Conversazione con Saraiva Martins: Il corpo è consumato, ma padre Pio è santo

L’attesa per l’esumazione del corpo di padre Pio era altissima, soprattutto nei tanti fedeli legati alla figura del santo di Pietrelcina. Ma non solo. Era altissima pure in Vaticano dove – come ha spiegato al Riformista il cardinale portoghese José Saraiva Martins, prefetto della congregazione per le cause dei santi – «si è sempre nutrito un grande interesse al corpo di san Pio come a quello di tutti i santi». Infatti – racconta Saraiva Martins -, «non si può non ritenere prezioso e importante il corpo di una persona che per tutta la sua vita è stata santa. Le persone divenute sante sono preziosissime per la Chiesa e dunque il loro corpo va custodito al meglio, tenuto nella giusta considerazione. E, in questo senso, il desiderio dei fedeli di vedere, quasi di toccare il corpo di padre Pio, è legittimo. Come legittimo fu il medesimo desiderio che molti fedeli nutrirono, e nutrono ancora oggi, nei confronti del corpo di papa Giovanni XXIII che, dalle grotte vaticane, venne traslato nella basilica di San Pietro: perché tutti lo potessero vedere e venerare».
Vedere, venerare, quasi toccare il corpo di padre Pio. Saranno a migliaia i fedeli che si recheranno con questo scopo a San Giovanni Rotondo il prossimo 24 aprile, quando, a ricognizione avvenuta, il santo più discusso dell’ultimo secolo sarà esposto in un’apposita teca per consentirne la venerazione.
«Ciò che va detto, comunque – continua Saraiva Martins -, è che di per sé la conservazione o meno del corpo di padre Pio non ha a che fare con la sua santità. So che c’erano molti fedeli che si aspettavano la perfetta conservazione del suo corpo – cosa poi non verificatasi in quanto il cranio e gli arti superiori si sono rivelati in parte scheletriti e le restanti parti presentano i tegumenti adesi ai piani sottostanti e molto umidi, seppure suscettibili di trattamento conservativo, ndr – ma la corruzione o la non corruzione del corpo non è un fatto che riguarda la santità della persona. La santità, piuttosto, è una realtà soprannaturale, mentre la corruzione rappresenta un fatto normale».
La richiesta per la riesumazione del corpo di un santo deve essere fatta alla congregazione per le cause dei santi dal vescovo diocesano. «In tutti questi anni – dice Saraiva Martins – non è stata fatta la richiesta per l’esumazione del corpo di padre Pio. L’ha fatto soltanto l’attuale vescovo, monsignor Domenico Umberto D’Ambrosio, e la nostra congregazione ha subito risposto di sì alla sua richiesta. Contestualmente il vescovo mi ha invitato il 24 aprile a presiedere la cerimonia in cui padre Pio verrà esposto in pubblico».
«Il gesto della ricognizione canonica – continua Saraiva Martins – è quanto ora la diocesi sta facendo a San Giovanni Rotondo. Risponde, tecnicamente, alla storica responsabilità che la Chiesa si prende di garantire, attraverso appropriate procedure, una prolungata conservazione del corpo del santo per permettere anche alle generazioni che verranno la possibilità di venerare e custodire le sue reliquie. La finalità ultima, insomma, è provvedere che quel corpo, per quanto possibile, possa essere tenuto nel migliore stato di conservazione».
Nella storia della Chiesa, ci sono stati alcuni santi il cui corpo si è perfettamente conservato. Tra questi, quello di Bernadette Soubirous, la veggente di Lourdes. Nel convento di Saint Gildard, le sue spoglie sono perfettamente conservate e visibili a tutti i visitatori. «Nessuno può dire perché alcuni corpi si conservino perfettamente e perché altri no – conclude il prefetto delle cause dei santi -. Questo è un mistero a cui solo Dio può rispondere. Ma, ripeto, per la Chiesa ciò non è rilevante ai fini della santità. Non solo, anche le stimmate, di cui padre Pio fu onorato di portare sul suo corpo, di per sé non furono un segno che implicò la sua santità. Furono anch’esse un mistero. Perché si arrivi a giudicare una persona santa, è necessario provare che nella sua vita abbia vissuto le virtù cristiane in grado eroico. Inoltre si aggiungono i miracoli che sono sigilli apposti da Dio alla santità della persona».


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Brucia il Medio Oriente. Il Papa parla con l’islam

Brucia la striscia di Gaza. Ma non solo. Brucia tutto il Medio Oriente e i motivi sono da ricercarsi anche oltre il conflitto israelo-palestinese. È pure il coacervo di religioni presenti nella regione che, sovente, al posto di promuovere la pace esaspera le rispettive posizioni facendo spingere il piede sull’acceleratore delle violenze. E a farne le spese sono gli innocenti come è innocente, ad esempio, monsignor Paulos Faraj Rahho, arcivescovo di Mossul dei Caldei, rapito venerdì scorso in Iraq. Per lui, il Papa, ha chiesto ieri la liberazione durante l’Angelus in piazza San Pietro. Mentre per la cessazione della spirale di violenze a Gaza e nel Medio Oriente, è stato sempre ieri lo stesso Pontefice a spendere altre importanti parole.
È in questo clima non certo facile che, proprio quest’oggi, inizia in Vaticano la mission impossible del quasi 65enne cardinale francese Jean-Louis Tauran, dal 25 giungo scorso presidente del pontificio consiglio per il Dialogo Interreligioso dopo un breve periodo di interregno del cardinale Paul Poupard dovuto allo spostamento di monsignor Michael Fitzgerald, per tanti anni presidente del dicastero, alla nunziatura apostolica in Egitto. Una mission impossible affidatagli direttamente dal Papa e che, nei rapporti tra le diverse religioni, e in particolare nei rapporti tra cristiani ed islam, trova il suo motivo d’esistenza.
Nella sede del dicastero di via della Conciliazione in Roma, infatti, è Tauran a dover condurre il primo incontro tra Santa Sede e una delegazione dei 138 leader islamici che qualche mese fa inviarono una lettera a Benedetto XVI e ad altri leader cristiani con lo scopo dichiarato di cercare un terreno comune di collaborazione. Terreno – ed è questo lo specifico di quanto chiede il Papa al porporato – che secondo le intenzioni del Papa non deve essere coltivato puntando esclusivamente sugli aspetti teologici del dialogo, bensì anche su tematiche più concrete, tematiche che sovente sono trattate in modo troppo eterogeneo all’interno delle diverse comunità musulmane. Se, insomma, ciò che conta per il Papa nella messa in campo del dialogo interreligioso – e soprattutto del dialogo con l’islam – sono oggi i comandamenti della legge naturale, la necessità di non usare il nome di Dio per compiere violenze, la questione del riconoscimento della parità tra uomo e donna e il tema della libertà religiosa (e dunque di quella che il Papa chiama reciprocità), per la parte musulmana presente oggi in via della Conciliazione importanti sembrano essere soprattutto aspetti meno scottanti e maggiormente, appunto, di livello teologico quali, ad esempio, la questione dell’unicità di Dio e il duplice comandamento dell’amore di Dio e del prossimo. Ma forse, a causa delle notizie provenienti dal Medio Oriente – da Gaza e dell’Iraq soprattutto – non sarà troppo difficile per Tauran spingere per una versione più pratica del dialogo, versione che in qualche modo deve andare a preparare un’udienza che, prossimamente, alcuni dei 138 avranno con Benedetto XVI.
Far comprendere alla parte musulmana l’urgenza delle priorità papali non è compito solo di Tauran ma, con lui, anche degli altri delegati vaticani inviatati al summit. Tra questi, il segretario del pontificio consiglio per il Dialogo Interreligioso, monsignor Pierluigi Celata e il preside del pontificio istituto di Studi Arabi e d’Islamistica (Pisai), Miguel Ayuso. Da parte musulmana, invece, spiccano i nomi di Abdel Hakim Murad Winter della University of the Muslim Academic Trust (Regno Unito), Aref Ali Nayed, già docente del Pisai, Sergio Yahya Pallavicini della Coreis italiana, Ibrahim Kalin della Seta Foundation di Ankara e il giordano Sohail Nakhooda direttore di Islamica Magazine.
La riunione di quest’oggi ha avuto un assaggio pochi giorni fa al Cairo dove si è consumata la sessione annuale del comitato misto del dicastero diretto da Tauran e dell’Università Al-Azhar. La riunione ha portato anche alla firma di una dichiarazione comune dove, tra le varie cose, si è presa posizione ferma sulla vicenda delle vignette ironiche su Maometto e sul numero crescente di attacchi contro l’islam e il suo Profeta, così come altri attacchi contro la religione.
Tauran, di ritorno dall’Egitto, ha rilasciato un’intervista alla Radio Vaticana nella quale ha spiegato il bilancio positivo dell’incontro: «Era la prima volta che vi partecipavo – ha detto – e mi ha colpito l’atmosfera di grande cordialità». Ma poi, ecco l’affondo “pratico” del porporato: «La fede ci spinge ad amare il prossimo. E la parte musulmana ha insistito molto sul fatto che secondo il Corano in materia di religione non c’è costrizione. E allora io ne ho approfittato per dire che questo è un principio molto bello, ma ci sono purtroppo dei paesi dove non viene applicato e ci sono situazioni in cui i cristiani non hanno nemmeno la possibilità di avere una chiesa per praticare il loro culto».


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Cristo nel freddo dell’Est e sul web

Tempo fa uscì sulla Rai un bellissimo documentario dedicato alle sofferenze delle popolazioni dell’Est nell’era comunista. Oggi ho scoperto che, di questo documentario il suo autore, l’amico Luca De Mata (oggi direttore di Fides), ne ha fatto un blog. Vi invito a visitarlo:Cristo nel freddo dell’Est.


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Mary Ann, la pro-life di Bush dal Papa

Manca poco più di un mese al viaggio di Benedetto XVI negli Stati Uniti (dal 15 al 20 aprile, con tanto di visita alla sede dell’Onu) e ieri il Pontefice, ricevendo le lettere credenziali dal nuovo ambasciatore statunitense presso la Santa sede, Mary Ann Glendon – quasi 70 anni, è nata a Pittsfield, nel Massachusetts -, ha di fatto enucleato le tematiche principali che andrà a toccare trasvolando l’Atlantico.
Per Benedetto XVI esiste un paese, gli Usa, che più di altri può promuovere quei diritti umani fondamentali fondati nei princìpi della legge morale: tra questi, innanzitutto, la vita dal suo inizio al suo termine e la famiglia fondata sul matrimonio, e poi la pace per tutti i popoli, la lotta alle grandi pandemie come l’Aids, la promozione della donna, la lotta contro la corruzione e la militarizzazione. Diritti umani che non possono non riguardare anche la necessità di mettere in campo «pazienti e trasparenti negoziati» volti alla riduzione e all’eliminazione delle armi nucleari e, ancora, per risolvere, in scia alla Conferenza di Annapolis, i problemi del Medio Oriente.
Che gli Stati Uniti abbiano nel proprio dna la tutela dei diritti umani e per questi debbano sempre più spendersi, lo dimostra anche il modello di laicità “aperta” che li caratterizza. Negli Usa, più che altrove – e il Papa lo ha ricordato -, è tutelato e valorizzato il ruolo della religione nella sfera pubblica, un ruolo che, appunto, contribuisce alla difesa e promozione dei suddetti diritti.
In questo senso, la scelta de Mary Ann Glandon quale nuova ambasciatrice Usa presso la Santa Sede al posto di Francis Rooney non è casuale. Nominata direttamente dal presidente George W. Bush non senza il beneplacito incondizionato del Vaticano, è lei, più di altri, a offrire garanzie che questi diritti che la Chiesa cattolica ritiene fondamentali siano sempre sollecitati e fatti presenti in quel di Washington.
Mary Ann, negli anni passati, ha lavorato a stretto contatto con la Santa Sede. Un lavoro tutto incentrato attorno alle tematiche della vita e che, all’inizio della sua ascesa, l’ha portata a divenire, sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, visiting professor alle pontificie università Gregoriana e Regina Apostolorum di Roma. Poi, nel 1995, capo della delegazione vaticana alla conferenza di Pechino sulle donne. E, infine, nel 2004, presidente della pontificia Accademia delle Scienze Sociali mantenendo, nel contempo, l’insegnamento di legge all’università di Harvard.
Ciò che il Papa polacco amava di lei erano soprattutto le idee pro life avanzate sempre con costanza e coerenza. Memorabile, in questo senso, fu una dichiarazione che la Glendon rese a Pechino a nome della Santa Sede: «La conferenza vuole contrastare le violenze patite dalle donne? – si chiese -. Giusto. E allora prendiamone nota. Tra le violenze ci sono i programmi obbligatori di controllo delle nascite, le sterilizzazioni forzate, le pressioni ad abortire, la preselezione dei sessi e la conseguente distruzione dei feti femminili».
Pechino fu per Mary Ann una tappa importante. Fu qui che le venne in mente di scrivere “A World Made New”, un mondo fatto nuovo, uscito in America per i tipi di Random House. Fu la prima ricostruzione storica su fonti largamente inedite di come nacque tra il 1945 e il 1948 la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo: determinate, secondo la Glandon, fu il ruolo svolto da Eleonor Roosevelt, vedova dal 1945 del celebre presidente americano. Le parole anti-aborto e pro life della Glendon fecero talmente piacere a Wojtyla che, nei sacri palazzi, per mesi c’era chi diceva che se Giovanni Paolo II avesse potuto l’avrebbe fatta all’istante cardinale.
La Glendon tra il 2001 e il 2005 ha fatto anche parte della Commissione Bioetica della Casa Bianca, l’organismo che orienta le scelte di Bush in materia. Di recente ha fatto ingresso nella campagna presidenziale 2008, accettando di presiedere una commissione che offre consulenza su temi costituzionali all’ex governatore del Massachusetts, Mitt Romney.
La Santa Sede è convinta che con l’arrivo della Glandon i rapporti con la Casa Bianca, indipendentemente da chi vincerà le presidenziali, altro non potranno essere che sempre più diretti.
Mary Ann è sposata e divorziata. Ma la sua vita privata conta poco. Ciò che interessa sono le sue idee in difesa della vita. L’auspico della Santa Sede è che continui a sostenerle. Come fece qualche anno fa, sempre a Pechino, quando in pubblico disse: «Molti che propongono l’aborto come un diritto della donna non hanno minimamente a cuore gli interessi veri delle donne. All’ombra del movimento per il diritto d’aborto si muovono uomini irresponsabili, traffici di prostituzione, industrie che traggono i loro profitti dai corpi delle donne».


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