S’avanza un cattolico strano, ma non antico
Lug 14, 2008 Pensieri sparsi
Sabato sul Riformista è uscito questo pezzo inviato dal presidente delle Acli, Andrea Olivero, in risposta al mio articolo dedicato allo “strano ma antico cattolico”.
Ecco l’interessante articolo di Olivero. Buona lettura.
di Andrea Olivero
A vent’anni dalla “Christifideles laici”, l’esortazione apostolica di Giovanni Paolo II che sembrò aprire una nuova strada per l’impegno politico dei cattolici, ci troviamo oggi indubbiamente di fronte ad alcuni evidenti segnali di senso opposto, quasi si fosse sul punto di liquidarne l’esperienza – come realtà organizzata - nella vita del nostro Paese.
A questo riguardo contiene molte condivisibili considerazioni, insieme a qualche inevitabile semplificazione, l’articolo apparso sul “Riformista” dello scorso 8 luglio, a firma di Paolo Rodari.
E’ certamente vero che il “popolo dei cattolici”, quello che vive l’ordinarietà della vita parrocchiale e sociale, non si sente rappresentato dalla politica attuale e dagli schieramenti che la caratterizzano.
La domanda – chi rappresenta i cattolici? - è certamente legittima e anzi incombente. Ma il deficit di rappresentanza e l’affanno delle forme codificate della politica a darvi risposta è tuttavia problema che va al di là dello stesso perimetro cattolico, investe tutto il nostro sistema di appartenenze e culture politiche. La crisi della rappresentanza nel nostro Paese mette in fibrillazione la stessa democrazia rappresentativa, tirandola sempre di più nelle sabbie mobili della “democrazia d’opinione”. L’ultima consultazione elettorale è da questo punto di vista emblematica.
Le Acli ne sono consapevoli. Non a caso il nostro prossimo Incontro nazionale di studi, che si svolgerà a Perugia dall’11 al 13 settembre, metterà al centro proprio questa tematica, a partire dall’interrogativo di fondo che investe le categorie principali della nostra storia democratica, quelle di Destra e Sinistra. E se un elettorato cattolico “s’avanza” – per citare il titolo provocatorio dell’articolo del Riformista – potrà essere anche “strano” ma senz’altro non sarà “antico”, perché quello che abbiamo di fronte, dietro le nubi della crisi, è un orizzonte di forte e inevitabile trasformazione della rappresentanza politica. Chi pensa ancora – a destra, al centro e a sinistra – di poter far affidamento sulle categorie interpretative del passato, è destinato certamente ad illudersi. E questo è vero non solo per il mondo cattolico, che dell’attuale crisi della democrazia non è un caso “a parte”, ma semmai invece l’emblema di una difficoltà a sentirsi rappresentati che tocca la grande maggioranza dei nostri concittadini, anche i cosiddetti laici, con effetti preoccupanti di disaffezione e delusione che affievoliscono la partecipazione, vero sale della democrazia. Che per essere rappresentativa deve anzitutto qualificarsi come partecipativa.
Non è necessario, tuttavia, abbandonarsi a conclusioni pessimistiche come sembra fare l’articolo citato. L’irrilevanza politica dei cattolici “senza casa” non è un destino inevitabile, un processo già avviato verso quello che viene definito il cattolicesimo low profile. E questo proprio perché quei pezzi di associazionismo cattolico che sul sociale non transigono sono tutt’altro che complici. Non è affatto vero che ci si limiti come associazioni a reagire sull’immediato. Siamo al contrario ben consapevoli che in questa fase il compito di offrire valori e criteri di riferimento a quel “cattolicesimo di popolo” è prioritario e strategico. Le Acli hanno richiamato più volte nelle diverse sedi, anche di dibattito interno, a partire dal recente Congresso nazionale, la necessità di ritrovare la strada di una politica alta, rinnovata nelle sue forme e nei suoi stili, veramente attenta al bene comune. Nella convinzione che la fase post-novecentesca e post-ideologica che stiamo attraversando (se di questo proprio si tratta) non può approdare ad una politica post-valoriale o addirittura post-democratica. Determinante è per questo il ruolo dei cattolici, il loro legame con valori incarnati, agiti concretamente, la loro vocazione alla democrazia sociale che non è una forma riduttiva della democrazia tout-court, ma la sua sostanza.
Vero è che questo legame tra impegno sociale e riforma della politica non è automatico e che il rischio di fare del sociale il luogo delle buone pratiche senza una nuova cultura politica, è reale e può essere l’anticamera di un ripiegamento verso la dimensione privatistica dell’impegno dei cattolici.
Ma proprio per questo la formazione alla politica è per noi delle Acli il passaggio obbligato per riportare i cattolici all’impegno politico, sperimentando nuove forme di democrazia partecipativa e quindi innovando il modo stesso di fare politica, oltre che i suoi contenuti.
Stiamo pensando in questa prospettiva ad una Fondazione dedicata al nostro fondatore, Achille Grandi, come luogo di confronto, dibattito, ri-pensamento delle forme della politica che ha questa ambizione di alto profilo. Luogo dove formare alla politica quanti –anzitutto, ma non solo cattolici- hanno a cuore la fuoriuscita da questa impasse che porta la stagnazione e l’inadeguatezza degli attuali “contenitori” politici verso i lidi dell’antipolitica o della semplificazione populistica della complessità in cui, volenti o nolenti, viviamo in questo inizio di secolo.
E’ la politica ad essere attualmente prigioniera del suo low profile, ad avere bisogno di un profondo rinnovamento che va ben al di là di nuovi “partiti”, che al momento sembrano coincidere con l’immagine dei loro leader. Penso che i cattolici abbiano da spendere per questo cambiamento in profondità non solo l’eredità di un passato illustre, ma soprattutto la spinta verso il futuro ed una speranza che non delude.
Tags: Acli, cattolici di sinistra




















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Luglio 14th, 2008 at 3:17 pm
C’è un popolo cattolico associato e militante che salvo importanti ma rare eccezioni sta nel centro-sinistra.
A partire da Olivero e dalle ACLI.
E una massa cattolica più o meno praticante, comunque non organizzata, che vota centro-destra.
Finita l’unità politica, i primi non sono credibili per i secondi.
Non in termini di rappresentanza.
La gerarchia l’ha capito molto bene e da tempo, tant’è vero che si preoccupa non solo della “presenza” dei cattolici ma anche della sua rappresentazione.
Sa benissimo che un ruolo “agito” (come dice Olivero) sul piano sociale non è sufficiente a determinare una cultura e un’opinione diffusa, che possa confrontarsi davvero con le altre.
Il Progetto Culturale nasce, secondo me, da questa (dolorosa) consapevolezza.
E questo spiega anche i tanti testimonial “laici” delle battaglie ecclesiali: Ferrara, Pera, la Roccella, la Scaraffia, ecc.ecc.
C’è un problema di rappresentazione, chè la sostanza senza rappresentazione non regge, nel mondo d’oggi.
Le persone avvertite come Olivero dovrebbero disincagliare la propria realtà da una contiguità politica ormai smaccata e scontata.
Solo così acquisirebbero l’autorevolezza per lavorare alla semina dei valori e della classe dirigente.
Diversamente no, sono una fazione tra le altre.
Luglio 17th, 2008 at 11:47 am
Non è il caso di Olivero, ma - tra il laicato cattolico - sembra che siamo in preda a sessantenni che sono incapaci di ripensarsi e ragionano per schemi e “scatole” superati dalla realtà - e questo lo dico qualsiasi sia la scelta di campo che hanno preso.
Che però è un problema non solo cattolico, ma generale.
Luglio 18th, 2008 at 5:08 pm
Concordo con l’esigenza espressa da Andrea Olivero. E trovo vergognoso il modo di predisporre le liste elettorali previsto dall’attuale legge elettorale, giustamente definita “una porcata” da uno che l’aveva votata. IL risultato è che troviamo in Parlamento ed al governo non persone che provengono dall’impegno sociale, ma affaristi, avvocati del premier e donne di facili costu mi e poco cervello.