L’ARTICOLO DELLA SETTIMANA. Dal Messico a Los Angeles: parte il nuovo cinema vaticano
Giu 22, 2008 il Riformista
Anche questa domenica, come la scorsa, ecco in regalo uno degli articoli che ho scritto durante la settimana sul Riformista. E’ uscito lo scorso mercoledì. Buona lettura, Paolo.
C’è un cinema che in Vaticano non piace. È quello che, come ha detto a Tv Sorrisi e Canzoni il responsabile dei media del vicariato di Roma, don Marco Fibbi, propone contenuti «che vanno a ledere il sentimento religioso»: vedi l’ultimo lavoro di Ron Howard tratto dal romanzo di Dan Brown Angeli e demoni, lavoro in fase di realizzazione in questi giorni a Roma e al quale il vicariato non ha concesso il permesso di girare alcune scene all’interno di due chiese della capitale, Santa Maria del Popolo e Santa Maria della Vittoria.
E c’è un cinema, invece, che piace perché, nei contenuti, propone altro. Dicono qualcosa Dieu a besoin des hommes di Jean Delannoy, Ordet di Carl Theodor Dreyer, Andrej Rublëv di Andrej Arsen’evic Tarkovskij e, ancora, Det sjunde inseglet di Ingmar Bergman? A molti sì, dicono qualcosa. E lo dicono, soprattutto in questi giorni, in Vaticano, dove, in perfetta coincidenza temporale con il rifiuto dato a Ron Howard di girare Angeli e demoni nelle chiese romane, partono alcune inedite iniziative che vogliono promuovere, a livello internazionale, lo sviluppo di nuovi linguaggi cinematografici tra giovani registi. Nuovi linguaggi che sappiano proporre una cinematografia aperta al Trascendete come sono state, appunto, quelle di Delannoy, Dreyer, Tarkovskij, Bergman, ma pure, tanto per stare in Italia, quelle di Ermanno Olmi e Pier Paolo Pasolini. Nuovi linguaggi marchiati dall’imprimatur della Santa Sede perché, se è vero che uno come Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno poteva permettersi di dire che ogni volta che andava al cinema tornava a casa un po’ più stupido, è anche vero quanto ha detto recentemente all’agenzia Fides monsignor Gianfranco Ravasi: «Bergman fa scavare in profondità come tanti grandi romanzi». Il cinema, insomma, come la letteratura, può dire qualcosa all’uomo. Dipende molto anche dall’oggetto: quale letteratura, quale cinema.
Dunque, Gianfranco Ravasi. È lui, da presidente del pontificio consiglio della cultura, il gran cerimoniere delle nuove iniziative cinematografiche del Vaticano. Iniziative che egli promuove assieme al Centro Superior de Produccìon Cinematografica “Filmar lo Inefable” (Cspc), alla New York Film Academy (Nyfa) e all’Ente dello Spettacolo. Iniziative che Ravasi ha presentato con queste parole: «Oggi - ha detto - dominano i generi mentre noi vogliamo provare ad avere ancora qualcosa di diverso», ovvero «una filmografia di alta qualità e tematicamente legata alle grandi questioni antropologiche». Insomma una filmatografia che si differenzi da quella attuale. Un concetto che Ravasi ha recentemente esposto anche sulle colonne dell’Osservatore Romano quando ha criticato Woody Allen dicendo: «Non è più lui; ora si limita a divertissement, fuochi d’artificio che lasciano il tempo che trovano» mentre occorrerebbe non «perdere di vista le domande fondamentali della vita».
Si comincia lunedì prossimo: a Guadalajara, in Messico, inizia per cinque settimane un corso di cinematografia (la frequenza ha valore curriculare pr il master biennale della Nyfa) al termine del quale ogni studente dovrà scrivere, dirigere, filmare e pubblicare quattro progetti di cortometraggio. Poi, il primo settembre a Los Angeles in California, altri studenti parteciperanno a un Master presso gli Universal Studios di Hollywood. Inoltre, ancora due iniziative “scolastiche”: qundici studenti che abbiano già una specializzazione in regia, sound designer, direzione artistica, editing e produzione e che abbiano la laurea specialistica in regia, potranno immatricolarsi direttamente al Cspc. Mentre alcuni giovani cineasti potranno partecipare in Messico (il programma dura un anno) all’iniziativa Filmare l’ineffabile. Si tratta, in sostanza, di provare a sperimentare nuovi linguaggi cinematografici elaborati a partire da una prospettiva antropologica aperta alla speranza e al senso, cercando di narrare con freschezza o in modo inedito la dimensione personale, spirituale, trascendente e storica dell’essere umano. In una parola, quanto inizia grazie al lavoro del pontificio consiglio della cultura altro non è che “il nuovo cinema vaticano”, cinema del Trascendente, dell’ineffabile, della qualità che si oppone alla superficialità.




















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Giugno 23rd, 2008 at 5:15 pm
Mi sembra che trapeli il solito equivoco: volere un cinema “contenutistico”, come se certi temi potessero essere travasati sic et simpliciter nello strumento. Il vero problema e’ un altro: e’ che chi fa cinema e’ del tutto estraneo a un’esperienza religiosa, o meglio di fede, e dunque la ignora o la ritrae in chiave parodistica, come fanno tutti quelli che prendono in giro cio’ che non capiscono. Oppure i produttori sono ostili al cattolicesimo e agiscono di conseguenza. Ma che cosa ci si puo’ aspettare, se nella vita “quotidiana” del mondo occidentale la religione e’ espulsa di proposito, e chi si dichiara cattolico e’, nel migliore dei casi, preso in giro?
Semmai si puo’ riflettere sul fatto che, nelle cinematografie dei Paesi “emergenti”, sono presenti temi e atteggiamenti che da noi sembrerebbero impossibili, oggi. Per esempio, il cinema indiano, che com’e’ noto e’ assai diffuso negli altri continenti (Al Qaida permettendo, dato che in Somalia ammazza la gente che va al cinema), non solo rifiuta ogni scena sessuale (conforme del resto ai rigidi canoni di quella societa’, che non accetta nemmeno che marito e moglie si diano la mano in pubblico), ma addirittura fa serial tv dove i protagonisti sono militari (anche donne!) che combattono contro i terroristi islamici e si vergognano se qualcuno ha “disonorato la divisa”… Altro che terzomondismo in salsa sinistra nostrana…Ma il PD nostrano queste cose non le sa, ha san Valter, e il “mondo cattolico” ha Ermanno Olmi o Pupi Avati…