogni caso ha una sua peculiarità, una sua storia, mostra un’esperienza che merita rispetto. Personalmente apprezzo i toni sempre molto pacati, rispettosi, che il papà di Eluana sta usando in questi giorni nei confronti di chi gli suggerisce altre possibilità, altri punti di vista. Inoltre, ritengo che nessuno debba permettersi di essere giudice nella coscienza altrui».
Però, nel merito, la Chiesa non condivide la scelta di Beppino.
«Nel merito rimane il fatto che la sentenza della Corte d’appello non sia, a mio avviso, condivisibile. Anche se non è mia intenzione entrare nelle questioni giuridiche, voglio dire che ho ammirato l’intelligenza politica e l’acutezza di Francesco Cossiga, il quale ha giustamente mostrato come vi sia un conflitto di attribuzione. Io, fin dal primo giorno, ho detto che questa sentenza merita di essere impugnata, anche perché di fatto apre la strada a un’azione di eutanasia».
Molti parlano di accanimento terapeutico…
«Da quello che ho letto con attenzione sui giornali e dalle dichiarazioni fatte in tv, mi sembra che qualcuno giochi a carte truccate. Non si può, ad esempio, giocare sui termini di eutanasia dicendo che questa è semplicemente un modo per dare la morte a chi soffre. Il termine eutanasia è oggi usato in modo troppo ambiguo. E la stessa cosa vale per altre terminologie».
Eluana ha una vita?
«Eluana vive. Da quello che ci dicono le suore e le persone che la accudiscono, Eluana è una persona che ha una sua vita. Viene portata a passeggiare nel giardino. Si addormenta e si sveglia. Viene nutrita e le viene dato da bere. C’è chi dice che il suo non sia altro che un coma vegetativo. Io dico, invece, che l’esistenza di Eluana è un mistero che merita stupore e rispetto. Quello stupore che ci impone di guardare a lei con criteri nuovi. Mi rifiuto, ad esempio, di pensare che una persona in coma vegetativo sia priva di emozioni. Nessuno può dire che non abbia emozioni. Il nostro cervello è ancora, nella maggioranza delle sue funzioni, sconosciuto. Dobbiamo quindi avere l’umiltà di riconoscere i limiti della nostra conoscenza e riconoscere che siamo davanti a una persona. C’è una ragazza. C’è una donna che sta vivendo. Che viene nutrita e a cui viene dato da bere».
Se Eluana davvero avesse detto prima dell’incidente che non avrebbe voluto vivere se si fosse ridotta nello stato in cui è ora, la sua libertà non andrebbe rispettata?
«Qui viene invocata la libertà di morire. Io sostengo che c’è un diritto alla vita e non alla morte. C’è un diritto a essere curati. Un diritto a non soffrire, secondo quanto la scienza riesce a fare. Ma non esiste un diritto e una libertà a scegliere di morire. Tra l’altro, è l’intero ordinamento giuridico che si fonda sul diritto primario alla vita e non su quello della morte. Non c’è libertà di scelta quando questa è contraria ai valori, contraria al bene. In questo senso, anche la sentenza su Eluana è contraddittoria. Dice di togliere il nutrimento e l’idratazione a una persona e poi, con la stessa sentenza, stabilisce che questa persona deve essere accudita. È una contraddizione profonda, perché implica il riconoscimento che, togliendole il nutrimento, le viene provocata una sofferenza ingiusta».
La posizione della Chiesa su Eluana può essere accettata da chi non crede?
«Non ho mai parlato di fede. Non sto facendo un discorso come credente o come vescovo. Il mio è un richiamo a dei princìpi etici che non hanno una colorazione né laica né cattolica. Sono solito distinguere tra etica e morale. Noi stiamo facendo un discorso etico. Stiamo facendo un discorso che segue dei princìpi che sono prodotti dalla ragione che pensa e non dalla ragione che crede. E la ragione, quando vuole riflettere su come essere felice, sceglie di darsi alcuni orientamenti, alcuni princìpi. La morte non può dare felicità a una persona. È la vita che dà felicità perché la vita è relazione, è amore, è progettazione di sé e del futuro. Non la morte. In questo senso, i princìpi di cui sto parlando possono essere condivisi da persone che non credono. Certamente, potremmo discutere sul tema della libertà e cioè se esista una libertà a togliersi la vita, a lasciarsi morire. Se, in sostanza, il suicidio sia un gesto di libertà. Se veramente una ragazza, nel momento in cui è in piena salute e dice che se dovesse trovarsi nello stato in cui è oggi Eluana vorrebbe morire, espleti un’opzione veramente libera. C’è, infatti, anche la libertà di cambiare opinione. Nessuno può dire se, nel momento in cui ci si trovi in una condizione come quella di Eluana, si voglia morire. Di questo dovremmo discutere. Ma l’abc del diritto lo conosciamo tutti. La legge italiana vieta che si possa favorire la morte di una persona. Chi favorisce la morte è colpevole».
Secondo lei una legge sul testamento biologico non è necessaria?
«Quando si parla di testamento biologico, si parla di una scatola vuota. Il problema è come questa scatola viene riempita. Nella legislatura precedente c’erano nove proposte di legge in proposito e ognuna diversa dall’altra. Penso che sia giusto che il parlamento trovi una formula legislativa nuova, perché questi temi toccheranno sempre più il nostro futuro. Ma questa legislazione non può essere in alcun modo invasiva della sfera personale. Deve cioè rimanere inviolabile la concezione del mistero della vita. Non sto parlando della sacralità della vita, ma del mistero della vita, dell’inviolabilità del mistero della vita. Inoltre, non si può legiferare sull’onda dell’emozione di un caso specifico. Si deve legiferare a mente fredda, in un contesto di condivisione, di partecipazione e di non conflittualità, in contesti di amplissima maggioranza».
Il segno lanciato dalla campagna “acqua per Eluana” come lo giudica?
«Credo sempre al valore dei segni e questo segno è molto espressivo. Ho insegnato per vent’anni semiologia e, dunque, capisco l’importanza di certe azioni. Penso che davanti a casi come questi anche la Chiesa debba ricordarsi che non serve la diplomazia ma la chiarezza delle posizioni. Da questo punto di vista, comunque, mi pare che la Chiesa sia stata chiara».




















Loading ...
Luglio 23rd, 2008 at 10:16 am
Avrei voluto sentirgli usare lo stesso tono al tg1 di qualche sera fa.
Settembre 3rd, 2008 at 3:12 pm
Riporto solo un passaggio:
“Qui viene invocata la libertà di morire. Io sostengo che c’è un diritto alla vita e non alla morte. C’è un diritto a essere curati. Un diritto a non soffrire, secondo quanto la scienza riesce a fare.”
Chiedo quindi se il diritto alla vita implichi il diritto a vivere secondo ciò che si crede o se il diritto alla vita non divenga obbligo alla vita, anche privata di quella felicità che ogni uomo persegue.
Cos’è infine il diritto alla cura, o meglio, quando la cura (intesa come atto medico volto all’eliminazione della malattia) fallisce e ciò che rimane è un innaturale attaccamento alla vita meramente biologica collegata alle macchine, ciò che rimane non è solo sofferenza?
E quindi dove va a finire il diritto di non soffrire?