Isabella Rauti: «Mio marito ha vinto perché non arrogante».

Ogni tanto lascio perdere il Vaticano e mi butto su interviste e articoli di altra competenza. Un po’ ne soffro ma un po’ mi piace. Buona lettura.

Seduta nel salotto di casa, Isabella Rauti in Alemanno mostra subito di non gradire l’appellativo di “first lady”.

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Conversazione con Giulio Andreotti: «A Rutelli non è bastata Barbara»

Nello studio di Roma di piazza San Lorenzo in Lucina, Giulio Andreotti commenta la vittoria al Campidoglio di Gianni Alemanno con in mano un disegno dell’artista inglese di area concettuale Chris Evans: pollice e indice reggono un cerino che si sta spegnendo. «È un disegno che vorrei regalare a Rutelli - dice Andreotti -. Perché è proprio quando il cerino si spegne che tutto passa e tutto può ricominciare».
Andreotti guarda fuori dalla finestra la sua Roma. Ha seguito il ballottaggio con il distacco di chi, quando la Democrazia Cristiana cambiò nome, ha «chiuso con la politica». «Ancora oggi non capisco - dice Andreotti - perché dovemmo cambiare nome. I comunisti, forse, avevano il dovere e l’interesse di cambiare ma noi no. Da quel giorno la politica mi è interessata sempre meno». Non fino al punto di non andare a votare, ovviamente. «Certamente no. Al ballottaggio - spiega il senatore a vita - ho votato Rutelli. Più che altro perché lo conosco di persona. Non così Alemanno. Alla provincia, invece, ho votato centrodestra. Mi sa che non ci ho preso. Ma non fa niente. Ho votato Rutelli perché ricordo il grande lavoro che ha fatto in occasione dell’Anno Santo del 2000. Fu un anno complicato, difficile da gestire, ma con lui filò tutto liscio. Rutelli, insomma, dimostrò di saperci fare. E poi, se posso permettermi una battuta, ha scelto un’ottima moglie: Barbara, donna veramente notevole».
Roma, invece, ha scelto Alemanno. Perché? «Difficile rispondere. La notorietà di Rutelli era fuori discussione. Ma in televisione Alemanno è stato molto efficace sia nella sostanza che nella forma. È riuscito a essere dialogante e mai spocchioso. È questo che, a mio avviso, è piaciuto di lui. Non voleva imporre il proprio punto di vista e questo gli ha giovato. Aveva un tono calmo. Ha capito, insomma, che oggi enfatizzare i toni non serve. A me, comunque, questo voto non mi commuove. Ho vissuto molte vigilie elettorali in passato. Un tempo c’erano momenti in cui era addirittura il sistema a essere messo in discussione. Avendo vissuto quegli anni lì, oggi mi sembra tutto come un “dopo lavoro” e forse è anche per questo motivo che non ho più particolari emozioni».
Nessuna emozione, dunque. Tanto che Andreotti, quando deve pensare a quale definizione dare oggi di Roma, non sa che dire. Se non che vale sempre la frase: «Governare non è difficile qui, quanto inutile». «Una frase un po’ ad effetto - confida -, ma con un fondo di verità. Con ciò non voglio dire che Roma non abbia problemi. Ma intendo dire che, comunque, ogni cosa qui viene superata. Nella campagna elettorale si è parlato molto del problema dell’immigrazione. Un problema, a mio avviso, un po’ troppo enfatizzato. Alcuni episodi, in particolare, hanno fatto parlare della Romania come se fosse l’inferno dantesco… ma non è così. Non credo che i problemi di Roma dipendano dai nomadi rumeni o in generale dall’immigrazione. Anche quando a Roma abitavano soltanto in due, mi riferisco a Romolo e Remo, uno ha ammazzato l’altro. Intendo dire che non mi sembra che oggi ci sia più violenza per le strade di un tempo. L’ultimo anno dello Stato Pontificio, ad esempio, avevamo una media di trecento omicidi l’anno. Omicidi che avvenivano per la maggior parte fuori dalle osterie. Perpetrati da gente ubriaca. Oggi non mi sembra sia così. E poi anche io sono un po’ un immigrato. Mia mamma era di Roma ma mio papà veniva dalla provincia. E allora venire dalla provincia significava un po’ essere stranieri».
Se si prova ad analizzare la sconfitta di Rutelli legandola a quella di Veltroni, Andreotti minimizza. «La gente - dice - voleva semplicemente provare a cambiare, ma i problemi di Roma non dipendono solo dal malgoverno. Sono i problemi di sempre e che probabilmente sempre ci saranno». E per spiegarsi Andreotti torna ancora ai tempi dello Stato Pontificio. «Quando ero piccolo - dice - abitavo in via dei Prefetti, nella casa di mia zia che era del 1854 e che, dunque, ha vissuto 15 anni nello Stato Pontificio. Mi portava a passeggio tutti i pomeriggi e mi diceva che molta gente, fino al 1870, non pagava le tasse perché non voleva dare i soldi al Papa. E dopo il 1870 continuava a non pagarle perché non voleva dare i soldi a chi teneva prigioniero il Papa. La gente, dunque, è sempre uguale e i problemi della città sono più o meno sempre gli stessi».
Tornando però ai nostri giorni, Andreotti spiega che forse sulla sconfitta di Rutelli ha influito il legame con la sinistra arcobaleno: «Io su certi temi - dice -, come ad esempio le coppie di fatto, sono piuttosto all’antica. Che le coppie di fatto esistano è un conto ma che debbano essere legittimate in carta bollata è un altro. E forse la cosa, soprattutto nell’elettorato cattolico, può avere contato».
Se gli si chiede quale Roma vorrebbe da qui in avanti, Andreotti non può che tornare con la mente alla Roma di quando era liceale. Una città molto più piccola di quella odierna. Dice: «Ricordo che quando morì una mia sorella, per distrarre mia mamma ci trasferimmo in corso Trieste. La sera tornavo a casa a piedi e Roma mi appariva a dimensione d’uomo, una città amica. Come amica era la città degli anni in cui frequentavo il Liceo Tasso. Siccome i figli di Mussolini erano dispensati dal frequentare l’ora di ginnastica perché già praticavano parecchio sport fuori da scuola, anche tutti gli altri alunni, se volevano, potevano “bigiare” la lezione. E io che ero molto pigro, saltavo l’ora di ginnastica e me ne andavo a piedi a villa Borghese. E mi sembrava d’essere in Paradiso». E ancora: «Erano gli anni nei quali da giovane presidente degli universitari cattolici, ricevetti in dono per Pasqua dal cardinale Canelli (era l’amministratore della Santa Sede) una pagnotta. La portai alla ragazza che sarebbe diventata mia moglie. Si commosse. Anni dopo ho avuto una bellissima onorificenza dal Vaticano, ma nessun regalo. È la città della pagnotta regalatami dal Vaticano quella che rivorrei».


La frase sopra la cella di padre Pio e la vecchina vestita di nero che piangeva

Ciò che più mi ha colpito della due giorni a San Giovanni Rotondo è stato quando, dopo aver visitato il corpo di padre Pio con una cinquantina di colleghi, mi sono incamminato da solo verso il sagrato fermandomi per qualche istante davanti alla cella di padre Pio.
Sopra la porta una frase: “La croce è sempre pronta e ti aspetta dovunque”.
Di fianco alla porta una vecchina tutta vestita di nero stava inginocchiata con la fronte contro la parete laterale. Piangeva.
Non so se mi è rimasta più impressa nella mente la frase o la vecchina.

Davanti al corpo senza odore di padre Pio

San Giovanni Rotondo. Fino al 23 settembre 2009 padre Pio da Pietrelcina rimarrà lì. Adagiato, per la pubblica venerazione (forse arriverà in visita anche Benedetto XVI), in una teca di cristallo nella cripta del convento di Santa Maria delle Grazie a San Giovanni Rotondo. Esattamente un metro e mezzo più in alto di dove è rimasto sepolto per quasi quarant’anni. Non ci sarà, dunque, nessuna traslazione della salma altrove. Del resto è stato lo stesso padre Pio a volere che così fosse: «Seppellitemi - disse un giorno - in un tranquillo cantuccio della terra di San Giovanni Rotondo». E così è.
Sopra la teca, un baldacchino composto da dodici colonne sormontate da capitelli in argento, ciascuno con una colomba in rilievo che ricorda san Francesco di Assisi, l’unico santo, assieme a padre Pio, ad aver avuto il privilegio d’essere stato definito “alter Christus”. «Era davvero immagine di Cristo - ha detto ieri frate Antonio Belpiede, portavoce dei cappuccini, al Riformista -, l’unico sacerdote stigmatizzato in due millenni di storia della Chiesa. Padre Pio era amato da tutti. Era buono, per nulla burbero, non si arrabbiava mai se non quando, prima della messa, i fedeli lo “accerchiavano” per toccargli le mani stigmatizzate. Gli facevano male, quasi tremava mentre gliele toccavano, e così doveva allontanarsi».
Padre Pio, dunque, era accerchiato già quando era in vita. E lo è ancora oggi. Anche se i pellegrini giunti ieri non erano, a onore del vero, tantissimi. Anzi: secondo le stime non più di quindicimila (nei prossimi giorni, però, ne sono attesi parecchi, quasi un milione nel solo 2008). Addosso a padre Pio le suore clarisse cappuccine di clausura del monastero della Risurrezione gli hanno cucito un saio francescano su misura. I mezzi guanti e le calze, invece, sono quelli che lo stesso padre Pio custodiva, tra gli indumenti ancora non utilizzati, nell’armadio a muro della cella in cui è morto. La stola, in forma e foggia relativa ad anni precedenti il concilio Vaticano II (coeva, dunque, a quando padre Pio ha vissuto) è stata tessuta negli anni sessanta. Acquistata nel 1987, custodita per eventi speciali, è stata messa indosso a padre Pio nelle ore precedenti l’esposizione.
Quando il 2 marzo scorso hanno esumato il corpo di padre Pio dalla cassa in cui era stato riposto per quasi quarant’anni, i medici hanno constato con grande stupore che non emanava cattivo odore. Nonostante alcune parti fossero scarnificate a causa dell’umidità contro cui il corpo del santo ha dovuto combattere. Fu sepolto, infatti, in una buca le cui pareti erano state appena cementate: la calce era ancora umida. «È già tanto - hanno detto ieri i medici - che il corpo sia rimasto quasi intatto, seppure, certo, non del tutto. Addirittura parte della schiena si è conservata di colore roseo. Anche il volto era praticamente intatto, seppure privo delle cavità orbitali». Per questo motivo (e, secondo quanto hanno detto i medici, anche per non impressionare troppo la gente non abitata a vedere un volto senza cavità orbitali), una ditta inglese specializzata nella creazione e nella fabbricazione di statue e manichini, è stata incaricata di creare una maschera in silicone che riproduce alla perfezione le sembianze del santo. E così, nella cripta del convento di Santa Maria delle Grazie, è proprio padre Pio che i pellegrini convenuti ieri - e coloro che arriveranno nel corso dell’anno - si trovano davanti. La sua barba e i suoi baffi, quel che resta del suo corpo, e una maschera che nei riproduce i lineamenti del viso. Ripiegato leggermente il volto da una parte, padre Pio sembra morto da pochi minuti. I medici hanno anche spiegato che, a parte alcuni trattamenti conservativi, non si è dovuto procedere sul corpo a nessun tipo di imbalsamazione.
Ieri mattina, prima dell’ostensione del corpo, è stato il cardinale José Saraiva-Martins, prefetto della congregazione delle cause dei santi, a celebrare una messa per padre Pio, «santo della gente», «padre fecondo di anime». «La presenza del corpo di padre Pio - ha detto il porporato - ci invita innanzitutto a una memoria: guardando le sue spoglie mortali, noi ricordiamo tutto il bene che egli ha compiuto in mezzo a noi». Non è fanatismo, dunque, la venerazione del corpo del santo. «E nemmeno feticismo», ha aggiunto il vescovo di San Giovanni Rotondo, monsignor Domenico D’Ambrosio. Quanto ricordo del bene da lui compiuto e sprone, per i fedeli, ad imitarlo. «I fedeli - ha aggiunto il vescovo - hanno bisogno di segni visibili a cui aggrapparsi».
I pellegrini sono arrivati fin dal mattino presto. Salendo verso il convento, alcuni recitavano il rosario. Altri cantavano. Hanno occupato tutti i posti a sedere disponibili e niente più. Dopo messa, due file di persone aspettavano il proprio turno fuori Santa Maria della Grazie. Da una parte coloro che avevano prenotato, dall’altra tutti gli altri. Due file composte, piene di aspettative, desideri, preghiere da riporre ai piedi del santo. Tra i fedeli convenuti c’era Antonio, 19 anni, completamente ustionato da un’esplosione causata due anni fa da un accumulo di gas. Ha partecipato alla funzione con tutto il viso ricoperto da una garza bianca eccetto le labbra. «Sa quello che voglio da lui», ha detto. E ancora: «Ho sempre creduto in lui». Al fianco, alcune persone in carrozzella: «Siamo qui per chiedere a padre Pio di poter tornare a camminare», dicono. Poco più in là, l’ospedale casa Sollievo della Sofferenza guarda dall’alto i tanti malati giunti per chiedere aiuto. Più sotto, è un mercatino di oggetti sacri dedicato al santo a essere frequentato dalla gente. Si vende di tutto. «Padre Pio - dice una commerciante - ci vuole bene e ci fa campare anche a noi».

“Non mettete la maschera al santo”. In viaggio da padre Pio

Ieri il mio direttore mi ha spedito a San Giovanni Rotondo per l’ostensione del corpo di padre Pio. Ecco il resoconto del viaggio di andata uscito oggi sul Riformista. Buona lettura.

Che non sarà un viaggio qualsiasi lo capisco appena arrivato, in tarda mattinata, al binario dieci della Stazione Termini di Roma. L’Eurostar 9353 diretto a Lecce, infatti, è pieno come un uovo nonostante manchi mezz’ora alla partenza. «Saranno pugliesi che tornano a casa per il ponte del 25 aprile», penso. Ma appena metto piede nella mia carrozza di seconda classe mi accorgo che non è così. Tutti i posti, tranne il mio, sono occupati da un’orda di pellegrini diretta, come me, a Foggia e di lì, via pullman, a San Giovanni Rotondo. Che sono pellegrini lo capisco dai rosari che hanno in mano e dal fatto che non fanno altro che parlare di lui, di san Pio, il frate di Pietrelcina, quello che qualcuno ha definito l’“alter Christus” e che il popolo, ancora oggi, chiama semplicemente padre Pio. Domani (oggi per chi legge, ndr), infatti, è il grande giorno in cui per la prima volta, i fedeli (ne sono previsti 50 mila, un milione nel corso dell’anno), dopo quarant’anni dalla sua sepoltura (47 anni e 7 mesi, per la precisione) possono sfilare davanti all’urna contenente la salma di padre Pio, salma appositamente “restaurata” da un’equipe di medici.
L’orda di pellegrini che affolla la mia carrozza proviene dalla Germania. Sono italiani di origine pugliese che tornano nelle loro terre per qualche giorno e che hanno deciso di fermarsi a San Giovanni Rotondo per 24 ore, apposta per non perdersi l’ostensione del corpo del santo. A stento riesco a trovare il mio posto a sedere e, trovatolo, me ne sto schiacciato vicino al finestrino. Di fianco, tre signore ben pasciute e che, senz’altro, hanno superato i sessant’anni. Stanno andando a San Giovanni Rotondo coi loro tre coniugi, seduti dall’altra parte del corridoio con un amico. Insieme a loro, la carrozza forma un gruppo di gente che capisco presto far parte di un’unica comunità di italiani da tempo residente in Germania.
Mi siedo e subito sono costretto a fornire alle tre signore le mie generalità e i motivi del mio viaggio. Scoprono che sono in viaggio in veste di cronista e pure di pellegrino (un connubio micidiale, che scatena urla di stupore e ammirazione), ed è la mia fine. Salamini e soppressate piccanti cominciano a uscire a un ritmo indiavolato da borse custodite come reliquie sotto i sedili e nessuno, me compreso, può esimersi dal mangiare. Intanto guardo l’orologio e prego padre Pio di aiutarmi. E, in effetti, qualcosa accade. Arriviamo alla stazione di Caserta. Tutti si alzano in piedi e per dieci minuti si scordano della mia esistenza.
Ma la tregua dura poco. Il treno riparte. Le tre signore sono riuscite in pochi minuti a spargere la voce che seduto al loro fianco c’è uno che deve scrivere «delle cose di padre Pio su un giornale » e così Franco, un muratore italiano residente in Germania, si avvicina e mi attacca: «Ho letto oggi in Italia di sta’ storia della maschera che vogliono appiccicare in faccia a padre Pio. Ma padre Pio non ha bisogno di maschere! È bello così com’è! Basta scrivere di sta maschera che sennò ci arrabbiamo!». Cerco di spiegare che la maschera ancora non si sa se verrà applicata (lo si scoprirà soltanto in queste ore o forse soltanto al momento dell’ostensione). Le tre donne iniziano un rosario. Foggia si avvicina. L’aria in carrozza si fa più elettrica. Origlio che la visita a padre Pio serve anche per chiedere delle grazie. Una vuole affidare a padre Pio suo figlio, che vive tra Lecce e Monaco e che non riesce a trovare lavoro. «Vedrai che ci pensa il padre nostro (inteso padre Pio, ndr)», le dice la sua vicina senza incertezze. Oggi sarà il giorno di padre Pio (e forse della sua nuova maschera), il frate con le stigmate, il santo del popolo e della gente che fa anche duemila chilometri in treno pur di vederlo.

Ballottaggio a Roma: I cattolici seguono la Cei. Ferrara vota Rutelli

Una quantità di voti considerevole che, messi assieme, raggiunge le centinaia di migliaia. Sono i cittadini di Roma e Provincia appartenenti ai diversi movimenti ecclesiali e alle associazioni cattoliche attive sul territorio. Cittadini impegnati in tutti i campi del sociale. Presenti nelle parrocchie della città e che, grazie al loro essere vicini ai problemi della gente, sono in grado di influenzare parecchie preferenze anche tra rispettivi conoscenti e amici in vista dei ballottaggi tra Rutelli e Alemanno e tra Zingaretti e Antoniozzi. In generale però, più o meno tutte le leadership di questo associazionismo (con poche eccezioni) si mostrano allineate alle indicazioni provenienti dalla conferenza episcopale italiana e cioè alla necessità di non schierarsi con nessuno, ma di lasciare ai propri aderenti piena libertà di coscienza.
Francesco Rutelli è stato lungimirante in tempi non sospetti. In piena campagna elettorale ha convocato, nella centralissima chiesa romana di Santa Maria in Campitelli, alcune di queste associazioni. Ha spiegato il proprio programma. Ha voluto ascoltare le diverse esigenze. A tutti ha mostrato la volontà di fare proprie le urgenze che gli venivano sottoposte. C’erano le Acli, Sant’Egidio e altre associazioni. C’erano pure alcuni istituti religiosi, tra questi i salesiani. Dice in proposito al Riformista Gianluigi de Palo, presidente della Acli per la Provincia di Roma: «La convocazione di Rutelli ci ha fatto piacere. Perché siamo noi, non tanto i vari politici, ad avere il vero polso del territorio. A Roma e Provincia abbiamo 37 mila tesserati. Ogni anno circa 120 mila persone ci chiedono aiuto e consulenza per il raggiungimento della pensione, per gli assegni di maternità, per le esigenze di tutti i giorni alle quali le istituzioni faticano a dare risposte. Quindi giudico l’iniziativa di Rutelli importante e spero che diventi una prassi di tutta la politica. Anzi, la mia proposta va ancora più in là: vorrei che i presidenti di tutti i movimenti e le associazioni cattoliche divenissero consiglieri aggiunti dei vari governi locali pur senza essere eletti». Quanto al voto per i ballottaggi, De Palo conferma la linea di sempre: «Piena libertà ai nostri aderenti di votare chi desiderano. La nostra linea, infatti, la definirei così: autonomamente - e cioè singolarmente, ndr - schierati».
Come le Acli, anche l’Opus Dei detta la linea della «piena libertà di voto secondo coscienza a tutti». Anche perché l’Opera svolge con i suoi aderenti un’azione prettamente spirituale. E mai ha voluto dare indicazioni di voto precise per alcuno. Dell’Opera fanno parte cittadini battezzati di ogni estrazione e professione, ognuno con le sue idee e amicizie politiche.
Che Sant’Egidio abbia goduto in questi anni di un’amicizia particolare con la giunta Veltroni è fuori di dubbio. Parecchia consonanza con l’ormai ex sindaco di Roma, l’Onu di Trastevere l’ha avuta anche grazie all’impegno puntuale e ramificato sul territorio nel campo sociale. Anche con Rutelli la medesima amicizia ha garanzie di continuità ma pure Sant’Egidio, a livello ufficiale, non prende posizione con nessuno.
Una posizione più netta per Rutelli la prende invece Giuliano Ferrara. La lista per la vita e contro l’aborto «non esiste più - spiega Ferrara - ma ho votato e voterò Rutelli che dai tempi della battaglia sulla legge 40 è un oppositore dell’anarchia etica e ha governato bene Roma nel corso dei suoi due mandati».
Che alle politiche, invece, i voti di Cl siano andati principalmente al Pdl non è cosa sconosciuta. Più che Cl, però, fu la Compagnia delle Opere a chiedere di votare secondo certi princìpi. La Cdo non chiese ufficialmente un voto per il Pdl, ma che i ciellini votarono da quella parte è fuori discussione. «La stessa cosa - dice al Riformista Giampaolo Gualaccini, membro esecutivo della Cdo nazionale - vale per Roma. Alemanno è un amico da sempre. È per noi un riferimento naturale. Ma voglio sottolineare che Cl, come movimento ecclesiale, non si schiera».
Più o meno la medesima posizione del presidente del Movimento Cristiano Lavoratori, Carlo Costalli, il quale ritiene, a titolo personale, che «un cambio a Roma sarebbe provvidenziale. La gestione Veltroni, infatti, è stata molta apparenza e poca sostanza. Roma ha diritto a una svolta. Alemanno è un cattolico moderato che merita attenzione».
Due dei movimenti ecclesiali che a Roma hanno la quantità di “seguaci” quantitativamente più significativa sono il Rinnovamento nello Spirito del presidente Salvatore Martinez e i neocatecumenali (che tecnicamente non sono un movimento ma un “cammino”) di Kiko Arguelo e Carmen Hernandez. I leader di entrambi le aggregazioni non intendono dire nulla in merito al ballottaggio e non lo faranno nemmeno con i rispettivi aderenti, almeno in forma ufficiale.

Il Paraguay elegge Lugo, il Papa pronto a dimetterlo

L’ufficializzazione dell’elezione alla presidenza del Paraguay del “vescovo rosso” Fernando Lugo, leader della coalizione di sinistra “Alianza Patriotica por el cambio” è arrivata domenica in serata.
Un’elezione che porta il Paraguay ad allinearsi con tutti i paesi dell’America Latina: questi, infatti, eccezion fatta per la Colombia di Uribe, sono governati da leader di sinistra radicale (Venezuela, Bolivia, Ecuador, Argentina) o di centro-sinistra (Cile, Brasile, Uruguay, Perù).
Fernando Lugo, vescovo di San Pedro, 57 anni, sospeso a divinis dal Vaticano nel febbraio dello scorso anno a motivo del suo attivismo in politica, esponente della Teologia della Liberazione dell’ex sacerdote brasiliano Leonardo Boff, si insedierà ufficialmente il prossimo 15 agosto - al suo fianco, come first lady, ha dichiarato di volere la sorella Mercedes -, quando riceverà il bastone del comando dall’attuale presidente, Nicanor Duarte Frutos. Fino a quella data, ipoteticamente (ma la cosa pare oggi improbabile) Lugo potrà ancora fare marcia indietro ed evitare, in questo modo, ciò che a conti fatti sembra l’unica opzione possibile nella mani del Vaticano e del Papa: dimetterlo definitivamente dallo stato clericale (una volta si chiamava riduzione allo stato laicale). La sospensione a divinis, infatti, è semplicemente una “pena medicinale” che ad oggi permette a Lugo di conservare lo stato clericale acquisito con l’ordinazione sacerdotale. Ma se Lugo persisterà nel voler fare politica attiva, al Papa non resterà che la mossa delle dimissioni definitive a motivo del fatto che a un vescovo non è permesso in alcun modo di fare politica: un pastore della Chiesa deve essere super partes, al di sopra delle fazioni, qualsiasi esse siano.
Ieri, anche la conferenza episcopale del Paraguay, ha deciso di non pronunciarsi sulla sua elezione, dichiarando di voler restare in attesa della posizione del Vaticano. Il presidente della conferenza, Ignacio Gogorza, ha spiegato di non aver telefonato a Lugo per congratularsi «perchè queste questioni sono di competenza del nunzio». I vescovi del Paraguay, ha aggiunto, affronteranno il tema della nuova presidenza nella prossima riunione del Consiglio permanente. Il nunzio vaticano, Orlando Antonini, si è sempre detto contrario all’idea di Lugo di scendere in campo politico e quando l’ex vescovo è stato sospeso a divinis, i vescovi del Paraguay avevano espresso «adesione e appoggio» alla decisione vaticana.
Santa Sede a parte, resta il dato che Lugo ha vinto largamente, ottenendo il 40,8% dei voti, davanti ad una donna, Blanca Ovelar, candidata del partito al potere, staccata di dieci punti (30,8%) e all’ex generale golpista (di destra) Lino Oviedo (22%), un uomo che si dice legato alla Cia e alla destra neo-con americana. Nelle strade di Asuncion la festa per la caduta dei Colorado, è durata per tutta la notte. «Il risultato di questa notte - ha detto Lugo ieri - dimostra che anche i piccoli possono vincere».

La libertà religiosa del Papa: all’Onu dirà oggi che è il primo dei diritti umani

È oggi il giorno dell’attesissimo discorso di Benedetto XVI all’Assemblea generale dell’Onu, il quarto pronunciato da un Pontefice dalla più alta tribuna della comunità internazionale. Giovanni Battista Montini vi parlò nel 1965 davanti a 117 rappresentanti. Giovanni Paolo II nel 1979 e nel 1995. In quest’ultima occasione erano presenti 185 membri. Davanti a Benedetto XVI, invece, ve ne saranno 192.
Il Papa parlerà ventiquattro ore prima il giorno del suo terzo anniversario di pontificato, anniversario che impreziosisce ulteriormente un appuntamento chiave per l’intero suo magistero.
Secondo quanto appreso dal Riformista, il testo del discorso del Papa sarà incentrato su due argomenti distinti ma correlati: la libertà religiosa e i diritti umani. Argomenti snocciolati in una decina di cartelle dense e articolate, pronunciate dal Papa in parte in lingua inglese, in parte in lingua francese. Benedetto XVI ha ricorretto le bozze più volte, ha chiesto ai suoi collaboratori materiale utile alla stesura, segno dell’importanza che egli intende dare a quello che è un appuntamento storico nel suo pontificato. Storico perché il Papa parlerà dei princìpi attorno ai quali le nazioni del mondo devono riferire il proprio agire. Princìpi da non tradire, princìpi valevoli per tutti perché soltanto laddove regnano fondamenti, rocce di verità a cui aggrapparsi, le nazioni sfuggono a quel soggettivismo causa di male, indifferenza, egoismo.
Il tema della libertà religiosa è ricco di spunti. Benedetto XVI insisterà principalmente sul fatto che questa deve essere considerata dai vari Stati non tanto come uno dei diritti da garantire ai cittadini, quando come il primo dei diritti da assicurare, il più fondamentale. È proprio nel dna degli Stati moderni, invece, l’aver voluto relegare la libertà religiosa in secondo piano rispetto ad altri diritti (di scelta, di espressione, etc.) ritenuti primari. Ma per il Papa non è così.
Spesso, infatti, il fattore religioso è stato visto come un ostacolo al quieto vivere della società, come un elemento disturbatore e per questo lo si è messo in secondo piano. Si è cercato di annacquarlo piuttosto che di valorizzarlo. Di qui la necessità di riconoscere la dimensione “trascendente” della persona, il suo essere cioè rapporto con il divino, dimensione che non solo sovente non viene rispettata, ma spesso la si cerca di controllare, di rinchiudere entro mura ben definite, non riconoscendone, di fatto, il valore ineliminabile non solo per la stessa dignità di ogni uomo e per la sua natura, ma pure per l’intera società. Benedetto XVI intende rivolgere queste parole a tutti gli Stati moderni ed è per questo motivo che difficilmente scenderà nell’enucleazione di esempi specifici.
Conseguente, legata a questa tematica, è la seconda parte del discorso, quella incentrata sui diritti umani. Garantire i diritti umani è essenziale per ogni Stato, come essenziale è riconoscere che questi diritti umani sono correlati tra loro. Infatti ai diritti umani - ed è qui il passaggio chiave delle parole del Pontefice -, qualsiasi essi siano (vita, famiglia, sviluppo), occorre dare «un fondamento universale» più alto delle diversità presenti nelle culture e nei popoli del mondo. E questo «fondamento universale» ha un nome e si chiama «dignità umana», dignità riconoscibile soltanto se si accetta l’esistenza di una natura comune a ogni uomo, una natura inviolabile e dunque non interpretabile a piacimento. Solo in questa maniera è possibile superare le derive prettamente relativiste della società occidentale (soprattutto europea) o quelle fondamentaliste presenti in svariate culture e religioni.
Per Benedetto XVI non è pensabile la ricerca di una convivenza e pace tra i popoli basata sulla negazione della dignità di ogni uomo e sulla negazione che esista una legge morale naturale valevole per tutti. Se così fosse si affermerebbe sempre più una logica relativistica i cui frutti sono già oggi riconoscibili da tutti. In tal senso - disse Benedetto XVI il primo dicembre 2007 ricevendo i partecipanti a un Forum di Ong d’ispirazione cattolica - occorre opporre «al relativismo la grande creatività della verità circa l’innata dignità dell’uomo e dei diritti che ne conseguono». «Una tale creatività - disse ancora il Papa - consentirà di dare una risposta più adeguata alle molteplici sfide presenti nell’odierno dibattito internazionale e soprattutto permetterà di promuovere iniziative concrete, che vanno vissute in spirito di comunione e libertà».
Questi i due focus della prima di Ratzinger nella sede della Nazione Unite. La prima di un professore di teologia che nel lungo e “pentecostale” pontificato di Wojtyla ha tenuto le redini della dottrina. E oggi, da Papa teologo, continua a tenerle, liberando a piacimento il cuore dell’epistemologia di stampo cattolico.

Cari cattolici, dove eravate?

L’amico Riccardo ha inviato a PalazzoApostolico questo commento su Ferrara e il voto dei cattolici. Cosa ne pensate?

Cattolici timidi e timorosi, dove eravate quando Ferrara è passato?
Qualcuno di Voi lo ha elogiato, qualcuno di voi lo ha apertamente sostenuto (a parole), ma quando si è trattato di esprimere un voto, ci siete cascati. Sì, cari, ci siete cascati. Ha prevalso in Voi quella “ragion di Stato” ed avete commesso lo stesso errore che avete per anni imputato alla parte avversa: il machiavellismo. La passione sfrenata per il “minore dei mali”, certamente necessaria negli ultimi anni, vi ha distratto un poco negli ultimi tempi, ed avete sottovalutato un’operazione politica davvero rivoluzionaria (tanto che il NY Times ha elogiato Ferrara come la vera novità).
Non mi permetto di giudicare il vostro voto, ma mi permetto di ricordarvi che il voto a Ferrara certamente non sarebbe stato un voto politico quanto quello al PDL o al PD, o comunque un’espressione a tutto tondo di una volontà di indirizzo politico. E allora? So what?
Chissenefrega dell’indirizzo politico: non dimentichiamo che tanti errori sono stati commessi da coalizioni “amiche” in passato, che molti valori sono stati traditi apertamente, pubblicamente, e che molte persone di buona volontà sono state estromesse dalle stesse coalizioni. Evidentemente non (vi) è servito.
Credete che Ferrara si fosse candidato per vincere? Per essere un premier alternativo a B. o V.? No, Ferrara ha chiesto un voto diverso, più importante di tutti i voti espressi dai cattolici (e non cattolici) da trent’anni a questa parte: ha chiesto di prendere una posizione, ci ha dato l’opportunità di pronunciarci un’altra volta dopo quel nefasto referendum, e l’ha chiesto universalmente, senza connotare questa come battaglia “cattolica” (giustamente), bensì come appello all’intelligenza umana, sensibile alle sorti della nostra civiltà. Lo ha fatto portandoci un dato: in trent’anni di applicazione della legge 194, 5 milioni di italiani non hanno visto la luce. Punto. Nonostante questo, nonostante le campagne di protesta e le accese contestazioni da parte dei cattolici più convinti negli anni passati, ecco che alle presenti elezioni sento parlare di voti (e “indicazioni di voto”) schierati a sostegno della coalizione X o Y, che cercano di raccogliere consenso anywhere, ma senza proporre un’idea altrettanto forte, e certamente senza sposare l’idea di Ferrara, che anzi avrebbe ulteriormente diviso all’interno le stesse coalizioni.
Ed allora permettetemi di elogiare chi cattolico non è, ma ha compreso l’importanza del monito di Ferrara, del coraggio che ha mostrato sfidando l’establishment della politica italiana (destra o sinistra, no difference), dell’impopolarità di cui ha goduto, della forza e della serena determinazione che mai gli è venuta meno, e ha deciso di premiarlo. Per portare un segnale di appoggio concreto, verificabile e ufficioso quale è il voto nel processo di partecipazione popolare alla designazione dei rappresentanti in Parlamento.
Non me ne vogliate, ma la vostra presa di posizione, per quanto “motivata”, assomiglia tanto alla riproposizione in chiave moderna del compromesso storico. Tuttavia, in considerazione dell’importanza del tema, vitale e prioritario rispetto a qualunque altro tema in termini di valori assoluti, sarebbe geniale se il vittorioso Berlusconi offrisse a Ferrara il ministero della sanità.