Alemmano va dal Papa con la visita al Campidoglio in tasca (e le solite ridicole critiche)

Questa mattina Alemanno è stato dal Papa in udienza privata. In tasca aveva un bel regalo: l’altro ieri, infatti, in consiglio Comunale, ha intascato – con 46 voti a favore e due contrari – il sostegno alla mozione presentata dal capogruppo del Pdl, Dario Rossin, che lo impegna a invitare il Papa in Aula per una seduta straordinaria dedicata al tema del valore universale della città di Roma.

Insomma, dopo lo smacco della visita mancata alla Sapienza, ecco che il sindaco di Roma prova a riparare al danno e, riuscendo a chiudere la pratica 48 ore prima del suo arrivo in Vaticano, porta a casa un invito ufficiale per il Pontefice.

Alemanno lo aveva detto insediandosi: «Voglio che questa sia una scelta condivisa, non di parte ma di tutto il Consiglio». E così sono andate le cose. Anche se, a onor del vero, critiche non sono mancate: con l’invito al Papa «è sempre più evidente come governo e istituzioni a livello locale e nazionale si stiano prestando a un gioco pericoloso, la cui posta altissima è quella laicità che dovrebbe essere il punto cardine di ogni istituzione pubblica e che invece viene continuamente minacciata», ha detto ieri Armando Morgia, ex candidato sindaco di Roma di Sinistra Critica, la stessa che in occasione della mancata visita alla Sapienza si schierò dalla parte degli studenti e delle studentesse che protestavano.

Insomma, le solite critiche. A mio avviso del tutto ridicole.



LASCIA UN COMMENTO... SEGNALA...
  1. Sandro Magister ha scritto il 28 giugno 2008 alle 5:47 pm:

    Il servizio di http://www.chiesa sul convegno fiorentino su La Pira, don Milani e padre Balducci ha indotto un lettore a porre la seguente domanda al professor Pietro De Marco, autore della relazione d’apertura, riprodotta nel servizio:

    «Nel testo ricorre spesso il termine “progressista”, soprattutto appaiato al termine cattolicesimo. Per quello che ne posso capire, la parola “progressista” sottintende un collegamento con progresso. Mi sa dire, nel cattolicesimo, da dove si parte, dove si prosegue e dove si arriva se si è cattolici “progressisti”?».

    De Marco ha così risposto:

    «Gentile lettore, non starò a spiegarle cosa è stato e cos’è “progressimo” cattolico, perché capisco dal filo di ironia che circola nelle sue righe che lo sa benissimo. Ho recuperato l’espressione, prima abusata poi messa da parte, con cautela, un po’ giustificato dal fatto che il baricentro della mia relazione al convegno era effettivamente posto negli anni Cinquanta, quando il termine indicava gruppi e posizioni abbastanza determinati. Per i decenni successivi ho invece difficoltà a usarlo, specialmente se si devono designare correnti a prevalente qualificazione teologica “critica”, o – su altro fronte – posizioni di cristianesimo politico totalmente partecipi dell’ideologia “marxista”.

    «È sottile quindi, anche se paradossale, la domanda: “Nel cattolicesimo, da dove si parte, dove si prosegue e dove si arriva se si è cattolici progressisti?”. Paradossale perché “progressismo” non volle mai indicare – come lei sa – una “progessio” nella vita spirituale o soprannaturale cristiana. E non perchè la si negasse; il “progressismo” postbellico non dissolve neomodernisticamente dall’interno la teologia e il dogma. Ma perchè il “progresso” è quello delle filosofie della storia immanentistico-antropocentriche, accolte nella loro rilevanza politica gauchiste, magari comunista (modello italiano), e rese filosoficamente compatibili in una “sintesi” tomista, alla Marie-Dominique Chenu.

    «A questo proposito, sono fondamentali le analisi del progressismo condotte molto presto, negli anni Quaranta e Cinquanta, da Gaston Fessard. Cui vanno aggiunte tante pagine di Augusto Del Noce e quelle di Sergio Cotta contro il “perfettismo”.

    «Il progressista parte dal dramma, vero o simulato intellettualisticamente, di scoprirsi storicamente – nel senso forte, marxiano, della storia rivoluzionaria – estraneo, come cattolico, a coloro che “lottano” per e con la classe operaia. Prosegue tentando una appartenenza affine, o alla pari, con uomini e organizzazioni della lotta di classe. Intende arrivare alla coincidenza tra l’emancipazione/vittoria della classe e la realizzazione cristiana del singolo e della Chiesa. Arriva, in effetti, dopo fasi di entusiasmo e dedizione, o a uno smarrimento eteronomo (si smarrisce cioè come cattolico), o a una delusione e uscita dalle comunanze politiche, ideologiche e pratiche col PCI e il sindacato.

    «In senso stretto il percorso “progressista” è già compiuto nei tardi anni Cinquanta, almeno in Francia; ma qualcosa si trasmette alle generazioni successive. Quello che ho indicato come paradigma riprende forza specialmente nelle culture giovani della fine degli anni Sessanta non pienamente investite dalle prospettive teologico-riformistiche d’élite. E si trasforma nel “progressimo” delle nuove sinistre del dopo-sessantotto. Ma questo “progressimo” è contaminato dalle componenti libertarie, nihilistiche, antimoderne di quel periodo. E, in effetti, anche allora l’espressione si usava sempre meno. Va aggiunto che le scansioni ideologiche e temporali restano imprecise; hanno ancora bisogno di ricerca storica».


  2. Paolo Rodari ha scritto il 28 giugno 2008 alle 6:02 pm:

    per aegeanus@live.net: per favore, ogni volta metti un commento (come quello qui sopra) firmato ora da una persdona ora da un altra, metti per favore nello spazio riservato al nome e al cognome il tuo nome o cognome (o uno pesudonimo) e poi nel post sotto scrvi: Dice Sandro Magister… Grazie Altrimenti sembra che questi post li faccia il personaggio che tu metti come firma