Dice il Vaticano: è la croce di Cristo e non la bandiera arcobaleno il vero simbolo della pace

È la croce di Cristo e non la bandiera arcobaleno il vero simbolo della pace. È quanto ha affermato ieri l’agenzia di stampa vaticana Fides in un lungo servizio dal titolo: “L’arcobaleno: sincretismo o pace?”.

La polemica è diretta verso quei religiosi, sacerdoti, uomini di Chiesa che hanno scelto di portare la bandiera arcobaleno come segno di pace nelle marce o l’hanno appesa ai campanili delle chiese preferendola alla croce. Ma in questo modo sembrano aver dimenticato i molteplici significati politici del vessillo.

Trovi qui il servizio di Fides.



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  1. Angelo Bottone ha scritto il 21 giugno 2008 alle 10:25 am:

    Polemica inutile e tardiva, visto che il pacifismo, anche cattolico, langue da tempo. Comunque è proprio per rispetto della croce che si usano altri simboli in occasioni di marce e manifestazioni simili. Se ad esempio con gli amici della parrocchia vado ad una manifestazione per il Tibet libero, dovremmo portarci una bella croce da esibire cantando e marciando? Ma per favore.
    La bandiera multicolore è un simbolo, tra l’altro di ispirazione biblica, che unisce al di là delle appartenenze religiose e pertanto ha una sua utilità nei giusti contesti. Se poi la bandiera dovesse sostituire la croce in occasioni liturgiche, questo sarebbe sì un abuso ma non mi pare che avvenga così spesso.


  2. Luigi ha scritto il 21 giugno 2008 alle 11:01 am:

    Molto appropriata e circostanziata la disanima fatta da Fides.

    Ed anche opportuna.

    Grazie Rodari per averla segnalata.


  3. Iginio ha scritto il 21 giugno 2008 alle 12:37 pm:

    La cosiddetta “bandiera della pace” non e’ un simbolo appropriato per un bel niente, caro signor Bottone. Non c’e’ niente di male a dire di non conoscerne la storia, anziche’ pontificare sul suo presunto uso oportuno. L’arcobaleno rovesciato non ha nulla di cristiano: se lei va a New York lo trova fuori dei locali gay. In altri Paesi europei non esiste. Solo in Italia qualche genio l’ha importato credendo appunto che significhi “pace”, mentre il testo pubblicato da Fides ne spiega bene le origini (peccato che arrivi in ritardo). Emblematica l’opinione di Bottone quando dice che la croce non va bene; e se non e’ un simbolo di pace la croce, che cosa lo sarebbe? Ma si rende conto delle enormita’ che dice? Il suo discorso e’ solo l’ennesima conferma della dissoluzione culturale di quello che una volta era il “mondo cattolico”, e che ora non sa piu’ che cos’e', e crede che essere cristiani significhi al massimo andare in chiesa la domenica “quando mi sento”, mentre per il resto bisogna “essere come tutti gli altri” se no ovviamente ci prendono in giro, no? Un’altra volta, se va a manifestare per il Tibet, porti una bandiera del Tibet: e’ piu’ serio e coerente.


  4. Iginio ha scritto il 21 giugno 2008 alle 12:39 pm:

    semmai, Rodari, eviti di dire “dice il Vaticano” per una semplice agenzia di stampa… Smettiamola col giornalismo urlato e scandalistico.


  5. Paolo Rodari ha scritto il 21 giugno 2008 alle 1:51 pm:

    Per Igino: Fides è agenzia del vaticano. Quando parla parla il Vaticano. Quindi è il Vaticano che dice (per bocca di Fides), ma le chiavi di San Pietro ci sono


  6. GODzilla ha scritto il 21 giugno 2008 alle 3:33 pm:

    Benalzati! Si dormiva in Vaticano?!

    Si sa da anni che vuol dire quel simbolo. Ci sono preti che la portano sui paramenti mentre celebrano, mica solo sui muri…
    Alcuni esempi:
    http://www.unavoce-ve.it/santamessa-sl.jpg
    http://www.salpan.org/Immagini/Messa%20pace.jpg
    http://www.salpan.org/Immagini/Messa%20Zanotelli%201.jpg
    http://www.salpan.org/Immagini/Messa%20Zanotelli%203.jpg

    E beccatevi pure questa…bara avvolta nella bandiera della pace!
    http://files.splinder.com/63cd09858861dbc445d2203ab8dd8687.jpeg

    Tie’!


  7. Raffaele Savigni ha scritto il 21 giugno 2008 alle 6:11 pm:

    L’uso liturgico della bandiera arcobaleno è certamente improprio: l’ho sempre pensato. Ma non vorrei che partendo da questo si arrivasse a diffidare del dialogo interreligioso e dell’inculturazione: la Chiesa ha sempre utilizzato simboli che nel corso della storia hanno avuto vari usi e molteplici interpretazioni. E l’arcobaleno nel libro della Genesi (che viene molto prima dei movimenti gay e sincretisti New Age…)è certamente simbolo di pace e non di altro. Non dobbiamo diffidare di un simbolo solo perché altri gli attribuiscono indebitamente un altro significato… Un altro esempio: nel Vangelo di Giovanni e nei Padri il simbolismo della luce ha un preciso significato teologico, che nessuno vorrà abbandonare solo perché anche la Massoneria haq usato la metafora dell’illuminazione (peraltro già usata, prima di Cristo, dal Buddha…). Un altro esempio: dovremmo evitare di usare la bandiera italiana solo perché la inventarono i filogiacobini della Repubblica cisalpina nel 1797? Come si può vedere, la storia delle idee e dei simboli è complessa, ed ogni atteggiamento di chiusura è a mio avviso inopportuno. Un richiamo all’ambiguità di ogni simbolo umano può essere opportuna,ma in generale consiglierei all’agenzia “Fides” di occuparsi di temi più urgenti, come il riemergere di atteggiamenti fondamentalisti e xenofobi anche tra cattolici.


  8. Alessandro Canelli ha scritto il 22 giugno 2008 alle 12:24 am:

    Come biasimare i parroci che hanno detto che i cristiani stavano dalla parte del rifiuto della guerra usando uno strumento immediatamente comprensibile a chi non era dei loro?
    Purtroppo – e io ho 43 anni – ho ben presente i crocifissi sui carri falangisti in Libano o le croci alla testa dei falangisti spagnoli. O il Rexismo, ed il fatto che il termine cattolicesimo democratico nasce anche in contrapposizione a un qualcosa che potremmo definire cattofascismo.
    Ma la cosa che è vera ora è che davvero si potrebbe manifestare per la pace con la croce in testa, perchè il mondo è cambiato e anche grazie a tanti che non hanno rinnegato le verità più profonde e non hanno però nemmeno rinunciato a vivere il presente, la croce non è sparita dalla piazza. Certo ci si potrebbe chiedere 2 cose:
    1) il mio amore per la pace nella città può essere comunicato con la croce e basta?
    2) la croce come simbolo del mio amore per la pace (e sottolineo MIO) non è che automaticamente scomunica chiunque sia dall’altra parte?

    Questo lo dico dopo avere letto questo:
    http://channelman.wordpress.com/2008/06/20/testimoni-di-cristo-a-guantanamo/


  9. Angelo Bottone ha scritto il 22 giugno 2008 alle 11:27 am:

    Se proprio siamo interessati a quanto dice il Vaticano in questi giorni, invece di perder tempo con le inutili polemiche di qualche giornalista dell’agenzia Fides andrebbe meditato questo bel messaggio del Cardinale Martino dove si fa esplicito riferimento all’Italia.

    L’accoglienza dello straniero è nel cuore dell’identità europea

    di Renato Raffaele Martino
    Cardinale, presidente del Pontificio Consiglio
    della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti

    La Giornata mondiale del rifugiato che si celebra questo 20 giugno per iniziativa dell’Onu è occasione per riaffermare i principi fissati dalla dottrina sociale della Chiesa e recepiti altresì dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. La condizione del rifugiato va considerata con estrema attenzione nel più generale contesto della mobilità umana. La tutela di diritti specifici non può essere vanificata da generalizzate valutazioni, quale che sia, di tali flussi, che del resto coinvolgono persone a loro volta titolari di diritti irrinunciabili.
    La ricorrenza giunge quest’anno all’indomani di un voto del Parlamento europeo che recepisce una nuova direttiva in materia di immigrazioni. La Chiesa non è certo ostile in modo preconcetto alla volontà europea di regolare i flussi migratori, ma afferma che questa deve non solo tutelare i diritti dell’uomo, ma basarsi su di essi. Tra tali diritti c’è quello del rifugiato a essere protetto. Tra i doveri che ne conseguono c’è quello di proteggere gli individui perseguitati a motivo della razza, della nazionalità, della religione, delle idee politiche o dell’appartenenza a gruppi sociali, come prevede la Convenzione di Ginevra del 1951. Altrettanto garantita deve essere la protezione sussidiaria che la comunità internazionale si è impegnata a dare a quanti, pur in assenza di una persecuzione individuale, sono in fuga da contesti di guerra o di violenza generalizzata.
    La Chiesa rispetta profondamente la responsabilità delle istituzioni governative e sovranazionali nel loro compito di garantire al tempo stesso accoglienza e sicurezza e non ignora le difficoltà nel perseguire politiche umanitarie, se pressati da un’opinione pubblica in cui non mancano ostilità per lo straniero. Tuttavia, l’insegnamento e l’impegno della Chiesa sono quelli di rispondere con spirito di servizio alle questioni sollevate dai flussi migratori, a livello di diritti e a livello sociale ed ecclesiale.
    Lo stesso Benedetto XVI più volte – ancora domenica scorsa con specifico riferimento all’Italia – ha chiesto solidarietà con quanti giungono in cerca di una vita migliore. La prima risposta sta in un’integrazione che trovi un equilibrio – il Papa ha parlato di “ragionevolezza civica” – tra il rispetto dell’identità propria e il riconoscimento di quella altrui, senza il quale non si scioglierebbe la tensione tra sicurezza e accoglienza.
    All’Europa si chiede di non snaturare la sua cultura e di non estirpare le sue radici, in una visione solo utilitaristica della convivenza. Non a caso, si sarebbe auspicata più attenzione sia alla condizione di bisogno sia alla protezione dei minori e a quella della famiglia. Governi e istituzioni europee devono certo tener conto degli interessi nazionali e comunitari, ma nel contesto del bene comune universale. Il pensiero europeo, alfiere dei diritti dell’uomo, può e deve essere volto al raggiungimento del bene comune dell’intera umanità, uno scopo che richiede sostegno, solidarietà, assistenza e cooperazione. All’Europa si chiede un supplemento d’anima, o forse una riaffermazione di se stessa, per non varcare il limite oltre il quale perderebbe il proprio umanesimo.

    (©L’Osservatore Romano – 20 giugno 2008)


  10. Raffaele Savigni ha scritto il 22 giugno 2008 alle 4:15 pm:

    Concordo con Angelo Bottone. Tanti temi sono interessanti, ma ci sono delle priorità.


  11. Iginio ha scritto il 22 giugno 2008 alle 8:06 pm:

    e perche’ Rosi Bindi sarebbe migliore dei rexisti o dei falangisti? Solo perche’ non va in giro con la pistola? I danni si fanno anche in altro modo, e non e’ detto che siano minori, nei riguardi della salute delle anime…


  12. Iginio ha scritto il 22 giugno 2008 alle 8:08 pm:

    amore per “la pace” o amore per Cristo che e’ Colui che dona la vera pace?


  13. Alessandro Canelli ha scritto il 22 giugno 2008 alle 9:52 pm:

    ovvia iginio, toscana sì, demoniaca no


  14. Iginio ha scritto il 23 giugno 2008 alle 10:11 am:

    A quando Romano Prodi presidente della Regione Emilia-Romagna e Rosi Bindi della Regione Toscana?


  15. Flavio Felice ha scritto il 23 giugno 2008 alle 10:12 am:

    In un recente saggio Rodney Stark sostiene che la tesi secon­do la quale il capitalismo sareb­be nato nel mondo protestante è stata da tempo abbandonata dagli storici del pensiero economico; anzi, va molto oltre le critiche cor­renti che anche in Italia molti stu­diosi rivolgono alle tesi di Max We­ber. Da una parte, sostiene che il cattolicesimo è alle origini non so­lo del capitalismo, ma anche della scienza e della nozione di libertà personale, e dall’altra, semmai il protestantesimo avrebbe danneg­giato l’economia moderna nascen­te e ne avrebbe ritardato il progres­so. Se le analisi di Stark rivoluzio­nano le spiegazioni più comuni su un Medioevo come periodo di de­cadenza o di stasi, la ricerca di Ore­ste Bazzichi: Oltre l’usura. L’etica e­conomica della Scuola francescana, dimostra, documenti alla mano, che non è stata la con­trapposizione tra la società laica e quella religiosa, ma la teologia cri­stiana, che ha aperto la strada alla libertà, alle innovazioni intellettua­li, antropologiche, economiche, politiche e sociali. È stata una feli­ce intuizione di Lord Acton quella di ascrivere al cristianesimo il me­rito di aver introdotto nella storia quel dualismo tra stato e Chiesa che costituì un’autentica garanzia di libertà, che si manifestò in mo­do particolare durante il Medioe­vo. Nel suo più recente lavoro, il Bazzichi analizza l’ampia serie di fonti della Scuola francescana me­dievale e tardo-medievale, sottoli­neandone la modernità della visio­ne economica: circolazione e pro­duttività del denaro, regolamenta- zione del mercato, legittimità della mercatura, investimento sociale della ricchezza, accumulazione produttiva. La figura del mercante operoso è valutata positivamente nella misura in cui contribuisce al­la crescita del bene comune citta­dino, mentre la ricchezza o l’accu­mulazione infruttuosa – le rendite parassitarie – è sterile e negativa.
    Ciò comporta che i mercanti, se­condo il frate francescano Pietro di Giovanni Olivi, provvedono «indi­scutibili vantaggi e cose necessarie che provengono alla comunità dal­le azioni e dal mestiere del mer­cante e, insieme con ciò, dal peso delle fatiche, dai rischi, spese, in­ene dustrie e dalle attenzioni sollecite e insonni che tale ufficio esige». A questo proposito, c’è stato chi – da De Roover, Schumpeter, Rothbard, Chafuen a Antiseri – ha inteso leg­gere negli scritti del frate provenza­le il tentativo di una embrionale descrizione analitica dei processi di mercato che, a partire da una teoria soggettiva del valore che an­ticipa di circa seicento anni la rivo­luzione marginalista, lo condurrà ad affermare che il prezzo corrente (di mercato) corrisponderebbe al ‘bene comune’. È un fatto che l’O­livi condanna il prezzo di monopo­lio e le esazioni dei prezzi effettua­te approfittando di eventuali stati di necessità e lega la nozione di ‘prezzo giusto’ all’utilità oggettiva: virtuositas, alla scarsità del bene: raritas e alla sua desiderabilità, os­sia all’utilità soggettiva: complaci­bilitas, oltre che ad altri elementi riconducibili al costo di produzio­ne.

    Non mancano coloro che han­no evidenziato il paradosso: il fran­cescano distingue il necessario dal superfluo, ma valorizza il denaro fruttuoso; apre un acceso dibattito sulla povertà assoluta di Cristo e gli Apostoli, ma considera i mercanti onesti ‘esperti di ricchezza’ e ‘be­nefattori’ del benessere della co­munità; sottolinea la distinzione del credito cristiano, in quanto o­rientato alla produzione, dall’usu­ra che sfrutta e uccide i bisognosi; differenzia il concetto tra ‘usura’ e ‘interesse’, dove l’interesse diven­ta un profitto moderato ma neces­sario, e il prezzo di mercato diven­ta la base di riferimento per il ‘giu­sto prezzo’ del prestito; condanna il prestito usurario (esoso), ma fon­da la ‘reciprocità economica soli­dale’ con la geniale intuizione dei Monti di Pietà, promuovendo la circolazione del denaro; chiarisce la differenza fra lusso e giusto uso dei beni, nell’orizzonte del bene comune, che richiede non una mera enunciazione di intenzioni, ma una organizzazione politico­sociale che lo sostenga e lo renda concretamente possibile. Insom­ma, i francescani, fautori della po­vertà volontaria, diventano, para­dossalmente, i ‘teorici’ dell’ordine di mercato. Merito di Oreste Bazzi­chi è stato di avere sottolineato il nesso tra società civile e sistema e­conomico, evidenziando come il collegamento tra competizione e società civile non sia stata una de­generazione della cultura occiden­tale post-fordista, quanto un ele­mento imprescindibile della tradi­zione e della cultura romano-cri­stiana.


  16. Alessandro Canelli ha scritto il 23 giugno 2008 alle 10:19 am:

    Grazie per l’auspicio, ma penso che succederà solo quando Iginio si firmerà con nome e cognome, mandandoci curriculum e bibliografia. In fondo è tanto che ce ne parli che ci hai incuriosito….


  17. Iginio ha scritto il 23 giugno 2008 alle 5:05 pm:

    Dr Jekyll, che diciamo del fatto che i rexisti furono oggetto di una pronuncia dei vescovi belgi i quali ordinarono ai fedeli di non votare per loro alle elezioni politiche, temendone il successo a danno del partito cattolico “ufficiale” e clericale? Bell’esempio di laicita’ della politica, vero? Di autonomia delle realta’ temporali, no? Di fiducia nella democrazia, giusto? Di apertura allo spirito dei tempi, di negazione del “collateralismo”…
    A proposito, ci dica: com’e’ che avete firmato l’adesione al gay pride di Bologna? Un esempio di “ritorno alla centralita’ della Parola di Dio” proprio dello “spirito del Concilio”?


  18. Iginio ha scritto il 23 giugno 2008 alle 5:34 pm:

    dedicato a Canelli-Dr Jekyll:
    http://uk.youtube.com/watch?v=tONvbSafPC4


  19. Alessandro Canelli ha scritto il 23 giugno 2008 alle 5:53 pm:

    Tra me stesso ed il buon dottore non saprei chi scegliere….


  20. www.culturacattolica.it ha scritto il 28 giugno 2008 alle 5:38 pm:

    Diceva Thomas Merton che quando voleva conoscere le ultime notizie apriva il libro dell’Apocalisse, analogamente potremmo dire noi, con la differenza che apriremmo, invece, un qualunque testo dei Padri della Chiesa.
    Oggi [lunedì della XI settimana per annum] la liturgia ambrosiana offriva un passo straordinario del commento al Padre nostro di San Cipriano: «Cristo non volle che la preghiera fosse esclusivamente individualistica e privata, cioè egoistica, come quando uno prega solo per sé. Per noi la preghiera è «pubblica e universale».
    Provocati da un articolo apparso su Jesus di maggio che metteva a tema -per l’ennesima volta – la conversione pubblica di Magdi Allam e le sue opinioni politiche in contraddizione [a detta loro] con la nuova fede abbracciata, abbiamo compiutamente risposto con un pezzo che non è stato accolto dalla suddetta rivista a motivo della sua lunghezza. Abbiamo dunque presentato una forma assai ridotta che, pubblicata, è stata giudicata non esaustiva. Il dibattito non ci è piaciuto dimostrando ancora una volta come la superficialità e la poca onestà intellettuale abbondi presso riviste che pure si dichiarano cattoliche.
    Eppure come dimostra il buon Cipriano la dimensione pubblica della fede e della preghiera è parte integrante della fede cristiana e della sua strenua difesa della libertà dell’uomo.
    In totale sintonia con la chiarezza di giudizio di san Cipriano, del resto, ci è parso l’intervento di Benedetto XVI a Brindisi dove ha ricordato che Gesù scelse gli Apostoli non perché migliori o più meritevoli di altri, non -dunque – perché già santi ma perché si santificassero.
    È per questa ragione che i Padri dicevano che la Chiesa, già santificata dal sangue di Cristo, deve pur tuttavia continuamente santificarsi.
    In questo senso preferiamo avere come maestri quelli che non vanno dietro al politically (o peggio “ecclesiastically”) correct, ma chi ci aiuta a seguire il Papa e il suo magistero e non le letture di un Monaco che di monaco ha solo il nome e non la stoffa. Uno di questi è Mons. Luigi Negri che a proposito del libro Grazie Gesù di Magdi Cristiano Allam ha detto parole che qui riassumiamo ma che è possibile ascoltare integralmente sul sito: “La conversione è la forma delle fede autentica che nasce dall’incontro con Cristo.
    Dove la vita, l’intelligenza, il cuore non sono più come prima perché sono chiamati alla sequela di Lui. Il cristianesimo è dunque conversione che avviene grazie a un fiume di conversioni che ci hanno preceduto.
    Ma occorre chiedersi: le nostre comunità sono luoghi dove avviene la conversione? [E noi aggiungeremmo: i mass media di ispirazione cattolica lo sono allo stesso modo?] O sono luoghi che amministrano un già dato che, col passare del tempo, diventa sempre più sbiadito e viene gradualmente sostituito da nuove ideologie? Se avviene la conversione allora l’orizzonte della vita diventa la missione: non l’affetto, il lavoro, la carriera ma la missione. L’amore è la missione, l’amore è comunicare a tutti gli uomini la bellezza di Cristo che ha investito la propria vita. Chi si converte sconfigge definitivamente l’idea che i cristiani nel mondo debbano essere una parte, e una parte da riserva indiana, che non deve uscire da un certo ambito. Proprio perché amiamo gli altri desideriamo comunicare la bellezza del Cristo incontrato volendo che anche gli altri si convertano a una tale bellezza.
    Ogni convertito diventa testimone qualificato e perciò credibile che apre nella sua vita uno spazio nel quale tutti possono entrare ed essere interloquiti, corretti. Anche io dalla conversione di Magdi Cristiano Allam sono stato richiamato non solo come cristiano ma anzitutto come vescovo.”

    Quindi, quali possano essere o essere state le dichiarazioni personali di Magdi Cristiano Allam sulle vicende politiche e storiche del nostro tempo, non tolgono nulla alla credibilità della sua testimonianza che resta autorevole nel senso detto da Negri, autorevole per la verità di un incontro con Cristo mediato dalla Chiesa santa e peccatrice. Anche Magdi Cristiano quindi è entrato nel grande alveo descritto dal Papa che trova la sua sorgente nell’esperienza degli apostoli: quello di peccatori in cammino verso la santità.
    Tuttavia non perché uno si riconosce peccatore deve cessare di offrire la sua testimonianza di cercatore della santità. La missione è l’unico orizzonte in cui opera la Chiesa. Del resto la sottolineatura costante del recente magistero per l’emergenza educativa rende proprio evidente contro ogni fariseismo e ideologia che l’educare è un imperativo che riguarda tutti gli uomini.
    Quindi anche Magdi Cristiano.