Conversazione con Giulio Andreotti: «A Rutelli non è bastata Barbara»
29 aprile 2008 -
Nello studio di Roma di piazza San Lorenzo in Lucina, Giulio Andreotti commenta la vittoria al Campidoglio di Gianni Alemanno con in mano un disegno dell’artista inglese di area concettuale Chris Evans: pollice e indice reggono un cerino che si sta spegnendo. «È un disegno che vorrei regalare a Rutelli – dice Andreotti -. Perché è proprio quando il cerino si spegne che tutto passa e tutto può ricominciare».
Andreotti guarda fuori dalla finestra la sua Roma. Ha seguito il ballottaggio con il distacco di chi, quando la Democrazia Cristiana cambiò nome, ha «chiuso con la politica». «Ancora oggi non capisco – dice Andreotti – perché dovemmo cambiare nome. I comunisti, forse, avevano il dovere e l’interesse di cambiare ma noi no. Da quel giorno la politica mi è interessata sempre meno». Non fino al punto di non andare a votare, ovviamente. «Certamente no. Al ballottaggio – spiega il senatore a vita – ho votato Rutelli. Più che altro perché lo conosco di persona. Non così Alemanno. Alla provincia, invece, ho votato centrodestra. Mi sa che non ci ho preso. Ma non fa niente. Ho votato Rutelli perché ricordo il grande lavoro che ha fatto in occasione dell’Anno Santo del 2000. Fu un anno complicato, difficile da gestire, ma con lui filò tutto liscio. Rutelli, insomma, dimostrò di saperci fare. E poi, se posso permettermi una battuta, ha scelto un’ottima moglie: Barbara, donna veramente notevole».
Roma, invece, ha scelto Alemanno. Perché? «Difficile rispondere. La notorietà di Rutelli era fuori discussione. Ma in televisione Alemanno è stato molto efficace sia nella sostanza che nella forma. È riuscito a essere dialogante e mai spocchioso. È questo che, a mio avviso, è piaciuto di lui. Non voleva imporre il proprio punto di vista e questo gli ha giovato. Aveva un tono calmo. Ha capito, insomma, che oggi enfatizzare i toni non serve. A me, comunque, questo voto non mi commuove. Ho vissuto molte vigilie elettorali in passato. Un tempo c’erano momenti in cui era addirittura il sistema a essere messo in discussione. Avendo vissuto quegli anni lì, oggi mi sembra tutto come un “dopo lavoro” e forse è anche per questo motivo che non ho più particolari emozioni».
Nessuna emozione, dunque. Tanto che Andreotti, quando deve pensare a quale definizione dare oggi di Roma, non sa che dire. Se non che vale sempre la frase: «Governare non è difficile qui, quanto inutile». «Una frase un po’ ad effetto – confida -, ma con un fondo di verità. Con ciò non voglio dire che Roma non abbia problemi. Ma intendo dire che, comunque, ogni cosa qui viene superata. Nella campagna elettorale si è parlato molto del problema dell’immigrazione. Un problema, a mio avviso, un po’ troppo enfatizzato. Alcuni episodi, in particolare, hanno fatto parlare della Romania come se fosse l’inferno dantesco… ma non è così. Non credo che i problemi di Roma dipendano dai nomadi rumeni o in generale dall’immigrazione. Anche quando a Roma abitavano soltanto in due, mi riferisco a Romolo e Remo, uno ha ammazzato l’altro. Intendo dire che non mi sembra che oggi ci sia più violenza per le strade di un tempo. L’ultimo anno dello Stato Pontificio, ad esempio, avevamo una media di trecento omicidi l’anno. Omicidi che avvenivano per la maggior parte fuori dalle osterie. Perpetrati da gente ubriaca. Oggi non mi sembra sia così. E poi anche io sono un po’ un immigrato. Mia mamma era di Roma ma mio papà veniva dalla provincia. E allora venire dalla provincia significava un po’ essere stranieri».
Se si prova ad analizzare la sconfitta di Rutelli legandola a quella di Veltroni, Andreotti minimizza. «La gente – dice – voleva semplicemente provare a cambiare, ma i problemi di Roma non dipendono solo dal malgoverno. Sono i problemi di sempre e che probabilmente sempre ci saranno». E per spiegarsi Andreotti torna ancora ai tempi dello Stato Pontificio. «Quando ero piccolo – dice – abitavo in via dei Prefetti, nella casa di mia zia che era del 1854 e che, dunque, ha vissuto 15 anni nello Stato Pontificio. Mi portava a passeggio tutti i pomeriggi e mi diceva che molta gente, fino al 1870, non pagava le tasse perché non voleva dare i soldi al Papa. E dopo il 1870 continuava a non pagarle perché non voleva dare i soldi a chi teneva prigioniero il Papa. La gente, dunque, è sempre uguale e i problemi della città sono più o meno sempre gli stessi».
Tornando però ai nostri giorni, Andreotti spiega che forse sulla sconfitta di Rutelli ha influito il legame con la sinistra arcobaleno: «Io su certi temi – dice -, come ad esempio le coppie di fatto, sono piuttosto all’antica. Che le coppie di fatto esistano è un conto ma che debbano essere legittimate in carta bollata è un altro. E forse la cosa, soprattutto nell’elettorato cattolico, può avere contato».
Se gli si chiede quale Roma vorrebbe da qui in avanti, Andreotti non può che tornare con la mente alla Roma di quando era liceale. Una città molto più piccola di quella odierna. Dice: «Ricordo che quando morì una mia sorella, per distrarre mia mamma ci trasferimmo in corso Trieste. La sera tornavo a casa a piedi e Roma mi appariva a dimensione d’uomo, una città amica. Come amica era la città degli anni in cui frequentavo il Liceo Tasso. Siccome i figli di Mussolini erano dispensati dal frequentare l’ora di ginnastica perché già praticavano parecchio sport fuori da scuola, anche tutti gli altri alunni, se volevano, potevano “bigiare” la lezione. E io che ero molto pigro, saltavo l’ora di ginnastica e me ne andavo a piedi a villa Borghese. E mi sembrava d’essere in Paradiso». E ancora: «Erano gli anni nei quali da giovane presidente degli universitari cattolici, ricevetti in dono per Pasqua dal cardinale Canelli (era l’amministratore della Santa Sede) una pagnotta. La portai alla ragazza che sarebbe diventata mia moglie. Si commosse. Anni dopo ho avuto una bellissima onorificenza dal Vaticano, ma nessun regalo. È la città della pagnotta regalatami dal Vaticano quella che rivorrei».
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