L’ARTICOLO DELLA SETTIMANA. L’ostia sulla mano o sulla lingua?

Ecco, come ogni domenica, l’articolo della settimana, uscito sul Riformista lo scorso martedì. Buona lettura.

In piedi o in ginocchio? Sulla mano o sulla lingua? Il dilemma – per nulla effimero – riguarda la modalità con la quale ricevere l’eucaristia. Dilemma sostanziale per la vita di fede. Perché, se è sempre valido l’antico adagio lex orandi lex credendi (dimmi come preghi e ti dirò cosa credi, potremmo liberamente tradurre), allora è evidente che le regole intorno alla liturgia, alla modalità con la quale si prega e ci si accosta al sacramento, non sono un optional da attendere o disattendere a piacimento, quanto elemento fondamentale e determinante per la stessa fede.

Del resto, se così non fosse, non si giustificherebbe la ripetuta attenzione di Benedetto XVI (dipanata goccia a goccia) per la liturgia: il motu proprio Summorum Pontificum che ha ripristinato l’antico rito di San Pio V rivisto nel 1962 da Giovanni XXIII, un rito che, secondo quanto ha detto il cardinale Dario Castrillon Hoyos a Londra settimana scorsa nel corso di una conferenza stampa organizzata dalla Latin Mass Society, il Papa vorrebbe che «tutte le parrocchie fossero in grado di celebrare»; la riproposizione della croce nel mezzo dell’altare, retaggio dell’“orientamento a Oriente” delle liturgie dell’epoca apostolica; gli abiti liturgici di foggia e taglio rigorosi riproposti in vece di più moderne vesti; e, infine, una delle decisioni più discusse tra i liturgisti d’ogni scuola: dalla recente festa del Corpus Domini e dal viaggio apostolico a Santa Maria di Leuca e Brindisi, coloro i quali si accostano all’eucaristia per le mani del Papa, la debbono ricevere sulla lingua e in ginocchio, così come si usava fare prima della riforma postconciliare. Allora, infatti, l’eucaristia veniva distribuita ai fedeli che si inginocchiavano davanti alla balaustra che separava la zona dell’altare da quella dell’assemblea.

La discussione intorno alla modalità tramite la quale ricevere l’eucaristia è oggi ancora calda. Così come qualche decina d’anni fa quando, secondo taluni in parziale disaccordo coi dettami del Vaticano II e in particolare con lo spirito del primo documento emanato dall’assise conciliare – ovvero la costituzione Sacrosanctum concilium dedicata, appunto, alla sacra liturgia – alcune conferenze episcopali (compresa quella italiana) si adoperarono per far sì che nelle chiese del mondo i fedeli ricevessero l’eucaristia in piedi e sulla mano, così come prima di allora mai era accaduto.

A Benedetto XVI, tuttavia, non interessa un ritorno al passato fine a se stesso quasi a voler proporre un conservatorismo di chiusura vecchio stile. Egli, semmai, intende ricordare che, soprattutto in campo liturgico, come anche in quello esegetico, ecclesiologico etc, essere riformatori significa riattualizzare il passato in un’ottica di continuità. Per questo insiste col rigore liturgico. Per questo, ad esempio, vuole riaccogliere in seno alla Chiesa i lefebvriani esigendo da loro non l’accettazione del nuovo rito, quanto quella di tutti i testi conciliari. Per questo approva, dopo mesi di attesa (ma comunque approva), gli statuti dei neocatecumenali chiedendo loro, all’opposto dei lefebvriani, soltanto maggiore rigore liturgico: dovranno ricevere la comunione in piedi, attorno all’altare, senza più rimanere seduti come avveniva prima.

La liturgia, per il Papa (vecchio o nuovo rito che sia) è il centro della vita di fede e, dunque, deve essere vissuta con rispetto, in continuum con il passato, secondo regole e precetti certi, senza abusi d’ogni sorta. E così deve essere vissuto il momento solenne della ricezione del corpo di Cristo.

Il Papa, insomma, dando l’eucaristia sulla lingua ai fedeli, ha voluto offrire un segnale. La cosa ha fatto e fa discutere non solo i liturgisti, i cerimonieri papali, i capi dicastero della curia romana e i teologi. Ma anche la base. Il web ne è una viva testimonianza.

Dice sul network totustuus.it un certo Panfilo: «Sono sempre stato contrarissimo a ricevere l’eucaristia in mano e ho fatto “obiezione di coscienza” non prendendola finora, dato che tutti si sono conformati alla nuova moda (e io passo da ribelle). Mi domando comunque quando sia nata questa direttiva e soprattutto il motivo che ne era alla base (che non riesco a capire)». Gli risponde Sara: «In effetti me lo sono domandato anch’io per un bel po’, poi ho fatto ricerche e ho scoperto che nel 1989 la Cei, con il decreto “Sulla comunione eucaristica”, decise di autorizzare questa modalità in Italia, prevedendo prima un tempo in cui si potessero istruire correttamente i fedeli sul “come”».

Già, ma perché la Cei prese una simile decisione? Su tutelaeucarestia.org la spiegazione è storica: si cita Henri Leclercq che nel suo Dictionaire d’Archeologie Chretienne dice che la comunione sulla mano è pratica antica ma non in uso nella Chiesa, quanto nell’eresia araiana (non credevano nella divinità di Gesù) e nestoriana (non riconoscevano le due nature di Cristo). La convinzione della Chiesa, invece, è sempre stata la seguente: dalla cosciente certezza e dalla tangibile fede nella presenza di Cristo veramente in carne e ossa nascosto dietro i veli della materia, non può non nascere l’adorazione, e l’adorazione interiore non può e non deve rimanere intimistica sensazione, deve essere forma, esteriorità riempita dal cuore. Di qui il costante osteggiare il permesso di ricevere l’eucaristia sulla mano anche perché, come disse il Concilio di Trento, al di là di poche eccezioni, nella Chiesa di Dio fu consuetudine costante che i laici ricevessero la comunione dai sacerdoti, mentre i sacerdoti si comunicavano da sé.

Si tratta d’una consuetudine che spinse San Tommaso a scrivere: «Nessuno la tocchi (l’eucaristia), tranne chi è stato consacrato; dunque anche il corporale e il calice sono consacrati, e si necessita delle mani di un sacerdote per toccare questo sacramento»; e che venne inserita da san Pio X nel suo Catechismo. Nemmeno il Nuovo Messale Romano la abrogò, tanto che all’articolo 117 si legge che il comunicando «tenens patenam sub ore, sacramentum accipit».

Ma allora come si arrivò al 1989? Come fu possibile che, d’un tratto, anche in Italia come in altre parti del mondo i fedeli (tranne alcune eccezioni) si trovassero a ricevere l’eucaristia in fila indiana e sulla mano?

Occorre tornare agli anni sessanta: la comunione sulla mano venne diffusa nei circoli cattolici olandesi, quelli dai quali uscì l’eretico “Catechismo olandese”. A tali errori si oppose Paolo VI, esortando con fermezza a restare fedeli alla comunione sulla lingua. Soltanto in aree dove si era già sviluppato l’uso, il che vale a dire solo in Belgio e Olanda, il Papa concesse che le conferenze episcopali vagliassero e controllassero con scrupoloso occhio clinico la situazione e, dietro votazione dei due terzi dell’assemblea dei vescovi, prendessero eventualmente la decisione di concedere anche (ma non soltanto) la possibilità di ricevere l’eucaristia sulla mano. In Italia vi furono, anni dopo, nel 1989, tre votazioni. Le prime due diedero esito negativo: i vescovi bocciarono la proposta dell’eucaristia sulla lingua. Ma poi gli uffici liturgici della Cei riproposero la votazione una terza volta. Alcuni dicono che, complice l’assenza per mal di denti (proprio così) dell’oggi arcivescovo emerito di Genova, il cardinale Giovanni Canestri, uno dei più strenui oppositori della proposta, il fronte cosiddetto conservatore si squagliò e, con grande sorpresa anche di Giovani Paolo II, la Cei approvò la nuova prassi. Dunque, un passo in avanti inatteso e contro il quale a nulla valsero gli allarmi lanciati, negli anni seguenti, da diversi porporati. Uno su tutti, nel 2003, quello del cardinale Antonio Maria Javierre Ortas: «È impossibile per un prete – disse – controllare che l’ostia venga deglutita».

Ancora oggi i semplici fedeli di queste difficoltà ne parlano sul web. Scrive un certo Lucio: «Nella festività del Corpus Domini il sacerdote ha somministrato la comunione sotto le due specie, intingendo l’ostia nel vino e distribuendola a tutti i fedeli in modo tradizionale (non nella mano). Perchè? È ovvio! Per evitare che tracce del Sangue di Cristo restassero nella mano. Perchè allora non c’è la stessa preoccupazione per il corpo di Cristo quando viene distribuito solo sotto la specie dell’ostia? È vero che il rischio è più remoto, ma non è nullo».

Dunque i fedeli ne parlano, anche se la possibilità che tutti tornino (almeno in Italia) al passato non sembra oggi possibile. Benedetto XVI ha lanciato durante la festa del Corpus Domini e nel viaggio in Puglia due piccoli segnali. I sacerdoti di tutto il mondo possono trarne esempio, se vogliono.



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  1. error ha scritto il 29 giugno 2008 alle 8:05 am:

    wojtyla wojtyla…quanti errori!
    ratzinger fa quello che può ma credo che sia tutto compromesso.


  2. Tito ha scritto il 29 giugno 2008 alle 12:23 pm:

    Copio il brano dell’articolo:
    “Ma allora come si arrivò al 1989? Come fu possibile che, d’un tratto, anche in Italia come in altre parti del mondo i fedeli (tranne alcune eccezioni) si trovassero a ricevere l’eucaristia in fila indiana e sulla lingua?”
    Sicuro che debba dire “sulla lingua” e non “sulla mano”?


  3. Davide ha scritto il 29 giugno 2008 alle 2:19 pm:

    è ovvio che paolo voleva dire sulla mano..


  4. Paolo Rodari ha scritto il 29 giugno 2008 alle 3:03 pm:

    volevo dire sulla mano e ho corretto il tutto. ho attinto l’articolo da una bozza in word contente l’errore


  5. Raffaele Savigni ha scritto il 29 giugno 2008 alle 3:56 pm:

    Rispetto la sensibilità di ciascuno. Ma continuo a ritenere che la forma migliore sia la Comunione in mano e in piedi: il cristiano è (o dovrebbe essere, se opportunamente educato) una persona matura, un membro del popolo “sacerdotale”, membro a pieno titolo del popolo di Dio; non un minorenne, un infante che ha bisogno di essere “imboccato”. Il problema è quindi ecclesiologico, non puramente disciplinare: vogliamo seguire l’ecclesiologia della “Lumen gentium” o quella preconciliare, che separava nettamente il clero dai laici (come denunciò Rosmini)?
    Chi per un particolare senso di rispetto (che non manca però necessariamente in chi riceve la Comunione in mano!) preferisce ricevere la Comunione in bocca può farlo, ha diritto di non essere deriso; ma a sua volta deve rispettare la sensibilità degli altri e non giudicarli a priori “poco rispettosi” verso il Sacramento.
    Se la Chiesa deciderà di imporre la Comunione in bocca mi adeguerò, ma considererò tale decisione come un passo indietro rispetto all’ecclesiologia del Vaticano II, come un ritorno ad una forma di “clericalismo”.


  6. Raffaele Savigni ha scritto il 29 giugno 2008 alle 3:58 pm:

    Un’altra osservazione: il Catechismo olandese conteneva espressioni ambigue e potenzialmente pericolose. Ma definirlo “eretico” sic et simpliciter mi sembra eccessivo.E comunque non è detto che tutte le affermazioni in esso contenute fossero sbagliate… Cerchiamo di non essere manichei.


  7. Stefano ha scritto il 29 giugno 2008 alle 7:07 pm:

    mi colpisce nel commento di Savigni non tanto una sensibilità diversa circa la ricezione della comunione (io preferisco nettamente riceverla in ginocchio e sulla lingua), piuttosto la mancanza della nozione (tipicamente cattolica) di sviluppo dottrinale. Lo spiega bene G.K.Chesterton: “Se diciamo che un cucciolo si sviluppa in un cane, non intendiamo che la sua crescita è un graduale compromesso con un gatto; vogliamo dire che diventa sempre più simile a un cane, e non meno.Sviluppo è l’espansione di tutte le possibilità e le implicazioni di una dottrina, quando vi sia il tempo per distinguerle e per trarne le conseguenze” (G.K.Chesterton, San Tommaso d’Aquino, Piemme 1998, p. 17). In altre parole la dottrina della Chiesa del XXI secolo non è che uno sviluppo e un approfondimento della medesima dottrina, rispetto a come era conosciuta nel XVI secolo, non è una dottrina diversa. Il primo Concilio contiene in germe l’ultimo, il quale a sua volta è sviluppo coerente del primo. Ne consegue che opporre l’ecclesiologia della Lumen Gentium e quella precedente, non è cattolico, ed è infatti ciò che accumuna lefebvriani e progressisti nell’erronea interpretazione del Vaticano II come momento di rottura, invece che come riforma nella continuità (cfr. Benedetto XVI, discorso alla curia romana, 22 dicembre 2005)


  8. Giuseppe ha scritto il 30 giugno 2008 alle 8:08 am:

    “Si tratta d’una consuetudine che spinse San Tommaso a scrivere: «Nessuno la tocchi (l’eucaristia), tranne chi è stato consacrato; dunque anche il corporale e il calice sono consacrati, e si necessita delle mani di un sacerdote per toccare questo sacramento»”
    —————
    Nella nostra Parrocchia e in molte altre Parrocchie della Diocesi di Chiavari, è consuetudine durante la S. Messa, che il ministro celebrante, demandi i ministri straordinari della comunione di accedere al Tabernacolo e portare il S. Sacramento sull’altare per la distribuzione della comunione. Inutile sottolineare lo stupore e il disagio di molti fedeli all’abuso di questa prassi. Un passo alla volta ci troviamo ad essere non più in una Chiesa cattolica, bensì in una chiesa protestante.
    Auspichiamo che il nostro Vescovo metta ordine a questi abusi, ed accolga anche le formali richieste fatte da tempo da un nutrito gruppo di fedeli di Sestri Levante per una messa domenicale con il rito straordinario di Pio V.


  9. Giuseppe ha scritto il 30 giugno 2008 alle 8:27 am:

    Ci chiediamo: perchè nella nostra Parrocchia della Diocesi di Chiavari non si termini più la recita del Santo Rosario con la tradizionale preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre? Sarà anche questo un metodo all’apparenza innocuo che poco alla volta si annullarerà la memoria storica della nostra tradizione cattolica? Si arriverà un giorno ad eliminare anche la recita del Santo Rosario? Sarà ancora il Vicario di Cristo della Santa Romana Chiesa, Cattolica e Apostolica compatibile con la nuova chiesa protestante che vorrebbero costruire?


  10. Paolo Rodari ha scritto il 30 giugno 2008 alle 10:58 am:

    Per Giuseppe: perché non scrivete alla congregazione per il culto divino e segnalate la cosa?


  11. Angelo Bottone ha scritto il 30 giugno 2008 alle 1:36 pm:

    E’ triste vedere serie questioni liturgiche trasformate in motivi di divisione e faziosita’. E’ gia’ accaduto con il motu proprio, ora vogliamo scatenare una nuova battaglia ideologica tra chi vuole la comunione sulla mano e chi la vuole sulla lingua?
    Io ho le mie preferenze, simili a quelle di Savigni, ma in ogni caso mi adeguo a quanto decidono i vescovi.
    Rodari, per completezza di informazione poteva elencare i buoni motivi che hanno spinto molte conferenze episcopali ad adottare la pratica attuale. L’articolo presenta solo una faccia della medaglia.


  12. Fra' Diavolo ha scritto il 30 giugno 2008 alle 2:09 pm:

    per Angelo Bottone: viviamo in un mondo antropologicamente tiepido, di persone che si scaldano al massimo per questioni calcistiche o di gossip. Il fatto che qui si discuta animatamente sul modo più efficace per adorare Nostro Signore, mi sembra un fatto tutt’altro che negativo. “Il fuoco ha da ardere” diceva Santa Caterina da Siena.


  13. Giuseppe ha scritto il 30 giugno 2008 alle 2:13 pm:

    x Paolo Rodari:
    ——————
    I cambiamenti della Liturgia avvenuti da tempo nella nostra Parrocchia sono tali, che denunciare gli abusi alla Congregazione per il Culto Divino significherebbe autoisolarsi, non attendere comunque con la dovuta calma al Sacrificio della S. Messa, e forse essere messi al bando socialmente e… portati al cimitero un giorno senza la benedizione della Santa Chiesa (forse sto esagerando!).

    Per me è stato più facile fare i precedenti commenti nel suo blog a seguito del suo interessante articolo che dover scrivere con l’aiuto di qualche specialista alle varie Congregazioni. Per il resto, mi aspetto che nella Chiesa, ci siano uffici preposti atti al controllo di questi abusi che avvengono soprattutto nella Liturgia senza coinvolgere noi fedeli.

    La Santa Messa è diventata un grande protagonismo sia per i laici che per il presbitero. Nella Messa non si esalta il Sacrificio di Nostro Signore (a prescindere dal rito), ma si prende l’occasione per fare della Catechesi tipo cattolico adulto, della morale, della politica. Si aggiungono commenti impropri, preghiere improvvisate che sostituiscono quelle del Messale.

    Non c’è un attimo di silenzio per la preghiera personale, è un continuo spettacolo di laici, uomini e donne, che ruotano in giro all’altare, che fanno la gara per “declamare” con questa benedetta invenzione del “microfono” la loro ministerialità laica. Poi come ho scritto nel precedente post, questi laici, uomini e donne, che aprono il Tabernacolo come se fosse un magazzino e ti portano il S. Sacramento sull’altare! E quando non sanno dire altro, ti dicono in ogni occasione “Tutti insieme!”.

    Piano, piano, in tempi lunghi ed in silenzio stanno trasformando la Chiesa dei nostri Padri in una chiesa irriconoscibile. Ci sentiamo quasi senza Chiesa: ma noi abbiamo fede e speranza che Cristo vincerà.


  14. Gianfranco bertani ha scritto il 30 giugno 2008 alle 6:16 pm:

    “secondo taluni in parziale disaccordo coi dettami del Vaticano II e in particolare con lo spirito del primo documento emanato dall’assise conciliare alcune conferenze episcopali (compresa quella italiana) si adoperarono per far sì che nelle chiese del mondo i fedeli ricevessero l’eucaristia in piedi e sulla mano, così come prima di allora mai era accaduto.”
    il problema vero è il sacramento dell’Eucaristia, non le “dispute” pretestuose: troviamoci e celebriamo la Santa Messa poi discuteremo di mani e bocche (chi può vietare a chiunque di non degluttire l’Ostia ricevuta in bocca e farne l’uso che ritiene?).
    i vescovi italiani non votarono affatto contro la Comunione in mano: semplicemente la maggioranza non raggiunse i 2/3. quindi la decisione venne presa a stragrande maggioranza se superò il 67%.
    l’altro vero problema sono le “due specie”: se Gesù ha detto “prendete e bevetene tutti” perché viene così spesso negato il sangue di Cristo?


  15. raffaele savigni ha scritto il 1 luglio 2008 alle 9:21 am:

    Non rifiuto affatto il concetto di sviluppo dottrinale (già presente in Vincenzo di Lerins, ben prima di Chesterton). Proprio per questo considero l’ecclesiologia del Vaticano II più matura di quella del tridentino (non contraria ad essa, ma più completa).
    Il fatto che i ministri straordinari dell’Eucarestia distribuiscano la Comunione non mi sembra francamente un “abuso”: hanno ricevuto dal loro vescovo il potere di farlo. Certo, sarebbe preferibile che il sacerdote celebrante non rinunciasse al suo ruolo di presidente dell’Assemblea. Ma ci sono altre cose nella Chiesa che mi scandalizzano di più, come la sordità di certi preti nei confronti delle istanze legittime dei laici. Vedo il rischio serio dii un ritorno ad una Chiesa clericale: francamente (con tutto il rispetto) non ho nostalgia dei tempi di Pio XII e di Ottaviani.


  16. Giuseppe ha scritto il 1 luglio 2008 alle 9:58 am:

    Caro Raffaele Savigni:
    “Il fatto che i ministri straordinari dell’Eucarestia distribuiscano la Comunione non mi sembra francamente un “abuso”: hanno ricevuto dal loro vescovo il potere di farlo.”
    —–
    Non è questo l’”abuso”, cui facevo riferimento, ma è quello che viene prima della distribuzione della Eucaristia. E’ il Ministro Celebrante che deve accedere al Tabernacolo, portare l’Eucaristia nell’altare e poi consegnarla ai ministri “straordinari” della comunione per la distribuzione ai fedeli. Nella nostra Parrocchia invece avviene il contrario: sono i ministri straordinari che aprono il Tabernacolo e portano il Sacramento sull’altare: Questo è un abuso.


  17. Iginio ha scritto il 1 luglio 2008 alle 3:54 pm:

    “istanze legittime de laici”: e quali sono? I PACS? I DICO? L’eutanasia? La fecondazione artificiale?
    E i laici che hanno manifestato al Family Day, che cos’erano? Tutti sporchi clericali?
    Mah, quanta muffa degli anni Settanta…
    Lo sa, illustre, che esistono fior di laici i quali vorrebbero che i sacerdoti tornassero a fare i sacerdoti, e che i laici facessero i laici ma da cristiani? Lo sa che tutte le misure legislative caldeggiate per eliminare l’immigrazione clandestina, lo sfruttamento dei minori, la malagiustizia ecc., sono appunto esempi di politica dei laici, contro i quali è grottesco invocare interventi del “Vaticano” (o magari del cardinal Martini o di Tettamanzi), come invece i signori del PD si stanno affannando a fare?
    Chi sarebbe l’esempio di laicità? Lei? il PD? Rosi Bindi? E perchè Alfredo Mantovano no? Perchè “Il Timone” no? Perchè Socci no?


  18. anonimo ha scritto il 1 luglio 2008 alle 3:55 pm:

    cito da “Settimo Cielo” di Sandro Magister:

    L’ultima intervista nel suo ufficio al Laterano, prima del trasloco, il cardinale Camillo Ruini l’ha data a “L’Osservatore Romano” del 28 giugno, fra decine di scatoloni pieni di libri e le dodici collezioni ultratrentennali delle riviste alle quali è abbonato.

    Nella lunga intervista, il cardinale si è così espresso sulla sua entrata in campo come segretario della CEI, dopo il burrascoso convegno di Loreto del 1985:

    “Ricordo che all’epoca dell’assunzione del mio incarico di segretario della CEI, papa Giovanni Paolo II era preoccupato per l’Italia. Le sue preoccupazioni non vertevano sulla politica, come molti pensano, ma sulla linea e sugli orientamenti della Chiesa. Egli pensava, come me del resto, che la Chiesa italiana fosse troppo influenzata dall’idea della secolarizzazione, vedendola come un dato irreversibile, al quale la pastorale doveva in qualche modo adeguarsi. Invece Giovanni Paolo II voleva reagire e tante volte mi ha detto personalmente che la secolarizzazione non era affatto il futuro, era una passaggio transeunte. Era convinto che la secolarizzazione non fosse una chiave in grado di aprire l’avvenire, mentre il futuro lo apre una proposta piena della fede”.

    Sul conclave che ha eletto papa Joseph Ratzinger:

    “Di questo conclave mi ha colpito il forte clima spirituale, dominato dall’esperienza della malattia, della morte e dei funerali di Giovanni Paolo II, del suo trapasso. Questo clima secondo me ha impregnato già il preconclave e poi il conclave, generando uno spirito di fede e di raccoglimento che era molto idoneo all’elezione del nuovo papa. Direi che questo clima ha caratterizzato il conclave: questo sentire comune. Era un clima propizio a una convergenza verso l’unità. Inoltre il cardinale Ratzinger era profondamente collegato a questo clima, per l’omelia funebre, per i testi della Via Crucis, testi molto forti, e certamente anche per quanto detto nella messa ‘pro eligendo pontifice’. Forse è così in tutti i conclavi; ma in quel conclave particolarmente, anche per quello che era accaduto, c’era in tutti un clima di grande coinvolgimento spirituale”.

    Sul “progetto culturale orientato in senso cristiano”:

    “Ci sono state delle ombre e delle luci. Le ombre sono principalmente i malintesi. Uno è il malinteso direi politicistico: cioè il progetto culturale come alternativa, come via d’uscita, all’unità politica dei cattolici, un malinteso che ha pesato molto. Oppure l’altro malinteso: il progetto culturale come qualcosa di elitario, per gli uomini cioè di grande cultura, e di alternativo rispetto alla carità, rispetto all’attenzione alla gente comune. Questi vari equivoci hanno pesato negativamente. Quanto alle luci, ci sono direi la sensibilità e la consapevolezza, che piano piano sono cresciute. Prima non c’era forse sufficiente attenzione per questo aspetto nella pastorale della Chiesa. È cresciuta cioè la consapevolezza che il rapporto tra fede e cultura è un aspetto non eludibile dell’evangelizzazione: quello che diceva Paolo vi nella Evangelii nuntiandi. Poi c’è un altro elemento: è cresciuta nella popolazione italiana e anche nelle élites culturali la consapevolezza che il cristianesimo può essere una risorsa molto importante, per il paese e per la vita di oggi. E che l’esperienza cristiana ha qualcosa da comunicare sui nodi di fondo del tempo che viviamo, non soltanto sulla bioetica. Dagli sviluppi storici degli ultimi 15-20 anni è venuto dunque un aiuto al Progetto culturale, alle sue finalità, ai suoi scopi. Per il futuro bisogna agire dai luoghi più interni ai luoghi più esterni, dalla Chiesa, dalla vita vissuta e dalla pastorale quotidiana fino alla ricerca intellettuale e scientifica e all’attività legislativa. Come la cultura è un concetto pervasivo, così anche se si vuole fare un’azione culturale seria bisogna tenere presenti tanti registri. Anche all’estero questa problematica è sempre più condivisa, in Europa ma anche fuori. Gli episcopati stessi si rendono conto che senza uno sforzo per incidere sulla cultura si cammina su un tapis roulant che va in senso opposto. Ciò non toglie che la sfida sia molto difficile”.


  19. raffaele savigni ha scritto il 1 luglio 2008 alle 6:24 pm:

    “Istanze legittime dei laici” (alludevo ai laici cristiani, non ai laicisti antioclericali) sono quelle di patrtecipare attivamente alla liturgia ed alla vita della Chiesa, leggere la Bibbia, dire la propria opinione anche ai vescovi. Un esempio: il convegno ecclesiale “Evangelizzazione e promozione umama” fu gestito dall’indimenticabile mons. Bartoletti con un’attenzione al ruolo dei laici che è un po’ mancata nei successivi convegni ecclesiali gestiti da Ruini.


  20. raffaele savigni ha scritto il 1 luglio 2008 alle 6:25 pm:

    A chi incensa ;Magister vorrei ricordare che negli anni ’70 scriveva per gli editori Riuniti (la casa editrice del PCI) e attaccava Paoplo VI da sinistra.


  21. Iginio ha scritto il 2 luglio 2008 alle 3:23 pm:

    appunto: Magister ha saputo leggere i “segni dei tempi”, mettere in discussione se stesso e ridiscutere le proprie opinioni tenendo conto della realtà, lei, Savigni, non è in grado di farlo e ripete luoghi comuni degli anni Settanta. L’unico convegno che sa citare è roba di più di vent’anni fa… Ma chi è il reazionario qui? Lo sa che è lei quello piuttosto reazionario che rimpiange i tempi andati? E dei laici cristiani che non la pensano affatto come lei, che cosa dice? Non è neanche in grado, non dico di confutarli, ma nemmeno di citarli, e ripete il solito disco rotto… è inutile, con lei qualsiasi terapia è inutile, sia essa soft o d’urto. Non resta, per l’ennesima volta, che invitarla a leggere la realtà e non le ideologie, ma ormai si è capito che con lei è fatica sprecata.


  22. laura ha scritto il 3 luglio 2008 alle 11:56 am:

    Ma Gesù nell’ultima Cena ha spezzato il pane, lo ha dato agli apostoli che lo hanno pure masticato!Non penso proprio che lo abbiano ingoiato!Gesù non li ha mica imboccati!E poi quando l’Ostia è nello stomaco si mescola a tutto il resto.Gesù è voluto diventare noi perchè noi diventassimo Lui.Gesù non si è preoccupato di lasciarci delle regole, delle modalità particolari per la distribuzione del Suo Corpo.Non possiamo fare come ha fatto Lui?
    Ha detto: “prendete e mangiatene tutti”.
    Non ha detto “ingoiatene tutti”.Invece a tutt’oggi l’Ostia non si può masticare.
    “Prendete….” vuol dire che si può prendere in mano, mi sembra di capire.
    Bisogna sempre fare delle dispute su tutto, anche sul gesto più semplice di tutti come quello di mangiare.D’accordo è il Corpo del Signore Gesù ma se Lui si è fatto Cibo e Bevanda per noi, non credo ci si debba tanto preoccupare delle modalità con le quali lo si fa.Attualmente, però purtroppo ci sono delle persone che possono approffittare della Comunione nella mano per compiere gesti sacrileghi; in proposito credo che spetti al Sacerdote vigilare perchè ciò non avvenga assicurandosi che il comunicando degluttisca l’Ostia mentre è lì davanti a lui.Per il resto mi sembra più contingente preoccucarsi di sfamare le milioni di persone che in tutto il mondo non solo non hanno il Cibo eterno ma nemmeno quello per vivere sulla terra.


  23. Raffaele Savigni ha scritto il 4 luglio 2008 alle 12:17 am:

    Concordo con l’ultimo intervento di Laura.


  24. pluriparroco ha scritto il 4 luglio 2008 alle 10:37 am:

    odio gli abusi liturgici e cerco di mantenermi fedele alle norme, spesso ignorate o violate apertamente, ma
    ricordo e ripeto che Gesù disse “prendete e mangiate”
    mi piace che sia conservata come continuità e pluralità la comunione in ginocchio del Papa Benedetto ma non apriamo la caccia alle streghe o ai MSC (che sono benedetti dal vescovo e possono fare a norma di legge quanto sopra contestato)
    molto dipende dalla cura, dalla devozione, dalla pietà con cui si celebra e dal desiderio di NON mettersi al centro dell’attenzione: in questo senso il santo Padre è nel giusto a mettere la Croce dinanzi a sè.

    cerchiamo tutti di far rispettare le norme che già ci sono e sono molto precise e severe senza lasciarsi prendere da un’ossessione che mi spaventa un po’.
    grazie Paolo!


  25. Giovanni ha scritto il 27 luglio 2008 alle 12:37 pm:

    Signori,
    buon giorno.
    Ho scoperto questo ‘blog’ per caso e riguardo alla Comunione in ginocchio, in piedi o sulle mani, vorrei dire alcune cose.
    Ho provato sulla mia persona (da anni ho superato i 50) cosa significa avere negata l’Eucaristia solo perché ero in ginocchio.
    Sono passati alcuni anni (non molti), ma ancora ho la sensazione che in quella diocesi (in terra di Puglia) sia vigente il divieto di ricevere la Comunione in ginocchio, nonostante le decretazioni di un Pontefice di cui spero riconoscano al più presto la santità. Ormai, quando mi trovo da quelle parti non mi azzardo più a pormi in ginocchio e prego il Signore di perdonare me (per la mia viltà) e tutti i responsabili di quella diocesi affinché si ravvedano.
    Ma profittando delle discussioni che ho potuto qui leggere, tengo a precisare che chi scrive chiede di ricevere l’Ostia in ginocchio per devozione personale e spera tanto che un giorno tutti i cristiani possano comprendere l’importanza di questo segno.
    Da quel rifiuto, ho comunque ricevuto da Dio, in cambio, il dono di comprendere che occorre rispettare ovunque i sacerdoti durante la celebrazione dei sacramenti e ciò che, tramite loro, Dio manifesta. Perché in tali momenti, essi sono realmente l’immagine di Dio nella chiesa locale. Mi spiego meglio! Nella negazione della Comunione in ginocchio, si evidenzia, in tutto il suo orrore, il rifiuto di accogliere la fede di un peccatore che si prostra in quanto riconosce la sua indegnità di creatura porsi di porsi, in piedi, a tu per tu, di fronte al Creatore.
    Nella mia esistenza, ho sempre cercato riferimenti certi di verità e di giustizia. Li ho trovati, in età matura, nella Parola di Dio. E la Verità, una volta compresa, non si può allontanare (a meno uno non prediliga di coltivare in sè la falsità). E la Verità mi dice che nell’Ostia consacrata c’è davvero Gesù!
    La fede che ho coltivato, durante l’ascolto della Parola, mi ha fatto comprendere come veramente Gesù sia il Signore e come a Lui vada ogni Signoria. Perché Egli è realmente il Creatore, l’albero di Vita Eterna, e se ciò non bastasse, anche nostro Salvatore, in quanto è solo Lui a salvarci, continuamente, dai nemici più pericolosi, quelli subdoli e mistificatori che albergano, dietro nostro consenso nel nostro spirito. Con gli incrollabili e certi riferimenti della Verità fattasi carne, ho potuto anche discernere che il peccato è sempre frutto delle nostre scelte, specie quando non riconosciamo Dio e la storia che Egli vuole fare con noi, accogliendo gli aneliti del Male e coltivandoli come se fossero l’espressione più giusta della nostra esistenza. In questo modo di divenire nessuno è escluso, neppure gli uomini responsabili della nostra fede quando sfidano la Volontà di Dio, provando l’Opera dello Spirito Santo, dicendo a sè: “Se questa è opera di Dio, la volontà dell’uomo non riuscirà ad abbatterLa”. E così facendo, increduli, si schierano, passando da primi seguaci di Dio a primi tra i Suoi avversari, poiché mettono a dura prova la Misericordia stessa di Dio.
    Oggi, come battezzato, mi ritengo della Chiesa e, in virtù dell’amore che il Padre, il Figlio, Gesù Cristo, e la Madre Santissima hanno dimostrato di nutrire per me, credo nel Dio, Uno e Trino, e nelle Sue opere. E, per questo, sento il bisogno di intervenire per dare il mio contributo sulla fede che la Chiesa deve maturare riguardo all’Eucaristia.
    Nel secolo scorso, Satana ha scatenato la più accesa delle battaglie. Perchè lui teme fortemente il momento in cui il cristiano riconoscerà, in pienezza di fede, questo atto di venerazione al Signore. Perché in quel momento l’uomo comincerà a credere seriamente nel miracolo dell’Eucaristia che Gesù ha voluto per il cristiano di tutti i tempi.
    Ancora oggi, quanta poca attenzione a questo miracolo che avviene sotto i nostri ochhi increduli.
    Eppure, per essere onesti e coerenti con la fede che diciamo di professare è chiesto di riverire la Suprema Presenza come Dio stesso vuole, sin dai tempi del Vecchio Testamento.
    Non è forse vero che tutta la Bibbia è piena della Parola di Dio che canta: “A Lui solo si prostreranno quanti dormono sotto terra, davanti a Lui si curveranno quanti discendono nella polvere” (Sal 22,30); “Date al Signore, figlio di Dio, date al Signore gloria e potenza. Date al Signore la gloria del Suo nome, prostratevi al Signore in santi ornamenti (Sal 29,1-2); “Egli è il tuo Signore: prostrati a Lui” (Sal 45,12); “Dite a Dio:<>.” (sal 66,4); “A Lui tutti i re si prostreranno, lo serviranno tutte le nazioni” (Sal 72,11); “Venite, prostrati adoriamo, in ginocchio davanti al Signore che ci ha creati (Sal 95,6); “Esaltate il Signore nostro Dio, prostratevi allo sgabello dei Suoi piedi, perchè è santo” (Sal 99,5); “Esaltate il Signore nostro Dio, prostratevi davanti al Suo monte santo, perchè santo è il Signore, nostro Dio (Sal 99,9).
    E senza riportarli, cito ancora: Is 45,23; Mt 2,11; Mt 14,33; Mc 5,6; 1Cor 14,25; Rm 14,11; Fil 2,10; Ap 5,8; Ap 5,14; Ap 7,11; Ap 19,4.
    In estrema sintesi, l’Eucaristia è il Miracolo dei miracoli. La discesa della Manna Suprema, il Cuore di Nostro Signore Gesù Cristo che si vero pane e vero vino per alimentare la nostra anima inaridita dalle attenzioni che riserviamo al mondo e prevalentemente alla parte superficiale e mortale della nostra persona: il corpo di carne mortale. Se l’uomo riuscisse, veramente e totalmente, a credere che il Cibo Eucaristico è Cibo reale ed assoluto, oltre ad alimentare la sua capacità di amare (che altro non è che la sua anima) non avrebbe più bisogno neppure di mangiare materialmente. Potrebbe tranquillamente, volendo, fare a meno persino di mangiare. Questo Miracolo che si perpetua sotto gli occhi di tutti oramai da secoli e secoli, è la parte centrale della fede che i cristiani sono chiamati a meritarsi. Per questo, i Pontefici invitano a vedere nell’Eucaristia la centralità di tutti gli eventi divini e, come tale, a porvi la dovuta reverenza, anche per coerenza cristiana con tutti gli altri momenti che già vedono l’uomo prostrarsi di fronte al Signore.
    Sono convinto che chi si professa cristiano, se persona onesta, oltre che a cercare di credere nella Parola di Dio (vero fondamento di vita), debba cercare anche di essere coerente nei segni della professione di fede.
    Ditemi, un po’! Dov’è la tanta conclamata coerenza cristiana, se si chiede al fedele di inginocchiarsi in ogni occasione di fronte al Ss. Sacramento e, poi, “dulcis in fundo”, al momento cruciale di tutta la professione di fede, quando il Signore offre il proprio Cuore ad alimento della nostra anima, ecco che si lascia che i fedeli (in taluni casi, anche comodamente seduti al proprio posto), in una processione dove non c’è il minimo di raccoglimento e, quindi, senza alcun segno di consapevolezza di Chi si apprestano a ricevere, non si facciano partecipi con tutta la loro persona (anima, spirito e corpo), inginocchiandosi in quello che è il massimo Evento di ogni tempo, in cui l’Eccelsa Presenza di Dio stesso si fa umile materia per venire ad abitare con la più infima delle creature.
    Una presenza che vede prostrarsi in Cielo tutti i Santi e tutti gli angeli e che per la salvezza della terra è augurabile si prostri presto anche l’uomo. Questa verità può essere sconfessata solo se non si ama il Signore e si guarda all’uomo come ad un pari di Dio, dimenticando che l’uomo è simile a Dio e non uguale. E lo sarà (simile), quale figlio adottivo, solo se ama Dio prima e sopra ogni cosa altra creata.
    Quanti anni sono passati dall’istituzione dell’Eucaristia, da parte di Gesù, a quello dell’istituzione del dogma per eccellenza, quello della Transustanziazione! Ma ancora oggi quanti Vi credono?!
    Certo! Il Signore rispetta la dignità dell’uomo. Ma come l’uomo si evoluto nel Bene così si è evoluto nel Male che il mondo alimenta dentro di lui!
    Oggi, l’uomo è spiritualmente più maturo, ma sta deviando enormemente nelle cose buone perché ha scambiato di posto le due Signorie d’amore (la prima di Dio e l’altra di prossimo) dell’unico comandamento di Nostro Signore Gesù Cristo, dedicandosi maggiormente alle opere di solidarietà umana che a quelle di devozione a Dio. E’ come il caso di Marta e Maria. Ma la parte migliore sono pochi a sceglierla. Perché?
    Si dimentica, purtroppo, che è solo in virtù e forza dell’amore a Dio che l’uomo potrà, senza falsi intenti, amare il suo prossimo e riscattare l’anima del suo nemico! La solidarietà tra gli uomini, senza il riconoscimento della Signoria di Dio è un modo molto sottile di Satana di protrarre il tempo del suo principato. Per questo è vitale, più che importante, inginocchiarsi nel momento in cui viene materialmente il Cuore di Gesù. Nell’Eucaristia, Nostro Signore viene nell’elemento più umile della materia: il pane. Un elemento che è alla base della vita stessa dell’uomo di tutti i tempi e di tutte le condizioni, cioè della sua anima (che ripeto è la capacità di amare che il Creatore ha infuso in noi). In quell’Ostia consacrata, Gesù è come PANE VIVO. Egli si fa lievito e chiede di crescere in noi per alimentare la nostra anima e farla crescere in capacità di amare. Eppure molti ritengono che nell’Eucaristia vi sia un dio dormiente e non il Dio Vivente. Come se Dio avesse bisogno di dormire! La Sua Azione è continua e costante in un moto perpetuo di Vita Eterna.
    Pertanto, dovrebbe riuscire facile capire (per chi ha onestà intellettuale oltre che fede) che quanto più il Signore umilia la Sua divinità nell’umile materia, tanto più l’uomo, in specie il cristiano, è chiamato a prostrarsi per ricordare, in quel momento, a se stesso e agli altri, che è Dio che abbiamo davanti e sta venendo in noi. In sostanza, la nostra reverenza deve essere, in qualche modo, proporzionalmente tanto più significativa quanto più si abbassa, per noi, il Signore, facendoci partecipi con tutto lo spirito e per chi, non è materialmente impedito, anche tutto il corpo.
    Personalmente, sono anche convinto che nell’Amore misericordiosissimo di Dio Padre c’è un disegno di purificazione di tutta la Sua Chiesa. Infatti, nel primo e secondo millennio ci sono stati, non a caso, diversi santi che hanno concentrato la loro attenzione sul modo di somministrare la Comunione, fino a giungere a farLa dare dalle mani direttamente sulla lingua del fedele, sotto forma dell’attuale disco sottilissimo di pasta di farina che sostituisce il pane tradizionale, evitandone i rischi insiti. Pertanto, non ci si dovrebbe stupire se, alba del terzo millennio, il Signore vuol far fare alla Sua Santa Chiesa un ulteriore passo verso la perfezione di fede.
    Basta con il confondere l’Evento dell’Eucaristia in modo così grave dal non più rendersi conto che è proprio Dio a rendersi realmente presente in Corpo e Sangue di fronte nella Ss. Particola che si somministra ai fedeli.
    Basta con il guardare più alla dignità che a quella Somma e veramente Regale di Dio.
    L’Eucaristia è il Massimo che l’uomo potesse sperare di avere per la propria salvezza. L’Eucaristia è Tutto. Vi è tutta la Volontà misericordiosa del Padre, l’Opera infinitamente meritoria del Figlio e l’Amore gioiosissimo dello Spirito Santo. Tutto, perché più del Suo Corpo e del Suo Sangue, l’uomo non poteva mai neppure sperare di desiderare. A riceverLa con un po’ di fede, è l’unico vero “antibiotico” di tutti i mali del mondo. Pertanto, davanti a tanta Grazia, personalmente, da semplice fedele, ritengo più che giusto che il Signore chieda il massimo degli atti di riverenza in quello che è, dunque, il Centro Focale del culto a Lui dovuto. Grandissima meraviglia, invece, sorge in me per il divieto e l’indifferenza imposti proprio da coloro che, in virtù del loro ruolo gerarchico, dovrebbero essere i primi a gioirne.
    E’ nell’Eucaristia che ogni cristiano si gioca la propria fede. Perché si comporterà, di fronte al Signore, nella misura in cui crede che il Signore è lì, realmente presente. E non è difficile accorgersi, guardando le fila dei fedeli che vanno a ricevere la Comunione, quanto vi sia da riparare nel culto del Ss. Sacramento.
    Il primo grado di Suprema Giustizia si compie di fronte al Ss Particola che lo si creda o meno. “Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perchè se noi viviamo, viviamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore” (Rm 14,7). E, allora, perchè lasciarsi sfuggire questa opportunità: quella di rendere lode e gloria a Gesù.
    Non è forse vero che il Signore, per bocca di Isaia, ha profetizzato: “Lo giuro su Me stesso, dalla Mia Bocca esce la Verità, una Parola irrevocabile: davanti a me si piegherà ogni ginocchio, per Me giurerà ogni lingua” (Is 45,23; Is 49,7).
    Chi ha studiato e scrutato la Sacra Scrittura, dovrebbe sapere che al tempo del Vecchio Testamento, nessuno poteva avvicinarsi, se non i sacerdoti, per toccare l’Arca dell’Alleanza. E allora? Non è forse Gesù nella Ss. Particola, la Manna di Vita Eterna che ha sostituito e perfezionato quella primordiale dell’Antica Alleanza? E Gesù ha forse smentito i sacri precetti di culto del Vecchio Testamento? No! Li ha solo perfezionati con la Sua incredibilmente soave Presenza e amorevole comando!
    Il fedele, oggi come oggi, è solo partecipe della Potenza Misericordiosa dell’Onnipotente Dio che chiede di abitare nel Vero Tempio predisposto “ab origine da Dio Padre”: il cuore dello spirito dell’uomo, cioè l’anima, quella capacità di amare che senza il Dio dell’Amore al suo Centro finisce con il prosciugarsi fino a morire. Quel Tempio, quell’arca, che è l’unica, anche se indegna e spoglia dimora, che il Signore Dio ha voluto per se, per la stessa salvezza dell’uomo.
    Con sincera stima, saluto tutti e Vi auguro ogni bene per un pensiero in difesa dell’Eucaristia.
    Ciao a tutti.
    Giovanni


  26. Giovangualberto ha scritto il 21 settembre 2009 alle 1:05 am:

    Giovangualberto Ceri

    Via F. Turati, 30 – 50136 FIRENZE – Italia
    e-mail: giovangualberto@tiscali.it
    tel. 055-560.40.82 cell. 333.396.1191

    PUBBLICAZIONE in data 15 settembre 2009 sul BLOG di NUOVA AGENZIA RADICALE:
    Voci oltre il Tevere. Monsignor Enrico Bartoletti “beato”?
    a cura di MAURIZIO DI GIACOMO.
    Questa pubblicazione potrà essere scaricata anche da “GOOGLE”.

    THE NOBEL FOUNDATION, LITERATURE, E MONS. BARTOLETTI.

    SECONDA PARTE

    di DANTE NATO IL 2 GIUGNO 1265 E LA PROFEZIA DI MONS. ENRICO BARTOLETTI.
    Poco mi importerebbe che monsignor Enrico Bartoletti mi avesse profetizzato le scoperte su Dante che ho fatto, e su quale fosse l’autentica mentalità medievale, di cui ho già riferito nella PRIMA PARTE di questo mio intervento, se io queste stesse scoperte le avessi veramente fatte. Considerata la loro speciale importanza, a mio giudizio mi spetterebbe comunque che oggi qualcuno mi proponesse per il PREMIO NOBEL. Troppo?
    Oggettivamente sarebbe intanto più difficile che esistesse fra noi un Profeta, che qualcuno avesse fatto delle scoperte all’altezza di essere inviate al THE NOBEL FOUNDATION, LITERATURE, STOCKHOLM. Tutti gli anni ne vengono infatti inviate diverse. Comunque per me, le mie, sarebbero a questa altezza, e dunque non rimarrebbe altro, a questo punto, che vedere se fra noi fosse esistito, per l’appunto, anche qualcosa di ancor più raro, un Profeta, e che esso si fosse occupato di me. In tal caso verrebbero confermati entrambi, lo scopritore e il suo profeta. Ed è quello a cui aspiro. Verrebbe cioè confermato tutto il mio impianto spiritual-letterario, dove la componente letteraria l’avrei messa io, mentre quella spiritual-profetica lui.
    Avendo avuto il mio impegno la peculiarità di essere stato profetizzato, potrebbe conseguentemente contare un punto in più al fine di essere spedito a Stoccolma?
    Il mio modo di presentarmi avrebbe voluto essere paradossale, anche se invece verrà facilmente percepito come delirante. Però il mio amico monsignor Bartoletti, stimando l’amico suo futurista Giovanni Papini fondatore de “LACERBA” che si rifaceva a Cecco d’Ascoli, certamente non mi frenò nell’andare in questa direzione.
    Come mi sono ripromesso di fare nella PRIMA PARTE del Blog, a titolo di esempio del valore delle mie ricerche porterò la scoperta del giorno di nascita di Dante personaggio di cui Dante persona riferisce nella Commedia: nel canto XXII, vv. 110-117, del Paradiso. In base a queste terzine il Poeta risulta essere nato il Martedì 2 Giugno 1265, oggi festa di nascita anche della Repubblica Italiana. Il Poeta della Patria, Dante, sarebbe perciò nato, seguendo me, nello stesso giorno in cui che è nata la nostra patria repubblicana, la Repubblica Italiana. Potrebbe il fenomeno interessare il nostro gentilissimo Presidente della Repubblica Italiana On.le Giorgio Napolitano? Affronterò questa possibilità successivamente. L’evento potrebbe comunque felicemente e legittimamente coronare il prossimo futuro festeggiamento dei centocinquant’anni della nostra indipendenza: tanto i nostri patrioti del XIX secolo si rifecero a Dante per ottenerla.
    Una prova che monsignor Bartoletti mi profetizzò su Dante, oltre alla mia parola?
    Intanto bisognerà vedere se, di profezie, ne fece in giro anche altre, ad altri. Se ne fece, non si vede perché una non l’avrebbe potuta fare anche a me, suo grande amico, forse, scherzando, suo segretario in pectore quando fossi risultato all’altezza, nonché destinatario di diverse sue lettere autografe.
    Ciò premesso ricordo volentieri che monsignor Bartoletti, al fine che io tenessi sempre presente che lui mi aveva profetizzato, fra le altre scoperte, proprio quella del giorno di nascita di Dante personaggio, e volendo forse anche lui celebrarla anticipatamente con me, pensò un giorno di regalarmi, con dedica datata 3 giugno 1956, di Alfonso Gratry La sete e la sorgente. Mi disse assai emozionato, come se il fenomeno l’avesse sognato la notte precedente, di fronte a me stupito per la sua incomprensibile emozione, che del giorno 3 giugno non era sicuro. Ma io non ci credo. Lui scrisse 3 giugno poiché non voleva che i dantisti pensassero poi che la scoperta del 2 giugno me l’aveva suggerita lui. Se avesse scritto 2 giugno, invece che 3 giugno, non avrei infatti potuto oggi dire che era stata tutta farina del mio sacco. Se poi procediamo nei calcoli, iniziando liturgicamente il 3 giugno al tramonto del Sole del 2 giugno, e tramontando il Sole a Firenze il 2 giugno intorno alle ore venti, se consideriamo altresì che in base ai miei ragionamenti e controlli basati sul dialogo fra Dante e Brunetto Latini (Inf., XV, 49-60), Dante risulta essere nato alle 15h.39’ del 2/6/1265, l’eventuale errore di monsignor Bartoletti, rispetto a potermi indicare il 2 giugno, sarebbe stato liturgicamente di sole quattro ore e mezza circa. Siccome specificò meglio questa previsione nel 1956, e intercorrendo fra il 1956 e l’anno 1993, anno in cui io dichiarai pubblicamente di avere fatto questa scoperta (cfr. La Nazione della domenica 11 aprile 1993 in prima pagina; il Corriere della Sera del 13/4/1993; La Repubblica del 17/4/1993), trentasette anni, possiamo concludere che, come Profeta, monsignor Bartoletti fosse assai preciso anche rispetto ai contenuti delle sue profezie.
    Orbene questa scoperta del 2 giugno, analogamente a tutte le altre, sarebbe in grado di far cambiare in meglio l’attuale approccio esegetico-letterario, cioè quello che studia la nostra cultura classica e medievale fino a Dante, permettendo di poter integrare la tradizionale analisi storica e la comune filologia, con il padroneggiamento delle scienze di allora. Sarà vero?
    Per monsignor Bartoletti il mio impegno di lavoro sarebbe stato eccezionale e meraviglioso anche per la Chiesa poiché avrebbe in fine rilanciato oggi la Liturgia cristiana, o la sacra Teologia liturgica, come la chiama Dante o l’avrebbe potuta chiamare, dopo aver posto tale scienza medievale nel decimo e più alto dei cieli, l’Empireo “che pien(o) è di tutta pace” (Convivio, II, XIV, 19). Tuttavia se monsignor Bartoletti non fosse stato, poniamo, un vero profeta, sia pur volendo profetizzare, in tal caso avrebbe potuto anche sbagliarsi. Per me, non essendosi sbagliato, poiché io tali scoperte le ho effettivamente fatte, lui risulta dunque un Profeta. Però chi sa se nell’aldilà possiamo gioire della dignità e stima che ci siamo guadagnati in questo feroce aldiqua. I classici pagani e la tradizione cristiana direbbero di sì. Chi mi desse ragione su monsignor Bartoletti Profeta lo potrebbe dunque fare nel mondo dilà ancor più felice, per non dire che potrebbe riceverne grazie maggiori.
    Le mie scoperte possono fare aprire davanti agli occhi un nuovo e più autentico modo di vivere culturalmente questo mondo moderno, poiché noi viviamo, lo sappiamo, anche ripensando al passato per rielaborarlo, specialmente se di esso riusciamo ad afferrarne l’autenticità. Esse riguarderebbero il passato, ma ci farebbero vivere nel presente più profondamente. Questo perché il nostro futuro artistico-letterario, presentandosi spesso anche quale rivisitazione e approfondimento di ciò che è stato pensato, quando quest’ultimo non lo padroneggiassimo sufficientemente, potremmo andare incontro al nostro stesso futuro muoverci con lentezza e rischiando di ripetere i sacrifici e le sofferenze degli avi. I miei lavori, potendo contribuire ad evitare l’increscioso episodio poiché del passato pretendono di avere una percezione migliore, almeno per il caso di cui si occupano troverebbero un motivo in più per venire letti e apprezzati: per non fare ripetere le vecchie esperienze.
    In sintesi le mie scoperte su Dante e sul medioevo, risultando soprattutto astrologico-esoterico-liturgiche, in concreto eviterebbero di far compiere all’Umanità futura il doloroso sforzo di arrivare a capire, ex-novo, l’importanza dell’astrologia, dell’esoterismo e della liturgia cristiana, a condizione, ovviamente, che tali materie possano avere anche nel cammino da venire della stessa Umanità un ruolo culturalmente decisivo e necessario. Ma chi potrebbe oggi escluderlo a priori, se esse stesse l’hanno già avuto con solennità nel passato, e soprattutto in Dante e la sua epoca? Gli antichi si sarebbero così fortemente illusi? Cautelativamente, o prudentemente, dovremmo perciò dargli un po’ di credito e, per questo, si continui a leggermi.
    Io non sono un romanziere, né un poeta moderno, però la chiave scientifica di lettura che offro agli esegeti e ai comuni lettori per affrontare Dante, quando poi con essa andranno a rivisitarlo, permetterà loro di fare un’esperienza non inferiore, per intensità, a quella della lettura di un’ottima opera letteraria moderna, e quindi di provare intimamente un’emozione poetica nuova, sorprendente, profonda ed autentica. Con una differenza: dovranno durare più fatica ed essere interiormente attenti. Questo, purtroppo, è il punto derimente, e anche un poco imbarazzante per me che lo faccio notare, potendo gli altri dedurre di essere stati da me stesso accusati di svogliataggine e di leggerezza. Sarebbe comunque chiedere troppo, se chiedessi loro di impegnarsi maggiormente nel padroneggiamento delle scienze delle epoche che studiano e di cui vogliono riferire?
    Una domanda. Sarà stato allora solo per la maggiore flessibilità richiesta e la troppa fatica che si prospettava all’Accademia nel seguirmi, che essa stessa ha disatteso le mie ricerche, conseguentemente inibendo al pubblico dei lettori di fare l’esperienza letteraria a cui ho accennato? Questo perché il pubblico può non vedere quello che sta succedendo nelle analisi filologiche quando mancasse loro quell’accreditamento di cui il pubblico stesso ha culturalmente bisogno prima di ricercare e di impegnarsi a leggere.
    Per la mentalità del Bartoletti e per quella di uno dei suoi maestri, ALFONSO GRATRY, sarebbe stato d’altronde logico e naturale, che se uno avesse fatto delle decisive e rivoluzionaria scoperte, tipo la mie, e perciò importantissime ed inattese, in grado cioè di invalidare lo STATUS QUO, poi ben difficilmente avrebbe trovato in vita sua qualcuno importante disposto a riconoscergliele, a farle valere. E non solo perché non avrà voluto scomodarsi impegnandosi in questioni non sue. Infatti la spiegazione ontologica di un tale disinteresse verso i lavori che obbligano ad interrogarsi sulla verità potrebbe avere implicazioni fenomenologico-trascendentali, o di ordine spirituale, volendole trovare, assai pesanti. Omettiamo.
    Se tutto fosse facile, dicevano il Gratry e il Bartoletti, perché saremmo qui ad aspettare il giorno della discesa dal cielo della Nuova Gerusalemme Terrestre, o quello in cui vedremo sorgere le torri de la Novella Troia? Che sono torri, tanto inneggianti alla ricerca della verità in ogni campo, quanto, dopo averla trovata, inclinanti a poterne fare gioire insieme, essendo assente, entro le sue mura, l’invidia. C’è in queste torri un rilancio dell’idea di COMUNIONE che, avendo le sue radici nell’attività di ricerca della verità in ogni campo, farebbe della stessa Novella Troia una città di cittadini (Prophetas, et Sapientes, et Scribas – cfr. liturgia del 26 dicembre, festa di santo Stefano protomartire), cioè di profeti, di artisti, di filosofi, di intellettuali, di poeti e più in generale di innamorati di tutto quanto è degno di amore, in grado di poter rendere grazie a Dio della loro esistenza in terra come vorranno, cioè senza forme prescritte, come già era previsto dalla antica dottrina della Didaché tanto cara a monsignor Bartoletti. Dunque in riferimento alla Novella Troia si sarebbe trattato, per lo stesso Bartoletti, di una città antiborghese, nel senso più profondo e cristiano del termine. E qui c’è tutto lui con Paolo VI, a mio giudizio. Personalmente avrei anzi motivo di ritenere che, sia pure segretamente, tanto il Bartoletti che Paolo VI tenessero in seria considerazione i MOVIMENTI EXTRAPARLAMENTARI degli inizi degli anni ’70 in cui vedevano un segno di manifestazione del bisogno della Novella Troia. Si sarebbe trattato di una considerazione da potersi ritenere, per allora e da parte di alcuni, pericolosa? Nella stessa maniera, per come me ne parlò a Roma il Bartoletti, credo che la potessero pensare anche il cardinale Antonio Poma e monsignor Albino Luciani.
    Comunque, per quanto mi riguarda, se adesso non trovassi nessuno qualificato disposto ad ascoltare le mie verità su Dante e sul medioevo, e a darmi sostanzialmente una mano perché abbia successo, in base al Gratry e al Bartoletti rientrerei perfettamente nella norma. La Novella Troia, mi potrebbero dire, è lontana, e non solo per te.
    Per contro però, se monsignor Bartoletti risultasse un Profeta, parimenti che io uno scopritore, che posto dovrebbe occupare nella nostra società? Si troverebbe anche lui in attesa di qualcosa che non arriva? Oppure gli sarebbe potuto capitare quasi obbligatoriamente, già da subito, qualcosa di attinente alla dignità del suo ruolo? Per tentare, ipoteticamente, di farsene un’idea credo possa essere utile andare a leggersi cosa dice la LITURGIA CRISTIANA SUI PROFETI. Essa ne parla, guarda caso, proprio nel giorno da me scoperto di CONCEPIMENTO DI BEATRICE PERSONAGGIO, Venerdì 26 dicembre 1264, festa di Santo Stefano protomartire, di cui Dante riferisce nel capitolo XXIX, 1-2, della Vita Nuova, ma a cui si arriva solo dopo aver risolto l’enigma del giorno di nascita di Dante personaggio di cui al canto XXII, vv. 110-117, del Paradiso: e si tratta di quell’enigma di cui qui mi sto occupando per arrivare a farne capire la risoluzione.
    Dal giorno di concepimento di Beatrice si ricaverebbe liturgicamente la sorte dei profeti, del Bartoletti. Da quello di nascita di Dante personaggio che il Bartoletti, se si presta fede a me, lo fu.
    Ricordo per intero, e per comodità, il punto in cui il Poeta tratta del giorno di nascita di Dante personaggio. Egli recita:
    “… in quant’io vidi ‘l segno / che segue il Tauro e fui dentro da esso. / O gloriose stelle, o lume pregno / di gran virtù, dal quale io riconosco / tutto, qual che si sia, il mio ingegno, / con voi nasceva e s’ascondeva vosco / quelli ch’è padre d’ogne mortal vita, / quand’io senti’ di prima l’aere tosco;” (Par., XXII, 110-117).
    Riletti questi versi, come si pensa si possa arrivare a scoprire la LONGITUDINE in Gemelli, per il 1265, di quel gruppo di tre Stelle Fisse di nascita di Dante personaggio, gloriose e piene di gran virtù, e perciò corrispondenti alla POLARE, alla BETELGEUSE e alla MENKALINAM, sopra alle quali porre poi il Sole per così stabilire, per CONGIUNZIONE stretta con loro, il grado occupato in Gemelli dal Sole stesso nel giorno in cui Dante personaggio fu fatto nascere? Conosciuto il grado occupato dal Sole si potrà poi facilmente accertare, sia che giorno preciso era quando il fenomeno si dette, e quindi in quale giorno il Poeta personaggio fu fatto nascere seguendo il c. XXII, vv. 110-117, del Paradiso, sia, per ciò che mi riguarda, che la profezia di monsignor Bartoletti che io, in vita mia, avrei scoperto tale qualificantissimo giorno insieme a tante altre cose, fu vera. Ovviamente ammesso che tale profezia del Bartoletti non me la sia inventata di sana pianta, come però altre considerazioni sullo stesso Bartoletti potranno recisamente escludere.
    Per arrivare a stabilire la longitudine delle Stelle di Dante per il 1265 in pratica ho sottratto, dalla loro longitudine per l’anno 2000 che si trova bene indicata nel volume di MARCO GAMBASSI, Conoscere le stelle (ed. F. Capone, Torino, 2003, p. 346), l’angolo da loro maturato dal 1265 al 2000 che risulta pari a 10°.15’. Questo perché “il movimento quasi insensibile, o impercettibile, di tutte le Stelle Fisse, le quali, per il loro copiosissimo numero, dice Dante che contare di qua giù non le potemo”, oggi sappiamo, dopo le numerose discussioni che hanno attraversato tutto il medioevo, corrispondere oggettivamente ad un grado ogni 72 anni circa. E, fatti i calcoli, per l’arco dal 1265 al 2000, si arriva ad un angolo di 10°.15’. Tale angolo sappiamo essere dovuto al noto slittamento longitudinale ed apparente del Cielo delle Stelle Fisse sullo ZODIACO DEI SEGNI. Nel cielo delle Stelle Fisse è logicamente contenuto, sulla fascia zodiacale, anche lo ZODIACO DELLE COSTELLAZIONI, cioè le dodici costellazioni zodiacali, mentre il loro moto apparente sullo ZODIACO DEI SEGNI, come anche quello di tutte le altre stelle, e perciò tanto di tutte quelle dell’emisfero settentrionale che australe, sappiamo essere dovuto al noto fenomeno della precessione degli equinozi: fenomeno di cui tiene conto anche Dante (Convivio, II, XIV, 11; II, V, 16).
    Pregherei gentilmente gli esegeti di tener presente e valutare il fenomeno a cui ho fatto riferimento poiché comunemente sembra essergli sfuggito: e si tratterebbe del così detto ZODIACO DEI SEGNI A SPICCHI su cui ha recentemente scritto anche Marco Gambassi nell’intento di agevolare i ragionamenti in tema di astronomia-astrologia sferica.
    Nel segno dei Gemelli è stato per me facile controllare per il 1265, sia che non esistesse un altro gruppo di stelle importanti il cui angolo di congiunzione col Sole potesse soddisfare l’indicazione fornita dal Poeta, sia che non esistessero di maggiormente gloriose e virtuose di queste tre: la Polare a 18°.20’ in Gemelli, la Betelgeuse a 18°30’ e la Menkalinam a 19°.40’. Per esempio la Polare nell’anno 2000 trovandosi a 28°.34’ in Gemelli, meno 10°.15’, uguale Polare nel 1265, con gli arrotondamenti, a 18°.20’ come già da me dichiarato. La Polare sarà per Dante la stella che brilla, indicandola, sopra la “cittade di Maria” posta da lui al polo Nord in cui, per omogeneità della città col nono cielo acqueo, Cristallino e di Maria, o Primo Mobile, i suoi simbolici, o ideali, cittadini starebbero a gloriare sotto la insegna della Madonna (cfr. Convivio, III, V, 8 – 19; Vita Nuova, XXVIII, 1; Par., XXVII, 67 – 69). Potrebbe essere per simpatia con la città di Maria con cui si trova in congiunzione che la virtus contracta della Polare emana “gloriosità”, mentre la stessa città di Maria sarebbe a sua volta gloriosa per simpatia col nono cielo acqueo di Maria in cui dichiaratamente si sta a “gloriare” (Vita Nuova, XXVIII, 1). È l’acqua, l’umido, che per l’antichità e il medioevo faceva muovere tutto, ivi compreso il corpo dell’essere umano attraverso l’”umido radicale”, cioè di natività (Convivio, IV, XXIII, 6-8). Questo, intuitivamente, risulterebbe il discorso da fare, per esempio, sulla Polare. Poetico?
    A questo punto l’unica incertezza che potrebbero avere gli esegeti tradizionalisti nell’approvare, o nel condividere, la mia oggettiva scoperta del 2 GIUGNO potrebbe derivare dal fatto che mi sia sbagliato nell’identificazione delle stelle di Dante. Oppure loro potrebbero anche pensare, come spesso si legge, che con i citati versi del canto XXII, vv. 110-117, del Paradiso, il Poeta abbia voluto semplicemente fare poesia in senso fantastico, cioè moderno, alla maniera insomma di Giacomo Leopardi quando ricorda la Luna, obliando quindi necessariamente di inserire le scienze medievali di più alto livello gerarchico, e perciò l’Astrologia, la Morale Filosofia e la Sacra Teologia Liturgica, nel suo scrivere e poetare. Di fronte a tale convinzione filologica e storica, per altro consolidatissima, gli esegeti avranno visto in me, nell’insistere tanto nelle mie ricerche, una sorta di incomprensibile testardaggine, poiché avrei insistito nell’avversare quanto a loro risultava da tempo del tutto evidente e, da qui, il ritenere “oziosa” la mia ricerca (cfr. Graziella Federici Vescovini, Dante e l’astronomia del suo tempo, nella rivista ‘LETTERATURA ITALIANA ANTICA’, Roma, Moxedando Editrice, anno III, 2002, pp. 299 – 300), o il loro considerare dilettantistico, o da “outsider”, il mio livello di ricercatore (cfr. Patrick Boyde). Io altre spiegazioni plausibili non ne trovo.
    Anche HEINRICH SCHLIEMANN per le scoperte su Troia e sulla civiltà micenea, a cui monsignor Bartoletti, profetizzando, mi aveva un giorno paragonato, partì come un dilettante pieno di entusiasmo, però poi l’Accademia gli andò incontro trovando vantaggioso il suo metodo di ricerca e infine, almeno in parte, riconoscendogli un forte valore. Invece, in relazione alla spiegazione da me trovata per i ricordati versi di Par., XXII, 110ss. l’Accademia continua a chiudere gli occhi. Le sarà salutare? Per lei il Poeta con questi versi avrebbe solo genericamente voluto ricordare di essere del “bel segno astrologico dei Gemelli”, e non affatto di essere nato il martedì 2 Giugno. Ma io affermo che le è stato possibile mantenere questa tesi perché essa ha continuato ad ignorare che il Poeta ricorresse pienamente all’astrologia di Tolomeo e alle sentenze del suo Tetrabiblos. Si legge adesso: “mi viene l’obbligo di esaminare il problema di Dante astrologo; in particolare il suo impegno del termine astrologia per intendere ‘astronomia’”, (cfr. GRAZIELLA FEDERICI VESCOVINI, ivi, p.306). Ma se questo è il tèlos attraverso cui per secoli si è studiato Dante, se io avessi ragione a immaginarmelo capovolto, cosa dovrebbe in generale succedere a Italianistica e nelle Facoltà di Lettere e Filosofia? Conseguentemente potrei io essermi guadagnato, se avessi ragione, un punto in più nel convincere una qualche Accademia accreditata a scrivere al THE NOBEL FOUNDATION, LITERATURE, STOCKHOLM? Ma avrei maggiormente piacere, seguendo la filosofia di KARL R. POPPER, di vedere smentita, o confutata, la mia appassionata dimostrazione scientifica, la mia congettura, piuttosto che vedermi in viaggio per Stoccolma, tanto sono esistenzialmente curioso. Qualcuno vorrà accontentarmi nel mio intimo desiderio di vedermi legittimamente defenestrato?
    Esistono in tutto il mondo tanti Premi Letterari importanti di cui molti professori si gloriano di farne parte e, in particolar modo, di far parte del loro Comitato Scientifico di Aggiudicazione, per cui a me resta difficile ammettere che, per la difficoltà scientifica e faticosità dell’impegno richiesto nel seguirmi, le mie argomentazioni soprattutto tolemaico-liturgico-dantesce, vengano sistematicamente messe da parte.
    Gentilmente rivolgerei la richiesta di intervenire nell’analisi sul martedì 2 GIUGNO 1265, magari dopo averci ripensato, anche a GRAZIELLA FEDERICI VESCOVINI e ad ANTONIO LANZA direttore della rivista Letteratura Italiana Antica poiché, a vario titolo, già si sono occupati di Dante e l’astronomia del suo tempo (Anno III, 2002, Roma, Moxedano Editrice, pp. 291 – 309).
    Non ci si limiti a fare la storia dell’astrologia ai tempi di Dante. Si entri invece anche nel merito delle questioni astrologico-esoterico-liturgiche da lui poste cercando di risolverle. Che male ci sarebbe anche se è fuori dalla consuetudine? Si può insegnare all’Università cos’era il medioevo e la sua letteratura poiché si sono direttamente letti e studiati moltissimi libri dell’epoca e tanti altri testi critici a commento, ma con tale metodo, se pur encomiabile, si procede pur sempre per approssimazione. E le smentite, prima o poi, arriveranno. Se tale metodo potrà essere integrato da un altro, da quello da me inaugurato, per il quale solo dopo essersi impadroniti delle scienze medievali di più alto rango si potrà riuscire a vedere e a risolvere, gli enigmi, o le questioni, che contengono le opere, la possibilità di futura smentita di quello che si è sostenuto dovrebbe ridursi di molto, se non approssimarsi allo zero. Insomma l’insegnamento di cosa fu il medioevo, seguendomi, risulterà maggiormente aderente alla realtà, fornendo le mie ricerche su esso stesso una visione più autentica.
    Se gli esegeti non si volessero direttamente occupare nemmeno di accertare la mia scoperta del giorno di nascita di Dante personaggio, allora chiederei gentilmente alla SOCIETÀ DANTESCA ITALIANA con sede a Firenze, alla THE DANTE SOCIETY OF AMERICA con sede alla Harvard University, alla DEUTSCHE DANTE-GESELLSCHAFT con sede a Magdeburg, alla CASA DI DANTE IN ROMA con sede a Roma, alla BIBLIOTECA CLASSENSE di Ravenna, all’ACCADEMIA NAZIONALE DEI LINCEI con sede a Roma, di assumersi loro in prima persona come associazioni, la risoluzione, semmai le risultasse possibile, di questo giorno di nascita di cui al c. XXII, vv. 110-117, del Paradiso, considerato che si tratta pur sempre del loro emblematico eroe, del vessillo con cui da molti decenni danno onorevolmente senso alla loro attività, nonché di quello con cui adornano i loro timbri a inchiostro indelebile.
    Orbene in base alle mie ricerche, perché il Sole nel giorno di nascita di Dante personaggio venga a trovarsi il più vicino possibile (congiunzione stretta) a questo gruppo di stelle, Polare, Betelgeuse e Menkalinam e al tempo stesso in fase di avvicinamento ad esse stesse, e non di allontanamento, fatti i calcoli dovrà trovarsi a circa 18°.01’ in Gemelli (cfr. Profhacii Judaei Montispessulani [Montpellier- Francia] ALMANACH PERPETUUM, tabula Solis prima – c. 20 verso – Ad fidem Codicis Laurentiani, PL. XVIII sin. N.1). Spiegherò più avanti perché il Sole in questa congiunzione dovrà essere colto, dantianamente, in fase di AVVICINAMENTO, o MONTANTE, o NOBILE, e non in fase di ALLONTANAMENTO da esse, o di distacco, o VOLGENTE, o VOLGARE.

    Per controllo.
    Il Sole, alle 12h.00’ del martedì 2/6/1265 su Montpellier (Montispessulani), come ho già ricordato nella prima parte, si trovava, seguendo le ricordate tavole, alla longitudine di 17 gradi, 53 munuti, e 17 secondi nel segno dei Gemelli. Poche decine di minuti dopo si sarà perciò logicamente trovato, a Firenze, ai ricordati 18°.01’ circa in Gemelli, come da me indicato fino dal 1993, e il fenomeno si sarà verificato sempre durante questo stesso martedì 2 Giugno 1265. Queste tavole testimoniano documentalmente che Dante personaggio è stato fatto dunque nascere, da Dante persona, in questo giorno martedì 2 GIUGNO 1265 poiché solo in questo stesso giorno il Sole, durante tutto l’anno, viene a trovarsi in congiunzione montante e nobile con la Polare, la Betelgeuse e la Menkalinam.
    Quali obiezioni possono essere mosse contro questa scoperta?

    Gentilissimo Signor Presidente della Repubblica Italiana,
    On.le Giorgio Napolitano,

    seguendo i miei calcoli e le mie ricerche risulta dunque che Dante è nato il 2 GIUGNO. Nessuna obiezione è stata mossa nel merito dagli Illustrissimi Signori Docenti Universitari di Italianistica e di Filologia e Critica dantesca a questa mia dimostrazione. Siccome anche a Firenze chi tace acconsente, dopo una eventuale ed ulteriore analisi, fatta questa volta su specifico incarico professionale ad esperti, magari per questa solenne occasione a titolo oneroso, se poi il risultato fosse quello da me sperato, ebbene sarebbe possibile festeggiare allora insieme tutti gli anni il 2 GIUGNO la nascita della Repubblica Italiana e quella di Dante personaggio.

    Le parole della Sacra Teologia Liturgica del 2 giugno, festa dei ss. Marcellino, Pietro ed Erasmo (cfr. Calendario del 1263 a Bominaco, L’Aquila, Oratorio di San Pellegrino; cfr. Biblioteca Laurenziana, EDILI 107, a carte 3/verso), finiranno poi per confermare ulteriormente questa scoperta, se mai ce ne fosse logicamente bisogno, portando a termine la meravigliosa architettura medievale da me scoperta, di natura astrologico-esoterico-liturgica, inventata dal Poeta e di fronte alla quale monsignor Enrico Bartoletti si era tanto emozionato quando me la predisse.

    Trattazione astrologica degli UMORI per stabilire la legittimità del punto
    di CONGIUNZIONE Sole-Stelle Fisse, di cui al c. XXII, vv. 110-117, del Paradiso.

    Entriamo adesso, come mi ero ripromesso di fare, nella parte più strettamente scientifico-medievale in modo da cercare di far intravedere sufficientemente la materia astrologico-tolemaica che ha in mente il Poeta, la quale per me esclude recisamente che quando Dante impiega il termine astrologia possa intendere ‘astronomia’. Quando lui scrive astrologia, intendendo naturalmente quella scientifica, non dovranno essergli fatte tare: di piena astrologia tolemaica lui intenderà trattare. Si studi dunque il Tetrabiblos di Tolomeo, e specialmente in quel punto in cui lo stesso Tolomeo, analogamente a Dante e prima di lui, si occupa dei pianeti in aspetto col Sole (rivoluzioni sinodiche) per indicare la virtus dei loro quattro umori. Dante, richiamandosi a questi, permette di dare una congrua spiegazione del suo ricorso all’Astrologia delle elezioni, e perciò ogni qual volta decide di prendere una nuova iniziativa, compreso il viaggio della Commedia, o interviene riferendo di un nuovo evento. Il Poeta cioè, avvalendosi della differente natura dei quattro umori, ricorre al quarto modo di occuparsi di astrologia esercitativa seguendo un suo contemporaneo, forse anche suo amico, Pietro d’Abano. Questi scrive: “Quarta vero de electionibus qua, considerata disposizione celesti laudabili, agere incipimus” (PIETRO D’ABANO, Lucidator dubitabilium astronomiae-astrologiae, Differentia prima, propter primum). E tale lodevole disposizione si riferisce anche alla natura degli umori.
    Sappiamo che Dante, interpretando e approfondendo Claudio Tolomeo (Tetrabiblos, I, V, 1-2; I, VIII, 1-2), in relazione ai quattro umori, umido, caldo, secco e freddo, ritiene MONTANTE E NOBILE l’umore UMIDO e quello CALDO, anche perché, iuxta sententiam Ptholemaei, sono fecondi e attivi (Tetrabiblos, I, V, 1), mentre ritiene, iuxta suam propriam sententiam, VOLGENTE E VOLGARE l’umore SECCO e quello FREDDO (Convivio, IV, XXIII, 6 – 15), anche perché sono distruttivi e passivi. La fase montante e quella volgente è ovviamente sempre rispetto ad un PUNTO CULMINANTE, o SOMMITÀ DELL’ARCO, ed è perciò questo culmine che dobbiamo sempre ricercare ed avere presente quando affrontiamo, in ogni occasione, i quattro umori. Rispetto ad un CULMINE, che è il punto di discriminazione occidente-oriente, tutto si muoverà e si mostrerà, o in fase di avvicinamento ad esso stesso (fase montante e nobile), o in fase di allontanamento da esso stesso (fase volgente e volgare). La posizione fissa in cielo delle tre Stelle di nascita di Dante (Polare, Betelgeuse e Menkalinam), nel nostro caso sarà il punto culminante per il Sole (astro errante) di nascita del Poeta personaggio.

    Al fine di potersi rendere meglio conto del pensiero scientifico medievale e della validità della presente dimostrazione, ricordo che nel tratto diurno della giornata il Sole si trova al suo CULMINE a mezzogiorno, a 90° dal suo essere sorto iuxta sententiam Dantis (Convivio, IV, XXIII, 10; IV, XXIV, 6). Di conseguenza la giornata, in dipendenza della fase ascendente del Sole, sarà umida e calda e perciò montante e nobile e quindi feconda e attiva (dal sorgere del Sole stesso fino a mezzogiorno), mentre da mezzogiorno in poi, cioè dal culmine del Sole fino al suo tramonto, essa sarà secca e fredda e perciò volgente e volgare e quindi distruttiva e passiva (Convivio, IV, XXIII, 10; IV, XXIV, 6). L’attività del corpo dell’uomo, sia materiale, che psichica, che spirituale, per gli antichi e per i medievali doveva tener conto, anche da un punto di vista liturgico, di queste quattro fasi umorali giornaliere, come analogamente ne doveva tener conto in relazione a tutto l’anno. Sono le quattro stagioni (inverno, primavera, estate e autunno) a rendere conto dell’alternarsi, durante l’anno, dei quattro umori, con conseguenze anche sulla liturgia cristiana. Per Dante e per la Liturgia cristiana la fase umida annuale inizia a farsi sentire già sotto la neve, al solstizio d’Inverno, per la festa della Natività di Cristo del 25 dicembre, cioè con l’ingresso del Sole nel segno del Capricorno (Par., XXVII, 67-69), e da questo momento in poi il ciclo annuale sarà, dantianemente e liturgicamente considerandolo, montante e nobile. Il massimo del ciclo umido e caldo, cioè montante e nobile, sarà invece raggiunto per Pasqua, per la festa della Resurrezione di Cristo, all’equinozio di primavera iuxta sententiam Ptholemaei (Tetrabiblos, II, XI, 5-7). La fase calda terminerà per la Natività di san Giovanni Battista, il 24 giugno, che è il CULMINE del ciclo annuale del Sole. Da allora in poi il ciclo del tempo si farà volgente e volgare e sarà prima secco e poi freddo fino a ritornare alla Natività.

    Analogamente il fenomeno si ripeteva per loro nella valutazione dell’arco della vita umana attiva (Convivio, IV, XXIII, 6-15) che, per Dante, va dall’età dell’Adolescenza a quella della Senettute, e quindi comprendente la Gioventute ma con esclusione della Senio. Egli fa pari quest’arco a settanta anni paragonaldolo a tutto il moto diurno del Sole, cioè al periodo diurno della giornata: l’età della senio, cioè quella da settant’anni in poi, venendo invece dal Poeta posta sotto l’orizzonte, cioè sotto il Discendente, per lui stesso l’uomo sarà meglio che rivolga il suo pensiero esclusivamente a Dio. Di conseguenza la vita attiva dalla nascita al trentacinquesimo anno di età, che è la metà di settanta anni, Dante la considererà umida e calda, montante e nobile e feconda e attiva e, al contrario, dal trentacinquesimo anno in poi, prima secca e poi fredda, cioè volgente e volgare e quindi distruttiva e passiva. È di tutta evidenza che il “punto sommo di questo arco” (Convivio, IV, XXIII, 9-11), il culmine della vita per come lui la intende, seguendo ed approfondendo cristianamente Tolomeo, sarà rappresentato dal trentacinquesimo anno di età, cioè dal Sole a mezzogiorno. Essendo Gesù Cristo idealmente e liturgicamente morto a trentaquattro anni esatti a datare dal suo concepimento, o incarnazione (Il concepimento, per il calendario antico fiorentino, è idealmente avvenuto il venerdì 25 marzo del 1° anno dopo Cristo e la morte in croce il venerdì 25 marzo del 35 dopo Cristo), possiamo affermare che tale età, se la vogliamo computare sul moto diurno del Sole come fa Dante, corrisponda a quand’era quasi mezzogiorno. Scrive Dante, “era quasi ora sesta quando (Gesù Cristo) morio, che è a dire lo colmo del die” (Convivio, IV, XXIII, 11). Questo è il giusto ragionamento da seguire per capire l’indicazione dell’ora di morte di Cristo per Dante nel momento in cui deve seguire ed interpretare l’evangelista Luca. In base alle ore liturgiche, o ineguali, o planetarie, ovviamente anche per lo stesso Dante, Gesù Cristo è morto alle quindici, all’ora nona, nell’ora planetaria del Sole: Venerdì e perciò prima ora di Venere, II del Sole, III di Marte, IV di Giove, V, di Saturno, VI della Luna, VIII di Mercurio, VIII di Venere e IX ora del Sole. Scrive emblematicamente Dante forse volendoci dare la giusta dritta: “Nullo sensibile in tutto lo mondo è più degno di farsi essemplo di Dio che ‘l sole” (Convivio, III, XII, 7).

    Devo ricordare, per inciso, che le mie ricerche astrologiche indicano scientificamente che il viaggio della Commedia inizia il 25 marzo del 1301 e termina alle 12h. – 15h. del venerdì Santo 31 marzo 1301, conseguentemente durando sei giorni e mezzo circa, e perciò fino al giorno kabalistico, o numerologico, giubilare rispetto ad un dato inizio, o incipit. È sempre giubilare l’intero giorno che si aggiunge al numero sei quand’esso conta la sesta volta di un qualcosa. Per cui: 3 + 3 = 6 cerchio chiuso, più l’Unità giubilare, il Bene, il Padre, Dio, Gesù Cristo che rompe le chiusure, uguale 7, giorno giubilare. E Dante ragiona così. Il viaggio si compie inoltre richiamandosi esattamente anche alle feste liturgiche di concepimento e di morte di Cristo in croce. La prima posta all’inizio è una festa fissa, e la seconda posta in chiusura è una festa mobile. Il computo cronologico risulta invece quello calendariale-antico-fiorentino, obliato dagli esegeti, con Cristo non solo risorto, ma anche nato di domenica. Per il computo dei giorni del viaggio nel 1301 si veda, GIOVANGUALBERTO CERI, Dante e l’astrologia, con presentazione di Francesco Adorno, Loggia de’ Lanzi, Firenze, 1995, per altre valutazioni il testo, essendo del 1995, e non avendo io mai cessato fino ad oggi di approfondire l’argomento, su alcuni punti potrebbe considerasi superato.
    Ugualmente il ricordato fenomeno scientifico dell’alternanza dei quattro umori, cioè delle fasi nobile e volgare, si ripeterà per la Luna. Il pianeta dal novilunio al plenilunio sarà infatti in fase umida e calda, perciò montante e nobile, e quindi feconda e attiva, e per Dante non si potrà assolutamente sgarrare nel calcolarlo, o valutarlo, se vogliamo capire il motivo per cui la Luna, per motivi scientifico-astrologici (Inf., XX, 127 – 129), non dovrà nuocere. Dal plenilunio a ritornare al novilunio, la fase sarà invece secca e fredda, volgente e volgare e quindi distruttiva e passiva, e perciò impossibilitata, o inibita, seguendo l’astrologia delle elezioni, ad aiutare un viandante anche, sembra, nell’aldilà. Sfuggirebbe alla nostra comprensione una grossa fetta del pensiero di Dante e della poesia della Commedia se non facessimo mente locale a quest’ordine di astrologiche considerazioni.
    Orbene in riferimento al moto di rivoluzione dei cinque pianeti, che per la risoluzione delle questioni poetico-astrologico-liturgiche poste da Dante sarà di ancora più forte rilevanza, i due pianeti inferiori al Sole, o interni alla Terra, Mercurio, Venere, e i tre superiori al Sole, o esterni alla Terra, Marte, Giove e Saturno, iniziano tutti, per la tradizione astrologica, la fase umida al perigeo.

    La REGOLA GENERALE per la successione dei quattro umori (umido, caldo, secco e freddo) nei cinque pianeti (Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno) è la seguente.
    I cinque pianeti si ricaricano di umidità al loro passaggio al perigeo.
    Tale regola era ben nota a Dante e alla tradizione e si deduce chiaramente da Tolomeo, dalla Liturgia cristiana e dalla lettura delle opere della paganità classica, ma è stata purtroppo dimenticata dagli astrologi in epoca moderna, probabilmente a partire dal primo Umanesimo e perciò obliata, purtroppo, anche dagli astrologi contemporanei.
    I cinque pianeti sono umidi e caldi e perciò montanti e nobili e quindi fecondi e attivi, nel tratto dal perigeo all’apogeo, e secchi e freddi e perciò volgenti e volgari e quindi distruttivi e passivi dall’apogeo, cioè dal loro culmine, fino a ritornare al perigeo. Insomma l’apogeo dei cinque pianeti costituisce il loro culmine, o sommità dell’arco, e corrisponde, ovviamente, al plenilunio della Luna, e al solstizio d’estate per il Sole, nonché al trentacinquesimo anno di età della vita umana, e al perfetto allineamento di un astro errante (i sette pianeti comprendenti il Sole) con un astro superiore, o Stella Fissa, o gruppo di Stelle Fisse: ed è il punto a cui dovevo arrivare per controllare il fenomeno di congiunzione astrologica Sole-Stelle Fisse del c. XXII, vv, 110-117, del Paradiso che finisce poi per indicare il nostro martedì 2 giugno 1265.
    Come si fa a dire che Dante non si occupa di astrologia e che quando scrive astrologia intende ‘astronomia’? Per me potrebbe essere perché all’Università non si padroneggia ancora sufficientemente la materia. Ma si tratta di una lacuna che si pensa in seguito di dover colmare?

    Fine della trattazione astrologica degli UMORI per stabilire la legittimità del punto
    di CONGIUNZIONE Sole-Stelle Fisse di cui al c. XXII, vv. 110-117, del Paradiso.

    Si capirà adesso meglio il motivo per cui nel giorno di nascita di Dante personaggio il Sole, in aspetto di congiunzione con le tre stelle, dovrà essere colto in avvicinamento ad esse stesse, costituendo esse il culmine di questo suo tragitto. Per tale motivo è da escludere in Dante l’aspetto di congiunzione del Sole in fase di allontanamento, o di distacco, o volgente, da queste tre stelle. Comunque, anche in fase di congiunzione volgente il fenomeno sarebbe sempre valido entro un campo di due gradi. Questa ipotetica congiunzione volgente, da escludere per tutti i ricordati motivi, condurrebbe ad un giorno di nascita di Dante di qualche decina di ore successivo al ricordato 2 giugno 1265.

    Dunque, e riassumendo al fine di fare padroneggiare meglio tutto il fenomeno.

    - Sole a 18°.01’ di longitudine nel segno dei Gemelli che, quale astro errante o pianeta del quarto cielo, a questa longitudine si trova oggettivamente in fase di avvicinamento alle superiori tre Stelle Fisse di nascita di Dante personaggio appartenenti all’ottavo cielo.
    - Le Tre Stelle Fisse a cui il Sole di Dante si sta avvicinando, e che dopo solo ventiquattro ore avrà già oltrepassato, in tal caso prendendo un aspetto volgente e volgare che sarebbe da escludere, sono:
    - La Polare, nel 1265, a 18°.20’ di longitudine nel segno del Gemelli.
    - La Betelgeuse a 18°.30’ di longitudine nel segno dei Gemelli.
    - La Menkalinam a 19°.40’ di longitudine nel segno dei Gemelli.
    - Per il darsi del fenomeno di congiunzione montante, è una necessità che il Sole si trovi a 18°.01’ circa in Gemelli.
    - Se poi prendiamo le già ricordate Tavole di Profazio dell’epoca e cerchiamo in quale giorno il Sole raggiunse i predetti 18°.01’ in Gemelli oggettivamente notiamo, come ho già detto e ripeto, che li raggiunse il martedì 2 Giugno 1265.
    - Se poi andiamo a vedere che festa liturgica si celebrava il 2 giugno, vediamo che si celebrava, appunto, quella dei ss. Marcellino, Pietro ed Erasmo (cfr. Calendario del 1263 a Bominaco, L’Aquila, Oratorio di San Pellegrino; cfr. Biblioteca Laurenziana, EDILI 107, a carte 3/verso). Festa allora importantissima.
    - Se poi leggiamo cosa dice la liturgia di questo giorno, essa così recita,
    - EGO ENIM DABO VOBIS OS ET SAPIENTIAM, CUI NON POTERUNT RESISTERE ET CONTRADDICERE OMNES ADVERSARII VESTRI. TRADEMINI AUTEM A PARENTIBUS, ET FRATRIBUS, ET COGNATIS, ET AMICIS, ET MORTE AFFICIENS EX VOBIS, ET ERITIS ODIO OMNIBUS PROPTER NOMEN MEUM: ET CAPILLUS DE CAPITE VESTRO NON PERIBIT. IN PATIENTIA VESTRA POSSIDEBITIS ANIMAS VESTRAS. (Die ii Junii. SS. Martyrum Marcellini, Petri atque Erasmi). E si intuisce subito che essa sta riassumendo anche la biografia del Poeta.
    - Se poi vogliamo farci un’idea autobiograficamente fondata di chi fosse Dante e di quello che dovette patire in vita sua, possiamo integrare le nostre conoscenze rileggendo, per esempio, quanto egli scrive nel Convivio.

    - “Poi che fu piacere de li cittadini de la bellissima e famosissima figlia di Roma, Fiorenza, di gittarmi fuori del suo dolce seno – nel quale nato e nutrito fui in fino al colmo de la vita mia (ossia fino a quell’anno in cui egli potrà scrivere, “Nel mezzo del cammin di nostra vita” – Inf., I, 1. – che scientificamente e tassativamente è costituito dalla Rivoluzione solare del suo XXXV anno di età che va dal 2/6/1300 al 2/6/1301 e per cui il viaggio della Commedia mai potrà essere collocato nella primavera dell’anno 1300 come, purtroppo, comunemente avviene), e nel quale, con buona pace di quella, desidero con tutto lo cuore di riposare l’animo stanco e terminare lo tempo che m’è rato – per le parti quasi tutte a le quali questa lingua (il volgare italiano) si stende, peregrino, quasi mendicando, sono andato, mostrando contra mia voglia la piaga de la fortuna, che suole ingiustamente al piagato molte volte essere imputata. Veramente io sono stato legno sanza vela e sanza governo, portato a diversi porti e foci e liti dal vento secco che vapora la dolorosa povertate” (Convivio, I, III, 4-5).

    - Se poi questo sistema di procedere astrologico-esoterico-liturgico Dante lo avesse applicato tante altre volte, cioè sempre quando gli fosse parso utile e necessario, allora significherebbe che qualcosa di nuovo e di sostanziale dovrà, almeno per me, essere aggiunto a Filologia e critica dantesca, a Italianistica e a Storia della cultura medievale.
    Il succo poetico di queste mie scoperte non è comunque contenuto solo in esse, per quello che di esse ho potuto qui riferire. Un’altra parte consistente è demandata alle intuizioni che, partendo da queste stesse scoperte, si potranno avere e che Dante ha ben messo in conto. Credo anzi che il Poeta faccia appello proprio a queste, e quindi al una adeguata soggettività da parte di chi lo legge, forse anche al fine di incoraggiarla, quando, per esempio, scrive: “Canzone, io credo che saranno radi / color che tua ragione intendan bene, / tanto la parli faticosa e forte” (Convivio, II, Canzone prima). Mettendo in rilievo la componente “faticosa”, egli forse ha voluto riferirsi alla componente astronomico-astrologica, mentre indicando la componente “forte” a quei contenuti di coscienza afferrabili solo per intuizione, ovviamente dopo che lui ha delimitato il campo in cui impegnarsi a meditare.
    Se io non avessi padroneggiato alcune scienze dell’epoca la scoperta del martedì 2 giugno 1265 non l’avrei potuta fare, mentre se i dantisti l’anno potuta salutare solo da lontano sarà stato sempre per la loro poca dimestichezza empirica con le scienze medievali gerarchicamente più elevate. Gli esegeti che hanno affrontato la spiegazione delle terzine del c. XXII, vv. 110-117, del Paradiso, hanno mancato il bersaglio probabilmente perché non hanno immaginato di doversi prima immergere nelle seguenti tre scienze medievali.
    - Nella SCIENZA ASTROLOGICO-TOLEMAICA e, in maniera particolare, in quella che si occupa degli umori umido, caldo, secco e freddo esercitati dai pianeti in aspetto col Sole, cioè in quella controllabile ancor oggi con le nostre astronomiche rivoluzioni sinodiche (Tetrabiblos, I, V, 1-2; I, VIII, 1-2).
    - Nella SCIENZA PITAGORICA, che Dante chiama SCIENZA MORALE, o MORALE FILOSOFIA dopo averla approfondita e sapientemente adeguata al cristianesimo con la sua opera Vita Nuova. Tale scienza superiore egli la identifica, simboleggiandola, nella “gentile donna giovane e bella molto” che, nella Vita Nuova, riguardava il Poeta sì pietosamente, dalla finestra che si apre sul mondo dal nono cielo Cristallino, acqueo e di Maria, “che tutta la pietà parea in lei accolta” (Convivio, II, XV, 12; Vita Nuova, XXXV, 1).
    - Nella SCIENZA DELLA SACRA TEOLOGIA LITURGICA (Convivio, II, XIII, 1-30; II, XIV, 1-21; II, XV, 12).
    Come indicazione generale si può dire, ritornando sull’argomento, che Dante si avvale sempre delle seguenti tre scienze gerarchicamente costituite e già ricordate, e non solo in relazione al suo giorno di nascita.
    - Dell’ASTROLOGIA come scienza del settimo cielo, per lo meno in tutti quei circa novanta punti in cui gli astronomi dantisti hanno visto una semplice implicazione astronomica (cfr., p.e., CORRADO GIZZI, L’astronomia nel Poema Sacro, Loffredo, Napoli, 1974).

    - Della SCIENZA PITAGORICA, O MORALE FOLOSOFIA del nono cielo Cristallino, per tutta la Vita Nuova, proprio perché l’opera risulta essere un trattato simbolico e ontologico-vissuto, inerente questa stessa scienza che noi moderni potremmo chiamare, seguendo E. Husserl, scienza della soggettività, o dell’anima in generale, per l’ampliamento di coscienza che essa stessa stimola e invoglia a poter sperimentare. Anche in relazione a tutte le date e feste liturgiche da me scoperte il Poeta fa sempre riferimento a questa scienza pitagorica e Morale Filosofia, poiché queste stesse feste liturgiche risultano tutte attinenti alla sublimazione della spinta sessuale che è un’attività peculiare al cielo Cristallino, acqueo e di Maria ove, appunto, è andata Beatrice “a gloriare sotto la insegna di quella regina benedetta virgo Maria, lo cui nome fue in grandissima reverenzia ne le parole di questa Beatrice beata” (Vita Nuova, XXVIII, 1). Tale cielo sappiamo infatti essere somigliante a questa scienza per dichiarazione dello stesso Dante.
    - Della SCIENZA DIVINA, cioè della SACRA TEOLOGIA LITURGICA, per lo meno in quei cento punti liturgici messi in risalto anche da Mons. DANTE BALBONI nel suo volume La divina Commedia poema liturgico del primo Giubileo (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 1999). A più forte ragione il Poeta ricorrerà alla liturgia in tutte le date da me scoperte attraverso le relative feste liturgiche. Che poi quella SCIENZA DIVINA del decimo cielo Empireo ai suoi tempi, ancora influenzati dal Neoplatonismo, venisse semplicemente chiamata “TEOLOGIA”, come anche il Poeta stesso la chiama (Convivio, II, XIII, 8), e su cui si è tanto discusso identificandola ultimamente nelle semplici parole del Vangelo, sia invece la Sacra Teologia Liturgica come io per la prima volta ho affermato, si può dedurre anche dal fatto che essa “piena è di tutta pace” (Convivio, II, XIV, 19).

    Monsignor Enrico Bartoletti, per avermi profetizzato le scoperte che avrei fatto in futuro su Dante, avrà avuto anche lui una qualche predilezione per queste tre scienze? Io ritengo di sì, anche se capì che io avrei potuto accedervi solo dopo aver scoperto il martedì 2 giugno 1265.
    FINE DELLA SECONA PARTE
    Una ulteriore PROVA della validità della dimostrazione del martedì 2 giugno 1265 quale data di nascita di Dante personaggio in base al canto XXII, versi 110 – 117, del Paradiso, sarà da me fornita nella successiva TERZA PARTE di questo mio intervento. Dimostrerò che solo partendo dal martedì 2 giugno 1265 si arriva a scoprire il giorno simbolico, o ideale, di concepimento di Beatrice personaggio, venerdì 26 dicembre 1264; quello sempre simbolico, o ideale, della sua nascita, venerdì 2 ottobre 1265, festa ad libitum dei santi Angeli Custodi; quello della sua prima apparizione a Dante, venerdì 2 febbraio 1274, festa in cui la liturgia assegna a ciascun fedele un angelo; quello, liturgico, della sua morte, venerdì 9 giugno 1290. E siamo già a quattro venerdì in relazione a lei che è sempre stata dal Poeta accostata al pianeta Venere.
    “Voi che ‘ntendendo il terzo ciel ( di Venere) movete, / udite il ragionar ch’è nel mio core, /ch’io nol so dire altrui, sì mi par novo” (Convivio, Canzone prima).
    Inoltre cosa dire del fatto che Beatrice è nata nel giorno dei santi Angeli Custodi, ed è apparsa a Dante per la prima volta nel giorno in cui, per la liturgia, la Provvidenza Divina assegna a ciascun fedele un angelo, se non che le mie ricerche hanno centrato il bersaglio, specialmente considerando che gli esegeti hanno sempre, anche loro, se pur senza prove scientifiche, accostato a orecchio la Bellissima e Gloriosa Beatrice ad un angelo?
    Firenze, 14 Settembre 2009, festa dell’Esaltazione della santa Croce.
    F.to Giovangualberto Ceri


  27. Giovangualberto ha scritto il 7 ottobre 2009 alle 1:29 am:

    SEGUONO NOTE DI GIOVANGUALBERTO CERI SU DANTE.

    NOTE

    A ) Mi piace ricordare come il celebre filosofo dantista dell’Accademia dei Lincei, Cesare Vasoli, avesse in qualche modo conosciuto monsignor Enrico Bartoletti facendosene un’idea molto alta. Egli in data 12.04.2007, così mi scriveva.
    Caro Ceri,
    “… l’Arcivescovo Bartoletti che fu davvero una personalità di notevole valore … “
    Cesare Vasoli era stato anche Presidente di turno, al Convegno internazionale di studi su “Dante e la scienza” organizzato da Patrick Boyde e Vincenzo Russo alla BIBLIOTECA CLASSENSE di Ravenna, nella mattinata del 29 Maggio 1993, quando io esposi ai dantisti la data di nascita di Dante personaggio, Martedì 2 GIUGNO 1265, seguendo il canto XXII, vv. 110-117, del Paradiso.
    Noto dunque un altro casuale aggancio fra i Dantisti, il Bartoletti e la mia scoperta della data di nascita di Dante personaggio già profetizzatami dallo stesso mons. Bartoletti.
    Firenze, 20 Settembre 2009
    F.to Giovangualberto Ceri

    ————————————————–

    B) – Per ben due volte, in data 5 giugno 2000 e in data 17 aprile 2003, il gentilissimo e celebre Professor Lino Pertile, al vertice della Magnificente HARVARD UNIVERSITY per la materia che insegna, Romance Languages and Literature, ha risposto all’invio di miei articoli e di un mio libro augurandomi buon lavoro. Io speravo però che mi dicesse che avevo ragione, che le mie scoperte erano giuste, e da cui potessi poi tranquillamente concludere che la PROFEZIA di mons. Enrico Bartoletti, che io sarei riuscito a fare importanti scoperte su Dante e sul medioevo, fu vera.
    Nella lettera del 5/06/2000 il Professor Pertile così mi scriveva:
    “Gentile Dott. Ceri,
    solo due righe per ringraziarla del materiale dantesco che m’ha mandato. L’ho letto con frutto e piacere. Riceva i miei cordiali saluti, Lino Pertile.”
    Io sono dell’opinione che il frutto che Lino Pertile ha potuto ricavare dai miei articoli sia assai minore di quello che avrebbe potuto ricavare se avesse padroneggiato la materia che io vorrei potere insegnare all’Università: “Astrologia tolemaico-dantesca”. E perché no anche ad Harvard? Mi basterebbe potere tenere solo un breve corso sui quattro umori, umido, caldo, secco e freddo, esercitati dai cinque pianeti (Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno), più la Luna e il Sole, in modo tale da poter fare entrare gli esegeti di Dante nella parte scientifica più alta del suo pensiero che fino ad oggi è rimasta sconosciuta e di cui si potrebbe avvantaggiare subito Filologia e critica dantesca e Italianistica. E si tratta, soprattutto, della Scienza astrologica e della Scienza della Sacra Teologia Liturgica.
    Per capire che io, anche sintomaticamente, potrei avere ragione si consideri semplicemente quanto segue.
    Ho riscoperto, seguendo le Rivoluzioni sinodiche, o gli aspetti dei cinque pianeti col Sole (Tetrabiblos, I, VIII) , la REGOLA GENERALE secondo cui, anche per Tolomeo e per Dante, i cinque pianeti (Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno) si caricano di umido e di caldo, cioè di nobiltà, al loro passaggio al PERIGEO in cui la loro fase è “feconda e attiva” (Tetrabiblos, I, V, 1) perché MONTANTE (Convivio, IV, XXIII, 6-15); mentre si caricano di secco e di freddo, cioè di volgarità, al loro passaggio all’APOGEO in cui la loro fase è “distruttiva e passiva” perché VOLGENTE.
    E di tutta evidenza che i pianeti ricordati da Dante nella Commedia, non solo per datarla con precisione matematica , ma anche al fine di agevolargli il viaggio seguendo l’Astrologia delle elezioni, non potranno risultare che in fase nobile, cioè umida e calda, e quindi feconda e attiva. Così infatti tutti oggettivamente risultano per il viaggio dal 25 marzo 1301 al 31 marzo 1301: Luna (Inf. XX, 127-129); Venere (Pur., I, 19-21; XXVII, 94-96); Saturno (Par., XXI, 13-15); Sole (Inf., I, 37-43). Il viaggio va dunque posto sicuramente nell’anno 1301 come diceva anche Filippo Angelitti. Ad ulteriore conferma degli umori anche Marte, per poter essere generoso e nobile come l’Angelo Nocchiero, non potrà risultare che oggettivamente passato da poco dal Perigeo umidificatore (Pur., II, 13-15), come in effetti risulta se si fanno i calcoli.
    Questo è il modo di procedere di Dante. E se Dante ci è piaciuto fino ad oggi moltissimo, non è detto che questo “moltissimo” lo contenga già tutto. Ci potrebbero essere altri aspetti e momenti poetico-scientifici non emersi perché fuori della portata della nostra vista culturalmente indotta. Perché escluderlo a priori? Se tale fenomeno oggi fosse addirittura impensabile, ed è per questo che tanto ho faticato dal 1993, allora un punto a me in più perché qualcuno mi proponga per qualche medaglia.
    Orbene se tutti i pianeti della Commedia, ma poi anche quelli della Vita Nuova e del Convivio, rispondono sempre e perfettamente alla regola sugli umori astrologici da me enunciata seguendo Tolomeo e Dante, come non concludere che è questa la strada che gli esegeti costantemente dovranno seguire? Dalle date così precisamente ricavate (25/03/1301 – 31/03/1301 – 2/10/1265 – 2/02/1274 – 2/02/1283 – 26/12/1264 – 9/06/1290 – 15/08/1293 – 14/09/1321), le quali non avrebbero potuto esserlo altrettanto seguendo la semplice astronomia, si arriva poi alle relative FESTE LITURGICHE capaci, esse soltanto, di dare il giusto, simbolico ed autentico senso agli avvenimenti e ai protagonisti delle opere di Dante , tanto assiduamente ricercato nei secoli.
    Monsignor Enrico Bartoletti, avendomi profetizzato in nuce tutto questo, ma non venendo le mie scoperte prese in considerazione per vari motivi, finirà per avere anche lui diversi punti in meno a suo vantaggio nella Causa di Canonizzazione che lo riguarda poiché, almeno io, non potrò dimostrare universalmente che fu un Profeta.
    Quante responsabilità ci si possono dunque inconsciamente e ingenuamente assumere nel temporeggiare nella ricerca della verità in ogni campo e perciò anche nelle opere di Dante?
    Si potrà alla HARVARD UNIVERSITY approfondire Dante nel senso da me indicato, e perciò anche per quello che appare nel BLOG di Nuova Agenzia Radicale su mons. Enrico Bartoletti?
    Firenze, 20 settembre 2009
    F.to Giovangualberto Ceri

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    Recensione dal Blog, L’ASTROLOGIA IN DANTE.
    giovedì 22 gennaio 2009
    L’astrologia in Dante.
    Occupandomi di Astrologia tolemaico-dantesca ho accertato che Dante persona fornisce nella Commedia le coordinate scientifiche celesti per scoprire la data di nascita di Dante personaggio, insomma del protagonista dell’opera. Da questa data di nascita, se applicata all’incipit della Vita Nuova come dobbiamo, si scoprono poi necessariamente, sia il giorno di nascita di Beatrice personaggio corrispondente al Venerdì 2 ottobre 1265 festa allora ad libitum dei santi Angeli Custodi, sia il giorno in cui la gentilissima apparve a Dante per la prima volta, Venerdì 2 febbraio 1274 festa della Presentazione di Gesù bambino al tempio, o della Candelora, in cui la liturgia assegna al fedele il suo Angelo. Il 2 ottobre si legge infatti “Ecce ego mittam angelum meum”, mentre il 2 febbraio si legge “Ecce ego mitto angelum meum”. Queste tre date sono essenziali per capire il senso dei due personaggi, Dante e Beatrice, poiché esso verrà indicato dalla LITURGIA CRISTIANA recitata sugli altari nei rispettivi giorni. Questo procedimento astrologico-liturgico non è in Dante un eccezione ma, per le cose da lui ritenute gloriose, costituisce la regola. Lo userà anche per indicare il giorno certo di inizio e quello della fine del viaggio descritto nella Commedia, eccetera. Egli infatti segue la Bibbia e più precisamente in questo caso il Libro dei proverbi in cui si ricorda che “Tutto ciò che è glorioso sarà coperto da un velo; ma non c’è nulla di nascosto che non debba essere scoperto, né nulla di segreto che non debba essere conosciuto… e la scoperta delle cose è della gloria dei re” (25, 2). La data di nascita di Dante personaggio, le due di Beatrice già ricordate, e le due di inizio e della fine della Commedia lui le nasconde, le copre con il velo della scienza astrologico-liturgiuco-tolemaica, perché le ritiene, appunto, gloriose.

    Le coordinate del giorno di nascita di Dante personaggio si trovano nel c. XXII, vv.110-117, del Paradiso e sono contenute nei seguenti versi:

    “… in quant’io vidi ‘l segno / che segue il Tauro e fui dentro da esso. / O gloriose stelle, o lume pregno / di gran virtù, dal quale io riconosco/ tutto, qual che si sia, il mio ingegno, / con voi nasceva e s’ascondeva vosco / quelli ch’è padre d’ogne mortal vita, / quand’io senti’ di prima l’aere tosco”.

    Il giorno di nascita assolutamente certo che si ricava da questi versi è il Martedì 2 giugno 1265. Come si fa a ricavarlo?

    Dante afferma di essere nato nel segno che segue il Toro (“Tauro”) e perciò per sua dichiarazione sappiamo subito che lui è del segno dei Gemelli. Tale segno a quei tempi, a causa di un eccesso di intercalazione del Calendario giuliano, era slittato indietro e abbracciava i giorni che vanno dal 14 maggio al 14 giugno (cfr. Profhacii judaei Montispessulani ALMANACH PERPETUUM, tabula solis prima, 20.v).
    Alcuni esegeti commentano che lui è della “costellazione” dei Gemelli, dimenticandosi che lui invece specifica “segno”. Questo perché tutti loro, compreso FILIPPO ANGELITTI fino ad arrivare a Patrick Boyde, non avendo ancora afferrato che Dante anche nella Commedia fa ricorso al fenomeno della Precessione degli equinozi, gli sembra indifferente dire costellazione o segno. In che modo, oltre che emblematicamente in “Temp’era dal principio del mattino / e ‘l sol montava ‘n sù con quelle stelle / ch’eran con lui quando l’amor divino / mosse di prima quelle cose belle” (Inf., I, 37-40), il Poeta, anche nel caso qui in esame, obbliga il lettore a tener conto del fenomeno della precessione? Gli zodiaci sono intanto due, uno dei segni e l’altro delle costellazioni e non devono mai venire confusi, cosa che invece nei vari commenti alla Commedia capita spesso di vedere.
    Il fenomeno della precessione si misura immaginando fisso lo zodiaco delle costellazioni e mobile quello dei segni. Lo ricorda anche Pietro D’Abano contemporaneo di Dante e forse anche suo amico: “Ad hunc quidem motum ostendendum ordinavi instrumentum cum duobus zodiacis, mobili ac immobili” (Lucidator, differentia secunda, propter secundum) Ecco perché chi fa confusione fra costellazioni e segni e immagina anzi che confusione l’abbia fatta anche Dante scrivendo la Commedia, poi finisce per perde la strada per arrivare in porto. Dopo avere identificato oggi quali erano queste gloriose stelle pregne di gran virtù con cui il Sole di nascita di Dante si sarebbe trovato congiunto, dovremmo anche precessionarle per conoscere che grado in Gemelli occupavano nel 1265.
    Queste stelle erano tre e si tratta: a) della stella Polare del glorioso polo di Maria allora situata a 18°.20′ nel segno dei Gemelli; b) della stella virtuosior Betelgeuse a 18°.30′; e della stella Menkalinam a 19°.40′.
    Orbene quale longitudine in Gemelli avrebbe dovuto avere il Sole per doversi trovare in congiunzione con tutte e tre dalla mattina alla sera di un giorno soltanto come afferma Dante? La risposta scientifica da me trovata è che il Sole doveva avere la longitudine di 18°.01′ in Gemelli. E che giorno era quando il Sole raggiungeva a Firenze tale longitudine? Era, appunto, il Martedì 2 giugno 1265. Il campo della congiunzione astri inferiori (Sole) con astri superiori (Stelle Fisse) è di solito indicato dagli astrologi in 1°.30′ – 2° di distanza dal perfetto allineamento. Il 2 giugno 1265 il Sole, che percorre un grado al giorno, fu più vicino di ogni altro giorno dell’anno al perfetto allineamento con queste tre stelle. Dunque è questa la data scientificamente giusta di nascita del protagonista della Commedia e della Vita Nuova.
    A confermare questa data, poiché Dante fornisce sempre la riprova di quello che ha affermato, ci sono le ricordate date, di nascita di Beatrice e della sua prima apparizione a Dante la cui validità è confermata dalla liturgia cristiana delle rispettive feste. Se Dante risultasse nato anche un solo giorno prima, o un giorno dopo, da quello da me indicato del 2 giugno, anche le date di Beatrice relative all’incipt della Vita Nuova (II, 1-2) si sposterebbero di un giorno in avanti, o indietro, perdendo tutto il loro pregnante significato simbolico-religioso in grado di por fine a tante secolari ed affanose supposizioni. Inoltre Beatrice, che viene da Dante spesso accostata a Venere (“voi che ‘ntendendo il terzo ciel movete” – Convivio, Canzone prima), spostando la data di nascita di Dante, non risulterebbe più nata e poi apparsa a Dante stesso, sempre di Venerdì. Del resto a me risulta scientificamente che sia stata concepita sempre di venerdì e infine la sua anima salita al cielo, liturgicamente, sempre di venerdì. Essa infatti è stata da Dante fatta concepire (Vita Nuova, XXIX, 2) il Venerdì 26 dicembre 1264 festa di santo Stefano protomartire in cui la liturgia celebra i profeti; ed è stata poi fatta morire, liturgicamente, il Venerdì 9 giugno 1290 (Vita Nuova, XXVIII, 1). Le quattro date fondamentali di Beatrice, cadendo tutte di venerdì, vengono anch’esse a confermare tutta questa parte delle mie ricerche astrologico-tolemaiche su Dante. A meno che non si voglia attribuire al caso tutte queste meravigliose coincidenze.

    Di fronte a tanta chiarezza e solennità io chiederei che, gentilmente, almeno la “DANTE SOCIETY OF AMERICA”, oppure la “DEUTSCHE DANTE-GESELLSCHAFT”, o la “SOCIETA’ DANTESCA ITALIANA”, o l’ “ACCADEMIA DEI LINCEI”, decidessero di voler conoscere meglio i dettagli.
    Siccome Dante, il Poeta della Patria, si fa nascere il 2 giugno, cioè lo stesso giorno in cui è nata la nostra Patria, la REPUBBLICA ITALIANA (2/6/1946), da un accertamento definitivo della scoperta da me fatta si potrebbe arrivare a festeggiare insieme le due ricorrenze. Bisognerebbe però che il Signor Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano si facesse promotore di questo accertamento, se le nostre Università ritenessero che non è importante e che dunque si può soprassedere.
    Pubblicato da aBcDeFgH a 16.22
    1 commenti:

    aBcDeFgH ha detto…
    Commento dell’Autore.
    Il blog “L’ASTROLOGIA IN DANTE” pubblicato il giovedì 22 gennaio 2009 è un articolo di Giovangualberto Ceri e ha le sue basi esegetiche in quattro suoi precedenti scritti.
    1) Giovangualberto Ceri, “DANTE E L’ASTROLOGIA” con presentazione di Francesco Adorno, Loggia de’ Lanzi, Firenze, 1995.
    2)Giovangualberto Ceri, “L’ASTROLOGIA IN DANTE E LA DATAZIONE DEL ‘VIAGGIO’ DANTESCO”, nella rivista “L’ALIGHIERI” di Ravenna diretta da Aldo Vallone, n.15 – gennaio-giugno 2000, A. Longo Editore, pp. 27-57.
    3) Giovangualberto Ceri, “DANTE E LA ROMANTICA TESI DEL ‘VIAGGIO’ NEL 1300″, nella rivista “SOTTO IL VELAME” di Torino dell’Associazione Studi Danteschi e Tradizionali diretta a Renzo Guerci,n. III, luglio 2002, il leone verde edizioni, pp. 30-90. In questo articolo vengono evidenziati gli errori astronomico-astrologici commessi da GRAZIELLA FEDERICI VESCOVINI, sostenitrice del viaggio avvenuto nel 1300 seguendo gli scritti di CORRADO GIZZI e di BUTI e BERTAGNI. Il viaggio secondo FILIPPO ANGELITTI e GIOVANGUALBERTO CERI è invece sicuramente avvenuto nel 1301, con inizio solenne per la festa fissa dell’Annunciazione a Maria e Incarnazione di Cristo del sabato 25 marzo 1301 del nostro computo storico che a Firenze apriva il XIV secolo in base all’Antico Calendario stile fiorentino. Il termine della Commedia sono invece le ore 12-15 della festa mobile del Venedì Santo 31 marzo 1301 e perciò essa termina nel momento solennissimo del “QUOS PRETIOSO SANGUINE REDEMISTI” (Te Deum, 22). Nessun periodo ipotizzato dagli esegeti in sette secoli possiede questa precisione astronomico-astrologico-liturgico-cristiana e questo indescrivibile fascino che lo conferma pienamente.
    4) Giovangualberto Ceri, “MEMORIA A DIFESA DEL ‘VIAGGIO’ DANTESCO NEL 1301″, nella rivista “Sotto il velame” di Torino diretta da Renzo Guerci, n. IV, giugno 2003, Il leone verde edizioni, pp. 9-77.
    Giovangualberto Ceri: e-mail: giovangualberto@tiscali.it
    Tel. 055-650.40.82
    cell. 333.396.1191
    Idirizzo:
    GIOVANGUALBERTO CERI, Via F. Turati, 30 – 50136 FIRENZE.
    24 gennaio 2009 3.18


  28. Giovangualberto ha scritto il 26 ottobre 2009 alle 5:54 pm:

    DANTE ALIGHIERI, GIORGIO LA PIRA E MONS. ENRICO BARTOLETTI

    Caro Dottor Sandro Ruotolo,
    mi chiamo Giovangualberto Ceri, ero amico di monsignor ENRICO BARTOLETTI che era, fra le altre cose, anche contro i MALI DI ROMA. Vorrei adesso farle avere il RICORSO, del SINDACO DI FIRENZE PROFESSOR GIORGIO LA PIRA datato 16 Gennaio 1965, avverso l’ANNULLAMENTO del Prefetto della deliberazione consiliare 5 ottobre 1964, n. 5555/710/C, CONTRO GLI APPALTI delle Imposte di Consumo (Dazio) al fine di arrivare ad una classe politica in grado di gestire i servizi pubblici direttamente, e quindi con poco passivo, molta efficienza e contentezza della popolazione sulla scia culturale dell’ING. ENRICO MATTEI. Dalla lettura e meditazione di tale ricorso lei si potrebbe rendere meglio conto della problematicità di quanto lei stesso e il caro dottor Santoro vorreste vedere realizzato nel futuro, insieme a LA PIRA, a MONSIGNOR BARTOLETTI e a MONSIGNOR ALBINO LUCIANI suo braccio destro.
    Questo RICORSO di La Pira contro l’appalto del DAZIO alla Società Trezza, S.p.A. con sede in Verona (ricorso che, a quei tempi, investiva per simpatia anche il Comune di Palermo e tutte le altre società appaltatrici), è stato da me pubblicato sulla rivista ‘SOTTO IL VELAME’ di Torino diretta da Renzo Guerci (n. VI, Settembre 2005, pp. 147- 163 – tel. 011-2264721). Tale rivista l’ho poi inviata anche a Sua Eminenza il CARDINALE JOSÈ SARAIVA MARTINS del Vaticano che l’ha acquisita agli atti rispondendomi con la Sua devotissima del 24 novembre 2007. La Pira non era solo per la pace e a favore dei disoccupati ed emarginati ma anche, ed insieme al Bartoletti, contro quelle situazioni oggettive che possono agevolare le tangenti, la corruzione ed inibire nei politici la volontà di rimboccarsi le maniche per il bene di tutti.
    Le manifestazioni di solidarietà, a mio avviso, servono a ben poco, se addirittura non producono confusione. Chi sa, o ha subito delle pressioni, o magari ha ricevuto per posta una pallottola, parli. Questa è la vera e fruttuosa solidarietà, anche verso di lei. Voglio quindi anch’io un pochino parlare.
    Pensi un po’… Io sono stato laureato in Filosofia all’Università di Firenze con 66 su 110 (sessantasei su centodieci), con una media dei miei esami di 107 su 110 e due lodi e con il parere favorevole alla tesi del Relatore PROFESSOR AMEDEO MARINOTTI. Mi hanno dato il minimo assoluto e relativo mai verificatosi nei secoli a Lettere e Filosofia e perciò si tratta di una votazione del tutto inaccettabile, però il fenomeno è avvenuto nel silenzio generale. Mediti!!!, o meglio, Meditiamo!!!
    Tale umiliante e inammissibile votazione, fino a prova contraria, io ritengo l’abbia potuta “meritare” perché ho difeso fino all’estremo la ricordata delibera di La Pira contro gli appalti e il suo eloquente ed illuminante citato ricorso, datato 16 Gennaio 1965, che poi, col 1° gennaio 1973, con l’aiuto di monsignor Bartoletti e, credo, di Paolo VI, ha partorito l’imposta sulla cessione di beni, I.V.A., NON APPALTABILE, invece della istituenda imposta I.C.O. APPALTABILE. Si veda la riunione dell’ANCI a Viareggio del 1972.
    Concludo, per solidarietà con lei, dicendo che cambiare le cose in Italia è veramente difficile e pericoloso. Pericoloso anche nel senso che può venire lui iscritto, che vorrebbe cambiare in meglio le cose, nel registro delle persone pericolose. Fantastico!!! Per questa ragione io ho deciso da più di quindici anni di occuparmi solo di Dante ma, aimè, quello che ho scoperto su di lui e forse quasi parimenti pericoloso che avere agevolato il varo dell’I.V.A. e impedito quello dell’I.C.O. Anche qui, quando si tratta di modificare lo STATUS QUO, silenzio generale, se non pedate negli stinchi.
    Cordialmente salutando da Firenze il 21 Ottobre 2009,
    Giovangualberto Ceri
    (cell. 333.396.1191).


  29. Giovangualberto ha scritto il 19 gennaio 2010 alle 1:45 am:

    Giovangualberto Ceri
    E-mail: giovangualberto@tiscali.it

    Firenze, Festa della Natività, A.D. 2009.
    LETTERA AUTOBIOGRAFICA APERTA .
    Cfr. BLOG di “Nuova Agenzia Radicale su Monsignor E. BARTOLETTI”.

    TITOLO
    Il tema del DIVORZIO fra: GIULIO ANDREOTTI, Mons. E. BARTOLETTI, G. LA PIRA e DANTE utilizzando i consigli assolutamente inediti della “GENTILE DONNA” vista da Dante il 15 Agosto 1293 festa di Santa Maria Assunta in Cielo (DANTE,Vita Nuova, XXXV, 2; Convivio, II, II, 1; II, XV, 12).

    Gentili Signore e Signori,

    siccome in questo mio lavoro sarà la “gentile donna giovane e bella molto” (Vita Nuova, XXXV, 2; Convivio, II,II,1) a dover portare, nel mondo cristiano-cattolico, delle nuove e buone idee sul divorzio coniugale, dirò subito quello che risulta che essa pensi, almeno per me. La dimostrazione matematica l’affronterò successivamente. La mia scoperta astronomico-astrologico-esoterico-liturgico/cristiana del giorno sabato 15 Agosto 1293 in cui Dante fu visto, accorgendosene, dalla “gentile donna giovane e bella molto” (DANTE,Vita Nuova, XXXV, 2; Convivio, II, II, 1) costituirà dunque l’epicentro di questa mia dimostrazione tramite lettera autobiografico-dantesca che, infine, porterà anche ad avvallare la moderna nostra legge 1° dicembre 1970 n. 898 sul divorzio.
    Questa lettera si compone di tre parti. La prima esporrà il nuovo senso, da me scoperto, del nono Cielo acqueo, cristallino e di Maria, o Primo Mobile, evidenziandone quei punti salienti rimasti fino ad oggi nell’ombra mentre, questa stessa esposizione, farà anche da introduzione alla successiva trattazione, questa volta rigorosamente scientifico-astrologico-liturgica, dello stesso Cielo cristallino che avverrà nella terza parte. Nella seconda parte della lettera cercherò invece di giustificare la mia spinta personale ad affrontare questo tema che affonda le sue radici nella mia biografia. La terza parte dimostrerà infine, come ho già accennato, attraverso quale ragionamento scientifico-medievale, cioè matematico, astrologico e liturgico, sono arrivato ad indicare il giorno sabato 15 Agosto 1293, in cui Dante fu visto, e vide a sua volta, la “gentile donna” (Vita Nuova, XXXV,2; Convivio, II,II, 1). Essa risulterà lì a rammentare, forse non solo in senso lato, la funzione misericordiosa che deve avere il Cielo cristallino di Maria e perciò aperta a considerare positivamente anche la tentazione e, tale fenomeno, sarà rilevato, sia dal calcolo sul Tempo civile che dal calcolo sul Tempo liturgico, del ricordato giorno 15 agosto 1293.
    Gli argomenti sono tanti, difficili e diversi fra loro, per cui volendo io procedere ugualmente considerandoli tutti, dovrò fare di questo mio lavoro una specie di “collage”. Non tutti i collage riescono bene, specialmente la prima volta. Io mi accontenterei che il mio risultasse, quanto meno, molto utile.

    Parte prima

    Inizio il mio lungo discorso affermando che la “gentile donna”, epicentro della mia dimostrazione, essendo simbolo indiscusso della Filosofia pitagorica e della Morale Filosofia (Convivio, II, XV, 12) ed avendo comparazione dichiarata col Cielo cristallino, acqueo e di Maria, o Primo Mobile (Convivio, II, XIV, 14), finirà anche per rendere conto, quando sapremo chi essa veramente è, delle intenzioni che animano questo stesso nono cielo Cristallino, o Primo Mobile. Prima delle mie ricerche, sul nono cielo tutti hanno mostrato di saperne ben poco e, da qui, lo stimolo al il mio piano strategico: invertire la situazione.
    Orbene, siccome la gentilissima Beatrice, dopo il suo trapassamento, sappiamo intanto che fu chiamata dal Signore della giustizia, Gesù Cristo, a gloriare sotto l’insegna della nostra REGINA BENEDETTA VIRGO MARIA (Vita Nuova, XXVIII, 1), se questa insegna di Maria sventolasse, per ipotesi, nel Cielo acqueo, cristallino, o Cielo primo mobile, bisognerebbe concludere, di necessità, che il luogo simbolico in cui Beatrice stessa è andata a gloriare sia il Cielo cristallino. In altre parole, se Beatrice fosse andata a gloriare sotto Maria, e il Cielo cristallino fosse di Maria, potremmo concludere che Beatrice stessa è andata a gloriare nel Cielo cristallino. In questo caso saremmo già di fronte ad una eclatante novità. Il problema fondamentale è perciò il seguente. Il Cielo cristallino può risultare veramente, anche per Dante, il cielo della Beata Vergine? Ci sono elementi sufficienti?
    È intanto di tutta evidenza, che se esiste un luogo specifico dove si gloria sotto l’insegna della Madonna, e per Dante non vi possono essere dubbi (Vita Nuova, XXVIII, 1), ne potrà esistere un altro, con relativa insegna, in cui la SANTISSIMA TRINITA’ ha eletto la sua dimora simbolica e destinato alla perfetta adorazione di Essa stessa: e questo luogo, ovviamente, non potrà essere che l’Empireo, o decimo ed ultimo cielo. Del resto in tutti i cieli, a cominciare dal primo della Luna, si gloria Dio con particolari specificità ontologico-spirituali, per cui non desterà sorpresa che a Beatrice il Poeta possa aver riservato simbolicamente, almeno di principio, il nono Cielo cristallino e che esso sia dedicato alla Beata Vergine. Le premesse esistono.
    Quando allora Dante ricorda che “questo numero (NOVE) fue amico di lei (di Beatrice) per dare ad intendere che ne la sua generazione (concepimento di Beatrice) tutti e nove li mobili cieli perfettissimamente s’aveano insieme” (Vita Nuova, XXIX, 2), potrebbe avere ricordato lo stesso numero NOVE anche per lasciare ipotizzare che Beatrice è andata a gloriare nel nono cielo Cristallino. Ma se essa è andata a gloriare nel nono Cielo cristallino e al tempo stesso è andata a gloriare dalla Beata Vergine, il Cristallino sarà necessariamente anche il cielo della Madonna. Un primo punto a nostro vantaggio sembra essere stato raggiunto.
    Commenta opportunamente GRAZIELLA FEDERICI VESCOVINI, storica molto competente di questo periodo medievale, in certo senso fornendo però elementi per arrivare a smentire che Dante possa aver indicato il Cristallino come dimora simbolica della Madonna ma, al tempo stesso, confermando anche l’importanza della discussione su questo tema durante tutto il XIII secolo.
    “Come sappiamo, nel 1241 e, poi, ufficialmente nel 1244 il Vescovo di Parigi condannò, come quarto errore (Cfr. H. Denifle – E. Chatelain), la tesi che le anime glorificate e la Beata Vergine non sono nel cielo Empireo con gli angeli, ma nel sottostante cielo acqueo o cristallino” posto sopra l’ottavo cielo delle Stelle Fisse (GRAZIELLA FEDERICI VESCOVINI, Il ‘Lucidator dibitabilium astronomiae (astrologiae)’ di Pietro d’Abano, Programma e 1+1, Padova, 1988, p.200).
    Il Cielo cristallino costituendo però per Dante, in base all’ipotesi da me avanzata e che verrà infine confermata, esclusivamente la dimora simbolica della Beata Vergine, utile cioè solo per quanto attiene all’identificazione del compito assegnato a Maria dalla Divina Provvidenza, e non affatto il suo reale luogo di beatitudine che, insieme a tutti i santi, alla Madonna stessa e a Dio (Dio Padre, Gesù Cristo e lo Spiritossanto), si trova invece nell’Empireo, concederebbe che esso stesso possa essere di Maria senza incorrere nel quarto errore evidenziato dal Vescovo di Parigi. L’indicazione risultando qui, appunto, solo simbolica e non attinente alla immaginaria realtà.
    L’ortodossia cattolica del resto non permette verso la Madonna il culto di perfetta adorazione come per la Santissima Trinità, ma solo quello di iperdulia: e non permettendo verso di Lei l’adorazione già pone le premesse che, per Dante, l’insegna della Madonna sventoli in un cielo diverso dall’Empireo ed inferiore ad esso stesso senza che tale disegno contrasti con l’ortodossia. Per le anime sante sappiamo inoltre che il culto dovrà essere di semplice dulia e quindi di livello ancora inferiore a quello dovuto alla Madonna: infatti per esse già sappiamo che la dimora è, simbolicamente, nei cieli sottostanti al Cielo cristallino e di Maria e, a più forte ragione, sottostanti all’Empireo.
    In base ai miei accertamenti risulta intanto che nel Cielo cristallino si gloria anche sotto una particolarissima insegna, sotto una specifica angolatura liturgica non apertamente dichiarata dal Poeta ma coinvolgente pienamente anche Maria: quella della Natività. Può essere tale insegna all’altezza di celebrare anche Maria, sia pure in quanto madre di Gesù, cioè in quanto genitrice di Dio? Chi genera ha qualcosa in comune col generato? Risultando che il momento della Natività è quello in cui Maria si dimostrò madre, bisogna ritenere che tale momento sia all’insegna anche della Madonna, almeno per Dante. Se così già avremmo imboccato la giusta strada per arrivare a risolvere del problema.
    Per inciso mi sembra utile ricordare che il culto di iperdulia verso la Nostra Regina Virgo Maria sarà in Dante mirabilmente rappresentato dalla Preghiera di san Bernando di Chiaravalle alla Beata Vergine dell’ultimo canto del Paradiso (Par., XXXIII, 1-39).
    Ma qual è uno dei motivi scientifici che permette di asserire che il Cristallino sia, anche per Dante, il cielo della Madonna proprio in quanto cielo della Natività?
    Se la Natività può celebrare anche la Beata Vergine, il problema di riuscire ad attribuire al Cristallino la stessa Natività appare, meditando,i di non troppo difficile soluzione. Si legge intanto nella liturgia della santa notte di Natale, “… in splendoribus sanctorum ex utero ante Luciferum genui te”. Dunque viene ribadito che per la liturgia cristiana la Madonna, per la Natività, risulti in primo piano. Ma quali elementi oggettivi abbiamo a nostra disposizione per asserire che nel Cristallino si celebri la Natività?
    Dante riferisce che nel Cielo cristallino sono presenti i nove cori angelici che sbernano “Osanna”, o “osannano”, “di coro in coro”, (Par. XXVIII, 94; XXVI,II, 118), intorno ad un punto fisso luminoso (il simbolo di Gesù Bambino appena nato?), cioè raggiante “lume / acuto sì, che ‘l viso ch’elli affoca / chiuder conviensi per lo forte acume (Cristo quale “Lumen ad revelationem Gentium”, o “Jesu Christe, lux vera” della festa della Candelora, dei ceri, cadente il 2 Febbraio e giorno in cui Beatrice, in base alle mio scoperte [Par., XXVIII, 16-18], apparve a Dante]) ”. Tale indicazione lascia intanto ragionevolmente concludere che questo osannare si riferisca proprio al
    “GLORIA IN EXCELSIS DEO ET IN TERRA PAX HOMINIBUS”
    della notte della NATIVITA’. Ma se così già avremo fatto un notevole passo in avanti a conferma della nostra tesi. Se così, avremmo identificato anche quale insegna sventoli nel cielo in cui Beatrice è andata a gloriare ( Vita Nuova, XXVIII, 1): il Presepe, la Capannuccia.
    Esiste forse nella liturgia cristiana in generale, rispetto al “gloriare”, un momento maggiormente qualificante e poetico di quello di quando gli angeli cantarono, nella notte santa della Natività, “Gloria in excelsis deo …”? No. Di conseguenza quando Dante in questo cielo fa riferimento al gloriare dei nove cori angelici, la nostra mente non potrà che ricondursi al 25 Dicembre, e questo il Poeta lo sa bene e ne tiene conto strategicamente integrando tale data anche con altri elementi rafforzativi.
    Perché l’esegesi tradizionale non abbia mai ipotizzato che nel Cristallino si celebri la Natività è imputabile al fatto che i Dantisti non conoscono sufficientemente le scienze medievali di più alto rango ed in particolare la scienza astrologica e la scienza teologico-liturgica.
    Se, per affermazione di Dante, Beatrice è andata a “gloriare” in cielo sotto l’insegna della Madonna (Vita Nuova, XXVIII, 1), e non sappiamo altro, e non sappiamo dove;
    se poi si legge che nel cielo Cristallino si “gloria” cantando il famoso “Gloria in excelsis deo …” (Par., XXVIII ), la conclusione logica sarà che il cielo in cui Beatrice stessa è andata a gloriare sia, appunto, il Cristallino e che esso sia anche il cielo simbolico della Beata Vergine poiché il dichiarato gloriare di Beatrice esige necessariamente che avvenga alla presenza della Madonna. L’insegna di questo cielo, a cui Dante ha fatto riferimento, se da una parte potremmo dire genericamente essere il presepe, magari simile a quello voluto per la prima volta da san Francesco d’Assisi, dall’altra rileviamo che il Poeta stesso indica qualcosa di ancor più preciso che sta al suo interno, e potrebbe esserci un motivo:
    - la luce di Gesù bambino appena nato (Par., XXVIII, 13-21);
    - una eterna nevicata (Par., XXVII, 67-72; 100-102), ad indicare anche che questo è il giorno di inizio dell’Inverno ai tempi di Giulio Cesare e per l’antico Calendario giuliano, poiché l’Inverno stesso è per Dante di umore “freddo e umido” (Convivio, IV, XIII, 12- 14), diversamente che per Tolomeo che è soprattutto “freddo” (Tetrabiblos, I, X, 1), e in cui il simbolo della neve viene qui, in Dante, ad essenzializzare tutta la stagione;
    - e i nove cori angelici osannanti di cui ai vv. 94-126, c. XXVIII, del Paradiso, che poi sono la diretta conseguenza di quello che avvenne in “quel dì che fu detto AVE” (Par., XVI, 34).
    Da rilevare inoltre che la primavera sempiterna presente in Paradiso la quale “notturno Ariete non dispoglia” di cui al nostro v. 117, c. XXVIII, del Paradiso e su cui si è tanto discusso, non è affatto, come comunemente si legge, il Sole in Bilancia, né il Sole simbolicamente ed eternamente a Primavera e perciò in Ariete a seconda delle argomentazioni astronomiche, ma in base a considerazioni astrologiche questo stesso “notturno Ariete” risulta essere il Sole in Capricorno. Se il segno dell’Ariete, in cui viene collocata la Pasqua di Resurrezione, è il domicilio di Marte (Tetrabiblos, I, XVIII, 6), il Capricorno, in cui viene collocata la Pasqua della Natività, è invece l’esaltazione di Marte (Tetrabiblos, I, XX, 5). Ariete può stare qui in Dante per Marte, iuxta sententiam Ptholemaei (Tetrabiblos, II, IX, 3), e Marte stesso per Gesù crocifisso che versa il sangue per la redenzione dell’umanità iuxta sententiam Dantis (Par., XIV, 103 – 108). Di conseguenza l’Ariete-Marte diurno si dà all’equinozio di Primavera (Pasqua), mentre l’Ariete-Marte notturno, il nostro “notturno Ariete” di Par., XXVIII, 117, si dà al solstizio d’Inverno (Natività). Si capisce inoltre adesso, tenendo presente quello che abbiamo puntualizzato, perché Dante specifica che esso “non dispoglia” (Par., XXVIII, 117): poiché l’inverno per lui, diversamente che per Tolomeo, come ho già specificato, non è affatto freddo, ma freddo e umido, ed è proprio l’umidità contenuta simbolicamente in quella neve che lo rappresenta a far sì che l’inverno, per Dante, non “dispogli” in quanto è l’umore umido a dare inizio alla vita, anche dell’essere umano (Convivio, IV, XXIII, 7-9).
    A conferma di questa ipotesi deve essere evidenziato che nel momento in cui il Poeta sta facendo ingresso nel Cielo cristallino ha premura di ricordare che, oltre a nevicare, la situazione è proprio come quando il Sole fa ingresso, o tocca, il segno del Capricorno. Orbene toccandolo il Sole il segno del Capricorno, ai tempi di Giulio Cesare e di Cristo, esattamente il giorno 25 dicembre, anche con questa terzina egli viene ad indicare la Natività. Scrive infatti Dante:
    “Sì come di vapor gelati fiocca / in giuso l’aere nostro, quando ‘l corno / de la capra del ciel col sol si tocca …” (Par., XXVII, 67-69).
    Orbene, come avremo modo di controllare, il ricordato “Gloria in excelsis deo et in terra pax hominibus”, ovviamente con l’eliminazione del tradizionale “BONAE VOLUNTATIS” tanto caro all’Inquisizione medievale, ma anche romana e spagnola, sarà perfettamente aderente al messaggio che noi andiamo cercando e che, più avanti, porterà proprio dalla “gentile donna” (Convivio, II, II, 1). Tale ‘messaggio’ sarà aperto anche alla possibilità del divorzio coniugale. Infatti con l’eliminazione del “bonae voluntatis” dal “Gloria”, ‘eliminazione’ adesso ammessa anche dalla Chiesa, già viene abolita ogni discriminazione fra buoni e cattivi, rispetto agli effetti su tutta l’Umanità della venuta di Gesù Cristo Salvatore del Mondo. Di conseguenza anche fra chi divorzia e chi no, in nome di una più ampia libertà nell’intima speranza di fare così ampliare spontaneamente la coscienza e di far rafforzare nell’umanità stessa, conseguentemente, le prospettive di amore, e la capacità di amare.
    Entrando subito un po’ più nel merito della scienza comparabile, o somigliante, al nono cielo Cristallino e di Maria, la Filosofia pitagorica e Morale filosofia, e simboleggiata dalla “gentile donna”, si deve evidenziare che essa indica un itinerario aperto ad affrontare le passioni dell’anima nella piena libertà, senza cioè alcun freno inibitore esterno a salvaguardia preventiva di eventuali errori, se non quello, ovviamente, che potrà mettere in atto soggettivamente la coscienza della persona, la sua intenzione soggettiva in quanto retta, magari approfittando, questo sì!, dei buoni consigli di un Buon demone (Virgilio), o della Chiesa, o del proprio Angelo custode. In quest’ultimo caso potremmo intanto cominciare a pensare, rispetto a Dante, che Beatrice simboleggi proprio l’Angelo custode di Dante, anche perché essa farà tutto quello che la liturgia, nel giorno di nascita di Beatrice, Venerdì 2 ottobre 1265, e in quello della sua prima apparizione a Dante, Venerdì 2 febbraio 1274, dice che facciano gli Angeli custodi (Pur., XXX, 121 – 135).
    La qualificante spinta di Dante verso la libertà, che si fonda anche sulla necessità del tutto ortodossa che l’anima sperimenti le tentazioni, la potremo però scientificamente accertare solo dopo aver saputo risolvere, appunto, l’enigma astronomico-astrologico-esoterico-liturgico/cristiano costituito dal giorno in cui il Poeta stesso fu visto, e vide a sua volta, la “gentile donna giovane e bella molto” (DANTE,Vita Nuova, XXXV, 2; Convivio, II, II, 1).
    Se mi sono anticipatamente soffermato a ricordare il senso che emerge dalla risoluzione dell’enigma posto dalla “gentile donna” ancor prima di averlo matematicamente risolto, è stato anche perché mi piace agganciare subito le mie ricerche alle seguenti motivazioni autobiografiche.
    Parte Seconda

    Ricordo che fu nel dicembre del 1970 che il gentile senatore GIULIO ANDREOTTI, unendosi a monsignor Giovanni Benelli, a Fusacchia e a Gedda, si schierò a favore del Referendum abrogativo della legge n. 898 del 1/12/1970 che introduceva in Italia il divorzio. Egli prevedeva che esso non sarebbe comunque stato possibile per i matrimoni concordatari. La sua previsione si basava su considerazioni logico-giuridiche di un certo spessore, anche se poi non si verificò.
    I pensieri sul divorzio di noi ex-democristiani seguaci di EMMANUEL MOUNIER (cfr. L’avventura Cristiana e La paura del XX secolo) andavano invece in tutt’altra direzione. Erano affini a quelli di DANTE, mi immagino e dimostrerò utilizzando la liturgica del giorno in cui Dante vide, il 15 Agosto 1293 la, “GENTILE DONNA” (Convivio, II, II, 1; Vita Nuova, XXXV, 2), e incontrarono sulla loro strada anche il modo di sentire e di pensare, evangelicamente fondato e disposto a farsi valere, di monsignor ENRICO BARTOLETTI amico del professor GIORGIO LA PIRA Sindaco di Firenze, non senza conseguenze per quest’ultimo.
    Tracciato il campo in cui considererò insieme il pensiero di Andreotti, del Bartoletti di La Pira e di Dante, sarà bene che chiarisca subito perché un tempo fui iscritto anch’io alla Democrazia Cristiana, come ho fatto rimarcare, avendo così per fratello, o amico, l’insigne Senatore alla cui apertura mentale, con la presente, intendo cortesemente rivolgermi. Mi dilungherò nell’inciso anche perché servirà ad apprezzare i positivi contorni entro cui tratterò del divorzio: quelli della libertà di scelta al fine di agevolare la crescita ontologico-spirituale. Se per il cristiano il divorzio può essere infatti considerato contro la morale e non solo, da un’altra angolazione, sempre cristiana, potrebbe invece risultare utile alla crescita spirituale, e qui avremmo dalla nostra, insieme a Dante, anche Emmanuel Mounier, il Bartoletti e La Pira, penso. In tale fertile modo si deduce che potesse valutare il divorzio anche Dante: e non solo attraverso la festa liturgica in cui gli apparve la la “gentile donna” (Convivio, II, II, 1) ma anche, per esempio, quando riferisce del desiderio di Marzia di divorziare da Catone l’Uticense per seguire Ortensio (Pur., I, 76 – 87): e l’episodio simbolico avrà valore, sia sul piano storico-letterale che su quello anagogico-spirituale, cioè riguardante la via che l’anima può liberamente percorrere per spiritualizzarsi, per liberarsi, attraverso libere scelte, dalla schiavitù del peccato. Possibile che una lezione di libertà possa venirci dal medioevo di Dante ritenuto, per lo più, oscurantista? Io ritengo di sì.
    L’episodio della mia iscrizione alla D.C. coincise cronologicamente con quello dell’inizio della mia amicizia col Bartoletti. Fui iscritto al partito dal 1954 al 1966. Il culmine dell’intensità del rapporto fu raggiunto ai tempi di quando (1957-1960) era DELEGATO NAZIONALE del MOVIMENTO GIOVANILE CELSO DE STEFANIS con, vicino a lui insieme a tutto l’esecutivo nazionale, CARLO FUSCAGNI a cui davo allora amichevolmente del tu e questo, perciò, anche l’ultima volta che lo vidi: e fu poco prima che vincesse LUCIANO BENADUSI, e quindi devo concludere, tanto, tanto, tanto, tempo fa. Per comodità di espressione potrei dire che in quegli anni il Movimento Giovanile della Democrazia Cristiana possa essere diviso in due correnti di pensiero: una più vicina a E. Mounier e l’altra a Jacques Maritain.
    Nel 1954 io avevo fondato nel Comune di CAMPI BISENZIO (FI) il MOVIMENTO GIOVANILE della Democrazia Cristiana con assidue letture, appunto, di E. MOUNIER. Ben poca cosa quando si pensi che GIULIO ANDREOTTI aveva invece fondato nel 1944 quello a livello nazionale non so se leggendo in lingua, di JACQUES MARITAIN, Umanesimo integrale. Andreotti aveva comunque preceduto, quale DELEGATO NAZIONALE del Movimento Giovanile D.C., il nostro Celso De Stefanis di ben più di dieci anni e perciò la distanza, anche in termini di mentalità, avrebbe potuto farsi sentire. Andreotti un neo-tomista filo integralista, e noi cattolici-esistenzialisti alla ricerca dell’integrità, della completezza, del vivere umano all’insegna di una maggiore libertà. Sarà stato vero, o era stato esclusivamente un fenomeno generazionale?
    L’apertura al divorzio può apparire anche come un’inclinazione a non lasciarsi sfuggire le cose piacevoli della vita, e a cercare di evitare quelle rattristanti anche sul piano ontologico-spirituale, e quindi tale stessa apertura sarebbe anche al fine di riuscire a rendere l’esperienza del mondo, valutata dall’angolo in cui contingentemente ci troviamo, più ampia e completa. Resta da valutare quanto questa esperienza orizzontale, cioè per ampiezza, per quantità, possa essere lentamente integrata, o elevarsi, o, ugualmente, possa crocifiggersi, anche sulla spinta verso l’esperienza verticale, cioè per intensità, per qualità. Il passaggio di Dante, dai brevi innamoramenti per qualche “pargoletta” (Pur., XXXI, 58 – 60), a quello assoluto per la “gentile donna” (Convivio, II, II, 1), ossia per la scienza dell’amore, indica la possibilità di un percorso ascensionale di portata ontologico-spirituale.
    Se dunque il Bartoletti, con il nulla osta di PAOLO VI, volle che non ci si opponesse alla legge che legalizzava il divorzio, lo volle perché pensava che, attraverso la quantità, l’ampiezza, che il divorzio metteva in atto, emergesse anche una più alta nobiltà d’animo, facendo migliorare la qualità ontologico-spirituale del rapporto stesso.
    Io però non rinnovai più la tessera della D.C. diventando così un ex-democristiano, come ho già riferito, dall’anno dopo in cui il Sindaco di Firenze Giorgio La Pira venne irrimediabilmente defenestrato (1965). Mi ero malinconicamente defilato dal gruppo. Conservo ancora l’originale del RICORSO d’urgenza di La Pira inviato a Roma il 16 Gennaio 1965 a difesa della deliberazione consiliare n. 5555/710/C del 5 ottobre 1964 contro gli APPALTI delle Imposte di Consumo (Dazio) anche perché si sospettava che dietro corressero delle tangenti, o si alimentasse la corruzione. E fu questo ricorso, che allora fece tremare una buona fetta di Firenze e dei Comuni limitrofi che, per me, condusse La Pira ad una inappellabile defenestrazione. Non mi si crederà ma questa, per me, è una delle più importanti verità sulla vita vissuta del nostro illustre Sindaco. Dunque defenestrazione di La Pira per aver perseguito culturalmente mète che, sul finire del XV secolo, possiamo dire essere state care anche ad uno dei personaggi da La Pira stesso più amati, l’intransigente fra GIROLAMO SAVONAROLA. Verrebbe voglia di dire: “Defenestrazione di La Pira? Ma era scontata. Era stato lui ad andare a cercarsela toccando interessi nazionali ben più grandi di lui”. Ma forse potrebbe essersi trattato anche di una buccia di banana coperta dalla sinistra con un manifesto inneggiante a Cristo re di Firenze anche perché lui, ingenuamente, non la notasse, con ciò aprendogli la strada per rientrare nei futuri santi.
    Il nostro Sindaco di Firenze non fu però solo savonarolianamente contro la corruzione, cosa, comunque, fino alle mie rivelazioni non sufficientemente messa a fuoco e documentata, ma fu anche a favore del mantenimento della Legge n. 898 che il 1° dicembre 1970 che introduceva in Italia il divorzio, poiché fu verso la fine di dicembre del 1970 che lui finalmente si decise ad andare a ritirare la firma a favore del Referendum abrogativo di detta legge stessa che aveva apposto pochi giorni prima. Si vadano a leggere i giornali dell’epoca, prego. Quanto, su tale ripensamento, abbia inciso il pensiero di monsignor Bartoletti, decisamente orientato a far mantenere la legge n. 898, resta da valutare, però la questione esiste e a me pare sia stata fino ad oggi sottopesata. Perché?
    A testimonianza della forte amicizia fra il Bartoletti e la Pira che avrebbe poi inciso sul ripensamento di La Pira stesso portandolo a valutare positivamente la legge 898 sul divorzio, io posso ricordare la fotografia di La Pira e il Bartoletti insieme mentre, sorridenti, camminavano velocemente (“speranza”) sul viale del seminario attorniati da un gruppo di giovani seminaristi: ‘fotografia’, ed è questo il punto, che lo stesso Bartoletti tenne, sulla sua scrivania, a Montughi, per diversi anni quand’era Rettore del Seminario Minore. Ad indicare cosa? Tale fotografia io l’ho pubblicata sulla rivista “Sotto il velame” di Torino dell’Associazione Studi Danteschi e Tradizionali diretta da Renzo Guerci insieme al citato ricorso di La Pira datato 16/01/1965 (n. VI, Il leone verde edizioni, Torino, settembre 2005, pp. 156 – 161). Tuttavia anche quella volta che lo stesso Bartoletti mi disse, a Lucca: “te hai in comune con La Pira di arrivare sempre senza prima preavvertire”, aggiungendo poi che andava bene così, potrebbe ugualmente testimoniare di quanto i due si frequentassero e se la intendessero. Ovviamente c’era un limite, e io lo scoprii in un’altra occasione, quando il Bartoletti mi confessò, ovviamente esagerando, ma comunque così dicendo: “Fra la Pira è te, preferisco te”. Poi forse perché mi vide negli occhi scoppiare dalla contentezza, aggiunse: “Fra te e Dossetti preferisco invece Dossetti.” Notandomi sul volto che cercavo di nascondere un po’ di amarezza aggiunse: “Ma questo è quello che penso io personalmente e, non è detto, che valga in generale.” Dunque l’intesa fra La Pira e il Bartoletti appare dimostrata, se io ho detto il vero, anche se pur imperfetta.
    Non sono però bene al corrente di cosa pensasse concretamente Don GIUSEPPE DOSSETTI circa le sorti da augurare alle legge n. 898 sul divorzio e poi a quella sull’aborto. Certo non avrebbe condiviso che la cristianità corresse ai divieti giustificandoli con luoghi comuni, con idee di retroguardia e imparaticcie, e inoltre basandosi solo sulla Teologia dogmatica e morale, come ai tempi di Dante ci si avvaleva dei “Decretali” del Vaticano per nascondere la sostanza del Vangelo (Par., IX, 133 – 135), poiché egli ambiva di vedere sorgere “nuove motivazioni e di idee creative” a maggior comprensione di tutta la materia che si basassero sul Vangelo. Ma allora le mie scoperte su Dante avrebbero potuto accontentare Dossetti mentre risultavano certamente in linea con la sensibilità del Bartoletti?
    Se il divorzio, da un punto di vista ideale, era stato per Dante una necessità ontologico-vissuta, figuriamoci per noi. Ontologicamente e spiritualmente Dante “divorziò” infatti da Gemma Donati per sentirsi vicino a Beatrice, e poi da Beatrice stessa, dopo la sua morte, per buttarsi dietro alle gonnelle delle giovani fanciulle da lui identificate più chiaramente in qualche “pargoletta” (Pur., XXXI, 58 – 60), finché non arrivò infine ad innamorarsi per sempre di quella “donna gentile” di cui io in questo lavoro intendo riferire e che corrisponderà ad una scienza, a quella della Filosofia pitagorica e Morale Filosofia simigliante al nono cielo Cristallino, acqueo e di Maria atta a fare innamorare in generale e quindi a far muove tutto l’universo poiché, per Dante, è “l’amor che move il sole e l’altre stelle” (Par., XXXIII, 145): per cui è congruo che, per Dante, sia proprio il cielo Cristallino e di Maria ad imprimere il moto al cielo sottostante delle Stelle Fisse, e poi di Saturno, di Giove, di Marte del Sole eccetera. Ma se il cielo Cristallino presiede alla scienza dell’amore, sarà perfettamente congruo che in esso, attraverso la festa di quando apparve a Dante per la prima volta la “gentile donna” (Convivio, II, II, 1), sia lasciata aperta la possibilità anche di divorziare in piena libertà. Dunque psicologicamente la vita di Dante risulta tutt’altro che ingessata con Gemma Donati: ed è un episodio di portata ontologico-vissuta che investe la vita spirituale.
    Orbene, dal momento che La Pira lo vogliono fare santo il citato suo RICORSO contro gli appalti e la sua presa di posizione in favore del mantenimento della legge sul divorzio, con fotografia insieme al Bartoletti, io ho sentito il bisogno psichico di mandarlo anche in giro. Perfino al Cardinale JOSÈ SARAIVA MARTINS che, non sapendone nulla, piacevolmente e sorprendentemente mi rispondeva con la sua devotissima del 24 novembre 2007. E tutto ciò l’ho fatto per mettere a fuoco anche il vero ed autentico motivo per cui il nostro Sindaco fu fatto deambulare fuori di Palazzo Vecchio con martirizzazione ontologico-psichica. Volere la “pace fra i popoli”, darsi daffare per “togliere la fame nel mondo” e insistere per “un’occupazione stabile per tutti i lavoratori disoccupati”, impegnandosi con lettere, viaggi, discorsi e consigli, alcune volte anche con risultati concreti positivi, è una cosa encomiabilissima ma rientrante, per Dante, nel quarto cielo del Sole, della luce della coscienza. Diverso il caso di chi si decidesse a por fine direttamente a degli appalti “criticabili” perché minano la dignità dell’attività imprenditoriale e la democrazia, e potesse farlo in prima persona perché ne ha il potere decisionale amministrativo. Questo intervento che La Pira fece, data la sua pericolosità rientrerebbe, per Dante, nel quinto cielo di Marte dove viene versato il sangue per amore della verità. Per un cristiano impegnato come La Pira, anche schierarsi “a favore della legge sul divorzio” con un intervento concreto e orientativo per la cristianità, forse potrebbe rientrare ugualmente che la “lotta agli appalti e alla corruzione” nel cielo di Marte, a condizione però che l’iniziativa non sia stata compresa subito e sufficientemente dai Fedeli e dalle Autorità ecclesiastiche, e perciò con la stessa facilità con cui comunemente si comprende la bontà della “pace nel mondo”, della “lotta alla fame” e del “diritto al lavoro”. Questi cinque temi dovrebbero però sempre risultare sussumibili sotto gli insegnamenti del Vangelo.
    Con il Vangelo anche i “MALI DI ROMA”, cioè le omissioni tendenti ad ottenere dei vantaggi e gli arricchimenti criticabili, avrebbero dovuto trovare un limite invalicabile: ma si trattava per il Bartoletti di dare anche dei consigli concreti, di prendere delle decisioni. Con la morte di Papa ALBINO LUCIANI, che alla C.E.I. era stato il braccio destro del Bartoletti almeno per quello che allora a me direttamente risultava, ritengo che a sostegno dell’importanza dei Sacramenti sia ritornata la Teologia razionalista facendo cadere le parole de “l’Evangelio” al secondo posto, con ciò giustificando meglio, o facilitando, un impegno più o meno indiretto della Chiesa nell’attività legislativa.
    Quale Delegato Giovanile della D.C. io avevo invitato a parlare nel 1955, nel mio COMUNE DI CAMPI BISENZIO, nel teatrino parrocchiale della Pieve di Santo Stefano, MONS. GIULIANO AGRESTI che stimavo, sul tema “IL SIGNIFICATO RELIGIOSO DELL’ATESISMO CONTEMPORANEO”. Era tutto un programma. Facemmo il pieno di compagni Comunisti, in un Comune dove loro avevano la maggioranza assoluta. Ero andato io, con la mia automobile 1100, Fiat 103, a prendere nel 1955 don Giuliano Agresti a Firenze in Via De’ Pucci che, in macchina al ritorno, notai però che mi stava parlando del Bartoletti con minore fascino di quanto avrebbe potuto manifestare lo stesso Bartoletti per lui, se ne avesse dovuto parlare. Dell’accaduto feci subito la spia. Dopo che l’Agresti fu nominarono Arcivescovo di Lucca al posto del Bartoletti, e perciò quasi vent’anni dopo, andando io a trovare a Roma lo stesso Bartoletti, egli mi domandò cosa pensassi di tale nomina. Rimasi piacevolmente sorpreso della stima, ma la mia risposta fu tiepida proprio per il diverso orientamento culturale esistente nei due e lui, mi sembra di ricordare, subito annuì dicendomi, “loro hanno voluto così!”, ma cambiando però immediatamente discorso. Non so se Lucca, dal 1973 in poi, si divise in due: una parte bartolettiana pro legge sul divorzio, e un’altra invece, legata all’Agresti, contro.
    Forse queste sono cose riservate, che non avrebbero dovuto essere rivelate. Ma dopo che le due lettere di Don LORENZO MILANI inviate a MONS. BARTOLETTI, in data 10 settembre 1958 e 1° ottobre 1958, sono state pubblicate senza il consenso dell’amico Don ALESSANDRO CAMPANI, e senza preavvertire me per la citazione in una di esse di mio fratello DON SERAFINO CERI, nel volume di MASSIMO TOSCHI, Don Lorenzo Milani e la sua Chiesa, (ed. Polistampa, Firenze, 1994, pp. 158 – 168), ho sentito di dovermi anch’io fare avanti dicendo la mia, autobiograficamente. Si è trattato comunque di cose dette e fatte dal Bartoletti, che ciascuno potrà prendere liberamente come vuole, o con le pinze: però lui non parlava mai a caso, o per divertimento, ma sempre pensando ad un fine, ad una utilità per il nostro domani, essendo, ne sono convinto, un PROFETA, simile a quelli tanto amati e stimati nelle Comunità seguaci della DIDACHÉ, cioè della Dottrina degli Apostoli (70 – 150 d.C.), assolutamente fedeli allo spirito del Vangelo.
    In questo mio intervento ho teso ad opporre il pensiero di GIULIO ANDREOTTI sul divorzio al nostro di ex-democristiani di ispirazione esistenzialistico-cristiano-francese. Ma è stato solo per comodità e per alcune circostanze casuali e marginali, e non perché il gentile Senatore, da molto tempo più laico di tanti altri democristiani e pur sempre memore dell’esperienza di Alcide De Gasperi, ritenesse, ai tempi del CONCILIO VATICANO II, di opporsi allo spirito cristiano-rinnovatore del nostro E. MOUNIER. Del resto i recenti e saggi consigli dello stesso Andreotti al Governo Berlusconi, di non intervenire sul caso “ELUANA”, pur non rifacendosi a CATONE L’UTICENSE che per una questione di dignità esistenziale preferì il suicidio (Pur., I, 71-72), ben mostrano l’alta qualità della stoffa con cui il Senatore si riveste, improntata al laicismo pur non lasciandosi andare giù senza freni, come invece faccio io volentieri, non so se a dispetto, o a compensazione, per come sono andate le cose nei secoli passati.
    Orbene, essendo Giulio Andreotti PRESIDENTE DELLA CASA DI DANTE IN ROMA ed essendosi direttamente interessato, quale uomo politico, del tema divorzio e quindi facendolo rientrare nel più vasto campo della dialettica libertà-reato, se Dante si fosse effettivamente occupato anche lui dell’eventualità dello scioglimento del vincolo matrimoniale, pur facendo rientrare nella dialettica libertà-peccato, lo stesso Giulio Andreotti si troverebbe nell’ottica di potere parlare del divorzio con competenza e legittimità per due ragioni. Perché è dovuto entrare nel merito della legge per motivi di lavoro; e perché dello stesso divorzio se ne sarebbe interessato Dante con il rapporto Catone-Marzia-Ortensio (Pur., I, 76 – 87) e, ancor più, con la scienza legata alla “donna gentile” (Convivio, II, II, 1). In altre parole, essendosi occupato del divorzio la persona, Dante, presa a simbolo di quell’ente culturale, la “CASA DI DANTE” in Roma, di cui il Senatore Andreotti è Presidente, lo stesso Presidente di tale benemerita associazione, la “CASA DI DANTE” in Roma, avrebbe piena legittimazione ad intervenire sull’argomento prendendo posizione, specialmente dopo che le mie dimostrazioni l’avranno convinto, se lo convinceranno.

    Così mi scriveva il Presidente.
    Roma, 11 luglio 1996
    Caro dott. Ceri,
    ricevo l’estratto della pubblicazione trimestrale del Centro Italiano di Astrologia con il testo da Lei redatto su “Dante, Cartesio e io astrologo” e La ringrazio. Il programma delle letture del prossimo anno accademico è già stato chiuso. Vedremo con il prof. Vallone per l’altro. Con viva cordialità e rallegramenti per il Suo interessante lavoro.
    F.to Giulio Andreotti.
    Non bisogna pensare che, perché Dante si immagina condannati all’Inferno Paolo e Francesca da Rimini per l’episodio amoroso, cruento e peccaminoso di cui furono protagonisti (Inf., V, 73-142), lo stesso Poeta fosse contrario al divorzio. Non potrebbe esserlo: anche perché gli farebbe subito da contraltare quello di Cunizza da Romano, propedeutico all’infedeltà coniugale, ma in cui la stessa Cunizza viene messa dal Poeta nel cielo di Venere, in Paradiso (Par., IX, 13 – 36). Dunque le cose in Dante si intuisce che si presentino in maniera assai più complessa di come ordinariamente può sembrare. E così risulterà.
    In base alle mie ricerche la messa a punto del vivere più profondo di Dante, e perciò inerente sopratutto il ruolo che in lui stesso hanno avuto gli innamoramenti e la vita religiosa, per poter venire raggiunta avrebbe bisogno che gli esegeti arrivassero a padroneggiare a monte le scienze medievali di più alto rango, poiché è in quelle che viene più profondamente affrontato il problema dell’amore, e poi perché è stato proprio utilizzando queste stesse scienze più alte che lui è riuscito, prima a strutturare scientificamente questo suo sentire, e poi a sapientemente nasconderlo. Ma si tratta di un padroneggiamento di cui gli esegeti non hanno quasi mai supposta la necessità, e dunque si potrà immaginare quali possano essere state le conseguenze negative sotto il profilo di FILOLOGIA DANTESCA, o della ERMENEUTICA DANTESCA, ovviamente se io avessi ragione. Di questa affermazione me ne assumo la piena responsabilità e sono perciò in attesa che qualcuno, dopo avermi letto, si impegni a darmi torto: gliene sarei grato in anticipo, anzi chiedendogli di affrettarsi a farlo.

    Parte terza

    Dante, attraverso il ricorso alla nona scienza medievale, cioè alla “Filosofia pitagorica e Morale Filosofia” (Convivio, II, II, 1), arrivando a giustificare una più ampia libertà di comportamento, non esclude di potere andare incontro ad divorzio e all’approvazione dell’aborto, prima di venire incoronato re della propria anima (Pur., XXVII, 139-142).

    Ed è a questo percorso dantesco che volevo giungere per affrontarlo, questa volta, sotto il profilo rigorosamente scientifico-medievale. Tale percorso metterà in risalto il rapporto DANTE-TENTAZIONE-LIBERTA’-PECCATO e, da qui, sarà agevole anche mettere meglio a fuoco gli attuali problemi ontologico-culturali del DIVORZIO CONIUGALE e, volendo, dell’ABORTO. Sarà il passaggio dalla tentazione al peccato ad esigere la libertà. In Dante il valore assoluto non sembra essere, come per i cattolici contemporanei, la vita, ma la libertà e l’amore. Infatti per salvare la libertà e far trionfare l’amore lui sembra disposto, al limite, a spendere a far spendere la vita.
    L’avvallo di mons. Bartoletti alla discussione su questo tema e il suo personale orientamento nella direzione già da me indicata, si potrà riscontrare anche nel suo impegno personale a mandare in scena, alla IX FESTA DEL TEATRO A SAN MINIATO (Istituto del Dramma Popolare), la prima assoluta in Italia dell’opera di GRAHAM GREENE, Il potere e la gloria, con regia di LUIGI SQUARZINA. Andammo insieme a vederla il sabato 20 Agosto del 1955. La tentazione, il peccato e la libertà di scegliere, in quest’opera non mancano, mentre è presente anche un certo eroismo: quasi un po’ come in Dante, se pensiamo che il suo solitario esilio possa esserselo ‘meritato’ (Convivio, I, III, 4 – 11) per fedeltà a se stesso e alla verità, similmente che in Graham Greene.
    Per arrivare a risolvere scientificamente il problema enunciato, non potremo fare a meno di premettere subito che, nel medioevo di Dante, LE SCIENZE ERANO DIECI (Convivio, II, XIII, 1 – 2) gerarchicamente costituite, e quindi quanti erano i cieli per il Poeta stesso e per la cristianità del suo tempo, oltre che per gli astrologi ebraici in aderenza ai Dieci comandamenti. Dante riconosce poi che ciascuna scienza assomiglia, o è comparabile, ad uno cielo specifico anch’esso gerarchicamente costituito. Le scienze venivano quindi apprezzate in base al senso del cielo che finiva per giustificarne, intelligibilmente, o teologicamente, il grado. Conseguentemente, se in Dante si vorrà sapere di una determinata scienza, e per le più alte non solo per senso ma anche nel merito, si dovrà indagare sul cielo che la comprende, che le “simiglia”, fra i dieci cieli che il Poeta descrive nella Commedia. Comunque minore importanza ontologico-spirituale alle scienze dei cieli più bassi, maggiore importanza a quelle dei cieli più alti.

    Scrive infatti Dante nel Convivio ( II, XIII, 2 – 8):

    “Dico che per cielo io intendo la scienza e per cieli le scienze. … Sì come dunque di sopra narrato, li sette cieli primi a noi sono quelli de li pianeti (Luna per la Gramatica; Mercurio per la Dialettica; Venere per la Rettorica; Sole per l’Arismetrica; Marte per la Musica; Giove per la Geometria; Saturno per l’Astrologia); poi sono due cieli sopra questi, (anch’essi) mobili (l’ottavo cielo delle Stelle Fisse per la Fisica e Metafisica; e il nono cielo Cristallino per la Filosofia pitagorica e Morale Filosofia che è poi anche il cielo su cui intendo io qui cimentarmi poiché sono proprio queste due scienze, analoghe fra loro e al tempo stesso fra loro stesse gerarchizzate, che vengono simboleggiate dalla nostra “donna gentile”di Convivio, II, II, 1. Per esempio la scienza della Filosofia pitagorica sembra in Dante venire emblematicamente incarnata dall’impegno di ricerca del suo maestro VIRGILIO, mentre la Morale Filosofia dall’impegno dell’altro suo maestro che, gerarchicamente, è più elevato, SAN BERNARDO DI CHIARAVALLE) e uno sopra tutti, quieto (il decimo più grande ed ultimo cielo, l’ Empireo, per la sacra Teologia, o Divina Scienza, che per diverse ragioni corrisponde alla sacra Teologia liturgica)”.

    Fatta questa premessa, per sciogliere l’enigma posto dalla “gentile donna” dobbiamo cimentarci nel risolvere il ricordato problema del Convivio ( II, II, 1). Scrive dunque Dante quanto segue.
    “Cominciando dunque, dico che la stella di Venere due fiate rivolta era in quello suo cerchio (moto del pianeta sull’epiciclo, o rivoluzione sinodica: cfr. Paradiso, VIII, 1-3; VIII, 12) che la fa parere serotina e mattutina, secondo diversi tempi (Può intendersi anche che il periodo esatto in cui si alternano le fasi di Venere in rapporto col Sole, per esempio 46°.00’.00’’ di elongazione occidentale, su di nuovo 46°.00’.00’’ di elongazione occidentale, difficilmente potrà avvenire allo scoccare di 584 giorni esatti, cioè quanto è la media del verificarsi di tale fenomeno. Per non aver preso in seria considerazione questo fenomeno i Dantisti hanno commesso il clamoroso errore al riguardo dell’identificazione del senso da attribuire alla “gentile donna”) appresso lo trapassamento (avvenuto nella prima ora notturna liturgica del venerdì 9 giugno 1290) di quella Beatrice beata che vive in cielo con li angeli e in terra con la mia anima, quando quella gentile donna, cui feci menzione ne la fine de la Vita Nuova (XXXV, 1-2), parve primamente, accompagnata d’Amore, a li occhi miei e prese luogo alcuno ne la mia mente”.
    Scrive ancora Dante a chiarimento dell’importantissimo, determinante, ruolo della “gentile donna”:
    “… la donna di cu’io innamorai appresso lo primo amore (Beatrice) fu la bellissima e onestissima figlia de lo Imperadore de lo universo (Gesù Cristo, e perciò corrispondente, appunto, alla “gentile donna giovane e bella molto” della Vita Nuova, XXXV, 2), a la quale (il pagano) Pittagora pose nome Filosofia (Convivio, II, XV, 12), ma che nel medioevo cristiano si era affinata e rinnovata prendendo il nome di Morale Filosofia. Si capirà adesso meglio il motivo per cui Dante ritiene “Maledetti” quanti, per presunzione, non vedono nella spiritualità del mondo classico la via propedeutica alla piena comprensione del messaggio evangelico e al permanere nel tempo della sua ortodossia (Convivio, IV, V, 9).
    Anche in base alle ricordate e semplici parole del Poeta la funzione della “gentile donna” già si presenta subito di estrema importanza per Filologia e critica dantesca. Per questo sarebbe stato logico e naturale che l’appassionato ricercatore, venuto a conoscenza di tale ricordato episodio scientifico, subito si ripromettesse intimamente di analizzarlo a fondo quando avesse avuto del tempo a disposizione. Fenomeno di “ripromessa intima di analisi” che pare non ci sia però mai stato, giustificando il mio sopravvenuto scetticismo circa l’esistenza, in giro, di certe passioni.
    Dunque dobbiamo allora intanto farci la seguente domanda.
    QUANDO, da un punto di vista cronologico, quella gentile donna di cui Dante fece menzione nella fine della Vita Nuova (XXXV, 1-2) apparve primamente al Poeta accompagnata d’Amore?
    Se si tratta del simbolo di una scienza, e non ci possono essere dubbi (Convivio, II, XIII, 2; II, XV, 12; II, II, 1; II, XIV,14)!, saremmo allora in presenza di una “scienza universale dell’anima in generale”, come avrebbe potuto chiamarla EDMUND HUSSERL in La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, (§ 69 e 71), mentre nella traiettoria di ricerca medievale si trattava, più concretamente, di una scienza abilitante a fare innamorare più profondamente la nostra anima della verità: e saremmo di fronte ad una forma di Mistagogia, prima pagano-classica, e poi, a più alto livello, cristiana. Si tratta forse di una scienza di cui, col tempo, il cristianesimo ha perso le tracce, da esso stesso persa lentamente di vista? Io credo che l’impegno di mons. Bartoletti fosse nella direzione di tentare di recuperarla. Per arrivare a farlo concretamente, data la situazione mentale ancora esistente e quale, lui, Profeta, credo che fosse giusto e opportuno che durante il CONCILIO VATICANO II, lui non prendesse mai la parola (cfr. VALERIO LESSI, Enrico Bartoletti Vescovo del Concilio, ed. Paoline, Milano, 2009), contrariamente a quello che invece, ancor oggi, velatamente gli si rimprovera, quasi, forse, meravigliandosene. Effettivamente, avendomi scritto, da Lucca, in data 22 settembre 1963 che, probabilmente, si sarebbe, lì, fatto sentire, se non avessi conosciuto la forza e profondità delle sue capacità intuitive, il suo potere di inquadramento culturale delle situazioni, anch’io mi sarei dovuto meravigliare.
    Ritornando al nostro problema di fondo, cioè di “QUANDO” la “gentile donna” poté essere vista per la prima volta dal Poeta, siccome lui stesso ci ha fatto sapere il giorno esatto e l’ora di “quando” Beatrice morì (Vita Nuova, XXIX, 1), cioè di quando dobbiamo iniziare a computare il tempo, appare dunque subito possibile arrivare a sapere anche “quando”, cioè in quale giorno esatto ed ora, egli vide questa “gentile donna”, poiché egli stesso ha l’accortezza di indicarci l’OROLOGIO su cui noi dobbiamo misurare il tempo trascorso. Si tratta dell’orologio formato dal moto di VENERE, e non di quello formato dal moto del SOLE. Ma con la stessa precisione con cui noi comunemente sappiamo che si muove il Sole, e per cui da un grado angolare dal Sole stesso occupato sullo Zodiaco dei segni, con minuti e secondi, noi possiamo risalire sempre al giorno e all’ora in cui il fenomeno si dette, ebbene sua propria natura e modo anche Venere ci darà la possibilità, in base al proprio moto, di risalire al giorno e all’ora in cui il fenomeno in questione si dette. Per Venere sarà da considerare il moto in funzione del rilevamento dell’elongazione, cioè della distanza variabile che il pianeta intrattiene in continuazione col Sole. E siamo qui di fronte ad un dato matematico, e spiacevole dirlo, che nei secoli non è mai stato preso in seria considerazione dagli esegeti, forse per un ‘consaputo’ negativo inibente l’indirizzo di ricerca astrologica da loro inavvertitamente appreso nella fase giovanile della loro formazione a causa di una certa cultura. Tale ‘consaputo’, in base alle mie ricerche, risalirebbe al formarsi della mentalità antiscientifica, antinaturalista e antiastrologica del primo Umanesimo degnamente rappresentata da FRANCESCO PETRARCA (Cfr. Epistole: con GIOVANNI DONDI DALL’OROLOGIO) e che è poi il primo momento della “modernità”. Per quanto attiene alla mentalità antiastrologica del primo Umanesimo questa è rimasta nei secoli per una supposta, se pur non dimostrata, convenienza religiosa che la Chiesa post-medievale ha ritenuto di vedere nell’opporsi all’Astrologia.
    I letterati dantisti, anche moderni (Cfr., p.e., GIOVANNI BUTI e RENZO BERTAGNI, Commento astronomico alla DIVINA COMMEDIA, Sandron, Firenze, 1966, pp. 221-222; GRAZIELLA FEDERICI VESCOVINI, Dante e l’astronomia del suo tempo, nella rivista LETTERATURA ITALIANA ANTICA diretta da Antonio Lanza, Moxedano editrice, Roma, anno III, 2002, pp. 291-309), sono convinti che la scienza mai possa servire, con la sua esattezza e il suo specifico senso di oggettività, a tenere in piedi un mondo poetico, a comporre un’autentica poesia e tale atteggiamento si è rafforzato col Romanticismo ottocentesco. Tale atteggiamento sembra essere per loro tanto più vero in Dante, poiché gli avrebbe inibito la piena espressione della sua fertilissima fantasia, “il suo libero volo d’artista”. Ma le cose non stanno affatto così e, da qui, la mia rivoluzione copernicana, su base dimostrativa ed empirica, all’indirizzo del senso attribuito al medioevo nell’età moderna. I letterati dantisti, per pensarla come la pensano, forse non hanno ancora empiricamente ben controllato in cosa consistesse la sintesi teologica del sapere operata dalla mentalità medievale, cioè, in pratica, il Medioevo. Giudichi comunque il lettore dopo avermi letto.
    Orbene, siccome Venere compie teoricamente una Rivoluzione sinodica, che è poi quel moto in cui si rileva l’elongazione, in media ogni 584 giorni, gli esegeti hanno erroneamente pensato che compirà le due rivoluzioni sinodiche indicate dal Poeta in 1168 giorni: 584 + 584 = 1168. Questo numero di giorni noi lo troviamo infatti ripetuto, purtroppo, in tutti i commenti al Convivio (II, II, 1), forse proprio per la poca dimestichezza con l’Astrologia. È ipotizzabile dunque che i commentatori, nel loro commentare, non abbiano rimeditato originalmente la soluzione del problema che esponevano, tanto l’astronomia-astrologia-liturgia pareva loro distante dall’opera letteraria e, per tale ragione, forse si sono limitati a semplicemente ricopiare la sostanza della soluzione del problema da altri precedenti commentatori assai poco esperti. Risulta comunque a me che, in generale, essi hanno proceduto nella seguante maniera: aggiungendo questi 1168 giorni all’ 8- 9 giugno 1290 e così sono arrivati, erroneamente, al 21 agosto 1293 ( fosse stato il 20 agosto, festa di san Bernardo di Chiaravalle, avremmo dovuto meditare più a lungo per afferrare l’errore). Trattandosi del 21 agosto (o dei giorni successivi), di un giorno cioè che, liturgicamente e per altri motivi, ha ben poco significato, il possibile errore di calcolo, avendo presente il modo di procedere di Dante, è apparso, almeno a me, subito da dover essere messo in conto.
    Orbene, per arrivare a risolvere questo qualificantissimo enigma bisognerà invece procedere in tutt’altra maniera. Prima si dovrà controllare quale oggettiva elongazione (distanza angolare di un pianeta dal Sole) aveva Venere al momento della morte di Beatrice. Successivamente bisognerà andare a verificare quando, cioè in quale giorno, tale elongazione si ripeté esattamente per la seconda volta: e quello sarà il giorno e l’ora dell’apparizione della “gentile donna” (Convivio, II, II, 1).
    Essendo il trapassamento di Beatrice avvenuto dopo il tramonto del Sole e nella prima ora notturna, in base al nostro Tempo civile esso si dette alle
    19h.50’ circa del giorno giovedì 8 giugno 1290.
    Potrà essere scientificamente controllato che l’elongazione di Venere era, in quel momento, pari a
    14°.13’ occidentali al Sole,
    ed è questo il dato fondamentale.
    L’ampiezza dell’ora liturgica, o ineguale, o planetaria, o temporale, in quel giorno 8 giugno 1290 era di 0h.44’, e perciò la prima ora notturna indicata dal Poeta andava, dalle 19h.37’ alle 20h.21’ dello stesso giovedì 8 giugno 1290, essendo il Sole tramontato a Firenze alle 19h.37’ circa: 19h.37’ + 0h.44’ = 20h.21’. Le ricordate 19h.50’ da me stimate si collocano infatti legittimamente proprio in questo campo di 0h.44’.
    Il trapassamento, da un punto di vista liturgico, cioè per come perentoriamente Dante vuole che sia considerato, dobbiamo IMMAGINARE che sia avvenuto nella prima ora notturna del venerdì 9 giugno 1290 che andava, liturgicamente, appunto, dalle 0h.00’ alle 0h.44’. Nei due computi l’istante è comunque sempre il medesimo, e perciò l’elongazione di Venere sempre la stessa, di 14°.13’ occidentali. Siamo qui di fronte a due differenti ‘linguaggi’.
    Il linguaggio liturgico è in analogia alla Bibbia che dice che quando Dio mosse il cielo, “prima fu sera e poi fu mattina” (Genesi, I, 5). E questa è la ragione per cui il tempo religioso inizia a decorrere dal tramonto del Sole, ed anche “secondo l’usanza d’Arabia” (Vita Nuova, XXIX, 1), e non quindi dal medioevale sorgere del Sole. Si tratta di un fenomeno di bidatazione a cui Dante ricorrerà in diverse occasioni e, in modo eclatante, per datare la Commedia fin dalla notte della selva selvaggia ed aspra e forte del peccato che lui passò con tanta pièta poiché, pur corrispondendo questo momento, civilmente, al venerdì 24 marzo 1301 del nostro computo storico, liturgicamente già corrispondeva alla festa dell’Annunciazione a Maria del sabato 25 marzo 1301, inizio dell’anno a Firenze. Deve essere ricordato anche che, in base all’Antico Calendario Fiorentino non ricordato nemmeno dai MANUALI ma adottato da Dante (cfr. chiusura della Quaestio de aqua et de terra,) e anche da IACOPO DELLA LANA (1290 -1365) nel suo commento in volgare alla Divina Commedia, questo sabato 25 marzo 1301 corrispondeva anche al fiorentino sabato 25 marzo 1300, anno che a Firenze apriva il XIV secolo.
    Fatti i calcoli per il momento cronologico della morte di Beatrice, che per comodità di calcolo abbiamo detto corrispondere alle 19h.50’ circa del giovedì 8 giugno 1290 del nostro tempo civile legale in cui VENERE aveva 14°.13’ di elongazione occidentale al Sole, continuando nei calcoli richiesti da Dante possiamo a ragion veduta affermare che Venere arrivò nuovamente ad avere per la seconda volta, come richiesto da Dante, 14°.13’ di elongazione occidentale al Sole, subito dopo calato il Sole sul
    Sabato 15 Agosto 1293.
    E fu questo il momento in cui Dante vide la “gentile donna giovane e bella molto” simboleggiante la Filosofia pitagorica e la Morale Filosofia comparabili al nono Cielo cristallino e di Maria (Vita Nuova, XXXV, 2; Convivio, II, II, 1; II, XV, 12). Ma il 15 Agosto, non per caso sarà anche proprio l’importante e qualificantissima festa medievale di
    SANTA MARIA ASSUNTA IN CIELO,
    che è poi anche quel simbolo liturgico della Beata Vergine, seguendo le mie scoperte, a cui il Poeta fa rivolgere la famosa Orazione a san Bernardo (Par., XXXIII, 1 – 39).
    Calato il Sole sul sabato 15 agosto 1293 siamo però, anche in questo caso dall’ “apparizione della gentile donna”, analogamente al caso della “morte di Beatrice”, liturgicamente già per la festa del giorno dopo, di san Giacinto. Io ritengo comunque che le due feste, di santa Maria Assunta e di san Giacinto, vadano però per senso considerate insieme.
    Riferisco adesso, riepilogando e ad ulteriore chiarimento, degli accertamenti matematici a cui ho dovuto procedere in pratica per arrivare a fare queste mie asserzioni. Mi si perdoneranno le ripetizioni anche pensando che si tratta di una questione secolare mai risolta prima.

    A) MORTE DI BEATRICE.

    Beatrice morì a Firenze il giorno giovedì 8 giugno 1290 alle 19h.50’ circa (Vita Nuova, XXIX, 1). Siccome il Sole era tramontato alle 19h.37’, “questa angiola” morì dopo il tramonto del Sole e perciò, liturgicamente, il venerdì 9 giugno 1290. In quel momento Venere, che Dante prenderà come punto di riferimento per strutturare il suo enigma (Convivio, II, II, 1), si trovava a 10°.21’ nel segno dei Gemelli, col Sole a 24°.34’ nel segno dei Gemelli e il Discendente (orizzonte occidentale) a 27°.27’ sempre nel segno dei Gemelli. Dunque elongazione occidentale di Venere (distanza occidentale di Venere dal Sole) pari a
    14°.13’, poiché 24°.34’ – 10°.21’ = 14°.13’. Essendo il Sole a 24°.34’ in Gemelli e l’orizzonte occidentale (Discendente) a 27°.27’, il Sole era già sotto l’orizzonte di circa tre gradi. Dopo varie considerazioni ho ritenuto di apprezzare il fenomeno per questo esatto momento. Sono comunque questi 14°.13’ di elongazione occidentale di Venere che Dante vuole che l’esegeta riesca a mettere a fuoco.

    B) APPARIZIONE DELLA “GENTILE DONNA GIOVANE E BELLA MOLTO” (VITA NUOVA, XXXV, 2; CONVIVIO, II, II, 1).

    Provando e riprovando alla fine si potrà constatare oggettivamente, cioè scientificamente, che Venere ritornò ad avere, come pretende perentoriamente Dante, la medesima elongazione occidentale di quando Beatrice morì, e cioè i ricordati 14°.13’ occidentali, il giorno sabato 15 agosto 1293 alle 19h.00’ circa. In questo momento Venere si trovava a 15°.42’ nel segno del Leone, col Sole a 29°.55’ nel segno del Leone e con il Discendente (orizzonte occidentale) a 05°.32’ nel segno della Vergine. Dunque elongazione occidentale di Venere (distanza di Venere dal Sole) di nuovo pari a


  30. Giovangualberto ha scritto il 19 gennaio 2010 alle 1:48 am:

    SEGUITO ARTICOLO PRECEDENTE.

    B) APPARIZIONE DELLA “GENTILE DONNA GIOVANE E BELLA MOLTO” (VITA NUOVA, XXXV, 2; CONVIVIO, II, II, 1).

    Provando e riprovando alla fine si potrà constatare oggettivamente, cioè scientificamente, che Venere ritornò ad avere, come pretende perentoriamente Dante, la medesima elongazione occidentale di quando Beatrice morì, e cioè i ricordati 14°.13’ occidentali, il giorno sabato 15 agosto 1293 alle 19h.00’ circa. In questo momento Venere si trovava a 15°.42’ nel segno del Leone, col Sole a 29°.55’ nel segno del Leone e con il Discendente (orizzonte occidentale) a 05°.32’ nel segno della Vergine. Dunque elongazione occidentale di Venere (distanza di Venere dal Sole) di nuovo pari a

    14°.13’ occidentali circa,

    come Dante esige nel Convivio (II, II, 1) che l’esegeta sia in grado di ritrovare. Il corretto procedimento è infatti: 29°.55’ del Sole in Leone – (meno) 15°.42’ di Venere in Leone = 14°.13’ occidentali di Venere rispetto al Sole.
    Siccome la “gentile donna” per venire identificata da questi 14°.13’ occidentali deve essere necessariamente apparsa alle 19h.00’ circa del 15 agosto 1293, e siccome il Sole era tramontato alle 18h.47’, ebbene, come ho già precedentemente ricordato commentando il fenomeno, possiamo scientificamente adesso affermare che anche la “gentile donna” stessa apparve a Dante, liturgicamente, appunto la DOMENICA 16 AGOSTO 1293, FESTA DI SAN GIACINTO poiché apparsa dopo il tramonto del Sole sul 15 agosto 1293.
    Nel giorno della morte di Beatrice (Tempo civile dell’ 8/6/1290 alle 19h.50’ col Sole già tramontato) e in quello dell’apparizione della gentile donna (Tempo civile del 15/08/1293 alle 19h.00’ col Sole già tramontato) Venere era in fase montante e nobile, umida e calda, feconda e attiva iuxta sententiam Ptholemaei (Tetrabiblos, I, V, 1), e anche assai prossima alla sua Congiunzione superiore col Sole. Per tale ragione camminava, in elongazione occidentale in diminuzione, molto rapidamente e quindi percorrendo circa 16’ al giorno in diminuzione. È questa alta velocità del pianeta che permette di essere certi nell’indicare l’ora di questi due giorni, se non fossero sufficienti altri elementi, e Dante lo sa bene.
    Per la festa di SAN GIACINTO DEL 16 AGOSTO 1293, a chiarimento di quello che sta accadendo ontologicamente al Poeta, nonché a conforto della nostra tesi sul bisogno della libertà di fronte alla tentazione così recita, lo ripeto, la liturgia.
    “Beatus vir qui suffert tentationem, quoniam cum probatus fuerit, accipiet coronam vitae” (Die xvi Augusti, IN FESTO S. HYACINTHI).
    Recita Virgilio, analogamente alla liturgia di san Giacinto, mentre si rivolge a Dante che sta per incoronare in cima alla montagna del Purgatorio, dopo che lo stesso Poeta ha attraversato, appunto, tutte le tentazioni dell’Inferno e le prove del Purgatorio:
    “Non aspettar mio dir più né mio cenno: / libero, dritto e sano è tuo arbitrio, / e fallo fora non fare a suo senno: / per ch’io te sovra te corono e mitrio” (Pur., XXVII, 139-145). Sarà per caso?
    Per notizia e controllo riferisco qui di seguito quello che costantemente riportano gli esegeti riguardo alle commentate due rivoluzioni di Venere di cui al Convivio, II, II, 1, “Cominciando dunque, dico che la stella di Venere due fiate rivolta era …”.
    Si legge per esempio.
    A) “Il pianeta sembra oscillare , a oriente, o ad occidente del Sole, impiegando a rivenire allo stesso punto in media 584 giorni … e le “”due fiate””, o giri, importano dunque il doppio tempo, cioè 584 x 2 = 1168 giorni”. (DANTE ALIGHIERI, Il Convivio, commentato da G. BUSNELLI E G. VANDELLI, volume I, Firenze, Le Monnier, 1953, p. 103), per cui gli esegeti arrivano al 21 agosto 1293.
    B) “Il movimento di Venere nel proprio epiciclo dura in media, 584 giorni … Pertanto le due rivoluzioni che si sono svolte tra la morte di Beatrice, l’8 giugno 1290, e l’apparire della ”donna gentile” corrisponderebbero a 1168 giorni. Beatrice morì la sera dell’8 giugno 1290 e poiché erano trascorsi 1168 giorni, l’apparizione della ““donna gentile”” avrebbe avuto luogo solo dopo il 21 agosto 1293, come ritengono generalmente i commentatori (e cioè): M. BARBI, F. ANGELITTI, F. TORRACA, B. NARDI, E. POULLE, FOSTER-BOYDE” (DANTE ALIGHIERI, Opere Minori, Tomo I, Parte II, a cura di CESARE VASOLI e DOMENICO DE ROBERTIS: Convivio, Riccardo Ricciardi Editore, Milano-Napoli, 1988, p. 120).
    C) La stessa spiegazione fornita da tutti questi citati commentatori è presente anche nel volume La Vita Nuova di Dante Alighieri con il commento di TOMMASO CASINI (G.C. Sansoni, Firenze, 1951, p.121) e ribadita anche nella seconda edizione di Felice Le Monnier a cura di ANTONIO ENZO QUAGLIO (Firenze, Le Monnier, 1964, p.104).
    Deve essere messo in evidenza che tutti i commentatori indicano come “media”, e quindi per approssimazione, i 584 giorni che impiegherebbe Venere a compiere una Rivoluzione sinodica e perciò diventerebbero poi 1168 i giorni per loro da dovere aggiungere al giorno di morte di Beatrice, 8-9 giugno 1290. Ma, appunto, come “media”. Ma Dante ha autorizzato a fare una media? Si risparmia fatica, è vero, però l’autorizzazione io non l’ho trovata.
    Anche il caro e preparatissimo professore CESARE VASOLI parla di “corrisponderebbero a 1168 giorni” e non che effettivamente corrispondono. Dunque i Dantisti il sospetto che il calcolo non vada bene già ce l’hanno avuto da molto tempo, però non sono andati oltre anche perché non hanno intuito la portata esegetica della differenza. A mio giudizio creerebbe invece meno danni essere approssimati sui fatti storici dell’epoca, o insistere meno sulle diverse parole trovate nei vari manoscritti della Commedia, piuttosto che buttarsi dietro le spalle i dati scientifici inerenti le scienze medievali più grandi ed ultime, poiché in questo caso si andrebbe incontro ad un fraintendimento sostanziale del pensiero, della vita, e della cultura del Poeta e presente nel suo medioevo. Infatti mai, seguendo la spiegazione tradizionale dell’aggiunta dei 1168 giorni al giorno 8-9 giugno 1290, saremmo arrivati alla liturgia della festa di SANTA MARIA ASSUNTA IN CIELO del 15 agosto 1293 e di quella di SAN GIACINTO del giorno dopo. Ne è valsa la pena sotto il profilo di FILOLOGIA E CRITICA DANTESCA? Giudichi il lettore. Io aggiungo solo due osservazioni.
    È nella liturgia della ricorrenza di san Giacinto che leggiamo l’insegnamento del “Beatus vir, qui suffert tentationem, quoniam cum probatus fuerit, accipiet coronam vitae” (Die xvi Augusti, IN FESTO S. HYACINTHI): liturgia che è, per motivi ontologico-spirituali, o “fenomenologico-trsacendentali e genetici”, apertamente inneggiante alla LIBERTA’ soggettiva di decisione. La tentazione infatti si può pensare di poterla fare evitare ricorrendo alla forza coercitiva delle leggi dopo essersi appellati ad una idonea e particolare cultura. In altre parole, attraverso l’emanazione di idonee leggi, se si riesce ad emanarle, si potrà teologicamente e politicamente pensare, togliendo un po’ di libertà alla persona, di poter tenere lontano le tentazioni e i reati dalla vita quotidiana. In questo caso però verrebbe tolta alla persona stessa, seguendo la liturgia cristiana, anche una fetta di meritata beatitudine riguardante l’ampliamento della propria coscienza, poiché le verrebbe tolta a monte, o assai ridotta, la funzione che ha la tentazione, di umanizzazione dell’essere e di libero ed autentico superamento di se stesso. Infatti il libero gioco ontologico-spirituale che l’essere umano intrattiene con la Divinità corrisponde ad un dialogo in cui la tentazione, non solo può rendere l’essere umano stesso più umano poiché gli farà capire meglio cosa sia la vita, le passioni dell’anima che sono un dato molto significativo della personalità e del percorso umano ( e adesso mi viene qui in mente DOSTOEVSKIJ), ma tale esperienza alla fine potrebbe anche renderlo beato per esserne uscito vittorioso, almeno seguendo la sapienza liturgica. Pare comunque che solo a queste condizioni l’essere umano divenga compassionevole verso l’umanità, come Dante, e re della propria anima: e si tratta di un quadro strettamente evangelico. E qui c’è tutto monsignor ENRICO BARTOLETTI quale mente stimolante, non solo papa GIOVANNI MONTINI, ma anche monsignor ALBINO LUCIANI, ANTONIO POMA ed altri, almeno per quanto a me personalmente risulta. Non ho tuttavia prove scritte. Mi si dovrà credere sulla parola e per le mie argomentazioni, se risulteranno sensate e saranno convincenti.
    Se una cosa non la puoi avere perché la legge lo vieta, non averla avuta per tale pressione, con tale motivazione, potrà essere da un lato giuridicamente opportuno, però dall’altro non rafforza spiritualmente l’essere umano, non gli dà ontologicamente forza, quanto invece lo reprime spingendo la passione che lui non ha potuto né soddisfare, né vincere, nel suo inconscio. E qui ha un peso. L’inconscio si riprometterà infatti di esaudire la passione repressa in qualche altra maniera dopo averla portata fuori dal palcoscenico. E una società, o una civiltà, si caratterizza anche per quante cose nasconde sotto il tappeto al fine di sembrare moralmente pulita. In questo contesto l’autentica vita religiosa non potrà chiudere gli occhi poiché il suo compito non è reprimere, ma sapere. Il lavoro del vero intellettuale è dunque analogo a quello del religioso. Nel caso prospettato l’essere umano verrebbe inclinato ad elaborare risposte sostitutive alla tentazione, divenuta praticamente impossibile a causa della presenza delle leggi e tali risposte sostitutive, difficilmente identificabili dal legislatore e dalle leggi, per mancanza di luce intellettuale, probabilmente potranno essere ancor più pericolose e subdole della caduta nella tentazione primaria stessa. La libertà, quando può essere sopportata dalla cittadinanza, dallo Stato, a ben valutare è sempre un bene ontologico-spirituale da tutelare poiché rende fertile una civiltà, specialmente quand’essa fosse guidata da un adeguato télos illuminante, fascinante e sottostante. Con la festa di Santa Maria Assunta del 15 Agosto si arriverà comunque ad indicare un percorso comportamentale libertario ed aperto, analogo a quello che è emerso dalla festa di san Giacinto.
    L’emergere di questi dati e poi di questa relazione fra simboli, non solo contribuisce a rafforzare l’emozione poetica, ma mostra anche come si articolava culturalmente l’autentica mentalità medievale. Allora non si procedeva, come fanno i poeti moderni, seguendo intuitivamente l’emozione prodotta dall’evento, o dal simbolo, che a sua volta stimolava la fantasia poetico-letteraria. Nel medioevo di Dante e precedente, essendo gli autori impegnati, per cultura, ad inserire le esperienze intime dentro un contesto oggettivo più vasto di ordine matematico-astrologico-simbolico-liturgico, si era conseguentemente impegnati a far giustificare le esperienze intime avute, dall’architettura dell’universo di allora. Tale procedimento finiva per fare assumere all’esperienza intima avuta, o immaginata e descritta, una particolare valenza emozionale per venire essa stessa inserita anche in una universalità composta di verità scientifico-oggettive esse stesse artistico letterarie. Obliando questa integrazione si dipinge il medioevo a nostra immagine e quindi non per quello che autenticamente esso fu. Inoltre, così procedendo, non potremmo approfittare degli utili stimoli esistenziali che da quella mentalità artistica e sensibilità potrebbero venirci. Si è studiato Dante a fondo, questo è innegabile. Però avendolo fatto con la mentalità moderna che è iniziata, per quanto mi riguarda, col primo Umanesimo e con Francesco Petrarca, ci è sfuggito Dante per quella parte in cui la sua mentalità era assorta e immersa nelle più alte scienze di allora.

    Da notare che nel momento in cui Dante, il 15-16 agosto 1293, fu visto dalla “gentile donna giovane e bella molto” (Vita Nuova, XXXV, 2; Convivio, II, II, 1) Venere si trovava, non solo ad avere i ricordati 14°.13’ di elongazione occidentale, ma era ancora nella sua fase crescente, cioè umida e calda, montante e nobile e quindi feconda e attiva che Dante chiama “primo aspetto”. Tale aspetto di Venere è simile alla fase della Luna crescente (TOLOMEO, Tetrabiblos, I, V, 1; I, VIII, 1-2) e perciò Venere è qui ancora in quella della dea Citerea, (Pur., I, 19 – 21; Pur., XXVII, 94-96) ) o di Lucifero (cfr. In nocte Nativitatis Domini) non essendo il pianeta ancora arrivato all’apogeo. Questo preciso aspetto di Venere viene meravigliosamente ricordato da Dante al vertice del Paradiso (XXVII) quando recita: “Così si fa la pelle bianca nera / nel primo aspetto (dalla Congiunzione inferiore col Sole a quella superiore ed è paragonabile alla Luna crescente. Il secondo aspetto va invece dalla Congiunzione superiore a quella inferiore ed è paragonabile alla Luna calante) de la bella figlia (Venere-Maria) / di quel ch’apporta mane e lascia sera (Il Sole-Gesù: cfr. Convivio, III, XII, 7). Venere infatti diventa “bruciata dal Sole”, cioè nera, invisibile, all’apogeo che nel caso in esame, cioè nel 1293, veniva da lei raggiunto il giorno 08 ottobre 1293, cioè dopo 54 giorni.

    La REGOLA GENERALE tolemaica dell’alternarsi dei quattro umori (UMIDO, CALDO, SECCO e FREDDO), tanto cara ed apprezzata da Dante (Convivio, IV, XXIII, 7 – 15), che lo stesso Tolomeo (II secolo d.C.) ha ripreso dall’antica tradizione, dagli antichi Egizi, o dal Caldei (Tetrabiblos, I, II, 15; I, III, 18; I, XXI, 1; I, XXI, 8: I, XXI, 20; II, XI, 3), che con il primo Umanesimo e Francesco Petrarca era stata dimenticata, e che io adesso ho riportato alla luce per la prima volta, è la seguente.

    Tutti i pianeti, Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno si ricaricano di umore UMIDO al loro passaggio dal PERIGEO.

    Dopo di che seguono in stretta successione, l’umore caldo, secco e freddo. Fanno eccezione i pianeti Sole e Luna che, inaspettatamente, meravigliosamente e curiosamente, anche per Tolomeo non ubbidiscono alla ricordata Regola Generale, quasi che nell’antichità già si sapesse, in qualche modo, che il Sole era al centro del sistema e che la Luna era un satellite della Terra. Per Sole e Luna vengono infatti dettate regole a parte (Tetrabiblos, I, X, 1-2; I, VIII, 1) perfettamente aderenti al nostro sistema eliocentrico, come aderente ad esso stesso risulta anche la ricordata Regola Generale. Probabilmente qualcosa di basilare è sfuggito alla nostre conoscenze sull’Antichità e sul Medioevo ma che sembra non debba essere nemmeno ventilato.
    Due considerazioni finali sull’importanza che la tentazione possa condurre anche al peccato proprio perché vissuta entro una inalienabile libertà spirituale e, conseguentemente, comportamentale. È questa verità evangelica che rende problematico il rapporto trono-altare, Cesare-Cristo.
    Prima. Proprio perché Dante è stato tentato, si è perduto (Inf., I, 1-3). Proprio perché si è perduto, si è smarrito, ha poi potuto fuggire dalla selva selvaggia ed aspra e forte del peccato: anche per l’intervento dal cielo, con questa mia scoperta meglio specificato, della Santa Vergine Maria Assunta in cielo, simbolicamente assunta nel cielo Cristallino in cui lo “segnore de la giustizia chiamoe” anche Beatrice a “gloriare” (Vita Nuova, XXVIII, 1) insieme a Lucia. Infatti se la dimora simbolica della Beata Vergine è il Cielo cristallino, e se in esso vi è a gloriare anche Beatrice, essendo stata Beatrice stessa avvertita da Lucia (Inf., II, 94 – 120) dei pericoli a cui le tentazioni avevano esposto Dante, Lucia stessa si troverà necessariamente anch’essa nel Cielo cristallino, acqueo e di Maria.
    Se per Dante è l’umore umido a dare inizio alla vita (Convivio, IV, XXIII, 6-14), e se è il nono Cielo cristallino a dare inizio, a spiegare il moto, di tutti i cieli sottostanti giustificandone la vita, il Cristallino stesso non potrà essere, anche per Dante, che umido, che acqueo. Da qui un altro stimolo a far prendere in considerazione i quattro umori così bene esposti e considerati da Claudio Tolomeo (Tetrabiblos, I, V 1; I, VIII, 1.2).
    2) Proprio perché Dante ebbe questi suoi trascorsi peccaminosi assai reprensibili (Pur., XXXI, 1 – 63), avrà poi potuto essere da Virgilio incoronato al vertice del Purgatorio, re e gran sacerdote (Pur., XXVII, 142), come indica, appunto, anche la festa di san Giacinto del 16 Agosto 1293 ricavata dal moto di Venere (Convivio, II, II, 1).
    Ma essendo Dante seguace dell’ortodossia cattolica, dobbiamo porci la seguente domanda. È possibile che l’ortodossia cattolica possa convalidare la tentazione al fine di portare l’anima alla salvezza come indicato dalla Teologia liturgica della festa di san Giacinto? Esistevano forse nel medioevo, se pur non ancora sanate, delle contraddizioni fra la Teologia liturgica e la Teologia razionalista? E Dante collocando la Teologia liturgica nel decimo cielo Empireo ha inteso precedere il nostro CONCILIO VATICANO II e l’indirizzo di monsignor Bartoletti (cfr. Costituzione conciliare SACROSANCTUM CONCILIUM sulla sacra liturgia del 4 dicembre 1963).
    Scrive il teologo CHARLES JOURNET contribuendo a chiarire il problema: “La Terra è destinata alla vita, la vita all’uomo, l’uomo alla grazia del paradiso terrestre; e quando egli cade nel peccato, è Dio che, per rialzarlo, viene a morire su una Croce piantata sulla terra” (CHARLES JOURNET, L’Assunzione della Vergine, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, 1953, p. 1). Il citato opuscolo faceva parte di una nutrita serie intitolata “La sfera e la Croce” che MONSIGNOR BARTOLETTI regalava, o consigliava di acquistare, a molti seminaristi, o amici, me compreso, e nel mio caso arrivando a chiarirmi le idee. Nelle parole di Journet è di tutta evidenza come anche un Vescovo della Chiesa cattolica possa essere a favore di una legge dello Stato a tutela della libertà di divorziare. Se il divorzio è un peccato, la tentazione a cui induce sarebbe comunque, ontologicamente e spiritualmente, fertile. In Journet come nel Bartoletti e in Dante è più fertile e prioritario il “risollevarsi dal peccato” piuttosto che “non essere indotto in tentazione”. La questione è sottile poiché investe il problema della libertà. Cosa potrebbe pensarne invece Giulio Andreotti?
    Dunque Dante, dopo essersi innamorato di Beatrice e dopo che lei morì, non si innamorò affatto di un’altra donna, bensì di una scienza che lui simboleggia in una donna, la “gentile donna”, appunto. Ovviamente dopo aver passato, dopo la morte di Beatrice, alcuni anni di intervallo per aver ceduto alle tentazioni, non bisognerà dimenticarlo perché anche questo stesso intervallo fa parte della struttura simbolico-scientifica!, correndo dietro alle gonne di qualche “pargoletta”, a cui avrà certamente voluto bene (divorzio), ma “con breve uso” (Pur., XXXI, 58-60). Intenzionalmente saremmo di fronte ad una serie di divorzi all’ “americana”? Questo aspetto autobiografico di Dante sembra simile a quello del poeta e filosofo RAIMONDO LULLO (1234 – 1315) suo contemporaneo e presente a Parigi forse quando lo stesso nostro Poeta, se lui stesso ci andò (Cfr. di RAIMONDO LULLO, “Blanquerna” che si traduce con “Candore”: una specie di colore simile alla “chiarezza”, o allo “splendore”, su cui Dante insisterà molto e che sembrerebbe anch’esso la conseguenza dell’esercizio di una scienza. Quella nel nono cielo Cristallino chiamata Morale Filosofia e derivante, per intensificazione di senso, dalla Filosofia di Pittagora).
    Scrive il teologo CHARLES JOURNET, che io qui riporto un’altra volta al fine di chiarire l’incidenza che aveva avuto nel medioevo la festa di Sante Maria Assunta:
    “La festa dell’Addormentamento della Vergine (Assunzione di Maria al cielo) compare dapprima in Oriente, probabilmente a Gerusalemme intorno all’anno 530. Verso il 620, GIOVANNI DI TESSALONICA dice che qui è celebrata quasi ovunque. L’incoronazione della Vergine di Senlis (XII secolo) è la più antica che vi sia in Francia. L’Assunzione corporale della Vergine è ben viva nella Chiesa orientale e celebrata in testi seducenti. San Germano, patriarca di Costantinopoli ( † 733) canta: Il tuo corpo verginale, tutto santo, tutto casto, tutt’intero abitacolo di Dio, non conoscerà il disfacimento …” (CHARLES JOURNET L’Assunzione della Vergine, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze, 1953, pp.35 – 39).
    Il senso ontologico-spirituale della festa di Santa Maria Assunta del 15 agosto (Tempo civile), come ricordano anche le Litanie Lauretane indirizzate alla Santa Vergine, già richiama e conferma le parole della liturgia del 16 agosto (Tempo liturgico) festa di san Giacinto, “Beatus vir qui suffert tentationem, quoniam cum probatus fuerit, accipiet coronam vitae” (Die xvi Augusti, IN FESTO S. HYACINTHI).
    Le Litanie Lauretane si aprono infatti con “Sancta Dei Genitrix”, ora pro nobis”, in cui, seguendo il Tetrabiblos (II, III, 3) è possibile notare anche una analogia fra Venere-Beatrice e Maria quale madre di Gesù Cristo. Scrive Tolomeo: “Ciò spiega il culto generalmente diffuso di Venere invocata come Madre degli Dei con svariati epiteti locali” (Tetrabiblos, II, III, 38). Di fronte a questa realtà non dobbiamo inalberarci, si tratta della nostra civiltà occidentale ben legata insieme e che Dante mira a salvare nel suo complesso anche quando “maledice” chi non si comporta in tale modo (Convivio, IV, V, 9). Le litanie della Madonna, che poggiano sulla festa di Santa Maria Assunta, recitano poi: “Mater divinae gratiae, Mater castissima, Mater boni consilii, Sedes sapiantiae, Causa nostre laetiziae, Janua coeli, Stella matutina, Refugium peccatorum …”: tutte peculiarità della ricerca spirituale di Dante e già riassunte, non per caso, dalla famosa preghiera di SAN BERNARDO alla Vergine (Par., XXXIII) e in parte incluse per senso, appunto, nella liturgia della festa di san Giacinto del 16 agosto 1293. La festa di Santa Maria Assunta in cielo, simbolicamente nel nono cielo Cristallino, quella di san Giacinto, e l’orazione di san Bernardo alla Vergine, sembrano avere perciò il compito di agevolare l’esegeta a capire i contenuti della Filosofia pitagorica e Morale Filosofia in cui è presente un inderogabile bisogno di libertà di comportamento.
    L’interpretazione del pensiero di Dante che emerge da questa analisi astrologico-scientifico-liturgica risulta intanto più vicina al Vangelo e alla linea indicata da Mons. ENRICO BARTOLETTI sulla scia del CONCILIO VATICANO II, che non alla Teologia razionalista (dogmatica e morale), di cui si avvalevano e si avvalsero i tribunali l’Inquisizione, ma di cui alcuni cristiani di oggi vorrebbero si avvalesse lo Stato moderno con le sue leggi.
    DATE DA ME SCOPERTE.

    1 – sabato 25/03/1301, giorno di inizio a Firenze del XIV secolo e inizio del viaggio della Commedia. Perché a Firenze il 25 marzo 1301 del nostro computo storico si apriva il XIV secolo? Per accertarlo basta prendere per buona l’informazione fornita da Dante in chiusura della QUAESTIO DE ACQUA ET DE TERRA secondo la quale Cristo, da un punto di vista culturale e calendariale, sarebbe nato di domenica come, sempre di domenica è poi anche risorto. In tal caso il giorno di Nascita corrisponderebbe alla domenica 25 dicembre del 1° anno dopo Cristo del nostro computo storico, quello dell’Incarnazione al venerdì 25 marzo del 1° dopo Cristo, e quello in base all’inizio dell’anno seguendo il Calendario comune, cioè il Calendario giuliano, al sabato 1° gennaio del 1° anno dopo Cristo. In questo caso Cristo il due gennaio avrebbe avuto solo un giorno di età e il 1° febbraio del 1° dopo Cristo solo un mese di età poiché, anche se il computo in base ai numeri romani con comprendeva lo zero, pur tuttavia essi conoscevano i sottomultipli dell’anno e non indicavano l’uno senza prima averli esauriti tutti: secondi, minuti, ore, giorni e mesi. Io credo che sia venuto il momento in cui il Manuale di ADRIANO CAPPELLI, Cronologia, Cronografia e Calendario perpetuo, arrivi ad indicare anche questo Calendario stile antico fiorentino di cui riferisce Dante e che porrebbe fine a tante questioni filologiche e di datazioni storiche in cui esiste una differenza di un intero anno. Anzi bisognerebbe prendere per norma, che nei secoli fino alla metà del XIV secolo, quando i dati non tornano e la differenza è di un solo anno, non si tratta di un errore, come fino ad oggi si è supposto, ma che siamo di fronte ad un computo calendariale a noi sconosciuto. Ammessa questa verità si potrà calcolare e capire perché il XIV secolo a Firenze iniziava nel 1301 e più precisamente il sabato 25 marzo 1301, perché per loro corrispondeva al sabato 25 marzo 1300. Ed è in questo giorno liturgico, dopo calato il Sole sul venerdì 24 marzo 1301, che può iniziare il viaggio della Commedia.
    2 – venerdì santo 31/03/1301 fine del viaggio della Commedia;
    3 – martedì 2/6/1265, giorno di nascita di Dante personaggio (Par., XXII, 110 – 117);
    4 – venerdì 2/10/1265, giorno nascita di Beatrice personaggio (Vita Nuova, II, 1-2);
    5 – venerdì 2/02/1274, Beatrice appare a Dante per la prima (Vita Nuova, II, 1-2);
    6 – venerdì 26/12/1264, giorno di concepimento di Beatrice (Vita Nuova, XXIX, 2);
    7 – venerdì 9/06/1290, giorno liturgico di morte di Beatrice (Vita Nuova, XXIX, 1);
    8 – martedì 2/02/1283, Dante fu salutato per la prima volta da Beatrice (Vita Nuova, III, 1-2);
    9 -martedì 14/09/1322 (1321, e va bene, però stile antico fiorentino!), giorno per me esclusivamente simbolico-liturgico, di morte di Dante personaggio, e quindi non reale (GIOVANNI BOCCACCIO, Vite di Dante, Prima redazione, 86; oscar Mondadori, Milano, 2002, p. 24 e nota n. 379 a p. 134);
    10 – sabato-domenica 15-16/08/1293, giorno in cui Dante vide, e fu visto, appunto e come ho già abbondantemente riferito, dalla “gentile donna giovane e bella molto” (Vita Nuova, XXXV, 2) “figlia de lo Imperadore de lo universo”, Gesù Cristo (Convivio, II, XV, 12; II, II, 1).

    Tutte le feste liturgiche celebrate in questi giorni sono inoltre in relazione, tanto alla Commedia, che alla Vita Nuova, che al Convivio, come, appunto, la data del 15-16 agosto 1293. Da notare che i giorni che riguardano Beatrice cadono tutti di VENERDÌ e quelli di Dante di MARTEDÌ per l’analogia simbolica fra Venere (Lei) e Marte (Lui).

    Se seguire le mie ricerche e scoperte può essere apparso difficile e faticoso, si pensi però a quanta fatica ha dovuto durare e quali difficoltà ha dovuto superare chi le ha dovute fare. Spero perciò in un intervento critico, nel merito, da parte di un qualche membro della gentile DANTE SOCIETY OF AMERICA, della DEUTSCHE DANTE-GESELLSCHAFT, della SOCIETA’ DANTESCA ITALIANA, dell’ ACCADEMIA DEI LINCEI di Roma, della BIBLIOTECA CLASSENSE di Ravenna, della CASA DI DANTE IN ABRUZZO, del CENTRO NAZIONALE DELLE RICERCHE, C.R.N., di Roma, o di THE NOBEL FOUNDATION, LITERATURE of Stockholm, o anche di PATRICK BOYDE Serena Professor of Italin Language and Literature in the UNIVERSITY OF CAMBRIDGE di cui conservo ancor oggi la sua lunga lettera datata 13 luglio 1994, e di GRAZIELLA FEDERICI VESCOVINI che più volte mi ha citato nel suo articolo intitolato Dante e l’astronomia del suo tempo, apparso sulla rivista internazionale ‘LETTERATURA ITALIANA ANTICA’ diretta da ANTONIO LANZA (Moxedano Editrice, Roma, anno III, 2002, pp. 292 e 300).
    Riallacciandomi alla citata lettera inviatami dal senatore Giulio Andreotti in data 11 luglio 1996, se poi egli stesso, sentito il Professor Aldo Vallone, mi avesse invitato a parlare alla CASA DI DANTE IN ROMA per commentare il 15-16 Agosto 1293 (Convivio, II, II, 1), avrei potuto ricollegarmi alla felice presa di posizione di mons. Bartoletti a favore del mantenimento della legge 1/12/1970 n. 898 sul divorzio partendo, più in generale, dalla fertilità spirituale del mantenimento della libertà di scelta tanto difesa da Dante.
    TUTTI I PREMI LETTERARI NAZIONALI ED INTERNAZIONALI CHE VERRANNO A CONOSCENZA DI QUESTO MIO LAVORO SONO AUTORIZZATI A PREMIARLO.
    Cordialmente salutando,
    Firenze, Venerdì 25 dicembre 2009, festa simbolica della Natività di Gesù Cristo.
    F.to Giovangualberto Ceri
    GIOVANGUALBERTO CERI
    Via F. Turati, 30 – 50136 – Firenze – Italia.
    Tel. 055 – 650.55.37 – Cell. 333.396.1191


  31. Giovangualberto Ceri ha scritto il 1 febbraio 2010 alle 12:20 am:

    Da Giorgio Bárberi Squarotti ricevo il seguente commento, datato 24 gennaio 2010, al mio lavoro:
    “Il tema del DIVORZIO fra: GIULIO ANDREOTTI, Mons. E. BARTOLETTI, G. LA PIRA e DANTE utilizzando i consigli assolutamente inediti della “GENTILE DONNA” vista da Dante il 15 Agosto 1293 festa di Santa Maria Assunta in Cielo (DANTE,Vita Nuova, XXXV, 2; Convivio, II, II, 1; II, XV, 12)”.
    L’Invio era avvenuto il 25 dicembre 2009, festa della Natività di N.S.G.
    Torino, 24 gennaio 2010
    Caro Ceri,
    i suoi interventi danteschi sono sempre preziosissimi per tanta dottrina: chiariscono aspetti di cui spesso non si parla o che (peggio) sono interpretati in modo erroneo.
    Grazie, di cuore. Paticolarmente significativo è il discorso su Catone e Marzia e il divorzio. Con i più vivi saluti.
    F.to Giorgio Bárberi Squarotti.


  32. Giovangualberto Ceri ha scritto il 19 marzo 2010 alle 1:22 am:


  33. angela ha scritto il 5 febbraio 2012 alle 10:23 pm:

    non ho mai avuto la possibilità di leggere il nuovo catechismo! è quindi su molte cose non sono informata! ci vorrebbe in ogni parrocchia una giornata di catechismo per gli adulti! Io ho sempre preso la comunione nelle mani ma non sapevo assolutamente che non si poteva fare….come tante altre cose che la mia parrocchia cerca di seguire, però ci sono piccole parrocchie che ancora sono rimasti indietro tipo far fare i chirichetti alle bambine??? sono cose facoltative o alcuni sacerdoti forse un pò anziani e costretti a celebrare messa con poche persone sono rimasti indietro???