La promessa di Ratzinger: «Mai più i preti pedofili»
16 aprile 2008 -
Oggi è la prima giornata di Benedetto XVI negli Stati Uniti. Una giornata che coincide con l’81esimo compleanno di Ratzinger. E la cosa ha colpito emotivamente il popolo americano, onorato che il successore di Wojtyla si trovi nel loro paese in un giorno per lui così importante. Sabato, poi, sarà l’anniversario del suo terzo anno di pontificato, anch’esso festeggiato negli Usa. Coincidenze che rafforzano quel 58 per cento di cittadini statunitensi che, secondo un recente sondaggio, ha dichiarato di avere un’opinione positiva di Benedetto XVI. In molti – il 64 per cento secondo un’altra inchiesta – si aspettano molto dal suo arrivo, soprattutto attendono parole utili per accrescere la forza spirituale della società americana.
Già quest’oggi Benedetto XVI ha la possibilità di non deluderli. Queste prime ventiquattro ore in America sono caratterizzate da due incontri importanti. Il primo, nello studio ovale della Casa Bianca di Washington, col presidente George W. Bush. Un incontro preceduto da un discorso pubblico tenuto nella South Lawn della Casa Bianca. Il secondo, nel pomeriggio, con i vescovi americani nella basilica dell’Immacolata Concezione di Washington: anche qui ci sarà un discorso.
Benedetto XVI incontrerà Bush in forma privata. I due si erano incontrati già una prima volta: il 9 giugno dello scorso anno in Vaticano. In quell’occasione trovarono diversi punti di convergenza, inerenti soprattutto la necessità di promuovere la tolleranza e la comprensione fra culture e religioni. Un tema che verrà affrontato anche nel faccia a faccia di questa mattina. Ma non solo. Come ha in parte anticipato nei giorni scorsi l’ambasciatrice Usa presso la Santa Sede, Mary Ann Glendon, i due parleranno anche del ruolo che fede e ragione hanno nel futuro del mondo. E poi le tematiche internazionali quali il conflitto israelo-palestinese, la pace in Medio Oriente e in altre zone a rischio, Iraq in primis. La Santa Sede è stata sempre critica verso l’interventismo americano nel paese. Ma a cose fatte prevale l’idea che lasciare il paese oggi sarebbe un disastro soprattutto per la popolazione del posto.
Bush e il Papa parleranno anche della promozione dei diritti umani. Su questo punto l’amministrazione Bush non è lontana dalle istanze vaticane inerenti la difesa della vita in ogni sua forma, il “no” agli esperimenti sulle cellule embrionali staminali e alla legalizzazione dei matrimoni tra gay. Più difficile, quando si parla di diritti umani, il nodo dell’immigrazione. Negli Usa moltissimi cattolici sono immigrati ispanici. Il Papa, nel messaggio video registrato prima della partenza, ha parlato anche nella loro lingua. Gli ispanici costituiscono oggi comunità molto numerose, soprattutto negli Stati ai confini col Messico. In Arizona, ad esempio, ci sono più messe in spagnolo che in inglese. Spesso si tratta di immigrati clandestini che lottano in condizioni di vita disagiate e senza il riconoscimento di alcun diritto. Per la loro condizione già diversi vescovi statunitensi hanno rivolto a Bush esplicite critiche. È anche la loro voce che Benedetto XVI cercherà di far sentire al presidente Usa nel colloquio odierno.
Nel pomeriggio saranno i vescovi americani ad accogliere il Papa nella basilica dell’Immacolata Concezione. Con lui reciteranno i vesperi e poi ne ascolteranno un discorso. Nei giorni scorsi diversi esponenti dell’episcopato Usa hanno esplicitamente espresso l’auspicio che il Papa affronti il tema dello scandalo degli abusi sessuali dei sacerdoti. Scandalo che ha messo in ginocchio, anche finanziariamente, diverse diocesi americane. E il Papa lo affronterà, il tema, anche se probabilmente lo farà in modo compiuto soltanto sabato mattina, nella messa con i sacerdoti, i religiosi e le religiose convenuti nella cattedrale Saint Patrick di New York. Ieri, però, volando verso gli Usa, ha voluto dare un assaggio in merito ai settanta giornalisti presenti con lui sul Boeing Alitalia. Benedetto XVI ha spiegato che intende fare «tutto il possibile» perché la cosa non si ripeta più. «I pedofili – ha detto – saranno completamente esclusi dal sacerdozio». E ancora: «Ci vergogniamo profondamente» anche perché «è più importante avere buoni preti che avere molti preti». «Se leggo le storie di quelle vittime – ha concluso il Papa – è difficile per me comprendere come sia stato possibile che i sacerdoti abbiano tradito in questo modo la loro missione di alleviare, di dare l’amore di Dio a quei bambini».
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Un inginocchiatoio e un letto in legno: il Boeing Alitalia su misura per Ratzinger
12 aprile 2008 -
Il Boing 777 Alitalia è pronto per accogliere i 100 passeggeri che martedì mattina, insieme al Papa (101, dunque, in totale), decolleranno da Fiumicino alla volta dell’Andrews Air Force Base di Washington: una settantina di giornalisti, trenta le persone del seguito papale. E, insieme al B777, è pronto pure un aereo di riserva, allestito quasi nello stesso modo. Resterà parcheggiato a Fiumicino ma, in ogni momento, potrà decollare nel caso il B777 abbia problemi.
Il costo del biglietto, tasse incluse (il Papa, ovviamente, viaggia gratis), è di circa 3.200 euro, senza possibilità di sconto. Un prezzo notevole, dunque, ma giustificato dal comfort garantito a bordo: «Sugli aerei dell’Alitalia – ha detto il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, in un’intervista concessa alla rivista Ulisse – si viaggia molto bene non solo se si è Papi».
Già, ma se si è Papi è meglio. L’aereo, infatti, è stato completamente rivisto dai tecnici dell’Alitalia. Tecnici dei quali il Vaticano si fida ciecamente, tanto che pure il viaggio di ritorno, solitamente affidato alla compagnia di bandiera del paese che ospita il Pontefice, avverrà col B777.
L’aereo è stato diviso in tre parti separate: davanti il Papa e il suo seguito, nel mezzo cardinali e monsignori, dietro i giornalisti. Davanti, tanti accorgimenti per non far sentire al Pontefice il peso delle circa 10 ore di volo: un salottino dove il Papa può accomodarsi (sei poltrone con un tavolino nel mezzo), leggere, scrivere e ricevere eventualmente qualche giornalista. Wojtyla ne riceveva parecchi, Benedetto XVI molti meno. Negli ultimi viaggi il privilegio lo ebbe, tra i pochi, la principessa (giornalista e scrittrice) Alessandra Borghese. Oltre al salottino, un letto in legno all’interno di una piccola stanzetta chiusa. Qui Benedetto XVI può dormire, se lo desidera. Alitalia non ha mancato di installare nel salottino anche un porta piante e, soprattutto, un inginocchiatoio sul quale il Papa può pregare rivolto verso un piccolo crocifisso. In un vano laterale, ecco un kit di medicine e macchinari pronti per ogni evenienza e anche una piccola cucina. Altra curiosità che riguarda il Pontefice è la sua carta d’imbarco. Anche se Ratzinger non paga il biglietto, ne ha una: Papa è il nome, Benedetto XVI il cognome. Non dovrà esibirla al check-in, ma gliela porterà sull’aereo il suo segretario particolare.
Oltre la sezione di mezzo adibita a vescovi e cardinali, ecco il vano giornalisti. Qui è stato predisposto un piccolo palco, con tanto di microfono, da dove Benedetto XVI, durante il volo, potrà tenere una breve conferenza stampa.
Nel seguito papale ci sono 3 cardinali, 2 vescovi, 7 sacerdoti e 18 funzionari laici. Sono i cardinali Tarcisio Bertone, William J. Levada e James F. Stafford. I vescovi Fernando Filoni e James M. Harvey. I monsignori Peter B. Wells e William V. Millea della segreteria di Stato.
Saranno presenti sul volo, ovviamente, anche Georg Gaenswein, segretario del Papa, e il maltese Albred Xuereb, anch’esso della segreteria particolare del Pontefice.
Il medico in volo sarà come sempre Renato Buzzonetti, 80 anni, e Patrizio Polisca, della direzione per la Sanità e l’Igiene dello Stato della Città del Vaticano. Ci saranno padre Federico Lombardi, Giovanni Maria Vian (direttore dell’Osservatore Romano), Francesco Sforza (fotografo dell’Osservatore), due tecnici della Radio Vaticana e due operatori del Centro Televisivo Vaticano.
E poi alcuni uomini della sicurezza: Domenico Giani, ispettore generale della Gendarmeria dello Stato della Città del Vaticano, insieme a quattro gendarmi e due ufficiali della Guardia Svizzera Pontificia, il vice comandante tenente colonnello Jean-Daniel Pitteloud e il sergente Lorenzo Merga. Infine un’ultima curiosità: tra i giornalisti viaggerà pure un diacono permanente in forza al Tg1 della Rai. Anche lui si accomoderà in coda all’aereo.
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New York aspetta il Papa e un nuovo cardinale
11 aprile 2008 -
Che Benedetto XVI vada negli Stati Uniti col chiaro intento di dare una scossa a una delle comunità cattoliche più importanti (per numeri e freschezza) del mondo, è assodato. Ma che questa scossa verrà iniettata nelle vene delle gerarchie statunitensi anche grazie alla messa in campo di una nomina, nelle settimane successive la visita, fondamentale per tutti gli Stati Uniti, è voce che gira da non trascurare.
Il Papa, infatti, ha da tempo accettato le dimissioni del cardinale Edward Michael Egan, arcivescovo di New York: dopo Washington, seconda diocesi nella quale Ratzinger risiederà dal 15 al 20 aprile. A differenza di Washington, diocesi importantissima nello scacchiere americano. A New York, infatti, guarda il mondo intero e la Chiesa ne è consapevole. Attorno alla cattedrale di Saint Patrick è fortissima e storicamente radicata la presenza di cattolici. Suffraganea dell’arcidiocesi di Baltimora, la diocesi di New York ha competenze sui territori di Bronx, Dutchess, Manhattan, Orange, Putnam, Staten Island, Rockland, Sullivan, Ulster e Westchester. Insieme a Baltimora, Boston, Louiseville e Philadelphia, è una delle cinque diocesi che celebrano nel 2008 il bicentenario della nascita.
New York vanta oltre 400 parrocchie, 1000 battezzati per sacerdote; è una delle poche diocesi dove i seminaristi ci sono e sono tanti; le strutture scolastiche cattoliche funzionano e pullulano di alunni; la capacità di finanziare l’obolo di San Pietro è reale, continuata e significativa.
Edward Michael Egan ha fatto bene da quando, nel giugno del 2000, Giovanni Paolo II lo insediò nella cattedrale di Saint Patrick. Porporato pragmatico, si è fatto particolarmente apprezzare anche quando, al compimento del 75esimo anno di età, spiegò senza fronzoli né auto incensarsi che non avrebbe chiesto prolungamenti (come invece sono soliti fare parecchi suoi “colleghi”) al suo dispendioso impegno. Dichiarazioni normali ma comunque non da tutti, motivate forse anche dalla nostalgia per il tempo in cui era giudice rotale a Roma, tempo in cui poteva dedicarsi con maggiore libertà alle sue innumerevoli passioni. Tra queste, lo studio e la pratica della musica liturgica.
Due sono i nomi oggi maggiormente accreditati per la successione a Egan: il cappuccino arcivescovo di Denver, Charles Joseph Chaput e l’arcivescovo di Milwaukee, Timothy Michael Dolan. Prima di loro s’era fatto il nome di monsignor Raymond Leo Burke il quale, però, a motivo della recente nomina ad arcivescovo di Saint Louis, difficilmente potrà essere spostato. Benedetto XVI non mancherà di vagliare a dovere, anche durante questo viaggio apostolico, la credibilità di cui godono nell’episcopato statunitense Chaput e Dolan. Un contributo importante potranno darglielo anche statunitensi in forza oggi alla curia romana: William Levada (prefetto dell’ex Sant’Uffizio), James Stafford (penitenziere maggiore), John Patrick Foley (gran maestro dell’Ordine del Sacro Sepolcro) e soprattutto monsignor James M. Harvey (prefetto della Casa Pontificia) il quale, rispetto agli altri tre, ha la fortuna di incrociarsi spesso, per motivi di lavoro, con il Papa.
A New York non sono pochi quelli che vorrebbero alla guida della comunità ecclesiale una figura che ricordi quella del cardinale Francis Joseph Spellman, vescovo nella Grande Mela dal 1939 al 1967. Obbediente al Papa in tutto, si adoperò con successo per una ricostruzione della diocesi sia morale che finanziaria. Ritenuto fortemente conservatore, fu anche vicario generale per i cattolici arruolati nell’esercito statunitense. Con questo incarico fece lunghissimi viaggi, seguendo marines e berretti verdi da un capo all’altro del mondo. Accusato da alcuni di essersi mostrato troppo favorevole alla guerra in Vietnam, e di aver sostenuto la tesi nazionalistica e, dunque, l’inevitabilità della guerra, fu comunque una guida carismatica ancora oggi rimpianta. Della sua autorevolezza e del suo prestigio avrebbe oggi bisogno la cattedrale di San Patrick. Perché essere arcivescovo di New York non è incarico di ruotine: significa in qualche modo essere una guida per l’intero gregge degli Stati Uniti.
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Candidati a caccia di voti. Ecco i santi a cui votarsi
10 aprile 2008 -
Questo è un gioco per nulla serio che ho fatto oggi sul Riformista. Buona lettura.
WALTER VELTRONI
SAN WALTER DI SAN MARTINO DI PONTOISE
Gualtiero (detto anche Walter) nacque in Francia verso il 1030. Era un insegnate, molto incline agli studi. Come Veltroni, insomma, amava leggere e scrivere libri. Lui però, a differenza del segretario del Pd quando disse che dopo Roma ci sarebbe stata solo l’Africa, la solenne promessa di lasciare tutto per una strada di dedizione totale a Dio la mantenne da subito. Si fece monaco e poi addirittura eremita. Walter oggi può affidarsi a lui. Ma attenzione alle promesse. Con Gualtiero non si scherza. Leale.
SILVIO BERLUSCONI
SAN SILVIO E COMPAGNI
Se il vantaggio sui suoi avversari è reale, Silvio farebbe bene a non scomodare i santi. A volte, infatti, aiutano. Altre volte possono arrabbiarsi e allora son dolori. Berlusconi dovrebbe semplicemente imitare i suoi santi, ovvero san Silvio e compagni: un gruppo di martiri dell’antichità cristiana che morirono per Cristo senza tanta pubblicità. Di loro, infatti, non si sa assolutamente nulla: chi furono nella vita, come subirono il martirio, chi furono i loro giudici. Vollero dare tutta la vita per l’ideale in cui credevano. E raggiunsero l’obiettivo in silenzio. Astuti.
PIER FERDINANDO CASINI
SAN FERDINANDO III
Senza scomodare San Pier Damiani, Casini potrebbe rivolgere preghiere e invocazioni a San Ferdinando III, Re di Leon e di Castiglia. Come Casini, anche lui visse nel mezzo: nel tredicesimo secolo, tra i due regni della penisola iberica. Due regni che lui riuscì a unificare senza guerre e spargimenti di sangue e con il beneplacito delle gerarchie ecclesiastiche e dei Papi. Casini può chiedere lumi nel lavoro di bilancia tra Pd e Pdl. L’appoggio delle gerarchie ce l’ha. Quello di Ferdinando III può ottenerlo. Glorioso.
FAUSTO BERTINOTTI
SAN FAUSTO DI ALESSANDRIA
I Santi ascoltano tutti. San Fausto d’Alessandria, senz’altro, potrà avere orecchie tese per Bertinotti. Vissuto agli inizia del IV secolo in Alessandria, come Bertinotti amava gli ultimi, i diseredati, gli indifesi. Tant’è che visse vita randagia fino a che, come scrisse Eusebio, divenne «vecchio e pieno di giorni». Visse con gli ultimi testimoniando la propria fede. A questa vita, più che alla propria fede, il candidato premier della Sinistra Arcobaleno può richiamarsi chiedendo l’intercessione di San fausto. Potrebbe ascoltarlo. Pauperista.
DANIELA SANTANCHÉ
SAN DANIELE PROFETA
Ultimo dei quattro profeti detti maggiori, venne presentato al Re del Caldei dove fece ottima impressione non solo per la sua prestanza fisica (conservata con l’astinenza dal vino, dalla carne, e da altri cibi prelibati) ma soprattutto per le doti profetiche dieci volte superiori a quelle di tutti i magi e gli indovini del Re. La Santanché, quanto al fisico, non sembra avere problemi. Circa le profezie, è a San Daniele che dovrebbe affidarsi perché quelle sul prossimo successo elettorale si avverino. Se gli giura che anche lei s’è fatta il fisico grazie a digiuni e astinenze, San Daniele potrebbe aiutarla. Indovino.
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Il Papa da Sant’Egidio: dal sangue dei martiri nascono nuovi cristiani
8 aprile 2008 -
Morire per Cristo. Ne parlò anche Tertulliano: «Noi ci moltiplichiamo ogni volta che siamo mietuti da voi: il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani». E ne ha parlato ieri pomeriggio anche Benedetto XVI all’interno della basilica romana di San Bartolomeo all’Isola Tiberina. Davanti alla Comunità di Sant’Egidio che regge dal 2002 la basilica e che festeggiava il 40esimo anniversario di fondazione, il Papa ha ricordato i cristiani caduti nel nome della fede nel corso del Novecento: «Martiri sotto la violenza totalitaria del comunismo e del nazismo – ha detto il Papa -, uccisi in America e in Asia, in Oceania e in Africa, in Messico e in Spagna. Sono vescovi, sacerdoti, religiosi, laici: sono tanti!». E ancora: «Nella sconfitta, nell’umiliazione di quanti soffrono a causa del Vangelo, agisce una forza che il mondo non conosce. È la forza dell’amore, inerme e vittorioso anche nell’apparente sconfitta. È la forza che sfida e vince la morte».
Il Papa ha ricordato che anche il XXI secolo si è aperto nel segno del martirio: è la cosiddetta «cristianofobia»: «La convivenza fraterna, l’amore, la fede, le scelte in favore dei più piccoli e poveri, che segnano l’esistenza della comunità cristiana, suscitano talvolta un’avversione violenta».
È a metà Novecento che Sant’Egidio ha mosso i primi passi. «Nata negli anni difficili del post ’68», ha ricordato ieri il Papa. Anni, gli ha fatto eco Andrea Riccardi, fondatore della Comunità, in cui «un grande slancio vitalistico animava le giovani generazioni per fare un mondo migliore», slancio che poi «è rifluito in un pesante ripiegamento». Anni in cui Sant’Egidio si è preservata «dal freddo delle ideologie, dal calore bruciante del vivere per sé. Siamo stati guidati sulla via dell’amore. Verso gli altri. Soprattutto i più poveri, di Roma, poi del mondo, con i loro dolori, le loro malattie, le loro guerre. I poveri ci hanno dato tanto».
Il Papa è arrivato sull’isola Tiberina puntuale. Gommoni della polizia presidiavano le acque circostanti; le bandiere del Vaticano bianche e gialle campeggiavano sull’ospedale Fatebenefratelli; quattro maxischermi mandavo in onda immagini visibili anche dal lungo Tevere. Ponte Cestio era pieno di gente. La piazzetta davanti alla basilica pure. Scortato dal cardinale Ruini, da monsignor Paglia, da Riccardi e da Marco Impagliazzo (presidente della Comunità), Benedetto XVI si è fermato a lungo a salutare la gente che cantava “Noi non abbiamo né oro né argento, solo la parola del Signore”.
In basilica tanti vescovi e cardinali e pure, in prima fila, il presidente emerito Francesco Cossiga. Prima della celebrazione della messa, il Papa ha sostato davanti all’icona dedicata ai nuovi martiri (non solo cattolici), opera di Renata Sciachi: i ritratti di Martin Luther King, don Puglisi, padre Massimiliano Kolbe, Vincenzo Bossilkov, Giuseppe Girotti, Dietrich Bonhoeffer, Titus Brandsma, Edith Stein, Paul Schneider.
L’Osservatore Romano di oggi non ha dedicato righe alla visita – probabile lo faccia domani -, eppure non è stata routine. È stato un segno d’affetto importante per Sant’Egidio e, insieme, un momento privilegiato per ricordare coloro che, ancora oggi, perdono la vita per la fede. Per loro sorgerà, proprio nelle cripte di San Bartolomeo, un museo. Sono circa 13 mila le testimonianza raccolte. Saranno visibili a tutti tra qualche mese.
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Il Vaticano metterà Galileo al centro dei suoi giardini
8 aprile 2008 -
Quasi quattrocento anni dopo il suo arrivo in Vaticano per subire il processo da parte del tribunale dell’Inquisizione, Galileo Galilei tornerà in Vaticano. O meglio, a tornare sarà una statua che lo raffigura. Verrà posta all’interno dei giardini vaticani, proprio vicino all’appartamento nel quale, tra il 1632 e il 1633, fu ospitato e quindi condannato per «aver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle sacre e divine scritture, ch’il sole non si muova da oriente ad occidente, e che la terra si muova e non sia centro del mondo».
Fu nel 1979 che Giovanni Paolo II incaricò una commissione di teologi, storici e uomini di scienza che giungesse a un posizione ufficiale della Chiesa sul caso. I risultati vennero poi esposti il 31 ottobre 1992 in un discorso che il Papa polacco e il cardinale francese Paul Poupard tennero alla pontificia accademia delle scienze. Un discorso nel quale spiegarono come «Galileo, sincero credente, si mostrò su questo punto (interpretazione della Bibbia) più perspicace dei suoi avversari teologi». Eppure, le conclusioni dei lavori della commissione non furono esenti da qualche critica proveniente anche dall’interno della Chiesa. In particolare, nel 2002, fu la Specola vaticana (l’osservatorio astronomico vaticano) che nella collana “Studi Galileiani” pubblicò un articolo intitolato Galileo and the Catholic Church. A Critique of the “Closure” of the Galileo Commission’s Work. Qui i lavori della commissione e i suoi risultati vennero giudicati non completi perché la responsabilità della Chiesa venne addossata non tanto ai vertici vaticani (in particolare ai papi Paolo V e Urbano VIII) quanto a un gruppo di teologi e, ancora una volta, allo stesso Galileo.
Benedetto XVI non ha mancato nel corso del suo pontificato di parlare – positivamente – di Galileo. Lo fece il 6 aprile 2006 in occasione della Gmg diocesana in piazza San Pietro. Qui elogiò il «grande Galielo» che era convinto come il linguaggio della natura fosse la matematica e che «quindi essa è un linguaggio di Dio, del Creatore».
Porre una statua di Galileo in Vaticano è certamente un gesto simbolico che in qualche modo va a rispondere anche alle critiche mosse da alcuni docenti contro la visita del Papa alla Sapienza: sostennero che l’evento era «incongruo» in quanto Ratzinger nel 1990 offese la scienza citando un’affermazione di Feyerabend che sosteneva che «il processo della Chiesa contro Galileo fu ragionevole e giusto». È un gesto, inoltre, che in qualche modo va oltre le polemiche di questi giorni relative alla proposta di Paolo Galluzzi, direttore dell’Istituto e Museo di Storia della scienza, di riesumare la salma di Galileo per vedere se davvero egli morì cieco. Secondo la direttrice dell’Opera di Santa Croce, Stefania Fuscagni, «non ci sono ragioni scientifiche importanti, ed è senz’altro meglio non disturbare la pace dei defunti». Quella pace che oggi, a Galileo, sembra invece volergliela definitivamente dare il Vaticano, con tanto di statua commemorativa.
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Coversazione con Andrea Riccardi: «A cosa serve un’Italia così?». Il dolore di Sant’Egidio
7 aprile 2008 -
Oggi non è un giorno qualunque per la Comunità di Sant’Egidio. Quella che, riprendendo una felice intuizione coniata nel 1995 da Igor Man, è conosciuta come l’Onu di Trastevere festeggia oggi pomeriggio il quarantesimo anniversario di vita E per l’occasione ospita la visita di Benedetto XVI. Il Papa è atteso alla basilica di San Bartolomeo sull’isola Tiberina, per volere di Giovanni Paolo II dal 2002 santuario in memoria dei martiri del nostro tempo affidato a Sant’Egidio. Ad accoglierlo ci sarà Andrea Riccardi, fondatore della Comunità. Ratzinger è atteso 24 ore dopo l’annuncio dell’uccisione di un altro sacerdote siro-ortodosso a Bagdad, padre Youssef Adel. La basilica di San Bartolomeo contiene le reliquie di tanti martiri: del vescovo Oscar Arnulfo Romero, del cardinale Posadas Ocampo, del pastore evangelico Paul Schneider, del contadino Franz Jägerstätter, del monaco e guida spirituale Sofian Boghiu, di don Andrea Santoro e don André Jarlan.
«Il Papa – spiega Riccardi – entrerà in Chiesa preceduto dalla croce che fu di padre Giuseppe Puglisi, il prete-martire di Brancaccio ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993». Racconta Riccardi: «È il martirio a ricordarci che il cristianesimo è una cosa seria e a non farci dimenticare che sono esistiti uomini pacifici, miti, che hanno attirato su di sé tanto odio. Il cristianesimo, infatti, sfida il male, ma nonostante lo faccia senza impugnare armi c’è chi deve cadere come vittima innocente».
Prima di Benedetto XVI, era stato Wojtyla a visitare più volte la Comunità. E così ecco la più classica delle domande: meglio Wojtyla o Ratzinger? Riccardi non si esime dal rispondere: «Vorrei liberarmi da questo vezzo dei cattolici per cui il Papa migliore è sempre il Papa morto. Mi ricordo, infatti, le opposizioni e le critiche che suscitò Giovanni Paolo II. Mi ricordo Paolo VI di cui parlavano male tutti. Poi, dopo che venne eletto Wojtyla, Montini era ritornato a essere il migliore… Ratzinger è un Papa che conosco da tempo. Wojtyla di lui disse: “È l’ultimo grande teologo del Concilio”. Credo che non si possa fare la storia del pontificato wojtyliano senza fare la storia di Ratzinger: è un capitolo del pontificato di Giovanni Paolo II. Disgiungere le due figure sarebbe un grave errore. Certo, noi siamo legatissimi a Wojtyla. Abbiamo un grande debito nei suoi confronti: è tutta la fiducia che ha avuto in noi che ci ha fatto crescere».
Una fiducia che ha spinto Sant’Egidio a varcare i confini di Roma e ad adoperarsi per la pace e in tante opere di carità in diversi paesi del mondo. E poi le tante iniziative diplomatiche messe in campo con successo un po’ ovunque. Tanto che qualcuno, poco tempo fa, paventava addirittura una possibile nomina di Riccardi a ministro degli esteri italiano. Niente da dire in proposito. Riccardi ricorda soltanto che «il lavoro diplomatico è una piccola parte dell’opera di Sant’Egidio». E ancora, a chi sostiene che Sant’Egidio svolga un’attività diplomatica parallela a quella della Santa Sede, spiega che «sì, il nostro è un lavoro parallelo a quello del Vaticano». E ancora: «È logico che sia così: non siamo il Vaticano ma vogliamo lavorare per il bene della Chiesa e la pace nel mondo laddove possiamo. Non siamo pacifisti ma pacificatori. Crediamo nella pace preventiva. Una volta che il conflitto scoppia si devono pagare prezzi enormi: l’“inutile strage” definì la guerra papa Giacomo della Chiesa; l’“avventura senza ritorno” disse Giovanni Paolo II».
Le capacità diplomatiche di Sant’Egidio sono state riconosciute in tutto il mondo. Recentemente anche da George W. Bush, quando in occasione della sua visita in Italia e in Vaticano, è Sant’Egidio che volle avvicinare direttamente: «Quando Bush venne da noi – dice Riccardi – aveva appena incontrato Benedetto XVI e ne era entusiasta». I due si rincontreranno a breve, in occasione della visita del Papa negli Usa. Dice Riccardi: «La visita ha tre appuntamenti clou. Il discorso all’Onu: dopo Paolo VI nel 1964, è una tappa che ogni Papa deve affrontare. L’incontro con l’“imperatore”, ovvero con Bush. Infine l’incontro coi vescovi degli Stati Uniti: il cattolicesimo “made in Usa” sta cercando di ritrovare una terza via che gli faccia superare le derive di un revival in stile evangelico e quelle di un cristianesimo troppo “liberal”».
Gli Stati Uniti hanno un modello di laicità aperta: le voci delle diverse religioni e chiese sono ascoltate, un modello che sembra piacere a Ratzinger. Anche in Italia, comunque, i cattolici hanno un tipo di presenzialismo nella società non omogeneo. Dice Riccardi: «Non credo al “one catholic way”, all’unico modello di presenza dei cattolici nella società. Credo che una delle ricchezze e delle caratteristiche dei cattolici italiani sia sempre stata quella delle diverse strade. Certo, alla base occorre vi sia una profondità di fede per tutti e il desiderio della comunione: le inimicizie e gli odi teologici non portano da nessuna parte».
Riccardi parla di come sia importante che l’Italia ascolti la voce della Chiesa e, insieme, che la stessa Chiesa non abbia timore a parlare: «L’Italia – dice – è un paese in profondo declino. Sono contento della vittoria di Milano su Smirne ma ciò non cambia la situazione. Con tutto rispetto per la Turchia, ci mancherebbe anche che Milano avesse perso con Smirne. La crisi abbraccia la politica e molti altri settori. Penso alla scuola. Quando, come è successo a Bari, accade che vi sia chi compra gli esami facendo di fatto entrare la prostituzione all’interno di uno spazio sacro – una prostituzione che è peggio di Tangentopoli – allora mi domando: a cosa serve l’Italia e per che cosa debbono vivere gli italiani? Un etos nazionale senza senso d’identità, muore».
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Volevo votare Udc poi ho conosciuto il cagnolino Pucci
5 aprile 2008 -
La principessa Alessandra Borghese esce puntuale alle cinque del pomeriggio dal palazzo romano dove abita, la dimora che nel 1604 il cardinale Camillo Borghese, poi Papa Paolo V, comprò dopo aver lasciato Siena. Sale nella macchina che la deve portare all’Hotel Torre Rossa dove, assieme a Casini e Ciocchetti, deve incontrare i giovani dell’Unione di centro.
Per me, che sono cattolico praticante con tendenze papiste, ma pure un cronista, è un giorno speciale. Alessandra, in un certo senso, è papista come me . Non foss’altro per la storia della sua secolare famiglia: il suo avo, Paolo V, è quello il cui nome campeggia mastodontico sulla facciata centrale della basilica di San Pietro, a perpetua memoria che fu lui a finanziarne gli ultimi lavori di costruzione, quelli definitivi.
Attendo la capolista del Lazio al Senato per l’Udc, sperando che sia lei a sciogliere i dubbi che mi attanagliano in vista delle prossime elezioni. Per chi votare? Berlusconi che in nome del massimo consenso possibile non si prende Ferrara mi delude. Veltroni, pure se andasse da solo, difficilmente lo voterei. Casini? Resta una possibilità.
La Borghese può aiutarmi a fugare ogni dubbio. Ci siamo accordati per dirigerci assieme alla convention dei giovani dell’Udc. Come detto, esce dal palazzo in cui abita puntuale. Con lei c’è anche Pucci, fedele jack-russel, che senza fare tante storie si accuccia davanti, sotto i suoi piedi. La prima domanda è vaga, tanto per rompere il ghiaccio e suona più meno così: com’è che di punto in bianco ha deciso di scendere nell’agone politico? «Agone?», risponde lei. «Che parolone!». E ancora: «Certo, a pensarci bene, nell’immaginario comune, la politica di oggi è una lotta. Ma così non dovrebbe essere. La colpa è dei politici, la maggior parte dei quali non si è dimostrata degna degli incarichi ricoperti».
E così, dico io, ha deciso lei di provare a cambiare le cose: «Ho deciso – risponde – dopo un lungo periodo di riflessione e dopo essermi confrontata con alcuni amici. Mi pesava dovermi occupare meno della diffusione del mio libro Lourdes che, tra l’altro, va a gonfie vele: oltre 35 mila copie vendute. E poi la collaborazioni con Style e soprattutto con Gente, per il quale avrei dovuto seguire il viaggio del Papa negli Stati Uniti».
Chi sono questi amici? Domanda sbagliata: «Non posso certo rivelare i loro nomi», risponde seria Alessandra. E anche Pucci, che conosce l’umore della sua padrona, non sembra reagire bene. Mi guarda fisso negli occhi. Ho sempre avuto paura dei cani e siccome non voglio provocare Pucci, passo oltre.
C’è traffico e Alessandra rivela: «Mi manca la bici. Da quando mi sono candidata l’ho dovuta abbandonare e la cosa mi pesa. Però le mie giornate non è che siano cambiate più di tanto: vita frenetica ma per fortuna ancora uno spazio lasciato alla preghiera».
L’Hotel Torre Rossa è ancora lontano. Berlusconi mi ha inculcato il dubbio che votare per l’Udc sia un voto perso e glielo dico alla Principessa. «Questa cosa del voto utile francamente non la capisco – risponde -. Ognuno deve votare chi meglio lo rappresenta. E poi se Berlusconi ha fatto fuori tutti i cattolici che colpa ne abbiamo noi?».
Pucci non batte ciglio, ma sembra acconsentire. Sarà che in macchina non sono abituato a prendere appunti. Sarà che ho paura dei cani. Sta di fatto che mi gira un po’ la testa e per cinque minuti Alessandra chiede ad Angelo di accostare per farmi riprendere.
Poco dopo ripartiamo. Prima di arrivare alla convention c’è ancora tempo per parlare del suo programma. Cinque punti dedicati, tra le altre cose, all’idea di una politica che guardi al bene comune, e poi alla necessità di valorizzare davvero le donne. Non è questione di quote rosa ma di maggiore protagonismo.
All’Hotel Torre Rossa Casini non è ancora arrivato. Alessandra resta un po’ in macchina e si gode il suo Pucci. Il discorso non se l’è preparato: «Mi piace parlare a braccio – dice -. Ci sono abituata. Ho un feeling particolare con i palchi e la gente che mi ascolta lo percepisce».
Finalmente arriva Casini. Alessandra scende dalla macchina. Mi siedo in ultima fila, blocknotes alla mano. Alessandra, Casini e Ciocchetti salgono sul palco e alzano le braccia al cielo tenendosi per mano. La prima a parlare è Alessandra. La parlata è spigliata. Si rivolge diretta al cuore dei giovani, chiede loro di tenere desta la passione per la politica e cita alcuni esempi a cui rifarsi. Innanzitutto Giorgio La Pira e Alcide De Gasperi che furono «politici al servizio del prossimo». Poi Paolo VI che disse che la politica è la più alta forma di carità: «Cioè un servizio». Infine san Tommaso d’Aquino che diceva che «l’uomo pensa al suo bene». «Ecco – dice -, la politica deve pensare al bene dell’uomo. Al bene della gente. Per questo mi candido». Il tutto dura pochi minuti. Forse troppo pochi per imprigionare il pensiero di sì elevati personaggi. Però, a onor del vero, la gente gradisce.
A me la testa continua a girare. Non riesco a fare sintesi. Ma la colpa, lo so, è solo mia. Penso all’Udc e mi vedo davanti Pucci. Ho bisogno d’una boccata d’aria. Rimango a pensare al giorno in cui mi troverò nel segreto dell’urna. E capisco che decidere per chi votare non sarà facile. La Pira e De Gasperi non ci sono più.
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Il banchiere cattolico, firma dell’Osservatore, non vuole favori per i mendicanti-opportunisti
3 aprile 2008 -
Ettore Gotti Tedeschi, presidente per l’Italia di una grande banca internazionale, è persona conosciuta oltre il Tevere. Da qualche mese, infatti, scrive editoriali sull’Osservatore Romano diretto da Gian Maria Vian. Analisi dedicate alla dottrina sociale della Chiesa, a come questa si possa coniugare con le esigenze del mercato. Il suo ultimo lavoro, “Spiriti animali. La concorrenza giusta”, scritto assieme ad Alberto Mingardi (direttore dell’Istituto Bruno Leoni), con la prefazione di Alessandro Profumo, è un cult tra monsignori e vescovi, soprattutto tra coloro che ritengono che il profitto, come misurazione dei risultati, sia buono e che per gestire nel migliore dei modi l’economia capitalistica globale occorra rifarsi all’etica cattolica. Anche perché – lo ha scritto lo stesso banchiere – il capitalismo è nato «con il saio» nell’Italia del XIII secolo, mentre vengono dal protestantesimo le pecche che prendono il nome di affarismo, decisionismo, laissez-faire e legge del più forte.
Se è vero che nel XIII secolo gli ordini mendicanti francescani e domenicani furono protagonisti dello sviluppo economico dei comuni allora in grande fase di espansione – andarono incontro alla gente, per le strade, nelle piazze, negli ospizi, per condividerne la vita e rispondere in prima persona alle esigenze culturali e spirituali della gente – è anche vero che oggi, quegli stessi ordini, sono ridotti all’osso e che di mendicanti (non ovviamente intesi come francescani o domenicani) ne sono piene strade e piazze delle nostre città. E la coda, in qualche modo, andrebbe risolta.
L’idea messa in campo dal comune di Firenze di arginare il fenomeno con norme restrittive che mirino a eliminare l’accattonaggio sulle strade, non è che l’ultimo tentativo per risolvere un problema oramai diffuso. Spiega al Riformista Gotti Tedeschi: «Prima di offrire soluzioni al problema, credo sia opportuno, per una volta, avere risposte a una serie di domande. I mendicanti che troviamo lungo le strade, che troviamo fuori dalla Chiese e che magari litigano tra di loro per chi deve occupare il posto migliore, sono veramente poveri? E poi: avrebbero davvero voglia di lasciare la strada per un lavoro produttivo e faticoso oltreché onesto? E ancora: chi sono, che età hanno, da dove vengono? Sono italiani o sono extracomunitari? Non si pensa che l’accattonaggio concorra ad aver una distorta visione dell’integrazione necessaria degli stranieri? Ecco, vorrei che per una volta fossero le istituzioni pubbliche a rispondere a queste domande perché per affrontare il problema con serietà occorre prima conoscere le risposte a questi quesiti».
In attesa delle istituzioni, proviamo noi a rispondere: molti mendicanti, senz’altro, sono clochard per i quali vivere per strada è una scelta di vita, una filosofia. Tanti altri no. «Qui sta il punto – spiega Gotti Tedeschi -. Sui clochard c’è poco da dire e probabilmente anche poco da fare. Ma sugli altri la situazione è diversa. Si dice che l’immigrazione sia un aiuto per l’economia italiana perché va a coprire tutta una serie di lavori che i nostri cittadini non vogliono più fare. Ma allora perché ci sono tanti immigrati che chiedono l’elemosina? E poi c’è una cosa che non capisco: per quale motivo le varie amministrazioni pubbliche dovrebbero adoperarsi per togliere dalla strada i mendicanti offrendo loro un lavoro? E che tipo di lavoro: produttivo o artificiale? Perché? Così facendo si andrebbero a favorire i mendicanti-opportunisti e a sfavorire coloro che meritano un lavoro e che mendicanti non sono e non vogliono esserlo. Credo piuttosto che le istituzioni debbano semmai, se sono capaci, adoperarsi perché vi siano più posti di lavoro, vero e produttivo, o meglio, che il lavoro vero e produttivo ci sia e sia disponibile. Ma poi guadagnarselo questo lavoro dovrebbe essere uno sforzo fondato sul merito che spetta ai singoli, non alle istituzioni al posto dei singoli, salvo casi veramente speciali».
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In sessantamila per Giovanni Paolo il Mistico. Intorno a San Pietro c’è un suk a cielo aperto
3 aprile 2008 -
Piazza San Pietro ieri mattina, durante la messa celebrata da Benedetto XVI in occasione del terzo anniversario della morte di Giovanni Paolo II, era gremita da oltre 60 mila fedeli. Gente comune, tanti preti, vescovi e cardinali, e pure un discreto parterre di politici. Tutti in silenzio ad ascoltare commossi le parole che Ratzinger ha voluto dedicare al suo predecessore: Papa di una «fede straordinaria», ha detto Benedetto XVI parlando di Wojtyla, che con Dio «intratteneva una conversazione intima, singolare e ininterrotta», un uomo che «tra le tante qualità umane e soprannaturali» aveva «quella di un’eccezionale sensibilità spirituale e mistica».
Un Papa Mistico, dunque, aggettivo che va ad aggiungersi a quello di Magno – venne ideato nei giorni successivi alla sua morte – e a quello di Missionario, usato più volte anche da Indro Montanelli quando gli toccava scrivere di Vaticano.
Dunque una piazza gremita come si addice a un grande uomo ritenuto dai più già santo. E come per ogni grande santo che si rispetti, anche per Wojtyla non mancavano ieri, nei pressi di piazza San Pietro, coloro che ne vendevano immaginette devozionali, frammenti di reliquie più o meno originali, gingilli e ricordi. Una vendita non estemporanea, quanto un mercato a cielo aperto che continua da mesi ininterrotto. È, in sostanza, quello che da più parti è stato definito il suk di San Pietro: un mercatino che fa bella mostra di sé nel contro viale di destra (per chi viene da Castel Sant’Angelo) di via della Conciliazione. Decine di venditori abusivi che stendono per terra un tappeto e vendono ai tanti turisti e fedeli souvenir di tutti i tipi, molti di genere religioso.
Se padre Pio ha il suo mercato legalizzato in quel di San Giovanni Rotondo, più o meno la stessa cosa ce l’ha, seppure senza volerlo, anche il Vaticano: o meglio Roma, in quella via conosciuta in tutto il mondo per il suo sbocco mozzafiato su piazza San Pietro. Via della Conciliazione: alla sua destra e alla sua sinistra sede di immobili che ospitano importanti dicasteri della santa Sede.
I vigili, per la verità, anche ieri hanno provato a mandare via i venditori ambulanti. Sbucati d’improvviso sul marciapiede davanti alle librerie don Bosco e San Paolo, hanno causato un fuggi-fuggi generale degli ambulanti verso Castel Sant’Angelo. Poi i vigili si sono ritirati e i venditori sono immancabilmente tornati.
Nel pomeriggio qualcuno è riuscito a improvvisare una bancarella anche in piazza Pio XII, a pochi metri, dunque, dal sagrato di San Pietro. «Quatro rosarios tres euro», dicevano due ambulanti ai fedeli di passaggio. «Abbiamo anche le coroncine di Benedetto XVI se non le piacciono quelle di Wojtyla», dicevano gli stessi quando capivano di avere davanti fedeli italiani.
Qualche mese fa alcuni prelati del Vaticano provarono a dire la loro su questo suk. Il cardinale Angelo Comastri e monsignor Gianfranco Ravasi vennero pure intervistati e entrambi auspicarono che la cosa venisse al più presta sistemata. Alle parole, però, fatti non ne sono seguiti. E la casbah d’oltre Tevere continua a far bella mostra di sé in via della Conciliazione.
Sempre ieri pomeriggio, a un certo punto, nel contro viale di destra nemmeno le macchine riuscivano più a passare. Per terra borse, cappelli, orologi, occhiali da sole, bandiere del Vaticano, dell’Italia, della Polonia e della Germania e poi rosari, icone, souvenir d’ogni tipo e genere che piazzati in mezzo alla strada ne ostruivano il passaggio. Una Babilonia destinata sempre più a ingigantirsi e, pure, a fruttare parecchi soldi: soprattutto quando in piazza parla il Papa e i fedeli, in massa, accorrono per ascoltarlo.
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