Ecco, come ogni domenica, l’articolo della settimana, uscito sul Riformista lo scorso martedì. Buona lettura.
In piedi o in ginocchio? Sulla mano o sulla lingua? Il dilemma – per nulla effimero – riguarda la modalità con la quale ricevere l’eucaristia. Dilemma sostanziale per la vita di fede. Perché, se è sempre valido l’antico adagio lex orandi lex credendi (dimmi come preghi e ti dirò cosa credi, potremmo liberamente tradurre), allora è evidente che le regole intorno alla liturgia, alla modalità con la quale si prega e ci si accosta al sacramento, non sono un optional da attendere o disattendere a piacimento, quanto elemento fondamentale e determinante per la stessa fede.
Del resto, se così non fosse, non si giustificherebbe la ripetuta attenzione di Benedetto XVI (dipanata goccia a goccia) per la liturgia: il motu proprio Summorum Pontificum che ha ripristinato l’antico rito di San Pio V rivisto nel 1962 da Giovanni XXIII, un rito che, secondo quanto ha detto il cardinale Dario Castrillon Hoyos a Londra settimana scorsa nel corso di una conferenza stampa organizzata dalla Latin Mass Society, il Papa vorrebbe che «tutte le parrocchie fossero in grado di celebrare»; la riproposizione della croce nel mezzo dell’altare, retaggio dell’“orientamento a Oriente” delle liturgie dell’epoca apostolica; gli abiti liturgici di foggia e taglio rigorosi riproposti in vece di più moderne vesti; e, infine, una delle decisioni più discusse tra i liturgisti d’ogni scuola: dalla recente festa del Corpus Domini e dal viaggio apostolico a Santa Maria di Leuca e Brindisi, coloro i quali si accostano all’eucaristia per le mani del Papa, la debbono ricevere sulla lingua e in ginocchio, così come si usava fare prima della riforma postconciliare. Allora, infatti, l’eucaristia veniva distribuita ai fedeli che si inginocchiavano davanti alla balaustra che separava la zona dell’altare da quella dell’assemblea.
La discussione intorno alla modalità tramite la quale ricevere l’eucaristia è oggi ancora calda. Così come qualche decina d’anni fa quando, secondo taluni in parziale disaccordo coi dettami del Vaticano II e in particolare con lo spirito del primo documento emanato dall’assise conciliare – ovvero la costituzione Sacrosanctum concilium dedicata, appunto, alla sacra liturgia – alcune conferenze episcopali (compresa quella italiana) si adoperarono per far sì che nelle chiese del mondo i fedeli ricevessero l’eucaristia in piedi e sulla mano, così come prima di allora mai era accaduto.
A Benedetto XVI, tuttavia, non interessa un ritorno al passato fine a se stesso quasi a voler proporre un conservatorismo di chiusura vecchio stile. Egli, semmai, intende ricordare che, soprattutto in campo liturgico, come anche in quello esegetico, ecclesiologico etc, essere riformatori significa riattualizzare il passato in un’ottica di continuità. Per questo insiste col rigore liturgico. Per questo, ad esempio, vuole riaccogliere in seno alla Chiesa i lefebvriani esigendo da loro non l’accettazione del nuovo rito, quanto quella di tutti i testi conciliari. Per questo approva, dopo mesi di attesa (ma comunque approva), gli statuti dei neocatecumenali chiedendo loro, all’opposto dei lefebvriani, soltanto maggiore rigore liturgico: dovranno ricevere la comunione in piedi, attorno all’altare, senza più rimanere seduti come avveniva prima.
La liturgia, per il Papa (vecchio o nuovo rito che sia) è il centro della vita di fede e, dunque, deve essere vissuta con rispetto, in continuum con il passato, secondo regole e precetti certi, senza abusi d’ogni sorta. E così deve essere vissuto il momento solenne della ricezione del corpo di Cristo.
Il Papa, insomma, dando l’eucaristia sulla lingua ai fedeli, ha voluto offrire un segnale. La cosa ha fatto e fa discutere non solo i liturgisti, i cerimonieri papali, i capi dicastero della curia romana e i teologi. Ma anche la base. Il web ne è una viva testimonianza.
Dice sul network totustuus.it un certo Panfilo: «Sono sempre stato contrarissimo a ricevere l’eucaristia in mano e ho fatto “obiezione di coscienza” non prendendola finora, dato che tutti si sono conformati alla nuova moda (e io passo da ribelle). Mi domando comunque quando sia nata questa direttiva e soprattutto il motivo che ne era alla base (che non riesco a capire)». Gli risponde Sara: «In effetti me lo sono domandato anch’io per un bel po’, poi ho fatto ricerche e ho scoperto che nel 1989 la Cei, con il decreto “Sulla comunione eucaristica”, decise di autorizzare questa modalità in Italia, prevedendo prima un tempo in cui si potessero istruire correttamente i fedeli sul “come”».
Già, ma perché la Cei prese una simile decisione? Su tutelaeucarestia.org la spiegazione è storica: si cita Henri Leclercq che nel suo Dictionaire d’Archeologie Chretienne dice che la comunione sulla mano è pratica antica ma non in uso nella Chiesa, quanto nell’eresia araiana (non credevano nella divinità di Gesù) e nestoriana (non riconoscevano le due nature di Cristo). La convinzione della Chiesa, invece, è sempre stata la seguente: dalla cosciente certezza e dalla tangibile fede nella presenza di Cristo veramente in carne e ossa nascosto dietro i veli della materia, non può non nascere l’adorazione, e l’adorazione interiore non può e non deve rimanere intimistica sensazione, deve essere forma, esteriorità riempita dal cuore. Di qui il costante osteggiare il permesso di ricevere l’eucaristia sulla mano anche perché, come disse il Concilio di Trento, al di là di poche eccezioni, nella Chiesa di Dio fu consuetudine costante che i laici ricevessero la comunione dai sacerdoti, mentre i sacerdoti si comunicavano da sé.
Si tratta d’una consuetudine che spinse San Tommaso a scrivere: «Nessuno la tocchi (l’eucaristia), tranne chi è stato consacrato; dunque anche il corporale e il calice sono consacrati, e si necessita delle mani di un sacerdote per toccare questo sacramento»; e che venne inserita da san Pio X nel suo Catechismo. Nemmeno il Nuovo Messale Romano la abrogò, tanto che all’articolo 117 si legge che il comunicando «tenens patenam sub ore, sacramentum accipit».
Ma allora come si arrivò al 1989? Come fu possibile che, d’un tratto, anche in Italia come in altre parti del mondo i fedeli (tranne alcune eccezioni) si trovassero a ricevere l’eucaristia in fila indiana e sulla mano?
Occorre tornare agli anni sessanta: la comunione sulla mano venne diffusa nei circoli cattolici olandesi, quelli dai quali uscì l’eretico “Catechismo olandese”. A tali errori si oppose Paolo VI, esortando con fermezza a restare fedeli alla comunione sulla lingua. Soltanto in aree dove si era già sviluppato l’uso, il che vale a dire solo in Belgio e Olanda, il Papa concesse che le conferenze episcopali vagliassero e controllassero con scrupoloso occhio clinico la situazione e, dietro votazione dei due terzi dell’assemblea dei vescovi, prendessero eventualmente la decisione di concedere anche (ma non soltanto) la possibilità di ricevere l’eucaristia sulla mano. In Italia vi furono, anni dopo, nel 1989, tre votazioni. Le prime due diedero esito negativo: i vescovi bocciarono la proposta dell’eucaristia sulla lingua. Ma poi gli uffici liturgici della Cei riproposero la votazione una terza volta. Alcuni dicono che, complice l’assenza per mal di denti (proprio così) dell’oggi arcivescovo emerito di Genova, il cardinale Giovanni Canestri, uno dei più strenui oppositori della proposta, il fronte cosiddetto conservatore si squagliò e, con grande sorpresa anche di Giovani Paolo II, la Cei approvò la nuova prassi. Dunque, un passo in avanti inatteso e contro il quale a nulla valsero gli allarmi lanciati, negli anni seguenti, da diversi porporati. Uno su tutti, nel 2003, quello del cardinale Antonio Maria Javierre Ortas: «È impossibile per un prete – disse – controllare che l’ostia venga deglutita».
Ancora oggi i semplici fedeli di queste difficoltà ne parlano sul web. Scrive un certo Lucio: «Nella festività del Corpus Domini il sacerdote ha somministrato la comunione sotto le due specie, intingendo l’ostia nel vino e distribuendola a tutti i fedeli in modo tradizionale (non nella mano). Perchè? È ovvio! Per evitare che tracce del Sangue di Cristo restassero nella mano. Perchè allora non c’è la stessa preoccupazione per il corpo di Cristo quando viene distribuito solo sotto la specie dell’ostia? È vero che il rischio è più remoto, ma non è nullo».
Dunque i fedeli ne parlano, anche se la possibilità che tutti tornino (almeno in Italia) al passato non sembra oggi possibile. Benedetto XVI ha lanciato durante la festa del Corpus Domini e nel viaggio in Puglia due piccoli segnali. I sacerdoti di tutto il mondo possono trarne esempio, se vogliono.
