“Non mettete la maschera al santo”. In viaggio da padre Pio

Ieri il mio direttore mi ha spedito a San Giovanni Rotondo per l’ostensione del corpo di padre Pio. Ecco il resoconto del viaggio di andata uscito oggi sul Riformista. Buona lettura.

Che non sarà un viaggio qualsiasi lo capisco appena arrivato, in tarda mattinata, al binario dieci della Stazione Termini di Roma. L’Eurostar 9353 diretto a Lecce, infatti, è pieno come un uovo nonostante manchi mezz’ora alla partenza. «Saranno pugliesi che tornano a casa per il ponte del 25 aprile», penso. Ma appena metto piede nella mia carrozza di seconda classe mi accorgo che non è così. Tutti i posti, tranne il mio, sono occupati da un’orda di pellegrini diretta, come me, a Foggia e di lì, via pullman, a San Giovanni Rotondo. Che sono pellegrini lo capisco dai rosari che hanno in mano e dal fatto che non fanno altro che parlare di lui, di san Pio, il frate di Pietrelcina, quello che qualcuno ha definito l’“alter Christus” e che il popolo, ancora oggi, chiama semplicemente padre Pio. Domani (oggi per chi legge, ndr), infatti, è il grande giorno in cui per la prima volta, i fedeli (ne sono previsti 50 mila, un milione nel corso dell’anno), dopo quarant’anni dalla sua sepoltura (47 anni e 7 mesi, per la precisione) possono sfilare davanti all’urna contenente la salma di padre Pio, salma appositamente “restaurata” da un’equipe di medici.
L’orda di pellegrini che affolla la mia carrozza proviene dalla Germania. Sono italiani di origine pugliese che tornano nelle loro terre per qualche giorno e che hanno deciso di fermarsi a San Giovanni Rotondo per 24 ore, apposta per non perdersi l’ostensione del corpo del santo. A stento riesco a trovare il mio posto a sedere e, trovatolo, me ne sto schiacciato vicino al finestrino. Di fianco, tre signore ben pasciute e che, senz’altro, hanno superato i sessant’anni. Stanno andando a San Giovanni Rotondo coi loro tre coniugi, seduti dall’altra parte del corridoio con un amico. Insieme a loro, la carrozza forma un gruppo di gente che capisco presto far parte di un’unica comunità di italiani da tempo residente in Germania.
Mi siedo e subito sono costretto a fornire alle tre signore le mie generalità e i motivi del mio viaggio. Scoprono che sono in viaggio in veste di cronista e pure di pellegrino (un connubio micidiale, che scatena urla di stupore e ammirazione), ed è la mia fine. Salamini e soppressate piccanti cominciano a uscire a un ritmo indiavolato da borse custodite come reliquie sotto i sedili e nessuno, me compreso, può esimersi dal mangiare. Intanto guardo l’orologio e prego padre Pio di aiutarmi. E, in effetti, qualcosa accade. Arriviamo alla stazione di Caserta. Tutti si alzano in piedi e per dieci minuti si scordano della mia esistenza.
Ma la tregua dura poco. Il treno riparte. Le tre signore sono riuscite in pochi minuti a spargere la voce che seduto al loro fianco c’è uno che deve scrivere «delle cose di padre Pio su un giornale » e così Franco, un muratore italiano residente in Germania, si avvicina e mi attacca: «Ho letto oggi in Italia di sta’ storia della maschera che vogliono appiccicare in faccia a padre Pio. Ma padre Pio non ha bisogno di maschere! È bello così com’è! Basta scrivere di sta maschera che sennò ci arrabbiamo!». Cerco di spiegare che la maschera ancora non si sa se verrà applicata (lo si scoprirà soltanto in queste ore o forse soltanto al momento dell’ostensione). Le tre donne iniziano un rosario. Foggia si avvicina. L’aria in carrozza si fa più elettrica. Origlio che la visita a padre Pio serve anche per chiedere delle grazie. Una vuole affidare a padre Pio suo figlio, che vive tra Lecce e Monaco e che non riesce a trovare lavoro. «Vedrai che ci pensa il padre nostro (inteso padre Pio, ndr)», le dice la sua vicina senza incertezze. Oggi sarà il giorno di padre Pio (e forse della sua nuova maschera), il frate con le stigmate, il santo del popolo e della gente che fa anche duemila chilometri in treno pur di vederlo.

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