Paolo Mieli fa il notista politico sull’Osservatore ed elogia la Chiesa

Sull’Osservatore Romano in qualità di notista politico. È quanto si evince da un’intervista che copre quasi per intero pagina tre (nel mezzo anche una foto), con un evidente richiamo in prima pagina. È il colloquio che Paolo Mieli, direttore del Corriere della Sera, ha concesso quest’oggi al direttore del giornale vaticano Gian Maria Vian e al giornalista Marco Bellizi. Un intervento significativo: se da una parte arriva in scia ad altre interviste che recentemente hanno occupato principalmente pagina sei – la pagina culturale nella quale, tra gli altri, hanno detto la loro Banki-Moon e Nicolas Sarkozy -, dall’altra è la prima in assoluto di un direttore di giornale sul quotidiano della Santa Sede. In questo senso è un intervento storico e che, tra l’altro, arriva a elezioni (ballottaggi compresi) terminate, elezioni che nei giorni scorsi erano state giudicate da Mieli come un passaggio storico della Repubblica, e che, questa volta, non sono state precedute da nessun tipo di endorsment da parte del direttore del Corriere. Sobrietà che, evidentemente, non è dispiaciuta in Vaticano.
Paolo Mieli, oltre che direttore del più importante quotidiano italiano, è anche storico stimato e, dunque, il primo motivo del suo intervento sull’Osservatore è qui che è da ricercarsi. In secondo luogo, ha senz’altro giovato l’imparzialità delle sue analisi post elettorali. La stessa cosa che ha fatto nell’intervista di oggi sull’Osservatore intitolata “L’Italia è a una svolta storica. Ma il dialogo politico è lontano”. La svolta, appunto, secondo Mieli, è quella che viene da un Pdl che sfonda non solo al Nord, ma pure in meridione e soprattutto nell’Italia centrale: uno «sfondamento» che dà «un carattere nazionale e quindi definitivo a quella vittoria». Tra i difetti che non hanno permesso al centrosinistra di raggiungere un risultato significativo, i suoi legami con il passato esibiti «come titoli di nobiltà» e senza «accorgersi che quando si cambia una fase storica, quei legami ti fanno apparire decrepito».
La vittoria schiacciante del Pdl sembra non favorire la possibilità del dialogo da qui in avanti. Spiega Mieli: «Il dialogo richiede una forma di parità degli interlocutori». Ma, visto il risultato elettorale, ci si trova di fronte alle peggiori condizioni «per varare regole condivise».
Forse, il passaggio più significativo dell’analisi di Mieli è quello dedicato alla Chiesa. Mieli dichiara di aver apprezzato l’atteggiamento «molto responsabile» tenuto dalla Chiesa nelle scorse settimane: «Davvero nessuno – spiega – può dire che la Chiesa abbia appoggiato un contendente a vantaggio dell’altro, anche in presenza di liste come quella di Giuliano Ferrara che poteva indurre i cattolici a esporsi oppure in casi come le elezioni di Roma, con la presenza di un candidato come Francesco Rutelli che nella scena politica è uno dei più sensibili ai temi della Chiesa». E ancora: «La Chiesa ha fatto tutto quello che noi laici le chiediamo sempre di fare, si è mantenuta in atteggiamento di sobrietà, ha continuato a difendere i propri temi ma non in modi che avrebbero potuto alludere all’appoggio all’una o a un’altra lista. Considero questo il contributo più grande che la Chiesa possa dare a una evoluzione positiva della vita pubblica italiana». La Chiesa battendosi sul piano della difesa dei valori, mostra neutralità ma non disinteresse, una neutralità, dunque, «esibita», frutto di «autocontrollo voluto e condiviso», «dimostrazione di grande civiltà». Parole, queste ultime, che senz’altro fanno piacere in Vaticano, e, in primis, al cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone.



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